Disco Armonico

Brano tratto dal libro “La gente del Monferrato si presenta (brevemente)”

Mi chiamo Eriberto, suono il disco armonico, ho trentasette anni e una fidanzata che da me vuole un figlio a tutti i costi. Così per impegnare le mie serate frequento un corso di cucina ogni quindici giorni,  un corso di spagnolo il secondo martedì del mese, un corso di propedeutica alla semiotica l’ultimo mercoledì di ogni mese.
Tutti in un posto che si chiama Un posto pulito, illuminato bene.
Ma il corso che più d’ogni altro mi impegna e mi appassiona è quello del giovedì (cadenza sett.), quando con la Signora Ester, una simpatica settantanovenne dall’aspetto austero e dai modi affabili, quasi aristocratici, assimilo l’arte della calligrafia e della grafologia.
La grafologia, come insegna anche la televisione, è utile quando voglio sondare le profondità della mia coscienza: prendo un foglio e una penna e inizio a scrivere.
Non ha importanza cosa scrivo, ma come lo scrivo. Studio la mia calligrafia per ore e ore, durante le quali imparo molto sulla mia personalità e sugli aspetti reconditi della mia natura.
Il gambo delle g, molto lungo e premuto, indica un ardente desiderio sessuale soffocato; dall’altezza e dalla larghezza dell’occhiello delle d o delle q sono risalito alle caratteristiche della mia indole, almeno sul mio piano di realtà: è emerso che sono dotato di intelligenza profonda e razionale, capacità di elaborare le idee, concentrazione mentale, profondità sentimentale, capacità scientifiche.
Ma va aggiunto, per essere onesti, che la scrittura fluttuante (la mia scrittura è spiccatamente fluttuante) è proiezione di instabilità emotiva, di stati d’animo alterni, di oscillazione tra senso di sicurezza e depressione, e in definitiva di una innata disposizione all’interpretazione musicale e teatrale, cosa peraltro assolutamente vera, almeno dal mio punto di vista.
Negli ultimi tempi ho un sogno ricorrente. Sono imprigionato sul rimorchio di un tir e scrivo cartoline alla Signora Ester, scusandomi per il fatto che non sarò presente alla prossima lezione.
Scrivo cose del tipo:

Cara Signora Ester,
le scrivo per avvertirla che la prossima settimana mio malgrado sarò assente alla lezione di calligrafia, poiché un corteo di persone cose e animali sta trasportando il mio corpo verso un luogo che non mi è dato conoscere al fine di concedermi il privilegio della paternità.
La paternità, dicono, è un privilegio.
Non so se lei ritenga che la paternità sia un privilegio, o se invece ritenga come me che sia una perdita di tempo, ma tant’è, non ho scelto io questa strada. In queste ore la mia vita sembra piuttosto inutile. Eppure cinismo, materialismo, bramosia e cupidigia non sono peccati punibili in questa società; l’immaginazione, al contrario, è passibile di punizione, dicono, e come tale va punita.
Chi non vorrebbe essere padre, Signora Ester? Tutti vorrebbero. Tuttavia reputo che la paternità vada elargita, e a piene mani, alle persone che ne hanno effettivamente urgenza. Io non ne ho alcuna urgenza, Signora cara, ma non riesco a dimostrarlo.

A questo punto del sogno un’orda di neonati si stringe a me e mi impedisce di scrivere con la mia calligrafia impostata, per cui comincio a scrivere h che sembrano b, p che sembrano q. Imploro i neonati che mi circondano di lasciarmi lo spazio necessario per scrivere con una calligrafia corretta, ma questi anziché spostarsi si stringono ancor più, soffocando la mia scrittura, distruggendo il simbolismo delle mie h e delle mie maiuscole. Urlo, li imploro, chiedo il perdono della Signora Ester, ma questi continuano a ripetere che devo essere padre, padre, padre. Non fanno altro che ripetere quella parola.

Poi mi sveglio sudato fradicio e suono due ore il mio disco armonico, l’unica cosa che riesca a distrarmi dagli affanni di questa scorbutica vita.

Sabato 30 agosto dalle ore 17.30

in Un Posto pulito, Illuminato bene

Paolo Garcia Livio si esibirà con il suo disco armonico per distrarre anche noi dagli affanni di questa scorbutica vita.

E distraiamoci!

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Caffè shakespeariano #3

Caffè shakespeariano telefonico di

Valter Valentino

pianeta-delle-scimmie

Clicca sulla fronte di Charlton Heston per ascoltare il caffè shakespeariano di Valter Valentino

Un ringraziamento a dm per la parte tecnica, la registrazione, eccetera.

Valter invece riceverà il suo caffè omaggio via UPS.

Per sapere che cos’è un caffè shakespeariano

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L’importanza di scegliere il bar giusto – I racconti del Posto Pulito/5

Rubrica del Lunedì

Un racconto scritto da uno scrittore minore (e minuscolo) astigiano 

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Ana Rosa stringeva il biglietto nella mano destra, prestando attenzione a non stropicciarlo. Stava seduta dietro nell’auto di suo cugino Peter, una Fiat Brava blu del millenovecentonovantotto.
Non sarebbe meglio darlo a me, disse Peter guardandola nello specchietto retrovisore, sarà più al sicuro se lo terrò io.
Ana Rosa fece un cenno che non significava niente, ma poteva essere inteso come un no.
Se me lo dai lo teniamo nel cruscotto, disse Priscilla, la fidanzata di Peter, che stava davanti.
Ana Rosa osservò la strada fuori dall’abitacolo dell’auto, poi decise di ficcarsi il biglietto nelle mutande, sotto il pannolone per deficienti, proprio in mezzo alle chiappe, perché la mamma le aveva detto che era una cosa preziosa, e le cose preziose andavano conservate al sicuro.
Uno dei posti più sicuri al mondo, diceva la mamma, era sotto il pannolone per deficienti, in mezzo alle sue chiappe mongoloidi.
Questa figlia di puttana si è ficcata il biglietto nel culo, disse Priscilla.
Cristo, disse Peter.

***

Due giorni prima la mamma aveva mandato Ana Rosa in tabaccheria per comprare le sigarette e il Gratta e Vinci. Lì Ana Rosa aveva comprato un pacchetto di marlboro rosse e il biglietto di una lotteria istantanea che la madre la spronava ad acquistare ogni volta che le rimaneva qualche spicciolo a fine mese. Ana Rosa aveva imparato a grattare la superficie dei biglietti e dopo anni di pratica ormai era un’esperta grattatrice di lotterie istantanee.
Aveva appena compiuto trentanove anni, aveva il corpo basso e tozzo e il collo grosso, ipotonia marcata, una discromia cutanea sulla parte bassa della schiena, un’anomalia degli occhi e il cranio particolarmente piccolo, tipico delle persone affette da sindrome di Down. A causa della riduzione delle dimensioni della cavità orale non riusciva a mettere insieme quattro parole in fila e sovente si pisciava o cagava addosso, ma riusciva a grattare la superficie argentata di un Gratta e Vinci con una cura davvero insuperabile.
Quella volta prese una moneta e grattò con delicatezza, prestando attenzione agli angoli, e alla fine, quando come al solito porse il biglietto al tabaccaio, lui le comunicò che aveva vinto duecentocinquantamila euro.

***

Peter smontò dal lavoro alla stazione di servizio e prima ancora di salire in auto ricevette la telefonata della zia.
Peter, disse la zia.
Peter abitava con sua zia da quando i suoi genitori erano morti.
Dimmi zia, disse Peter.
Il resto della telefonata fu piuttosto confuso, ma quando Peter passò a prendere la sua ragazza glielo lo raccontò più o meno in questo modo:
praticamente quella mongoloide di mia cugina ha comprato un Gratta e Vinci e ha vinto duecentocinquantamila euro.
Sticazzi.
Appunto.
E tu che c’entri.
C’entro perché mia zia ha un cancro in gola grosso come un melone e mia cugina è completamente deficiente.
E quindi.
Quindi mi ha chiesto di accompagnare Ana Rosa a incassare la vincita, assicurarmi che non la freghino, portare tutto in banca, cose così. Mi ha chiesto di aprire un conto a suo nome. Per quando sarà rinchiusa in qualche istituto, ha detto.
E a noi che ce ne viene.
Che cazzo ce ne deve venire, è una questione di famiglia, non ti basta?

***

Quando arrivarono a casa si accomodarono in salotto.
Volete un caffè, disse la zia a Priscilla.
Perché no, disse Priscilla.

La zia andò in cucina a preparare il caffè. Ana Rosa era appollaiata in un angolo del divano a scaccolarsi e a giocherellare con una bambola sudicia.

Non pensavo fosse così rincoglionita, disse Priscilla.
Sta’ zitta, che cazzo, disse Peter.
Poi la zia spiegò che in pratica bisognava portare il biglietto all’Ufficio Premi Lotterie Nazionali che si trova a Roma, ma ha un distaccamento anche in centro a Milano.
Si potrebbe anche inviare tramite posta, mi hanno detto, ma non mi fido, disse.
E quindi? Domandò Peter.
Quindi dovete prendere Ana Rosa e andare a Milano, all’Ufficio Premi Lotterie Nazionali; arrivati lì consegnate il biglietto, chiedete vi sia fatto un bonifico sul conto di Ana Rosa che ho aperto questa mattina alla Cassa di Risparmio.
È tutto chiaro?
Tutto chiarissimo zia, disse Peter.

***

Il giorno dopo partirono per Milano a metà mattina. Solitamente dal posto in cui abitavano ci voleva un’ora e mezza, tuttavia quel giorno Peter decise di fermarsi in un bar che conosceva a Montemagno.
Ma che cazzo ti salta in testa, domandò Priscilla.
Devo pisciare.
Ma non potevi pisciare a casa?
Cristo se devo pisciare adesso devo pisciare adesso.
E poi con l’altro bar che mi piace così tanto, quello Pulito e illuminato bene, proprio in questo postaccio pacchiano dovevi fermarti?
Il bar era un normale bar con dehor e una volgare insegna multicolore, operai che smontavano dal turno di notte, qualche camionista di passaggio e i paesani che discutevano. Una volgare insegna che pareva uscita da un errore di stampa di qualche casinò di Atlantic City indicava il nome del posto, banale come tutto il resto.
Che bevi, disse il barista.
Una birra, disse Peter.
Che minchia non dovevi pisciare, domandò Priscilla.
Prima fammi bere, disse Peter.
Il barista guardò di traverso Priscilla.
E la mongoloide che prende, disse il barista.
Che tatto, disse Priscilla.
Ana Rosa si stava gingillando con la salopette di jeans che indossava.
Bel vestitino, disse uno degli operai vestiti di arancione.
Gli altri iniziarono a ridere.
Ridete pure, disse Peter. Ma questa mongoloide ha più soldi di tutti voi teste di cazzo messi insieme.
Sì come no, disse uno dei tizi.
Stai zitto, disse Priscilla.
Non rompere sempre i coglioni, disse Peter.
Priscilla si diresse verso il frigorifero, prese un cono gelato, lo scartò e lo mise in mano ad Ana Rosa, che subito cominciò a leccarlo e a sbrodolarsi come una bambina.
Davvero un bel quadretto, disse il barista.
Questa è piena di soldi, disse Peter.
Anche piena di merda, disse un operaio vestito di arancione.
Gli altri risero.
Che puzza schifosa, disse il barista.
Si dà il caso che la sto accompagnando in città per incassare una grossa vincita, disse Peter.
Sei un cazzone, disse Priscilla, gli strappò dalle mani le chiavi dell’automobile e uscì.
Ma non mi dire, disse il barista.
E a quanto ammonterebbe questa grossa vincita? Domandò uno degli operai.
Duecentocinquantamila, disse Peter.
Il barista scoppiò a ridere. Qualcuno fece una pernacchia.
Ana Rosa aveva la faccia completamente sporca di gelato.
Qualcuno le si avvicinò e le sfiorò i capelli.
Non la toccare, disse Peter.
Balla? Domandò uno dei tizi.
Gli altri si misero a ridere.
Facciamola ballare, disse un altro.
Peter tentò di sferrare un colpo a uno degli operai, ma altri due lo trattennero.
Non ti scaldare, mezzasega, gli dissero.
Nel pieno del parapiglia un tizio distinto con un panama bianco appoggiò una tazza da cappuccino su ripiano del suo tavolino, si alzò dalla sedia, si avvicinò ad Ana Rosa, tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto di stoffa e iniziò a ripulire il mento e la bocca della donna.
Dovreste vergognarvi, disse.
Che cazzo te ne frega, disse Peter, spingendolo a distanza da Ana Rosa.
Prese per mano Ana Rosa e la trascinò fuori dal bar.

Quando risalirono in automobile Priscilla si accese una sigaretta e disse tu sei il re dei coglioni.
Peter la guardò e disse ma vaffanculo.
Dopo qualche chilometro di silenzio Priscilla disse duecentocinquanta mila sono una bella somma.
Lo puoi dire, disse Peter.
Cosa saresti disposto a fare per duecentocinquanta mila euro?
Domandò Priscilla.
Non saprei, disse Peter.
Dopo quarantacinque minuti di strada decisero di intascarsi una piccola parte della somma, ma non subito. Avrebbero fatto in modo che Peter risultasse il tutore legale di Ana Rosa, per poter gestire la somma quando la zia fosse passata a miglior vita.
Potresti sposarla, disse Priscilla.
Cosa farnetichi, disse Peter.
Se te la sposi potrai gestire tutti i soldi.
Non sposo questa mongoloide neanche da morto, disse Peter.
Ma devi sposarla per finta, cretino, disse Priscilla.
E ti pare che possa sposare mia cugina così, disse Peter.
Sei troppo una mezzasega, disse Priscilla.
Fanculo il matrimonio, disse Peter.
Portiamola a incassare i soldi e ce ne teniamo una parte, disse.
Per il disturbo.
Priscilla accese una sigaretta. Ana Rosa si era addormentata.
E quanto sarebbe, secondo te, il disturbo, disse Priscilla.
Non saprei, disse Peter.
Secondo me almeno cinquantamila, disse Priscilla. Duecentomila le basteranno per fare un vita più che dignitosa.
E poi quanto vivono i mongoloidi? Domandò Peter.
Non lo so, ma mica tanto, disse Priscilla.
Diciamo cinquant’anni?
Avrei detto meno, comunque diciamo cinquanta.
Totale, sempre che non debba ammazzarsi prima, le mancheranno all’incirca dieci anni da vivere, disse Peter.
Più o meno, confermò Priscilla.
Se calcoliamo diecimila all’anno, ma fai anche quindicimila, se campa dieci anni, fa centocinquantamila.
Così il nostro disturbo aumenta a centomila, disse Priscilla. Lo disse lanciando la sigaretta dal finestrino.

***

Dopo altri quarantacinque minuti arrivarono di fronte all’Ufficio Premi Lotterie Nazionali; era mezzogiorno inoltrato, e le strade della città erano screpolate come labbra d’asino.
Mangiamo qualcosa? Domandò Peter.
Come fai a pensare a mangiare, disse Priscilla.
Perché, chiese Peter.
Andiamo a prendere ‘sti cazzo di soldi, disse Priscilla.
Salirono i sette scalini di marmo dell’edificio in cui era ubicato l’Ufficio Premi e cercarono la persona giusta. Quando si trovarono di fronte all’impiegato cercarono di estrarre il biglietto dalle chiappe di Ana Rosa, ma non ci fu verso.
Cristo, disse Peter.
Priscilla provò con le buone, tentando di convincerla a porgere il biglietto all’impiegato.
Tira fuori quel biglietto di merda, urlò Peter.
L’impiegato stava per chiamare la sicurezza, così decisero di uscire, cercare un locale per pranzo e far ragionare Ana Rosa.
Benissimo Ana Rosa, disse Peter a tavola. Ora è assolutamente necessario che tu ti levi quel biglietto dalle chiappe e lo appoggi su questo tavolo.
Ana Rosa stava fissando il vuoto.
Mi capisci, disse Peter.
Questa non capisce un cazzo di niente, disse Priscilla.
Portiamola in bagno, disse Peter.

Trascinarono Ana Rosa in bagno. Quando entrarono cominciò a urlare.
Fai la brava, cazzo, disse Peter.
Tienila ferma, cristo! Gridò Priscilla.
Peter immobilizzò Ana Rosa e nel farlo probabilmente le ruppe un braccio, perché Ana Rosa attaccò a urlare ancora più forte.
Cos’hai combinato, disse Priscilla.
Ma se non l’ho praticamente toccata, disse Peter.
Le hai rotto un braccio, coglione, disse Priscilla.
Oh porca puttana, disse Peter.
Mentre Ana Rosa urlava come un’indemoniata, un cameriere entrò in bagno.
Va tutto bene qui, domandò.
Va tutto bene, disse Peter.
Meravigliosamente, disse Priscilla.
Che state facendo, chiese il cameriere.
Secondo te? Disse Priscilla.
Stiamo cercando di far cagare la nostra cuginetta mongoloide, disse Peter.
Vuoi darci una mano tu? Domandò Priscilla.
Il cameriere si avvicinò ai pisciatoi, fece una lunga pisciata e uscì senza lavarsi le mani.
Che schifo, disse Priscilla.
Prendiamo sto cazzo di biglietto, disse Peter.
Dovresti rovistare tu nel culo di tua cugina, cristo, disse Priscilla.
Fanculo, disse Peter.
Priscilla tirò giù la salopette di Ana Rosa, poi le abbassò le mutande.
Oddio che puzza, gridò indietreggiando.
Ana Rosa stava urlando sempre più forte.
Falla stare zitta o la strozzo, urlò Priscilla.
Poi tolse il pannolone pieno di merda e tra la merda ci trovò il biglietto.
Cristo, sussurrò Peter.
Cercarono di ripulire il biglietto come meglio potevano, poi si diressero alla tesoreria.
Non dovremmo portarla in ospedale, domandò Peter.
Prima i soldi, disse Priscilla.
Ce li daranno in contanti? Domandò Peter.
Ma sei imbecille? Disse Priscilla, ma ti pare che ci danno duecentocinquantamila euro in contanti. Ce li facciamo mettere sul conto, scemo di guerra. Esattamente come ha detto tua zia. Magari qualcosina anche sul nostro, di conto.
Ana Rosa urlava per il dolore al braccio.
Portiamo Ana Rosa in ospedale, disse Peter.
Porca troia prima i soldi, disse Priscilla.
Cristo io la porto in ospedale, disse Peter.
Salirono in auto, imboccarono la tangenziale.
Sei un coglione, disse Priscilla.
Tanto i soldi non scappano, disse Peter.
Dovettero fermarsi alla prima area di sosta perché Peter doveva pisciare.
Ma quanto sei coglione, ripeté Priscilla.
Smettila porca puttana, disse Peter, devo pisciare.
Ma che cazzo hai la prostata, disse Priscilla.
Fanculo sono agitato, disse Peter.
Un’auto grigia entrò nell’area di sosta mentre Peter e Priscilla discutevano.
Il tizio distinto col Panama scese dall’automobile e si avvicinò al finestrino di Peter. Bussò.
Che cazzo vuoi, disse Peter.
Scendi, disse il tizio distinto.
Ma guarda questo stronzo, disse Priscilla.
Non scendo neanche per il cazzo, disse Peter.
L’uomo distinto guardò Ana Rosa sul sedile dietro, le sorrise.
Che le è successo? Domandò.
Ana Rosa aveva appena smesso di piangere. Era gonfia e rossa.
Fatti i cazzi tuoi, disse Peter.
Poi scese dall’automobile.
Il tizio distinto si scostò di qualche metro. L’area di sosta era deserta e disseminata di ghiaia e pietre. C’era un sole abbagliante.
Sono sceso perché devo pisciare, non certo perché me lo hai detto tu, disse Peter al tizio distinto.
Gli handicappati dovrebbero avere un posto privilegiato, in questo mondo, attaccò il tizio distinto.
Ma che cazzo farnetichi, gli abbaiò in faccia Peter.
Ma vaffanculo, disse Priscilla, che nel frattempo era uscita dall’automobile.
Questo mondo insensato, disse il tizio distinto, si fonda sulla possibilità che due idioti come voi possano fregare una povera donna handicappata. Il nostro mondo si fonda sulla possibilità che due idioti come voi entrino in un bar, una mattina qualunque, e urlino ai quattro venti che sono in possesso di un biglietto vincente di una stupida lotteria. Il nostro mondo si fonda sulla cattiveria, sull’opportunismo, sull’immoralità.
Ma che cosa stracazzo stai blaterando, disse Peter.

È sempre importante scegliere il bar giusto, disse il tizio. O almeno fare attenzione a non scegliere quello sbagliato.

Ana Rosa cominciò a ridere.
Cosa cazzo me ne frega del bar giusto o del bar sbagliato, disse Peter.
Rispondi, disse il tizio distinto: questo è un luogo pietroso?
Ma fottiti, disse Peter.
È o non è un luogo pietroso, ripeté il tizio distinto.
Non me ne frega un cazzo se è un luogo pietroso, gridò Peter, chi cazzo se ne frega.
Sì, disse Priscilla, è un cazzo di luogo pietroso.
Dopo la luce rossa delle torce sui volti sudati, disse il tizio, e dopo il silenzio gelido nei giardini, viene l’angoscia nei luoghi pietrosi.
Peter non riusciva a capirci niente. Ana Rosa rideva sempre più forte.
Che cazzo ridi, urlò Peter ad Ana Rosa.
Fanculo ai luoghi pietrosi, disse Priscilla.
Del resto la passione travolge anche le piccole vite, proseguì il tizio distinto, fiori e insetti non ne sono immuni, ricalcitrando s’accoppiano nascosti dagli scarponi, dall’asfalto, dalle pietre, dai battistrada; inanimate s’intrecciano fra loro, brulicando nei cortili delle case, negli stabbi, nei mercati. Non si amano, non si parlano, si guardano di sfuggita e di sfuggita vanno.
Questo è completamente suonato, disse Peter a Priscilla.
Ana Rosa sembrava divertirsi un sacco ad ascoltare la litania del tizio.
Fu in quel momento che il tizio distinto estrasse una pistola dalla tasca destra della giacca.
Che figlio di puttana, disse Peter.
Vaffanculo, disse Priscilla.
Che cazzo vuoi, domandò Peter.
L’intelletto fa il suo corso, disse il tizio con la pistola, coltivando radici di follia al mattino quando il sole picchia sul vetro e si riflette sul crocifisso della parete, eccitando la mente dopo mezzogiorno, quando le nuvole portano buio e pioggia e il crocifisso è caduto sul marmo duro, rubando amore e odio la sera, quando le stelle affogano nel fiume e gli uomini s’incontrano a meditare chiusi nelle stanze delle cascine.
Di scintilla in scintilla, come goccia nel lago che genera anelli, si tende come corda di arco, scagliando frecce finché la forza lo sostiene, degenera in follia, stanca elucubrazione, vecchiezza malata e sola, oppure travolge la potenza giovane, la inerme maturità, denuda grasse vite fino a spogliarle come rami invernali, le brucia come carne guasta.
Priscilla e Peter si guardavano immobili, mentre Ana Rosa continuava a ridere come una pazza.
Falla stare zitta porca puttana o l’ammazzo, disse Priscilla.
Peter non mosse un dito. Aveva la canna di una pistola con silenziatore puntata al naso.
Se veniste quaggiù, riprese il tizio, scavando nel sottosuolo, o ritornando di sopra, trovereste piccole vite colme di passione e null’altro, la bacca selvatica, il verme strisciante nello sporco, i ratti sguscianti nelle fogne, piccole vite agitate, contorte, inutilizzabili per risolvere algebra o sistemi comparati, incapaci di pregare o comprendere dio, piccole vite tenute al caldo d’inverno dalla legna umida e dalla terra smossa che brulicano senza degnare di sguardi il mondo cinguettante. Se veniste quaggiù, dove mi trovo io, ci sarebbero lunghe angosce striscianti su luoghi pietrosi.
Vaffanculo, disse Priscilla.
E cosa viene dopo l’angoscia in luoghi pietrosi? Domandò il tizio.
Peter non rispose.
E di’ qualcosa, cristo, urlò Priscilla.
Per esempio, riprese il tizio, viene la paura di una mezzasega come te. Oppure l’isterismo di una gallina snervante come la tua fidanzatina, qui. Mi viene da ridere, continuò il tizio distinto, a pensare che ho già visto  tutta la faccenda che state vivendo, l’ho già presofferta e gustata, sapevo come sarebbe andata a finire appena vi ho incontrati. E se iniziassi a raccontare la storia di voialtri imbecilli a cento persone, tutte e cento saprebbero dirmi come andrà a finire prima della metà. Bella scena: c’è il ragazzo idiota, la sua fidanzata ignorante e avida, c’è la purezza, che è Ana Rosa, e ci sono i soldi, forse la sola cosa per cui vale la pena di ammazzare qualcuno. E poi ci sono io.
E chi cazzo saresti tu, disse Peter.
Priscilla si era messa a piangere.
Io sono quello che racconta la storia, disse il tizio distinto.

Poi sparò tre colpi; i primi due proiettili raggiunsero la fronte e il petto di Peter, il terzo la fronte di Priscilla. Rovistò brevemente nelle tasche dei due, trovò il biglietto senza difficoltà.
Si avvicinò ad Ana Rosa.
Va tutto bene, le disse.
Spinse l’auto di Peter nella boscaglia a lato dell’area di sosta.
Va tutto bene, disse il tizio distinto ad Ana Rosa. Prese il fazzoletto, le ripulì la bava dall’angolo della bocca. Sei una brava ragazza. Svitò il tappo del carburante, riuscì a impregnare il fazzoletto di benzina, lo incendiò.
Vai nel posto migliore che ti sia mai capitato di visitare, disse il tizio distinto ad Ana Rosa togliendosi il Panama.
Lei lo guardò incuriosita e, com’era ovvio, non disse nulla.

Uomo con panama

§

Per contribuire alla rubrica del Lunedì “I racconti del Posto Pulito”

leggete QUI 

L’AfroAperitivo

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Eccole che arrivano, in fila per tre, nella luce energica del mattino estivo: centoventi danzatrici del ventre, centoventi giovani donne vestite coi colori dell’estate, gonne a fiori lunghe e corte, pantacollant aderenti e natiche in bella mostra, capelli sciolti o legati, divertite e atletiche, mentre una musica araba di quart’ordine inonda la piazza in cui si provano le coreografie per la serata araba danzereccia (e mangereccia-bevereccia) al Posto pulito, Illuminato bene di Montemagno.

Anche se non indossano ancora gli abiti tipici delle danzatrici del ventre, esse s’intrufolano nei meandri della sensualità contravvenendo ai richiami dell’erotismo, il volto illuminato da una coscienza sovrastante, tutte impressionate dalla forza dell’amore. Hanno un’età compresa tra i diciotto e i ventidue anni, sono perlopiù studentesse amanti della vita e della mistica sufi, del Governo e della Legge.

Procedono secondo una linea retta, prestabilita, dall’ingresso ovest della piazza fino al centro dove stava il monumento ai caduti, si dispongono a semicerchio intorno allo spettro della statua, s’ammassano lungo le linee bianche tracciate sul porfido.

Poi, all’improvviso, iniziano a muoversi senza peso dentro e fuori ogni spazio, situazione, esperienza. L’incanto di colori, le movenze, la trasformazione dei volti che s’increspano e gioiscono a ogni nuovo passo. Si agitano, le splendide danzatrici del ventre, soggiornano nell’assoluto, fuggono, si atterriscono, stanno sedute ad aspettare qualcosa che non arriva e qualcuno che le porterà altrove. Ridono, piangono, scherzano.

Gli istruttori strillano provocazioni e incitamenti attraverso megafoni branditi sapientemente, mentre le giovani danzatrici sciolgono i capelli come se sciogliessero un’anima gaudente, e a ogni balzo pare d’intuire una costellazione nuova e inammissibile.

Danzano. Senza peso respirano, danzando sublimano l’angoscia di un ateismo gretto e patetico; sgranano occhi smarriti su un mondo aggrovigliato tra luci e rumori, spento, e lo rianimano con occhi colmi di stupore, immagini, visioni. Si fanno beffe di ogni terrena realtà che non può definirsi se non greve e pungente, intuiscono il lato comico delle cose, guariscono dalla gravosità dell’essere.

Si aggrappano le une alle altre come aliti di fumo che s’intrecciano nel cielo terso d’estate, come stormi di uccelli assumono configurazioni simmetriche e grovigli inestricabili.

Infine si riuniscono al centro della piazza, sibilline, mani nelle mani, trascinando nelle movenze la propria purezza. Esibiscono una conturbante gigantografia multicolore di un’ipotetica divinità della danza seguìta dalla raffigurazione di un mastodontico fallo littorio (o minareto), visibile da ogni recesso delle tribune prefabbricate in acciaio zincato a caldo con piani di calpestio a tamponamenti verticali poste sui tre lati della piazza.

Ecco, ora sono pronte, le danzatrici del ventre; pronte per una nuova vita e per l’AfroAperitivo del 29 agosto al Posto pulito, Illuminato bene.

Che disdetta sarebbe non esserci.

 

Venerdì 29 agosto

AfroAperitivo

al Posto pulito, Illuminato bene

(più nord-afro, praticamente arabo)

Aperitivo arabo

Ci sediamo sui tappeti, mangiamo, beviamo, guardiamo la danza del ventre.

A mezzanotte accendiamo un fuoco finto e ci raccontiamo mille e una storie (il numero è un richiamo letterario, probabilmente ce ne racconteremo un po’ meno).

Metti il Monferrato sopra al divano!

Dal Posto pulito, Illuminato bene

al salotto di casa vostra!

15 paesaggi monferrini di

Eraldo Ghietti

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In esposizione in Un Posto pulito, illuminato bene, Montemagno (At), via Roma 2.

 

[…] Ma ora decidete di svoltare
a destra o a sinistra
proseguire davanti a voi o tornare indietro
e da quella parte incontrerete
l’impagabile libertà non idealizzata
di onde d’aria su oro-orzo
sbrecciate asimmetriche informi
punteggiate di dervisci girasoli
ed erbe medicamentose
d’omeopatica contro-angoscia
né ragionate né folli,
neppure intelaiate da pennelli
o scalpelli d’arte universale
ma, semplicemente, inenarrabili. […]

Stralcio tratto da “Mappa di un mondo-in-sé“, di un poeta anonimo monferrino.

 

Stress da cemento armato? 

Affaticamento visivo da edifici? 

Fastidio uditivo da automobili, sirene, schiamazzi?

Deficit olfattivo da immondizie miste?

Appiattimento gustativo da supermercato?

Noia da centri commerciali?

Fatti un drink in Un Posto pulito, illuminato bene

e

metti il Monferrato sopra al divano!

I colori, i sapori, i gusti e i profumi del Monferrato intelaiati in un dipinto

Portatevi a casa il Monferrato visto da Eraldo Ghietti!

Solo al Posto pulito, Illuminato bene di Montemagno (At)

Ideali per ogni tipo di divano!

divano 10 divano 1 divano 2 divano 3 divano 4 divano 5 divano 6 divano 7 divano 8 divano 9

.

Attenzione! Maneggiare con cura

L’arte, per sua natura, può rilassare e emozionare,

ma può anche sorprendere e turbare 

Caffè shakespeariano #2 – Lo Sconosciuto

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Io sono lo sconosciuto, il baro
morto da sempre e mai risorto,
sono il granello di sabbia, il nero
che tallona la sciagura del parto.

Io prego nell’orto di Nessuno fra
schiocchi di merli e frusci di serpi
e brucio come l’erba nei prati
che il vento dissecca in estate.

Io sono il re del tredicesimo, l’annegato,
il trombettista sulla nave dei pazzi
che invoca la tempesta e uccide il grido

delle sirene. Si potrebbe anche dire:
io fei giubbetto a me de le mie case
per beffare chi volle che io fossi.

~

Il cliente che praticò questo caffè shakespeariano non disse mai il suo nome. Ordinò una birra, chiese un portacenere e domandò se potesse fumare.

Il barista disse semplicemente “no, signore; mi spiace ma nei locali pubblici è vietato fumare”. Il cliente a quel punto ordinò un caffè, declamò (e ottenne il caffè gratis) e uscì. Nessuno lo rivide.

Il CAFFÈ SHAKESPEARIANO è solo in Un Posto pulito, illuminato bene! A Montemagno (At)

Imperdibile!

Un monologo val bene un caffè!

alas-poor-yorick

La mastella – I racconti del Posto Pulito/4

Rubrica del Lunedì

Un racconto di Giulio Mozzi

MASTELLO

Tencarola di Selvazzano Dentro, provincia di Padova. Piazza Aldo Moro. Fermata dell’autobus.
È il 12 agosto 2014. Sono le cinque e quaranta del pomeriggio. Aspetto l’autobus numero 12 delle cinque e tre quarti, che mi porterà in città. Ho con me un mastello di plastica bianca, ellittico, diametro maggiore 60 cm, diametro minore 30 cm, profondità 20 cm, comperato per 8,90 euro al vicino supermercato.
L’autobus arriva.
Salgo. Mi metto sul posto singolo. Il mastello è per terra.
Tiro fuori dalla tracolla il mio libro da autobus: Escatologia, di Joseph Ratzinger. Il segno è a pagina 118. Leggo.
L’autobus parte.
Sono l’unico viaggiatore.
Alla seconda fermata sale un tipo sugli ottanta. Quasi un omone, appena un po’ curvo.
Si siede di fronte a me.
“Ma è nuova?”, dice il tipo.
“L’ho appena comperato”, dico.
“Quella, dico”, dice il tipo indicando il mastello.
“Avevo capito”, dico.
“E il libro?”, dice il tipo.
“È del ’77”, dico.
“Di cosa parla?”, dice il tipo.
“Della fine del mondo”, dico.
“E chi l’ha scritto?”, dice il tipo.
“L’ex papa”, dico.
“Coso… Benedetto?”, dice il tipo.
“Sì”, dico.
“Ah”, dice il tipo.
“Ma l’ha scritto prima di diventare papa”, dico.
“Nel ’77”, dice il tipo.
“Sì”, dico. “Subito prima di diventare Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede”.
“Però a me piace di più questo papa qui”, dice il tipo.
Non dico niente.
“Anche perché è argentino”, dice il tipo.
Non dico niente.
“Io sono argentino, sa?”, dice il tipo battendosi una mano sul petto.
Non dico niente.
“Sono arrivato a Padova nel ’57”, dice il tipo.
“Io sono nato nel ’60”, dico.
“Quindi non si ricorda”, dice il tipo.
“No, non mi ricordo”, dico.
“Pin, Blason, Scagnellato, Pison, Azzini, Moro, Hamrin, Rosa, Brighenti, Mari, Boscolo”, dice il tipo.
“È una squadra di calcio?”, dico.
“Ero arrivato in Italia l’anno prima”, dice il tipo. “Rocco mi prese dalla Sampdoria”.
“Qui a Padova o al Milan?”, dico.
“Ma te non sai niente di calcio”, dice il tipo.
“Vero”, dico. “Sono stato allo stadio una volta sola”.
“E cos’era?”, dice il tipo.
“Padova-Cattolica”, dico. “Allenava Caciagli”.
“E come andò?”, dice il tipo.
“Non mi ricordo”, dico.
“E la mastella?”, dice il tipo.
“Eh”, dico, “la mastella mi serviva”.
“Sì”, dice il tipo, “ma che cosa c’entra?”.
“Cosa c’entra con cosa?”, dico.
“Che cosa c’entra col libro”, dice il tipo.
“Be’”, dico, “Adamo è stato fatto col fango”.
“E allora?”, dice il tipo.
“Il creatore avrà avuto bisogno di un mastello”, dico.
“E perché?”, dice il tipo.
“Per impastare”, dico. “Con un mastello è più comodo”.
Il tipo resta un momento immobile. Poi si mette a ridere.
“E così”,dice, “te hai nella mastella l’inizio del mondo, e nel libro la fine”.
“Appunto”, dico.
“E com’è la fine del mondo, secondo quello lì?”, dice il tipo.
“Mah”, dico, “al punto in cui sono sta discutendo se con la fine del mondo il tempo affluisca nell’eternità perdendovisi, o se la fine del mondo stessa sia già di per sé da collocare nell’eternità, ossia sia un evento fuori dal tempo”.
Il tipo riflette.
Intanto siamo arrivai in Prato della Valle. Il vecchio stadio di Padova, l’Appiani, è poco lontano.
“Ecco”, dice il tipo, “io ogni volta che passo di qua, mi sento una cosa…”, e muove la mano davanti al petto, come per mimare una palpitazione enorme. “Mi sembra ieri”.
“Quindi per lei è come se il tempo si fosse fermato”, dico.
“Esatto”, dice il tipo.
“Quindi lei non vive più nel tempo”, dico, “bensì nell’eternità. Per lei la fine del mondo è già avvenuta da sempre, o avviene in ogni momento”.
“Sei sposato te?”, dice il tipo.
“No”, dico.
“Si vede dalla mastella”, dice il tipo. “Uno che è sposato, la mastella la compra la moglie”.
“Non è detto”, dico.
“È detto, è detto”, dice il tipo. “Per me la fine del mondo arriva alle sei e un quarto”.
Do un’occhiata all’orologio. Sono le sei e dieci.
“Di oggi?”, dico.
“Di tutti i giorni”, dice il tipo. “Quando torno a casa e mia moglie mi dice: Ma dove casso sei stato, tutto il giorno in giro”.

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§ § §

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Nota della redazione

Potrà sembrare assurdo, o bizzarro, ma l’argentino del racconto qui sopra è un cliente del Posto Pulito:  si sveglia tutti i giorni alle 4.30, alle 6.07 prende il Frecciabianca Padova-Milano con arrivo alle 08.25 a Milano Centrale. Da Milano Centrale prende un treno per Asti, da Asti prende l’autobus per Montemagno, dove giunge all’incirca intorno alle 11.05.

Entra al Posto pulito, Illuminato bene, ordina un caffè americano, siede al tavolo ubicato sotto il quadro Nighthawks di Edward Hopper, legge un paio di quotidiani mentre sorseggia il caffè.

Poi si alza, paga e torna a Padova.

Questo per rispondere alla domanda di sua moglie.

Il caffè shakespeariano #1

 Ovvero cosa sareste disposti a fare (e a dire) per un caffè gratis

 MACCHINETTA DEL CAFFE’ ALLA NAPOLETANA - Eduardo -

Un caffè shakerato?

No, grazie. Un caffè shakespeariano.

“Bizzarra iniziativa, quella del Posto pulito, Illuminato bene di Montemagno, che dopo il CAFFÈ SHAKERATO ha lanciato la moda del CAFFÈ SHAKESPEARIANO: consumazione gratis per chi, dopo aver ordinato un caffè, un marocchino, un cappuccino, un caffè lungo, ristretto, corretto ecc., improvvisa (o recita) un SOLILOQUIO o un MONOLOGO al bar.

Siamo stati ispirati da un cliente“, dicono quelli del Posto pulito, ed eccovi dunque il racconto (breve) di come nacque il Caffè Shakespeariano e la trascrizione del soliloquio che a buon diritto può essere considerato il primo tra tutti i caffè shakespeariani del Posto Pulito”.

§

Il caffè shakespeariano di Mec, becchino

Mec entrò in Un posto pulito, illuminato bene sporco di fango e grasso per ingranaggi. Entrò in bagno e cercò di darsi una ripulita, anche se sapeva che lo schifo gli sarebbe rimasto appiccicato addosso; si guardò allo specchio e ciò che vide non gli piacque.

Tentò goffamente di rassettarsi i capelli, sfregò le mani e gli avambracci fino al gomito, poi uscì, si avvicinò al bancone e ordinò un caffè.

Tirò fuori dalla tasca la catenina con crocifisso d’oro che non indossava mai mentre lavorava. Poi, mentre sorseggiava il caffè, iniziò a parlare:

“Povero Cristo, era un cadavere d’una esuberanza infinita, aveva un aspetto trasandato e guasto. E poi la vita, di nuovo. Ho immaginato le sue mani liquefarsi, i suoi capelli infiammarsi come capocchie di fiammiferi. Nemmeno la sua ossessione più cupa, la sua vertigine…Adesso…proprio in questo momento…starà respirando affannosamente, tra santi e cherubini, cercando di urlare: lasciatemi morto ancora un momento, solo un momento, fatemi godere dei benefici dell’oblio…E pensare che era conservato perfettamente, la pelle corificata, l’espressione seria sul volto asciutto…adagiato su un catafalco profumato, la pietra pulita, i piedi e le mani lavate con l’aceto. Tempo qualche mese e avrebbe fatto i vermi, l’ipofisi e la lingua gli si sarebbero atrofizzate, i denti sarebbero tutti caduti! Ah la meraviglia! L’orrore! Lo sbalordimento!

Ah se avessi il coraggio, o la fortuna, ma chi ce l’ha? Verrà la fine del mondo e io ripulirò le tombe dalle ossa. Oh mondo! Che divertimento struggersi! Si, voglio tormentarmi per il mondo, svenire incosciente e risvegliarmi sconosciuto, voglio abolire rinascite e resurrezioni, mantenere il mio cadavere giovane e allegro, informarmi di tutti i più adamantini processi di mummificazione! Ah, quanto si stava meglio senza di te, Dio! Ah come morirò, superiormente! Con quanta grazia, quanto imputridimento! Sì, d’accordo, perderò i capelli…le unghie…ma con un entusiasmo senza eguali! Morte, morte, morte! Addio Paradiso, addio discepoli, addio dolci signore, addio notte, addio, addio, mille volte addio!

E allora dio quanto mi è lontano, se mi ha dotato di una salute di ferro e di un corpo perfetto? Sybilla! Sono in balia delle tue parole; e allora avanti, mia simile, mia consciagurata, prendiamo fiato e strilliamo insieme la nostra battuta!”

Gli avventori del Posto pulito, dapprima interdetti, abbozzarono un timido applauso. Qualcuno lo incoraggiò a continuare, altri gli chiesero di declamare la battuta della Sybilla, ma lui, che nel frattempo aveva finito il caffè, uscì e lasciò tutti nel dubbio.

 §

Le regole per “praticare” il caffè shakespeariano sono molto semplici, e a ben vedere ce n’è una sola: si ordina e rigorosamente senza dichiarare la propria intenzione si attacca con il soliloquio o con il monologo.

Nulla deve essere concordato o preparato.

Può esserci “pubblico” o non esserci anima viva tranne voi e il barista. Potrebbe anche non esserci il barista (solo nel caso del soliloquio, per il monologo almeno il barista deve esserci).

Il soliloquio o il monologo possono essere “shakespeariani” nel senso di “tragici” ma possono anche essere frivoli, leggeri, comici, assurdi.

La cosa davvero importante è che si tratti di un SOLILOQUIO oppure di un MONOLOGO, anche se in versi o in rima.

E ricordatevi: quando lo “declamate” potete essere voi stessi ma, soprattutto, potete NON essere voi stessi; questa è la parte bella.

NO comizi politici, NO dichiarazioni d’intenti, NO bestemmie fini a se stesse, NO polemiche, BENACCETTI i perditempo, purché durante il tempo che perdono consumino.

Siamo qui per tentar di propugnare e promuovere l’arte e la creatività, non la maldicenza e la cretinerìa.

Un soliloquio val bene un caffè!

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La Società dei Telefoni – Storie Vere/1

Rubrica del mercoledì

Una storia scritta da uno scrittore minore (e minuscolo) astigiano

CABINA TEL

Mr Oboroj ha risposto alla nostra Domanda Ufficiale (mia e di Fissy Lou) con un messaggio prestampato nel quale era scritto semplicemente: “in relazione alla vostra richiesta di ottenere mezz’ora in più alla settimana di Veduta sull’Umanità dalla Vetrata sul Mondo il Comitato per il Rilascio dei Permessi Speciali ha giudicato impossibile esaudire tale richiesta”.

Io e Fissy Lou allora ci siamo guardati negli occhi e siamo rimasti in tale posizione per alcuni minuti, come era scritto nel wozzap di 3472372047 a 3354303152 del 27 maggio alle ore 00.09, nel quale 3472372047 sosteneva che le sarebbe piaciuto molto, prima di addormentarsi, guardare profondamente gli occhi di 3354303152.

Io e Fissy Lou non sapevamo che guardare negli occhi un’altra persona potesse in qualche modo procurare un piacere fisico, così ci abbiamo provato.

Ti piace guardarmi negli occhi? Ho chiesto a Fissy Lou, la quale non ha risposto.

Non mi pare, ha detto dopo qualche minuto di silenzio durante il quale ha cercato di osservare meglio e più da vicino i miei occhi.

Ho ricordato il messaggio di 3382792331 per 3404888120, nel quale 3382792331 scriveva ti leccherei tutta e ho pensato che magari potevo fare lo stesso con Fissy Lou.

Ti va se ti lecco? Le ho chiesto.

Potresti provarci, ha risposto lei.

Così ho cominciato a leccare la pelle di Fissy Lou e mi sono accorto che non era come nel messaggio di 3394454223, in cui la pelle di 3336734990 aveva un gusto di sciroppo d’acero, e neppure come nel messaggio di 3922756456, in cui la pelle di 3405533222 sapeva di merda imputridita. No, la pelle di Fissy Lou aveva più un sapore di mandorla e cocco, e mi ricordava il profumo delle spiagge estive così com’era descritto in circa quattrocentotrentadue messaggi dell’anno passato, specie in quello di 3467732542 per 3208004499 delle 22.37 del 30 luglio, in cui il sapore della spiaggia d’estate era descritto in maniera particolarmente brillante (c’erano sia la mandorla che il cocco).

E così ho continuato a leccare la pelle di Fissy Lou per un quarto d’ora abbondante, e avrei proseguito se non fosse stato per una chiamata d’urgenza al Centro Sofisticazioni, dove eravamo stati convocati per manipolare tutti, o quasi tutti, i messaggi di quella particolare giornata.

Io Fissy Lou e altri trecentoventi ragazzi svolgiamo per il governo un lavoro di disciplina, controllo e manipolazione di tutti i messaggi telefonici e wozzap (si scriverebbe whatsapp) inviati in Provincia di Asti e più in generale in tutto il Monferrato.

Talvolta è un lavoro divertente, come quando io e Fissy Lou abbiamo manipolato la lista della spesa che 3924056399 ha inviato a 3487733190 causando uno spiacevole equivoco (abbiamo sostituito un chilo di finocchi a un chilo di cardi), o come la volta in cui abbiamo deviato un messaggio d’amore di 3922733556 da 3359980227 a 3333841534, ma perlopiù è una noia mortale.

Il fatto è che siamo stati prelevati in fasce e non possiamo in alcun modo avere contatti col resto della popolazione. Ci permettono mezz’ora al giorno di Vista sull’Umanità dalla vetrata posta all’ultimo piano del nostro palazzo, chiamato Habitat, e durante quella mezz’ora abbiamo l’opportunità di osservare le azioni dei nostri concittadini nello spicchio di mondo che riusciamo a intravedere; questo spicchio è formato da una piazza, qualche albero, una fontanella, una scalinata, un edificio adibito a tabaccheria-giornalaio, un edificio adibito a bar, una fermata dell’autobus, le colline e le montagne distanti. E così osserviamo i nostri concittadini: essi comprano giornali e sigarette, si dissetano nella fontanella quando fa caldo, passeggiano con il cane, scendono e salgono la scalinata, parcheggiano sulla piazza, potano gli alberi, prendono il caffè in un bar che si chiama Un Posto pulito, Illuminato bene, camminano, si gettano da finestre, si baciano, ridono, fumano, bevono e cose così.

Il resto lo dobbiamo intuire leggendo i messaggi telefonici che si scambiano.

Nonostante le continue lamentele di Fissy Lou mi preme dire che nell’Habitat non conduciamo una vita malvagia. I superiori ci trattano bene e ci forniscono la migliore educazione possibile, sia da un punto di vista sociologico che da un punto di vista culturale e scientifico.

C’è anche un bellissimo parco interno che possiamo sfruttare per respirare un po’ d’ossigeno naturale, per fare sport o semplicemente per camminare o correre.

Fissy Lou ultimamente è un po’ scocciata, e il suo umore è simile all’umore di 335363222 quando scriveva a 3332424001 che la sua vita le sembrava priva di spunti interessanti, e medita azioni di disturbo nei confronti del Governo.

Una di queste azioni è segnatamente quella di fuggire dall’Habitat e di scoprire qualcosa in più sull’ambiente esterno.

Le ripeto che non è una buona idea, ma lei continua a citare il wozzap di 3491918720 a 3331731586, nel quale 3491918720 scrive che l’evasione è la migliore compagna di una donna.

Per distrarci ho provato a chiederle se le va di mettere in pratica la sequenza descritta negli ultimi dodici wozzap di 3491191882 a 3401558964, in cui 3491191882 spiega abbastanza dettagliatamente ciò che vorrebbe fare a 3401558964 da un punto di vista sessuale, ma lei non si è dichiarata d’accordo.

Negli ultimi giorni Fissy Lou è strana. Ha deciso di manipolare tutti i messaggi che 3487982437 e 3923456810 si scambiano in modo da divertirsi un po’. In particolare sta facendo credere a 3487982437, un tipo originario di Ramallah da qualche mese in Monferrato, che 3923456810 è un grande sostenitore di Hamas, mentre in realtà 3923456810 è un ebreo sefardita che in numerosi messaggi a 3384344621, ma anche a 3357273358 e a 3406954741, ha manifestato il suo disgusto per tutti i palestinesi.

Quando s’incontreranno, dopodomani, saranno problemi loro, dice ridacchiando.

Si diverte così.

Io continuo a ripeterle che è rischioso manipolare messaggi che non siamo tenuti a manipolare e lei risponde in modo scocciato, utilizzando un linguaggio sgarbato rintracciabile in numerosi messaggi (l’ultimo quello da 3385303164 a 3313008680) riassumibile nella frase non rompere le palle.

Capisco che Fissy Lou sia annoiata, ma il nostro lavoro può anche riservare piacevoli sorprese; d’altra parte è un lavoro socialmente utile, come ripete sempre Mr. Oboroj, e talvolta possiamo anche fare del bene, come quando correggiamo strafalcioni grammaticali o sostituiamo indicazioni stradali palesemente errate con le indicazioni corrette. L’altro giorno 3334838816 stava per costringere 3487699761 ad allungare la strada per Scurzolengo di quasi diciannove chilometri. Quando impediamo che cose simili si verifichino siamo davvero orgogliosi del nostro lavoro.

Oggi trascorriamo mezz’ora di Veduta sull’Umanità e riscontriamo sempre le stesse cose. Ormai gli altri non ci vengono neppure più. Dell’umanità se ne fregano, ecco tutto. Io mi siedo sulla panchina e mi annoio a morte mentre Fissy Lou se ne sta incollata alla vetrata con i palmi delle mani in alto e lo sguardo ammirato. Non capisco cosa ci trovi di così interessante. Avremo visto tremila volte il 67 barrato fermarsi e ripartire, la gente entrare e uscire dal Posto Pulito, Illuminato bene.

Alla fine della mezz’ora ci sarebbe lo svago nel parco, ma oggi ci convocano al Centro Sofisticazioni per un lavoro urgente.

Prendiamo posizione e cominciamo a esaminare messaggi e wozzap. Sono i soliti messaggi. Saluti, cene, riunioni, eccetera.

Quando qualcuno invia un messaggio telefonico abbiamo sette secondi di tempo per manipolarlo, cinque secondi per i wozzap.

All’inizio io leggo i messaggi sul monitor e Fissy Lou li manipola. Dopo un’ora Fissy Lou legge e io manipolo.

E così tutte le altre coppie.

In fondo non c’è nulla di urgente, è la solita routine: scateniamo antipatie, modifichiamo liste della spesa, instilliamo gelosie, confermiamo e cancelliamo appuntamenti, cose così.

Dicono sia un lavoro fondamentale per la democrazia e io non lo so se è vero, l’unica cosa certa è che i nostri superiori si divertono un mondo.

 §

Per quanto possa sembrare strano ai più, a Montemagno (Asti), è stata di recente scoperta una installazione governativa mimetizzata tra le case colorate che adornano il Muraglione della Piazza centrale del paese e si inerpicano seguendo il tracciato dei vicoli.

In questa installazione (che ha la sua base all’interno del Castello di Montemagno) sono segregati circa trecentocinquanta giovani dai dodici ai ventiquattro anni.

Il loro compito è quello descritto nella Storia Vera che avete appena letto (i nomi sono stati cambiati per rispetto della privacy).

Al momento tutti i nostri tentativi di liberare i giovani sono stati vani. Ci scontriamo contro il muro dell’omertà e della Burocrazia governativa. 

Aiutateci a salvare trecentocinquanta ragazzi prigionieri dalla nascita, strappati ai propri genitori da infermiere compiacenti e collaborazioniste. Scrivete il vostro messaggio di solidarietà su Twitter, Facebook, ovunque.

Contiamo sul vostro aiuto. 

Siamo coscienti del fatto che nessuno crederà a questa rivelazione, ed è precisamente questo il modo in cui le installazioni governative riescono a esercitare il controllo sulla popolazione. Quando invierete il prossimo messaggio telefonico o il prossimo whatsapp, riflettete su quanto avete appena letto.

Noi vi avevamo avvertiti.

Termodinamica del caffè shakerato – Le ricette del Posto Pulito/1

Rubrica del martedì

[Attenzione! Le ricette del Posto Pulito sono brani, articoli, stralci, dissertazioni, disquisizioni, poesie, ecc. di letteratura, fiction, satira, ecc. –  Salvo quando diversamente indicato NON riproducetele a casa vostra o nel vostro bar!]

Per inviare la vostra “ricetta” del Posto Pulito scrivete a:

pezzidivetro@hotmail.com

Per conoscere le semplici regolette richieste per la “ricetta” leggete QUI.

Una “ricetta” di RobySan

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Preparare un caffè shakerato, secondo arte, è sfidare il Secondo Principio della Termodinamica.

Detto principio, è noto, postula che ’’è impossibile realizzare una trasformazione in lavoro di calore tratto da una sorgente a temperatura uniforme’’.
L’insieme shaker-caffè-ghiaccio-zucchero-additivi dev’essere un sistema chiuso e in equilibrio. Le trasformazioni “caldo-freddo“ e “liquido-schiuma“ debbono essere bilanciate in modo tale da provocare la minima mutazione di ghiaccio in acqua. Occorre considerare che il caffè bollente tende a sciogliere il ghiaccio, e quest’ultimo a farsi sciogliere, fino al raggiungimento di un equilibrio termico. E’ dato di esperienza che la temperatura e la consistenza che la bevanda assume, quando si lasci accadere ciò, non sono di gradimento dell’amatore evoluto. Il naturale decadimento termico e l’incremento d’entropia producono un liquame aromatico, sì, ma troppo simile a qualcosa che la nostra memoria atavica e il nostro cervello rettiliano associano al brodo primordiale. Il caffè shakerato è apprezzato dall’uomo che voglia staccarsi da certa ancestralità.
Non è infatti un caso che non sia bevanda d’origine popolare, bensì prodotto di elaborazioni di raffinati e gaudenti perdigiorno.

Caratteristiche che rendono desiderabile questa versione del caffè sono: una temperatura all’intorno dei 278-282 °K, una densità di circa 1030-1040 g/dm3 e una schiuma che abbia incorporato aria quanta basti per abbassare la pressione all’interno dello shaker di circa 0.2-0.4 KPa. Il rapporto schiuma/liquido deve essere all’incirca il doppio di quello comunemente accettato per la birra: in un contenitore cilindrico, al termine del versamento, un centimetro di schiuma deve convertirsi in quattro millimetri di liquido. Il tempo di conversione, alla temperatura costante di 293 °K e alla pressione atmosferica standard (101.3 KPa), deve essere di circa un millimetro al minuto (deve formarsi un millimetro di liquido ogni minuto).
Zucchero e aria sono fondamentali al fine dell’ottenimento del miglior risultato: lo zucchero grezzo o lo zucchero di canna sono particolarmente indicati grazie all’azione agglutinante dei pigmenti ossidati. L’aria di montagna restituisce una schiuma lieve e a bolle medie, ove l’aria di mare produce una schiuma più densa e di piccole bolle. Non è possibile classificare qualitativamente questi tipi di schiuma: non è la mera pressione atmosferica a fare la differenza bensì l’azione coordinata e sinergica degli aromi di origine vegetale (in montagna) o delle particelle jodate (al mare, d’inverno). L’atmosfera balneare estiva, presso i grandi centri vacanzieri, dona alla schiuma del caffè shakerato proprietà protettive e di repellenza alla radiazione UVA dal grado 3 al grado 7, in dipendenza dall’altezza della stagione.

Gli aromi addizionati contribuiscono alla soddisfazione del gusto e sono parte responsabile della consistenza dell’aggregazione caffè-zucchero che tanto peso ha nel risultato finale. Il degustatore raffinato preferisce che l’aspetto della schiuma sul caffè sia quello della schiuma da barba, ma attenzione: ne deve ricercare l’aspetto e non già la consistenza. Una schiuma troppo densa risulta da un eccesso di zucchero; attitudine plebea. Allo stesso modo si considera volgare e di basso livello (una cosa da barman improvvisato, insomma) l’inveterata abitudine di aromatizzare il caffè shakerato con liquori di dozzina “amaretto“, “persico“ e altri succedanei a base alcoolico-zuccherina (o peggio, miscele di caramello e qualche triviale infuso alcoolico). L’amatore del caffè shakerato non si cura di codeste abitudini modaiole e appaga il proprio senso del bello olfattivo-palatino utilizzando aromi d’origine naturale: scorza di limone o d’arancio, foglie di basilico, bastoncini di cannella, peperoncino rosso, noce moscata e cacao grezzo. Alcuni di questi aromi possono essere legati. In particolare suggeriamo di associare cannella-peperoncino, cacao-peperoncino, cacao-cannella e cacao-noce moscata.

Le modalità d’uso di codesti additivi aromatici sono differenti e, qualora ne rimanga il tempo, se ne discuterà più avanti poiché ciò che ora ci preme è l’analisi degli eventi fisici che contribuiscono alla creazione di un tale capolavoro del gusto.

S’è detto della naturale tendenza all’equilibrio termico del sistema. S’è detto pure del mediocre risultato che si otterrebbe qualora si lasciassero le cose al loro corso naturale. Le ragioni dello scarso apprezzamento del caffè semplicemente raffreddato e addolcito sono state lungamente indagate dalla scuola di Vienna (Hans Hölzernkopf, “Der Ausfall des kalten Kaffees in der wiener Gesellschaft am Ende des 19. Jahrhunderts” in “Kulturelle Grundlagen – Februar-März 1912″) senza risultati di rilievo. Risultati che comunque ignoreremmo: il vero amatore del caffè shakerato sa per istinto e innata raffinatezza che il semplice caffè freddo non soddisfa e non si cura di motivazioni che non siano giustificabili in base a razionali principi di Fisica. E’ la quantità di lavoro aggiunto a fare la differenza. Il lavoro introdotto nel sistema per mezzo dell’azione di shakering (potremmo tradurre questo termine con ’’scuotimento’’ o ’’sbatacchiamento’’, ma temiamo il ridicolo) è ciò che rende possibile il repentino raffreddamento, il minimo scioglimento del ghiaccio e la formazione di schiuma per mezzo dell’incorporazione di aria.
E’ evidente come il Secondo Principio venga sfidato: la temperatura del caffè si abbassa e poco ghiaccio si scioglie. E questo avviene per effetto della introduzione di lavoro meccanico nel sistema! E’ possibile che parte dell’energia termica del caffè venga asportata dalle mani del preparatore; questo avviene quando lo shaker è d’acciaio. In questa situazione la trasformazione non è adiabatica e non necessariamente il sistema aumenta la propria entropia passando attraverso stati di equilibrio. Ma è sufficiente utilizzare uno shaker di vetro o altro materiale termoresistente per meglio approssimare le condizioni di isolamento del sistema. In queste condizioni ben poca sarà l’energia sottratta e il bilancio, per effetto dello shakering, sarà di lavoro positivo sul sistema. Nonostante questo, la temperatura del caffè scenderà invariabilmente. Quanto più intensa sarà l’azione del preparatore, tanto più efficace sarà il raffreddamento e tanto meno ghiaccio si trasformerà in acqua. E tanta più aria verrà incorporata nella miscela risultante.

E’ questo approssimare il limite del Secondo Principio, più della intrinseca qualità del caffè e degli aromi aggiunti, a rendere inebriante, per l’amatore sofisticato, il piacere di preparare e degustare un buon caffè shakerato. L’uomo della strada, entrando in un bar in un’afosa giornata di Luglio, potrebbe chiedere che gli venga servito un caffè shakerato. Egli si curerà generalmente del “liquore” aggiunto, della consistenza della schiuma e simili altri dettagli (che abbiamo mostrato essere del tutto inessenziali o addirittura volgari). Non “ascolterà” la modulazione del suono prodotto da ghiaccio e caffè mentre il barman scuote lo shaker e la temperatura scende. E scende mentre si introduce lavoro! Il suo piacere consisterà nel mero apprezzamento della frescura e del tenore alcoolico della bevanda. Tanto varrebbe ordinare un bianco secco.
No. Non di così basso livello è il piacere del vero caffè shakerato. Si entri nell’ordine d’idee che è un fondamento della Fisica a essere sfidato; solo così sarà possibile il pieno apprezzamento dell’arte e del risultato della sua applicazione.
Si faccia astrazione dal mero bisogno di soddisfare la sete o attenuare la calura.
Astrazione. Astrazione dalla contingenza materiale.
Tale è l’esigenza che la natura del vero piacere pone.

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Si suggerisce di accompagnare la lettura di questo brano dapprima con il caffè shakerato del Posto Pulito, magari al tavolo in cima alla scalinata dehor, e successivamente, con più calma, con un caffè shakespeariano (presto disponibile, solo al Posto pulito, Illuminato bene).

Per chi vuole approfondire consigliamo l’ottimo Termodinamica per Tutti, Sperling & Kupfer, Milano, 2013, 9 volumi – ma scritti con caratteri grandi): richiedetene una copia al vostro idraulico, al vostro barista, al vostro ingegnere domestico.

Non ve ne pentirete!