La pittura estemporanea in Un posto pulito, illuminato bene

Domenica 3 Agosto gli amici della Tenuta I Gelsi porteranno in scena per le strade e le colline di Montemagno la seconda edizione del concorso di pittura estemporanea Montemagno Art.

I pittori avranno la giornata a disposizione per creare i propri dipinti su Montemagno.

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Dal 4 al 10 Agosto le opere saranno esposte in Un posto pulito, illuminato bene, dove tutti potranno votare la loro preferita.

Al termine della settimana comprerò la più votata per 250 euro, e diverrà parte dell’arredamento artistico del locale.

Cosa c’è di meglio di un caffè e un po’ d’arte per aggiustare la giornata?

Vincere a mega turista per sempre o robe del genere?

Ma va là.

Sondaggio: Lettura dall’alba al tramonto in un Posto pulito, Illuminato bene

 

 fiammiferi

Prendi una domenica d’inverno che non sai cosa fare.

Sei lì che cazzeggi in casa e non ne puoi più, così decidi di andare in Un posto pulito, illuminato bene, a Montemagno, dove si sta svolgendo la lettura no-stop di un libro dall’alba al tramonto.

In pratica ci sono un po’ di pazzoidi maniaci che leggono a turno, uno dopo l’altro, ad alta voce, un libro dall’inizio alla fine, senza sconti, senza saltare manco una riga.

Roba da pazzi? Un po’ sì.

Eppure da qualche parte, in giro per il mondo, è stato fatto: con I promessi sposi, con la Divina Commedia, con i Sansossi di Augusto Monti (a Monastero Bormida), ecc.

E perché noi no?

Il problema in questi casi è trovare il libro che fa al caso nostro.

Già, il libro da leggere dall’alba al tramonto in Un posto pulito, illuminato bene (senza far scappare tutti).

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Poi si tratterà anche di trovare i pazzoidi che lo leggono,

però intanto:

 

VOTA!

E in una domenica del prossimo inverno, anziché star lì a cazzeggiare in casa, potrai venire al Posto pulito, illuminato bene, a leggere e ad ascoltare il libro scelto da te.

 

 

 

Gli Ipocondriaci – I racconti del Posto Pulito/1

 Rubrica del lunedì

Un racconto di Pierre Menard

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Attenzione! Warning! Achtung! Atenciòn! Gare!

Il racconto presenta contenuti esplicitamente erotici che potrebbero turbare le persone più suscettibili

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NY Nuvola

I nostri spassi sono finiti

Dopo l’aperitivo c’è LEI.
I SUOI capelli leggermente mossi, lucidi.
Il SUO volto simmetrico.
Il SUO collo alto, proporzionato.
I SUOI seni morbidi.
Il SUO corpo filmico.
I SUOI costumi da sexy-mamma.

LEI è Giuditta. SUE sono le previsioni meteo. Niente altro ha importanza.

§

Quando al Posto Pulito, Illuminato bene arriva l’inverno ci ripariamo come possiamo. Abbiamo coperte calde, dozzine di pacchi di antivirali e una saletta del bar su misura per noi cinque. Siamo Ruben, Dan, Gad, Efraim e Issachar. Tutte le mattine a colazione cambiamo il pannolone a Ruben e riempiamo la pera a Dan, imbottiamo di antidolorifici Gad e parliamo del più e del meno. Io e Dan cerchiamo di inspirare con cautela. Per via di certi disturbi gastrointestinali causati da germi stantii nell’ossigeno in cui siamo avvolti. In principio ci riunivamo in dodici per discutere, andare in bagno e guardare la televisione. Ma gli altri hanno cambiato aria. Per farla breve, siamo rimasti noi cinque.

Dopo l’aperitivo aspettiamo Giuditta osservando i bacilli contenuti in un raggio di luce filtrato dalle imposte. Fuori sembra una giornata luminosa. Un cielo terso oltre a procurare notevole fastidio alle iridi può colmare l’animo dell’ingannevole sensazione che l’essere umano sia perfettibile. Ma noi sappiamo che nella scala verso la perfezione non possiamo fare altro che discendere inesorabilmente. Oltre a tutto ciò, l’insopportabile rifrangersi del sole sulle vetrate del bar può causare seri danni alla vista. Per questo evitiamo di alzare troppo la tapparella e cerchiamo di abituare gli occhi alla penombra, ben consci dei rischi che corre la pelle quando subisce una sovraesposizione a qualunque fonte luminosa. Non possiamo accettare che queste lampadine vecchie e impolverate causino seri problemi alla nostra epidermide, impomatata ogni giorno perché risulti profumata, ma anche, nell’eventualità, piacevole al palmo di una mano che l’accarezzasse. La mano può essere ad esempio quella di Giuditta mentre ci prova la febbre oppure mentre cambia la pera a Dan o aiuta Efraim a levarsi la maglietta intima.

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Spesso abbiamo riflettuto sul fatto che il nostro quadro clinico possa offrire a un osservatore esterno l’ingannevole impressione che la nostra età sia avanzata. Non è così. Il più giovane di noi, Gad, ha quarantaquattro anni. Il più vecchio (Ruben), ne ha cinquantasette. Nondimeno siamo vessati da problemi fisici che logorano la nostra facoltà di ponderazione e ci costringono a lunghe sedute di riabilitazione in questo bar ubicato in un paese sperduto del Monferrato. Il dr. Robinson sostiene che i nostri disturbi abbiano una natura psicosomatica. Il dr. Mabuse gli attribuisce una struttura ansiogena. Il dr. Ross ci ha diagnosticato una rarissima patologia i cui prodromi sarebbero da rintracciarsi in una concatenazione di cause, la prima delle quali è l’utilizzo da parte del governo di sostanze proibite. Sostanze dannose. Anche la dr.ssa Pompeo concorda con questa analisi.
Abbiamo intentato una causa contro il Governo e riceviamo quotidianamente l’incitamento dei nostri innumerevoli avvocati, tra cui: l’Avv. Mason, l’Avv. McBeal, l’Avv. Lomax, l’Avv. McCoy, l’Avv. Dixon.

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Ruben ultimamente è preoccupato per il suo rapporto con Giuditta.
In particolare, ogni volta che Giuditta sorride, Ruben rischia seriamente di farsela addosso. Per questo ha bisogno di un pannolone per adulti. Riteniamo che un pannolone indossato da un adulto possa suscitare una serie di complicanze a livello subconscio. Abbiamo discusso a lungo su quali complicanze potesse subire la psiche di Ruben. Qualcuno ha sostenuto che un evento edipico primordiale, come il ghigno della baby-sitter a una sua neanche tanto velata incontinenza, potesse aver ingigantito il problema. E che oggi, Ruben, soffre di una forma patologica di vergogna, un’insoddisfazione perenne e metafisica rappresentata dalla figura sorridente di Giuditta. Gad non concorda con questa tesi. Lo fa capire tossicchiando qualcosa e subito affrettandosi a buttare giù un cicchetto di sciroppo.
E comunque abbiamo notato quanto Ruben sia triste. Impedire a Giuditta di sorridere significa sopprimere buona parte della sua propensione umoristica. Perciò Ruben è visibilmente contrariato e depresso. Tutti siamo depressi, ma non come Ruben. Da lui non ce lo saremmo mai aspettato. Ruben è sempre stato solito giocare col rimescolamento del linguaggio, compiendo azioni disarticolanti rispetto al gesto quotidiano. Reputavamo impossibile da scalfire il suo distacco ironico, la sua capacità di gelare il sorriso mentre lo provocava, graffiando la crosta della società. Ci sbagliavamo.

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Rispondiamo alle obiezioni degli altri clienti del bar snocciolando dati precisi sulla rilevanza delle previsioni meteorologiche sul fisico e sulla psiche dell’essere umano. Abbiamo demandato a Issachar la risposta a ogni obiezione. In lui l’intreccio tra gioco illusorio e perturbazione emotiva riesce talvolta a esecrare l’attesa della morte. “Sto guardando fuori dalla finestra”, dice per esempio, “non riesco a comprendere con certezza se il grigio del cielo sia causato dalla nebbia o dalle nuvole. Quello che posso dire con certezza è che si tratta di una giornata di merda”. Ma Issachar utilizza freddezza, indifferenza e distacco a fini difensivi. “Ci accusano di perpetrare l’erotismo a fini terapeutici, ma non è del tutto vero”, ripete Issachar a chi ci domanda il perché della costante presenza di Giuditta.
Abbiamo anche qualche istinto sessuale, chi lo nega, qualcosa di eroticamente scorretto, ma la consapevolezza delle malattie veneree è tale che nessuno di noi osa perdersi in pensieri tanto turbinosi.
Tutti tranne Ruben, che ha letto qualcosa a proposito della gonorrea. La gonorrea, dice Ruben, impedisce di pisciare. Sì ma il dolore fisico dove lo mettiamo? Domandiamo noi. Non è forse dolore fisico impedire al mio sguardo di osservare Giuditta mentre sorride? Non è forse dolore fisico celare la mia ironia, il mio tagliente sarcasmo nei vostri confronti?
Non lo riconoscevamo più, ed eravamo preoccupati.

§

Quando Giuditta entra nella nostra saletta ha un paio di gambe lunghe due metri e un paio di tette da infarto. A tutto ciò siamo abituati, lo accettiamo, anche se dobbiamo inghiottire numerose pillole per lo stress e per la sudorazione ogni volta che la aspettiamo. Oggi però ci sembra più sexy del solito, poiché indossa un tailleur grigio e calza un paio di tacchi alti. Porta senz’altro calze autoreggenti, ma non riusciamo ad appurarlo con certezza. Inoltre indossa una camicetta bianca e noi temiamo la camicetta bianca. In una delle sue previsioni meteo-erotiche più frequenti la protagonista indossa una camicetta bianca e viene sorpresa da uno scroscio di pioggia, rifugiandosi ogni volta in un appartamento spazioso e confortevole con un negro (talvolta il negro può essere sostituito da uno studente di filosofia o da un attore da filmetti di serie B), per una seduta di sesso selvaggio. Simili espressioni – sesso selvaggio – ci disturbano non poco, specialmente Issachar e Gad che sono i più sensibili ad aritmie, arterie rimpicciolite, eccetera. Preferiremmo espressioni più delicate.
Lo facciamo notare a Giuditta. “Gradiremmo che nelle prossime previsioni meteo utilizzassi termini ed espressioni più, come dire, cautelativi. Meno invasivi, ecco”. Giuditta ci prega di farle un esempio. “Per esempio, anziché dire: seduta di sesso selvaggio, perché non utilizzare l’espressione fare l’amore liberi da preconcetti ?”, dice Dan.
Dan è il più riservato di noi. Giuditta glielo fa presente. “Smettila di rinchiuderti in gabbie intellettualistiche ed estetiche prefissate, Dan”, gli dice. “Penso dipenda dal mio essere cresciuto nella generazione del dopoguerra”, risponde Dan. “Crescendo si è acuito lo sbilanciamento tra le prime avvisaglie del benessere e un completo smarrimento morale”. “Come immaginavo”, dice Giuditta.
LEI ci ha completamente in pugno.
Persino Efraim sembra soffrirne la personalità. E dire che lui è figlio di una borghesia che ha perduto nell’ozio incruento ogni valore morale. Sebbene sappiamo che per lui sia una ferita aperta, non perdiamo occasione per ricordarglielo. “Efraim, hai perduto i valori morali. Tocchi il bene e il male abbandonato ai capricci di una coscienza in piena bonaccia”, gli diciamo. “Questa, io credo, è una specie di disperazione”, dice Efraim fissando Giuditta seduta sulla scrivania con le gambe accavallate in un atteggiamento super sexy. “Mi sento senza strutture, senza appoggi; sto sperimentando l’inaderenza alla realtà. Ma chissà se mi condurrà alle soglie di una tragedia o se invece mi dirigerà verso il conforto di un’illuminazione morale”.
È questa la tortura psichica con cui tutti noi dobbiamo fare i conti.

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In buona sostanza, e per fornire ulteriori informazioni alle pressanti richieste dei clienti del bar, spieghiamo che Giuditta ci legge previsioni meteorologiche fornite dall’Aviazione Militare corredate da favole erotiche al limite della perversione. Di tanto in tanto ci serve anche un caffè d’orzo o un Crodino senza ghiaccio. Fa parte del programma per il nostro pieno recupero. In particolare le favole erotiche, dov’è che l’abbiamo letto, favoriscono la circolazione sanguigna e aumentano la produzione di endorfine, globuli bianchi, anticorpi naturali, riducendo lo sviluppo di radicali liberi. Giuditta è una brava ragazza. Non ha dimenticato i valori universali che regolano i rapporti tra esseri umani, né manca di puntualizzare chi è e da dove viene: è figlia di allevatori con l’unico immenso sogno di mostrare la sua avvenenza in televisione. È così che l’abbiamo conosciuta, amata, scritturata, la prima volta: su un canale locale. Nondimeno ELLA non ha grilli per la testa. Eppure è in grado di travestirsi da sexy-tennista o da cat-woman con la stessa spontaneità con cui riceve l’ostia la domenica mattina. Il nostro costume preferito è quello da Madre Natura. O perlomeno il preferito da me, Ruben e Dan. Efraim va pazzo per il travestimento da poliziotta. Issachar dice di sentirsi male al solo pensiero del vestito da segretaria direzionale con tanto di auricolare. È una brava ragazza.

“Previste precipitazioni di carattere nevoso nelle prossime ventiquattro – trentasei ore”, dice Giuditta.
Le precipitazioni nevose solitamente sono il campanello d’allarme che indica la descrizione di un’orgia.

Ruben non riesce a trattenere una battuta. A prima vista non sembrerebbe una battuta particolarmente divertente, ma basta a far sorridere Giuditta. Ruben arrossisce. Nessuno di noi sa se è riuscito a non pisciarsi addosso. “Andiamo, ragazzi”, dice Giuditta. “Non vi preoccuperete mica per qualche termine fuori posto”. Lo dice con una purezza ottenebrata dalla sua bellezza. Come quando descrive le impronunciabili fasi dell’accoppiamento maschio-femmina: pronuncia sempre le parole con purezza, con ingenuità. Ha ventidue anni. “Dove hai imparato queste storie?”, domandiamo spesso. “La natura mi ha dotata di fervida immaginazione, e della capacità di elaborare i costrutti che grazie ad essa riesco a formulare”, risponde ogni volta.

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Nelle accoglienti tenebre della nostra sala riservata del Posto pulito, Illuminato bene ci interroghiamo se sia possibile cambiare argomento. Vogliamo sempre le previsioni meteo, ma gradiremmo anche ascoltare qualche favola dell’orrore, oppure qualcosa di sentimentale. Anche se siamo ben consci del fatto che la specialità di Giuditta restano le favole erotiche. Hanno qualcosa di non so che o non so cosa. Giuditta preferirebbe continuare a raccontare le sue favole erotiche. Sappiamo che preferirebbe continuare a travestirsi da sexy suora o da donna delle pulizie mentre ci illustra la situazione delle isobare sul Mediterraneo.

§

E allora ci riunimmo per discuterne.

“Mi pare che qui si stia scherzando col fuoco”.
“Dobbiamo pensare a noi”.
“Come facciamo a dirglielo?”.
“La nostra salute viene prima di tutto”.
“E l’ultima favola è stata davvero troppo spinta”.
“Un dottore con una bambina!”.
“Una dodicenne non è propriamente una bambina”.
“Ah no?”.
“Sono d’accordo. A dodici anni ormai sono donne”.
“Ma stiamo scherzando?”.
“Dobbiamo dirglielo”.
“Diciamoglielo”.

Incontrammo Giuditta. Nonostante la temperatura interna della sala fosse di circa ventisette gradi centigradi, faceva piuttosto freddo.
Indossava un pesante soprabito ma si spogliò quasi subito. Sotto il soprabito era vestita da Madre Natura. Coscia in primo piano, giarrettiera bianca, calze a rete rosse. Minigonnellino sotto il culo e un top che mostrava il ben di dio di Giuditta. Ruben si trattenne dal pronunciare qualcosa che l’avrebbe certamente fatta sorridere. Disse invece qualcosa a proposito della sua devastante emicrania. Noi non avevamo possibilità di suscitare il suo sorriso. Eravamo antiquari, commercialisti, ragionieri. Ed eravamo letteralmente tartassati da dolori articolari che ci impedivano di pensare a qualcosa di ironico. L’unico che riusciva a trovare la forza per costruire una battuta di spirito era Ruben. Nonostante le emorroidi. Nonostante l’ossessione per una leggera forma di diabete mescolata a una strana febbre emorragica del Nilo. Qualcuno si sentì male. Non era una novità. C’era comunque da fare una comunicazione.

Nessuno di noi ebbe il coraggio di profferire parola. Ci guardavamo l’un altro, tentennando. Scoprimmo, se ce n’era bisogno, quali drammatici effetti ha la donna sulla salute dell’uomo.
Ruben prese la parola. “Vorremmo cambiare un po’ genere”, disse.
Non riusciva a guardare Giuditta negli occhi.
“Davvero?”, domandò lei.
“Davvero”, disse Efraim, seguito da Dan e da Issachar.
“Pensavo che le favole erotiche vi divertissero”, disse Giuditta.
“Oh, ci divertono moltissimo”, disse Gad. “Ma sentiamo il bisogno, come dire, di prefigurarci una scena priva di adoni e fotomodelle. Qualcosa di più terra-terra. Qualcosa di più rocambolesco, in cui i personaggi denotino una certa, come dire, tendenza alla normalità. Qualcosa di più come viene viene”, aggiunse Ruben.
Temevamo che Giuditta potesse prenderla male. Eppure nutrivamo il desiderio di sprofondare in una banalità accogliente.

“Va bene”, disse lei. “Ma lasciate almeno che vi illustri le isobare di domani corredate da un’ultima storiella erotica”.

Ci consultammo. Efraim e Gad avrebbero preferito cambiare subito genere, passando a una storia dalle tinte più lievi. Io, Dan e Issachar concordammo sulla necessità atarassica e diuretica di ascoltare un’ultima favola erotica. Decisi di tornare a essere il vecchio leader che tutti si aspettavano che fossi. Pur conoscendo i rischi che correvo levai il pannolone. Avrei accettato la vita in maniera più spontanea.

A chi insistentemente ci domandava quale fosse la ragione del nostro comportamento rispondevamo che avevamo paura. Ciò che più ci allarmava del mondo, oltre al nostro quadro clinico del tutto deficitario, era la certezza che qualcuno ci avrebbe derubati, avrebbe stuprato le nostre mogli, incendiato i nostri negozi di antiquariato stracolmi di dipinti e candelabri, comò Impero e divani Luigi XIV. E quel qualcuno avrebbe tentato di impoverirci, di arraffarci i gioielli, le fedi, i soldi, le monete. E ci avrebbe confinati in recinti buoni per i porci, torturandoci con la corrente elettrica per ottenere la combinazione della nostra cassaforte.
“Vada per un’ultima favola erotica”, disse Ruben.
“Stavolta sarà più forte. Quasi pornografica”, disse Giuditta.
Ci consultammo di nuovo.
Decidemmo che per l’ultima volta poteva starci.

§

Giuditta si avvicinò alla lavagna. Avevamo predisposto una splendida mappa delle isobare sulla zona di Montemagno e dintorni.
“Stiamo vivendo una tendenza a contesto barico di tipo spiccatamente invernale”, iniziò Giuditta. La sua pronuncia era priva di inflessioni, caratteristica di chi ha frequentato un corso di dizione. Eravamo molto attenti. “Ci sono i presupposti affinché l’attività vorticosa in sede sub-polare abbia a subire un disturbo per opera di un sollevamento meridiano dell’Alta pressione delle Azzorre verso le latitudini britanniche o nord Europee”, proseguì Giuditta.
Ruben sedeva sulla sua poltrona. Io e Gad eravamo in piedi accanto alla finestra. Efraim e Issachar giacevano sui rispettivi letti, ciucciando il lecca-lecca d’ordinanza.
“La giornata era dunque fredda, invernale”, disse Giuditta.
I flashback, congiuntamente a notevoli oscillazioni temporali futuro-passato, erano specifici del suo metodo narrativo.
“Fiona stava ultimando le spese natalizie dalle parti dell’Hofgarten. Adorava quel periodo dell’anno, caratterizzato dalla discesa di aria fredda lungo i meridiani centrali o centro-orientali col possibile isolamento di un vortice semistazionario proprio in area monferrina”.
Pensammo a quanto fosse un privilegio udire quella voce. Persino i postumi di una brutta influenza potevano mitigarsi. Qualcuno di noi dovette addirittura pensare che il sangue dalle emorroidi fosse un dono di Dio, in quel frangente. Ma tutto sommato non era così. Il suono di una voce, per quanto bella, se protratto lungamente, può provocare disturbi alla tromba d’Eustachio. Dan soffriva di questi disturbi.
“Fu sorpresa da uno scroscio improvviso di pioggia mista a neve mentre si trovava lungo le rive dello Starnbergersee. Fiona adorava la neve, ma detestava il primeggiare della figura anticiclonica di blocco, lungo il cui bordo orientale scendono correnti polari. In altre parole detestava che d’inverno facesse caldo e d’estate facesse freddo. Bruno la vide da lontano, scorgendola tra mille volti senza nome. Le portò in dono un mazzo di giacinti”.
L’introduzione del personaggio femminile nei racconti erotici d’inizio ‘900 avviene sempre secondo standard prestabiliti, i quali tracciano un profilo spirituale della protagonista a ricalcare quello fisico. Le favole di Giuditta erano molto più dirette.
“Una storia simile mi pare di conoscerla. Quantomeno i luoghi”, disse Gad.
In lui ogni sintomo interno rifletteva la condizione di aridità del mondo esterno, in un continuo gioco di rimandi.
Poi Giuditta proseguì.
“Fiona e Bruno si ritrovarono nell’appartamento di lui, uno splendido loft di duecento metri quadrati con un morbido letto Queen Size ideale per incontri di questo genere. Si erano incontrati due giorni prima al Teatro dell’Opera durante una notte in cui l’alta pressione oceanica trovava terreno abbastanza favorevole per espansioni verso nord, a causa di un forcing sub-polare a largo di Terranova”.
Le previsioni meteorologiche ci danno sicurezza. Siamo cresciuti in un mondo compromesso da virus, batteri, streptococchi, tossine, insetti e parassiti veicoli di malattie e sciagure anche peggiori. Viviamo in una società di starnuti al cinema, strette di mano, bicchieri non lavati. In un simile luogo la meteorologia riempie il futuro di certezza e i nostri cuori dell’ambizione di conoscere in anticipo la sostanza degli accadimenti. È una questione di programmazione.

Giuditta proseguì con la sua pronuncia priva di intonazioni: “Si distesero sul letto. L’appartamento di Bruno era caldo e accogliente. Un camino emanava un gustoso tepore frammisto a sapori lignei. Fuori dalla finestra uno spalmamento verso est dell’alta pressione oceanica con induzione a riassorbimento dell’onda stessa, ma con cut-off (isolamento vortice semistazionario in quota) proprio sopra il tetto del palazzo, generava una resezione della saccatura artica. Adesso Bruno monta su Fiona e la bacia, slinguazzandola tutta”.

Il passaggio dal passato remoto al presente indicativo è sintomatico di un repentino cambio nel registro narrativo.

Ruben alzò un sopracciglio. Gad scosse il capo. Giuditta continuò.
“Bruno bacia il collo di Fiona, il decolleté, le labbra. Nel frattempo il porco struscia il suo cazzo contro l’inguine e le cosce. Fiona nota come sia durissimo e la sua fica inizia a bagnarsi. Né Bruno né Fiona prestano attenzione al fatto che pur palesandosi un taglio all’alimentazione fredda, su Montemagno è presente un’area depressionaria isolata con caratteristiche fredde e con tempo piuttosto instabile, anche per possibili influenze atlantiche”.
Gad interruppe la narrazione per domandare che si facesse ritorno al passato remoto, o quantomeno all’imperfetto. Il presente indicativo, disse, è troppo coinvolgente, troppo scurrile, troppo diabolico. Concordammo tutti con l’obiezione di Gad.
Giuditta acconsentì. Poi domandò: “Come vi pare l’inizio?”.
“Troppe parole sconce”, disse Dan. Tentammo di epurare nella nostra memoria le parole sconce secondo un meccanismo di autocensura del ricordo. Lo usavamo spesso per i dolori che ci assillavano.
“Che parole suggerite?”, domandò Giuditta.
“Sarebbe meglio qualcosa di più figurativo”, disse Issachar. “Più metafore, più allegorie”, aggiunse Ruben.
“Non stiamo bene per niente”, intervenne Efraim. “La sessualità manifestata tanto esplicitamente potrebbe causare problemi al sistema nervoso”.
“Il nostro punto di vista è quello dell’indagatore, dello studioso”, disse ancora Ruben.
Giuditta comprese il nostro punto di vista e cambiò repentinamente registro narrativo.

“Fiona aveva voglia di sentire l’incursore calvo (Arbasino, A. (1998) Paesaggio Italiano con zombi, Milano, Adelphi, pag. 107 e passim) di Bruno anche sulla sua fessurina magica, sul suo affare (Volponi, P. (1962) Memoriale, Torino, Einaudi, passim), sul suo campo di fiori (Poliziano, A. (1814) Rime, Firenze, Niccolò Carli, passim), così gli allargò le cosce, avvinghiando le gambe attorno alla sua schiena, proprio mentre un’onda depressionaria più incisiva si faceva strada sull’Atlantico. Lei gli tirò fuori l’uncino (Boccaccio, G. (1997), Ninfale Fiesolano, Milano, Mondadori, pag. 121 e passim) e lo prese in mano. Non era superdotato, superava di poco il palmo, eppure era grosso come la testa di un gatto (Aretino, P. (1995) Ragionamento delle Corti, Milano, Mursia, pagg. 103-104 – (1999) Lettere, Roma, Carocci, passim, passim)…Fiona riusciva appena a prenderlo, a chiudergli le dita attorno”.
Fummo rapiti con violenza da una sensazione di sconforto. Spesso lo sconforto è scambiato per eccitazione. In realtà si tratta di sconforto. Lo sconforto, in certi casi, è più opportuno dell’eccitazione.
“Fiona iniziò a masturbarlo, anche se non ce n’era bisogno perché aveva un cavaliere purpureo (Kramsaseddinsh Virajjakam, M. (1979) Emmanuelle, Milano, Sonzogno, passim) già molto duro, e intanto lui le aveva abbassato la maglietta e le stava leccando avidamente i morbidi capezzoli. Sentirlo così rigido…tutto scappellato…fece venire a Fiona una voglia matta di sentirlo tutto in bocca. Fece distendere Bruno a pancia insu e scivolò su di lui maliziosa…strofinandogli il cibo d’amore bagnato (Moravia, A. (1968) La Noia, Milano, Bompiani, pag. 199) sul suo guerriero atomico (A.A. V.V. (2000) Improvvisamente ho voglia di fragola, Modena, Borelli, pag. 71, passim) e poi scendendo…massaggiandolo su tutto il corpo che ancora era coperto. Fiona non amava spogliarsi tutta, durante l’amore. Le piaceva scoprire solo il necessario, dava l’idea di incontro sessuale molto più trasgressivo e porco. Un uomo vestito di tutto punto con la vanga di fuori (Maraini, D. (1963) L’età del Malessere, Milano – 1ª ed. originale con sovraccoperta, Einaudi, passim), la eccitava tremendamente”.

Giuditta fece una pausa. Efraim si affrettò a porgerle un bicchiere d’acqua.
“Vi sta piacendo?”, domandò Giuditta.
“Troppe immagini allusive”, disse Gad.
Ruben era messo piuttosto male. Si reggeva lo stomaco. Efraim aveva un’espressione orribile. Cattiva digestione, disse. Dan sembrava piuttosto eccitato.
“Ci vorrebbe qualcosa di meno trascinante”, disse Ruben.
“Di più, come dire, scientifico, tecnico”, disse Gad.
“Ma le citazioni bibliografiche sono buone”, disse Dan.
“Una bibliografia ben curata è fondamentale”, disse Efraim.
“Grazie”, rispose Giuditta.

Fu un momento toccante.
Poi Giuditta riprese, ancora una volta comprendendo il nostro stato d’animo. È una ragazza straordinaria.

“Mentre il flusso perturbato a carattere freddo si esprimeva con maggiore vigoria sull’est del continente, in corrispondenza delle pianure, Bruno condusse Fiona in bagno, aprì l’acqua nella vasca, la fece appoggiare al lavandino, e all’improvviso introdusse il suo pene in posizione eretta nell’orifizio vaginale di Fiona, fino a raggiungere l’orifizio uretrale. Ci fu un gemito. Bruno afferrò i capelli di Fiona e cominciò a penetrarla violentemente. Questa operazione durò all’incirca tre minuti. Nel frattempo le ghiandole di Bartolino di Fiona sprigionarono la loro tipica lubrificazione. L’aumento di apporto di sangue arterioso ai corpi cavernosi del pene di Bruno – per effetto della guaina fibrosa che li avvolge, detta albuginea – era imponente e inarrestabile. Quando Bruno le afferrò i seni e il suo pene raggiunse lo spazio fra la parete anteriore della vagina e la parete posteriore della vescica, a una profondità di sei-otto centimetri rispetto all’ingresso del canale vaginale – nella stessa zona dove era già nota la presenza di un tessuto ritenuto essere il residuo di una primordiale ghiandola prostatica femminile –, la vagina di Fiona cominciò ad allungarsi velocemente di 8,5 cm (valore medio). Seguirono altri, numerosi, gemiti. “Guardati allo specchio come mi fai godere”, disse Bruno a Fiona. Le sue mani si issarono sui fianchi di Fiona per facilitare la penetrazione. I gemiti si fecero urla di piacere. Il pene di Bruno raggiunse la parete anteriore della vagina, nel suo terzo inferiore, laddove risiede un manicotto di tessuto erettile cingente l’uretra. A questo punto la vagina di Fiona si gonfiò a mo’ di tenda mentre la cervice si ritrasse. Seguì una secrezione di liquidi. Il tutto mentre una depressione isolata proveniente da nord-ovest avanzava lentamente verso lo spazio aereo di Asti e la temperatura atmosferica a livello del mare rimaneva stazionaria. Fine”.

Eravamo soggiogati dalla limpidezza della pronuncia di Giuditta. La sua ingenuità era palese. La osservammo mentre ondeggiava sensualmente di fronte alla lavagna.
Procedemmo con l’abituale dibattito. È nostra consuetudine dibattere le previsioni meteo e le relative favole erotiche. Un modo come un altro per confrontarci.

Chiese Efraim: “Sarebbe questo che ci rimane?”
Rispose Gad: “Non ci è stato tolto”.
“Ogni cosa si autoelimina, si autoestingue, ci costringe”.
“Esiste d’essenza altra e si esprime in sé”.
“Le cose non hanno ritegno. Ci sopravvivono”.
“On-to-lo-gi-a”.
“Por-no-gra-fi-a”.
“Il bisogno metafisico dell’uomo è illimitato”.
“Stomaco, stomaco, stomaco!”
“Tutto è, in memento mori”.
“Il regno della parola per un rognone sanguinante!”
“Ein Mal ist kein Mal”.
“Tò òn. Pragmata. E poi cosa resta?”
“Ciò che resta lo istituiscono i poeti”.
“Non ci sarà mai più un colloquio”.
“Mi fa male il gomito”.
“Quello che è possibile accadrà”.
“Sarà perché il tempo si sta guastando”.
“Quello non è il gomito”.
“Nuvole scure all’orizzonte…”
“Svaniranno presto”.
“…tempesta in arrivo”.
“Non pioverà”.
“Ma in fondo chi può dirlo?”
“Viviamo nel terrore dell’incerto”.
“Pioverà”.
“Non lo farà”.
“E perché mai?”
“Perché dovrebbe?”
“Sta già piovendo”.
“Smetterà”.

Giuditta ascoltava silenziosa i nostri dibattiti. Era solita non domandarci nulla a proposito delle sue performance, ma quella volta, poiché doveva trattarsi dell’ultima, fece un’eccezione.
“Allora? Non mi dite nulla? Vorrei sapere cosa ne pensate della favola”, disse.
Ci fu un silenzio piuttosto imbarazzato.
I nostri erano pensieri vergognosi.
Seguì un altro silenzio imbarazzato.
“A domani”, disse Giuditta mentre usciva dalla sala.
“Fermati”, disse Ruben.
Eravamo in subbuglio. I nostri organi interni non dovrebbero mai essere costretti a subire pressioni tanto forti.
Giuditta si voltò verso di noi. Aveva occhi di un blu insuperabile.
“Hai mai frequentato un corso di dizione?”, le domandò Ruben fissandola negli occhi.
Giuditta sorrise.
Ruben si pisciò addosso.

 

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Biografia di Pierre Menard, autore di questo racconto

Pierre Menard nasce il dodici settembre millenovecentosettantadue nel Quartiere Palermo, a Buenos Aires.

A tredici anni riscrive completamente Ventimila leghe sotto i mari.

A diciannove anni riscrive A sud di nessun nord di Charles Bukowski, e per questo viene indagato dalla Polizia Municipale di Baires.

A ventidue anni si laurea in medicina presso la Pontificia Universidad Católica de Chile, a Santiago, dove si era trasferito con la madre due anni prima. Nello stesso anno inizia a scrivere racconti collaborando con la rivista Rayuela. 

L’anno successivo, oltre alla scrittura di alcuni racconti, inizia la riscrittura del Don Chisciotte, che lo impegnerà per quasi dodici anni.

Nei primi anni dieci del ventunesimo secolo si trasferisce a Tel Aviv, dove vive due anni. Successivamente vive a Parigi e a Torino, dove riscrive completamente, parola per parola, Cinquanta sfumature di rosso, Cinquanta sfumature di nero, Cinquanta sfumature di grigio. Il racconto qui presentato fu scritto (o riscritto) in un momento di svago durante il duro lavoro di riscrittura di questi tre romanzi.

Muore a Toledo, in Spagna, il ventotto ottobre del duemilaquarantasei.

Questo è tutto.

Bibliografia essenziale in italiano

Ventimila leghe sotto i mari, Sylvestre Bonnard, Milano, 1995

A sud di nessun nord, Carmenta Editore, Bologna, 2001

El ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha, Einaudi, Torino, 2018 

La Trilogia: Cinquanta sfumature di Nero – Cinquanta sfumature di Grigio – Cinquanta sfumature di Rosso, Mondadori, Milano, 2021.

Tutti i racconti, Einaudi, Torino, 2026

La parte diabolica del bar – Slot machine o Macchina da scrivere?

Macchina da scrivere

Cominciamo subito col dire che non m’interessa il lato moralistico della vicenda slot machine.

Non sono qui a scrivere questo pezzo per evitare che la gente si mangi la casa o finisca impiccata a causa delle macchinette mangiasoldi.

Certo, è successo. Un articolo rintracciato in rete qui afferma che un romano su 100 è depresso per i debiti derivanti dal gioco d’azzardo, mentre 140 su mille tentano il suicido per la disperazione.

E vabbè, direte voi, chissenfrega dei romani.

Il problema è che la questione non riguarda solo i romani. Riguarda tutti.

Leggete qui, qui e qui.

Slot Machine

Detto questo, capisco perfettamente i bar e i locali che tengono le slot machine: portano grana, parecchia grana. E in un locale la grana delle slot machine fa comodissimo.

Le slot machine sono fantastiche perché permettono al cliente del bar di trascorrere – per esempio – una serata in completa solitudine. E’ una cosa che si fa da soli: non c’è bisogno di amici o conoscenti, si ha solo bisogno di cambiare venti euro in moneta et voilà, les jeux sont faits. E nel frattempo, di già che sei al bar, vuoi non prendere un caffè, una birretta, un amaro, un gelatino?

Tuttavia posso dirvi che detesto le slot machine. Mi irritano. Mi irrita tutto quello che ci sta dietro, intorno, di fianco, davanti, sopra e sotto.

Per questo motivo abbiamo aderito all’Associazione Senza Slot, anche se nella loro mappa siamo a Castagnole anziché a Montemagno, anche se hanno toni politici che non mi fanno impazzire, anche se gli ho chiesto sette volte di mettere a posto la mappa e loro non lo fanno.

Eppure quello che vorrei proporre al Posto pulito illuminato bene non è una demonizzazione delle slot machine, quanto piuttosto un’alternativa alle slot machine.

Una cosa che si può – o forse si deve –  fare da soli.

Una cosa che ti fa passare la serata, ma anche la giornata e la nottata:

si chiama macchina da scrivere.

Questo strumento, con tutte le sue varianti possibili immaginabili (dal Commodore 64  all’i-pad) – come forse qualcuno di voi avrà già intuito – serve per scrivere.

Nel novantanove percento dei casi non ci si guadagna nulla, è vero, ma può dare grandi soddisfazioni.

Ciononostante è uno strumento diabolico quanto la slot machine. Anzi, più diabolico.

Vi ho proposto all’inizio del pezzo alcuni articoli sui suicidi causati dalle slot machine; ebbene, adesso leggete qui, qui, qui e qui.

Oppure qui, che fate prima.

La macchina da scrivere può causare emicranie, depressioni, forti sbronze, accessi d’ira e di narcisismo.

Però invito tutti a provarla; perché in fondo, se ci pensate, non serve ‘saper scrivere’ per usarla e scrivere una storia. E se qualcuno di voi vuole un aiuto, a settembre c’è sempre il laboratorio di scrittura con Giulio Mozzi.

Credetemi: sostituire la slot machine con la macchina da scrivere può essere dannatamente pericoloso ma anche incredibilmente eccitante.

 

Venite a scrivere la vostra storia al Posto pulito illuminato bene, non ve ne pentirete.

 

PS: sì, lo so, non verrà nessuno. Ci ho provato.