Impanescion – Le ricette del Posto Pulito/3

Rubrica del martedì

[Attenzione! Le ricette del Posto Pulito sono brani, articoli, stralci, dissertazioni, disquisizioni, poesie, ecc. di letteratura, fiction, satira, ecc. – Salvo quando diversamente indicato NON riproducetele a casa vostra o nel vostro bar!]

Di RobySan

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Prendete la melanzana. L’avete presa? Bene. Affettatela. Però, dopo averla lavata. L’avete affettata? Bene. L’avevate lavata? No? Bene, tanto non se ne accorge nessuno. Andiamo avanti. Avete delle fette di melanzana. Scartate il picciòlo. Avete affettato pure quello? Bene, tanto non se ne accorge nessuno. Andiamo avanti. Sbattete l’uovo. L’uovo, saprete ben cos’è un uovo, no? Uovo di gallina. O siete così principiantemente dilettanti (o dilettantescamente principianti) da non conoscere e distinguere l’uovo di gallina da altre uova. O da non riconoscere le uova, in generale? Le uova sono quella cosa che, con cadenza quasi quotidiana, le galline sfoderano dal loro sfintere anale (lo buco dello culo, vulgaris dictum[*]) allo scopo di riprodursi. Sì. Non fatemi fare una digressione-trattato sulle dinamiche riproduttive del pollame. Tutti gli uccelli funzionano così. Dal colibrì allo struzzo. L’uovo di colibrì è piccolissimo, e non potreste combinarci molto, in cucina. L’uovo di struzzo è bello grosso – fa una quindicina di uova di gallina – e potreste impanarci una cotoletta di brontosauro, se fosse possibile trovare un brontosauro. Non ci sono più brontosauri. Perlomeno: non ci sono più i brontosauri di una volta. Ma ciò non è pertinente. L’uovo di struzzo dovreste romperlo a martellate. Avreste bisogno quindi, tra gli attrezzi di cucina, pure di un martello. Ma non avete un uovo di struzzo e perciò il martello non vi serve. E poi non so come sia venuta fuori ‘sta storia dell’uovo di struzzo che non c’entra proprio nulla. Non fatemi perdere tempo, voi, i vostri struzzi e i vostri brontosauri. Torniamo ab ovo. Sbattete l’uovo. Solo un deficiente standard, come quel biondino lì in terza fila, poteva sbattere l’uovo contro il muro. Adesso pulisci il muro, pezzo di cretino. Non si può credere alla consistenza della massa di babbei che frequentano Botteghe di Cucina Creativa. Butta quel panno carta, lordo di albume, nel cestino del biologico, qui facciamo la raccolta differenziata. Differenziata, ho detto: lì la carta, là il biologico (le uova sono biologico, la carta no), più in là vetro e lattine. Le ossa di brontosauro nell’indifferenziato. Ma questo non è un problema perché non ci sono brontosauri. E non fatemi ripetere le solite cose. Si deve rompere delicatamente il guscio dell’uovo – sì, le uova hanno il guscio – e versare il contenuto del guscio in una scodella. La scodella è lo stesso del piatto fondo, o Nordico. Si toscaneggia qui, non l’hai inteso? Avete messo il contenuto del guscio dell’uovo nella scodella? Bene. Il guscio nel biologico. Solo il guscio. No, Andrej Fëdorovich, l’Inguscezia col guscio non c’entra affatto, benché io sia perfettamente convinto che anche in Inguscezia abbiano galline. L’uovo è nella scodella, benedetto cielo? Sbattetelo. CON LA FORCHETTA, pezzo di animale. Ripulisci il muro e raccogli i cocci del piatto. I cocci nell’indifferenziato, albume e tuorlo (tuorlo, tuorlo, mannaggia) nel biologico. E facciamo attenzione, una buona volta. L’uovo sbattuto si presenta come una crema, un po’ ripugnante, lo ammetto. Ma è così che deve essere. Infarinate le fette di melanzana. No, non leggendo loro un capitolo di Le Scienze. Mettendole letteralmente nella farina. Avete farina? Un po’ di farina sul marmo della cucina. O su di un tagliere o un piatto abbastanza grandi. Non c’entra niente che sia farina del vostro sacco. Non siamo qui per questo. La farina era un presupposto implicito. Sono presupposti impliciti tutte quelle cose che si dà per scontato voi sappiate già. Questo non è un corso per nullasapenti. Siete nullasapenti? Mi auguro di no. Avete infarinato le fette di melanzana? Ecco. Bene. Sì, lo so, si appiccicano alle dita. E non leccatevi le dita, nessuno vi vede ma insomma. Sciacquatevi le mani. Asciugatevi le mani. Era un presupposto implicito pure questo, ma tant’è. No signorina, il colibrì e lo struzzo non possono incrociarsi allo scopo di produrre uova di taglia media. E questo non è un corso-seminario di ornitologia: le uova e gli uccelli ci interessano in funzione gastronomico-nutrizionale. Non usciamo dal seminato. E’ un seminario, sì. E il seminato non c’entra; è un modo di dire. E questo non è un corso di retorica: ci dobbiamo occupare di melanzane. Melanzane impanate. E’ un benedetto corso sulla melanzana impanata. O vi è sfuggito qualcosa? A lei è sfuggita la fetta di melanzana, come si poteva prevedere osservando la sua fronte non-platonica. Ne prenda un’altra, per la miseria, e ripeta il ciclo. Non mi faccia replicare i dettagli, eh! La fetta planata va nel biologico. No, non è corretto riciclarla seduta stante. Ora le fette di melanzana infarinate vanno nell’uovo. Così, s-cic s-ciac, un colpo qua un colpo là, usando abilmente – ho detto abilmente – la forchetta. E poi subito nel pangrattato. Cosa fate quella faccia: il pangrattato è un presupposto implicito pure lui. Sì, signorina, avendo una bistecca di brontosauro e un uovo di struzzo le servirebbero tre pani di Altamura grattugiati tutt’interi per impanarla. Ma non mi faccia perdere il filo. Non riattizziamo il discorso sul brontosauro e sullo struzzo, vi prego. Avete il pangrattato? Bene. Metteteci la fetta di melanzana infarinata e bagnata d’uovo. L’uovo, quello che sta nella scodella. E’ chiaro? Dovrete ripetere il ciclo per ciascuna delle fette. Escluse quelle sfuggite. Poggiatele ora su un piatto pulito. Mettete l’olio nella padella. Mettete la padella sul fuoco e cercate di evitare chiamate al 118. No, le chiamate al 118 non le si evita spegnendo il cellulare. E’ che l’olio deve essere CALDO. Controllate con lo stecchino. Quando lo stecchino fa le bolle l’olio è caldo. No, non dovete provare col dito. No, mi creda, non lo faccia. Ecco. Bene, così. Fette impanate nell’olio. Quando la panatura è dorata o appena appena brunita, la fetta di melanzana è pronta. Toglietela dall’olio. E’ presupposto implicito che lo facciate con la forchetta. Poggiatela sulla carta assorbente. No, il giornale non va bene a meno che non stiate preparando le melanzane impanate per dei camionisti frettolosi. La carta da pane va bene. Non faccia dello spirito su cosa è più igienico, lei, biondino. Avete preparato le melanzane impanate. Salatele. Sì, si salano dopo la cottura. Mentre sono ancora calde. Sì, signorina, anche la cotoletta di brontosauro andrebbe salata così. Avreste dovuto salare anche l’uovo, ma non ho alcuna intenzione di tornare su questo argomento.
[*]: non è latino, lo so, non scassate.

~

Il risultato finale (il prodotto da mangiare) derivante dalle Ricette del Posto pulito  lo potete trovare solo in Un posto pulito, illuminato bene a Montemagno (Asti), servito con l’aperitivo, con la colazione, con la merenda, con lo spuntino, eccetera.

Impossibile rinunciarvi.

Fare niente in un Posto pulito, illuminato bene

da “IL GRANDE RE FETICCIO”, racconto di un anonimo

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Orbene eccomi, con voialtri, e già questo dovrebbe riempirvi d’un certo irrepresso orgoglio, sulla sessantina o forse più, coi reumatismi e una casa in affitto, impenetrabile muro d’ovvietà, bronzea figura imponente e barbuta scolpita sulla gualdrappa d’un mezzo sangue.

Poi, un giorno, incontrai tutti gli altri feticci in un bar di Montemagno per sfidarli al gioco e divertirmi un po’. Così, sono cose che si fanno tra feticci. Quella stessa notte osservai il campanile della chiesa cadere giù in un fottio cadere giù in un boato cadere giù e basta. Insomma c’erano tutti questi feticci, amuleti, dei, simulacri, idoli. Li guardai mentre agonizzavano, a pane e acqua, e me ne compiacqui. Gli tolsi anche il pane e l’acqua e tutti i discepoli. Il primo a desistere fu un bafometto, un cazzillo alto una quindicina di centimetri e notevolmente meno importante di me, seguito in rapida successione da un simbolo totemico d’accertata omosessualità e dunque sterile, un cristo crocifisso e dunque inutilizzabile e una specie di testa antropomorfa di cui non ricordo l’origine.

M’intrattenni amabilmente con Kali, feticcio d’oscurità e violenza, Kokuzhan, simbolo d’abbondanza, un Buddha d’oro che per la mole imperiosa del ventre resistette al digiuno più degli altri, e un tale feticcio brasiliano che non serviva a niente, e non avendo niente da fare o da dire diventò fonte inesauribile d’ispirazione per tutti noi.

Restammo lì, in Un posto pulito, illuminato bene, a fare niente.

E a quelli che ci proponevano una partita a carte rispondevamo che eravamo impegnati a focalizzarci sul vino che stavamo bevendo.

E mandavamo al diavolo quelli che volevano fare conversazioni dotte, preferendo l’arte della puttanàta.

E stavamo lì, amabilmente, senza occuparci di nulla, irridendo sommariamente quelli che lavoravano, quelli che scrivevano, quelli che assistevano a eventi o rappresentazioni, quelli che avevano idee o intuizioni e dipingevano, cantavano, suonavano.

Giacché il far niente, se fatto bene, è sempre preferibile al far qualcosa.

Il far niente, se fatto bene, in Un posto pulito, illuminato bene, sorseggiando un bicchiere di vino, è insuperabile.

Parola di un Grande Re Feticcio.

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Il Grande Re Feticcio. Uno che la sa lunga.

 

 Al Posto pulito, illuminato bene trovi tutto l’occorrente per fare niente, e tutti i drink pensati appositamente per chi non vuole fare un tubo.

“Fare niente in Un posto pulito, illuminato bene è molto meglio che fare niente in qualunque altro posto”

Bertrand Russell

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Bertrand Russell. Anche lui la sapeva lunga.

Iscriviti anche tu al Corso sul Far Niente in Un posto pulito, illuminato bene!

E’ gratuito e poco impegnativo.

Introduzione agli scacchi in Un posto pulito, illuminato bene

 

 SCACCHI locandina

La lezione (o le lezioni) si terrà (si terranno) in orario serale, di giovedì (date da stabilire), al raggiungimento di almeno 10 partecipanti.

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Info: unpostopulito@libero.it

tel. 335.5414263

§

A tal proposito, invito tutti gli appassionati di scacchi a ‘rigiocare’ la partita sotto. Da Murphy di Samuel Beckett.

(…e ringrazio quelli del sito samuelbeckett.it per aver fatto tutto il lavoro qui sotto e perché hanno un sito bellissimo).

Bianchi (Murphy)
Neri (Endon)Il signor Endon giocava sempre con i
Neri. Se gli offrivano i Bianchi, si dileguava, senza alcun segno di
fastidio, con un’espressione di leggero stupore
 
1. e4
La causa principale di tutte le successive
difficoltà dei Bianchi.
  1. Ch6
2. Ch3 2. Tg8
3. Tg1 3. Cc6
4. Cc3 4. Ce5
5. Cd5
Apparentemente niente di meglio, per
quanto brutta mossa.
  5. Th8
6. Th1 6. Cc6
7. Cc3 7. Cg8
8. Cb1 8. Cb8  
9. Cg1 9. e6

10. g3

Pensata male.

  10. Ce7
11. Ce2 11. Cg6
12. g4 12. Ae7
13. Cg3 13. d6
14. Ae2 14. Dd7
15. d3

15. Rd8

Mai vista al Café de la
Régence, raramente al Divano di Simpson.

16. Dd2 16. De8
17. Rd1 17. Cd7

18. Cc3

Segnale di allarme

  18. Tb8
19. Tb1 19. Cb6
20. Ca4 20. Ad7
21. b3 21. Tg8
22. Tg1 22. Rc8  
23. Ab2 23. Df8
24. Rc1 24. Ae8

25. Ac3

E’ difficile immaginare una
più deplorevole situazione per i Bianchi a questo punto.

25. Ch8
26. b4 26. Ad8

27. Dh6

L’ingegnosità della
disperazione.

 

27. Ca8

Il gioco dei Neri si fa irresistibile.

 
28. Df6 28. Cg6
29. Ae5 29. Ae7

30. Cc5

Va tributato un encomio ai Bianchi per
l’ostinazione con la quale si affannano a perdere un pezzo.

 

30. Rd8

A questo punto il signor Endon, senza
nemmeno prounciare “j’adoube”, mise sottosopra il suo Re e la Torre
della Regina, posizione che conserveranno fino alla fine della partita.

 

31. Ch1

Mossa di alleggerimento un po’ tardiva.

  31. Ad7
32. Rb2!! 32. Th8
33. Rb3 33. Ac8
34. Ra4

34. De8

Dal momento che il signor Endon non
gridava “Scacco!”, né tanto meno dava la minima impressione
di essere consapevole di stare attaccando il Re del suo avversario o
meglio del suo dirimpettaio, Murphy era dispensato, in
conformità alle legge 18, dall’occuparsene. Ma
ciò voleva dire ammettere che la sua salvezza era fortuita.

 
35. Ra5 35. Cb6
36. Af4 36. Cd7
37. Dc3 37. Ta8

38. Ca6

Non ci sono parole per esprimere quale
pungolo mentale spronò i Bianchi a questa abietta offensiva.

  38. Af8
39. Rb5 39. Ce7
40. Ra5 40. Cb8
41. Dc6 41. Cg8
42. Rb5

42. Re7

Il finale di questo solitario
è splendidamente giocato dal signor Endon.

43. Ra5

43. Dd8

Ogni ulteriore diversivo risulterebbe
frivolo e vessatorio, e Murphy, con lo scacco matto nel cuore,
abbandona.

I Bianchi abbandonano.

 

Teatro in Un posto pulito, illuminato bene/1. Pernod

PERNOD

Pernod_kitsu_small

(Un bar pulito, illuminato bene. Pavimenti lucidi, bancone lucido. Tutto è perfettamente in ordine. Tutte le mensole sono vuote. Sul bancone c’è una teca linda. Vuota. Dietro al bancone, sulle mensole, numerose bottiglie di liquore impolverate. A parte le bottiglie, tutto il resto è pulitissimo.

Il barista sta annotando qualcosa su un foglio – quasi come facesse l’inventario dei prodotti.

Entra il proprietario del bar e si posiziona al bancone).

 

PROPRIETARIO        Beh come va?

BARISTA           Con lo stomaco sottosopra. E a te?

PROPRIETARIO           Non c’è male. Nessun cambiamento rilevante. A parte il foruncolo. (Scruta la teca dei croissant – vuota e linda – posta nell’angolo del bancone, passa un dito sul vetro, lo sporca di unto. Il barista osserva la scena in silenzio). Voglio che tu ripulisca questa teca. È sudicia. (Il barista non fa una piega).

BARISTA       (Avvicinandosi alla teca). Uhm. (Fa per avviarsi verso il retro)

PROPRIETARIO       Dove vai?

BARISTA         A prendere qualcosa per pulire.

PROPRIETARIO         C’è rimasto qualcosa per pulire?

BARISTA           Che io sappia no.

PROPRIETARIO       Va’ a prendere qualcosa per pulire.

(Il barista esce, rientra a mani vuote)

BARISTA       Tutti gli stracci sono lerci, l’acqua è putrida. Avevamo una scopa. Ma ora non c’è. (Alita sulla teca, accenna a strofinarla con il suo grembiule).

PROPRIETARIO       Lascia perdere.

BARISTA          (Smette immediatamente). Come vuoi.

PROPRIETARIO         E dimmi, si è poi ammazzato quel giovane cameriere?

BARISTA       Naturalmente.

PROPRIETARIO      E quello vecchio?

BARISTA       Idem.

PROPRIETARIO      Si sono ammazzati tutti?

BARISTA      Non tutti. Qualcuno non è ancora nato.

PROPRIETARIO      Beati loro.

BARISTA      Se lo dici tu.

PROPRIETARIO        (Guardando le bottiglie di liquore impolverate) Avrei voglia di un Pernod.

BARISTA      Sono le sette di mattina.

PROPRIETARIO     E allora? Dammi un Pernod.

BARISTA      Liscio o con ghiaccio?

PROPRIETARIO      Naturalmente liscio. Che domande.

BARISTA           In ogni caso non servo Pernod alle sette di mattina.

PROPRIETARIO      Non credo di aver capito.

BARISTA        Mi sa che invece hai capito.

PROPRIETARIO     Che, devo prendere ordini dal mio barista?

BARISTA      E comunque non ne abbiamo.

PROPRIETARIO      Cosa?

BARISTA        Pernod. Finito. Kaputt. A pensarci bene, forse non l’abbiamo mai avuto.

PROPRIETARIO        Ma se vedo la bottiglia proprio lì, a un braccio di distanza (si allunga sul bancone per afferrarla).

BARISTA          Sta’ fermo! (Lo ricaccia indietro) E’ solo per bellezza. Arredamento.

PROPRIETARIO     Allora dammi una Sambuca.

BARISTA      Sono le sette e un minuto di mattina.

PROPRIETARIO      Hai finito anche quella?

BARISTA        Che perspicacia. Finita. Terminata.

PROPRIETARIO     (Si guarda intorno)  C’è rimasto qualcosa?

BARISTA       Niente di niente.

PROPRIETARIO       Ma il bar è aperto?

BARISTA         Spalancato.

PROPRIETARIO          Dio mio. E cosa offriremo ai clienti?

BARISTA            Una sterminata immaginazione.

PROPRIETARIO         Bella fregatura!

BARISTA              E’ quello che dicono tutti.

PROPRIETARIO         E la commedia teatrale? Hanno portato in scena una commedia, no?

BARISTA       Ti era stato chiesto. Ma ti sei opposto.

PROPRIETARIO       Grazie al cielo, detesto il teatro.

Sipario – o meglio, luci spente.

§

Se invece voi il teatro non lo detestate:

Sabato 27 settembre, ore 21.30

in Un posto pulito, illuminato bene

gli ARCODERIVATI porteranno in scena LE FINESTRE, opera teatrale liberamente ispirata a Dino Buzzati

(Questo significa che potete stare tranquilli: non porteranno in scena la cosa che – forse – avete letto qui sopra – essa è solo da intendersi come ESEMPIO di opera teatrale) 

locandina Finestre

Stay tuned for more theater plays

in A clean, well-lighted place!

Smaltimento Cari Estinti – I racconti del Posto Pulito/9

Rubrica del lunedì

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L’ottantasette è stato l’inizio della fine.
Dal millenovecentotrenta fino al giugno dell’ottantasette le cose marciavano che era una meraviglia.
Sai come funzionava? Intendo prima dell’ottantasette. Ma cosa diavolo vuoi sapere tu, ragazzo. Tu hai fatto la tua domandina d’assunzione e sei capitato quaggiù. Beh te lo dico io come funzionava prima dell’ottantasette. Tanto per cominciare i cadaveri si decomponevano regolarmente, secondo i ritmi naturali, come il Signore ha voluto. E non t’azzardare a contraddirmi perché sono pronto a tirarti un cazzotto sul grugno. Comunque dopo trent’anni non puzzano più. Sono quelli più recenti che ti stendono. Quello là, guarda quello, codice GMR81554HJ, tredici anni di giacenza, femmina. Scoperchiò l’ennesima bara. Una volta duravano al massimo un otto, nove anni, prima di decomporsi del tutto. Oggi apri una bara e sei capace di trovarci dentro un paio di tette in silicone perfettamente integre. Robe da matti. E pretendono che sia Isaia Wernikoff, a smaltirle. Fanculo, dico io, che vengano loro a prendere in mano queste schifo di tette ammuffite. Guarda un po’ che schifo del cazzo, ragazzo. Almeno ci dotassero di un paio di guanti davvero impermeabili. Passo due ore al giorno a disinfettarmi le mani. Mostrò le mani. Vedi queste mani? Sono mani da becchino. Mani infestate dai germi della morte, porcaccia boia. Tre ore di vita, mi ci vuole, per strofinarle. Indicò le protesi siliconiche col suo enorme indice, poi tornò in direzione della bara già aperta e caricò sulla carriola i resti del cadavere da smaltire. Scalciò un ratto, o qualcosa del genere. Questi fottuti ratti, disse. E non sono neppure il peggio; l’anno scorso ci siamo ritrovati muso a muso con un procione. Io e Mec. Non è vero, Mec? Finse un montante al mento di Mec, il quale si scansò senza aprire bocca. Racconta al ragazzo di quando ci è capitato il procione.

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Mec non aprì bocca.
Non parla più da un anno e mezzo. Ci ha fregati tutti, questo figlio di cane. Comunica solo scrivendo su pezzi di carta rancida. Tanto per quello che c’è da dire. E comunque stavamo tirando fuori i cadaveri da smaltire e non ci salta fuori un cazzo di procione? Prova a vedere i denti di un procione, ragazzo; affilati come lame giapponesi, porcaccia schifosa. Ci abbiamo messo un’ora, per prenderlo; sembrava un demonio, che cristo, un demonio peloso e schifoso. L’ho fatto secco a badilate, ti ricordi Mec? Tre o quattro mi pare, non voleva saperne di tirare le cuoia. Mec l’ha smaltito nel bollitore insieme ai cadaveri. Ma ti assicuro, ragazzo, che un procione da queste parti non s’era mai visto. Si accese una sigaretta continuando a ripetere la parola badilate. Cos’hai combinato, tu, per ritrovarti in questo posto di merda? Non rispondere, ragazzo; a che serve rispondere? Gli agenti di Nettezza Umana hanno tutti i privilegi, l’attrezzatura, e noi cos’abbiamo? Fece una smorfia, si pulì le mani sulle braghe putride, scatarrò in terra. Noi abbiamo una carriola e un piede di porco mezzo arrugginito; e un distributore automatico di intrugli schifosi che si ostinano a chiamare bevande. Fece cenno di seguirlo verso il distributore automatico di caffè. Sai quanti cadaveri può ospitare il cimitero gestito dalla nostra Azienda? Non ne ho la minima idea, ma più dei vivi, ragazzo, questo è sicuro; eppure lo spazio non basta mai, e dopo un po’ bisogna pur smaltirne qualcuno. Del resto di questi cadaveri non gliene frega più niente a nessuno; trascorso il periodo di giacenza gli rifilano un calcio in culo e li sbriciolano come grissini, oppure li bollono come una rapa muffa. E chi glielo deve dare, il calcio in culo? Chi li deve sbriciolare come grissini o bollire come rape del cazzo? Sempre noi, ragazzo: tu, alla tua fottuta postazione computer, Mec e il sottoscritto a sporcarci le mani in mezzo alla fanghiglia. E per di più ci tocca prendere in mano quelle cazzo di tette di gomma. I tempi delle tette di Sabrina Salerno sono finiti, ragazzo. Sai cosa succedeva ai tempi delle tette di Sabrina Salerno? Ma certo che non lo sai, eri ancora impegnato a scaccolarti. Di sicuro all’epoca non avresti pensato che un giorno ti saresti ritrovato in mezzo a questi zombi del cazzo indossando quella camicia a quadretti. Stai tranquillo, ragazzo, ci sono qua io. Fece una pausa per inserire la propria chiavetta all’interno del distributore di caffè. La cercò brevemente nella tasca della giacca. La estrasse e la inserì nell’apposita fessura. Sul display comparve la scritta credito residuo 2,33. Questa fottuta tecnologia, disse. Premette il pulsante del caffè nero senza zucchero e il distributore fece le sue tipiche operazioni da distributore. Prese il bicchiere di plastica e iniziò a sorseggiare il caffè. Ai tempi di Sabrina Salerno succedeva che le tette si decomponevano in quattro e quattrotto, e finché erano montate su una donna viva era un piacere palparle, che cazzo. Mec sosteneva che le tette di Sabrina Salerno erano di gomma. Porca puttana ti rendi conto di quel che sosteneva sto figlio di cane? Finse di tirare un destro a Mec, che si scansò senza dire una parola. Figuriamoci. Buttò giù un sorso di caffè. Questo caffè è sempre la solita merda; ogni volta spero che come per magia durante la notte un ipotetico genio del caffè sia penetrato nel distributore aumentandone la gustosità, ma ogni volta non faccio altro che constatare che è irrimediabilmente identico al giorno precedente: una vera merda. Un caffè deve possedere alcune caratteristiche indispensabili di cremosità e viscosità. Non credo sia tanto complicato intuire che un buon caffè aumenta le capacità di concentrazione di chi lo beve; ma i vertici dell’Azienda se ne fregano. Sono stati svolti studi scientifici che provano senza ombra di dubbio che un caffè gustoso aumenta le facoltà dei dipendenti del trentuno percento. Stesso discorso vale per le tette delle colleghe: tette vere più armonia, tette di gomma più tensione. Ma tanto a me tocca bere questa brodaglia insulsa e lavorare con voi due teste di cazzo.
Fece una pausa per continuare a bere il caffè.
E vuoi saperne una, ragazzo? Il giorno dopo la faccenda del procione si presenta qui un tizio e mi chiede se abbiamo visto il suo procione. Ma non lo chiede a me, capisci, lo chiede a quell’idiota di Mec. E sai cosa fa quel troglodita di Mec? Annuisce. Capisci, ragazzo? Ammette di averlo visto, e mi costringe a raccontare la faccenda. Quella bestia demoniaca era un animale domestico, capisci? Così ci tocca passare un guaio per colpa di un procione del cazzo. Ma ti pare che una persona normale possa tenersi a casa un procione? Morale, il tizio ha fatto causa all’Azienda, l’Azienda ci ha aperto il culo e trattenuto un mese di paga, io ho mollato un gancio sulla mascella a Mec, perché dico io, non si può essere tanto imbecilli, non ti pare, ragazzo?
Fece una pausa, andò nei pressi di un cespuglio di buganvillea, tirò fuori l’arnese e fece una pisciata. Sabrina Salerno con le tette finte, disse. Solo un rozzo come Mec poteva sostenere una roba del genere.
Tornò in direzione delle bare da smaltire, ne scoperchiò un’altra col piede di porco, fece una smorfia, si coprì la bocca e il naso con il lembo della camicia.
Guarda qui, ragazzo. Lesse la targa sulla bara. HJK1928G81FF, in giacenza dal millenovecentoerotti. Indicò l’interno della cassa. Quando le casse da morto sono difettose il risultato è questo. Vermi, orcoìo, vermi e larve. Ziocristo mi viene il voltastomaco. Se devi vomitare fallo lontano da me, ragazzo, che mi suggestiono. Afferrò la vanga e la introdusse nel groviglio di vermi avvoltolati sopra le ossa. Guarda qui che schifìo, si sono ciucciati fino all’ultimo cencio di tessuto.
E poi pretendono di trovarci l’anima, in mezzo a questo disgusto, orcomondo lurido; l’anima è un groviglio di vermi che squartano la carne, ragazzo, prendi nota, accamaiala. Vermi onesti, vermi dotati di spirito santo: eccola qui, la vostra anima. Chiamò Mec perché venisse con l’antiparassitario. Mec ne spruzzò una quantità industriale. Spruzza, catroia, spruzza. Sto prodotto non è buono manco per i pidocchi, cristo. A noi solo prodotti di seconda scelta. Non funziona più niente, ragazzo. L’anima la estirpiamo io e Mec con l’antiparassitario, ragazzo, è per questo che in paradiso si sente profumo di pulito, porcaccia vacca schifosa. Altro che fiori, sto parlando di disinfettante al pino silvestre e gardenia nebulizzata, ristosanto.
Più segreti degli angeli sono i suicidi. E va bene, orcoìo, ma che poi finisci in questo schifo di posto mica te lo dice nessuno; mica te lo raccontano che il paradiso è un bollitore industriale che ti spedisce dritto nel culo del nulla, accaéva impestata. Mi capisci, ragazzo? Più segreti degli angeli sono i suicidi. Ma gli angeli si fanno gli affari loro ragazzo, mica possono perdere tempo con gente come noi. E allora se la gente potesse vedere lo schifo che li aspetta, malora boia, ci penserebbe due volte prima di crepare. Si mettono lì a pregare, a supplicare, ma alla fine è un buco nell’acqua. E dell’anima cosa rimane, poi? Un grumo di vermi di merda rimane, ecco cosa, risto schifoso.
Mec spruzzò il disinfettante.
Quando le cose funzionavano, in questa dannata azienda, e mi riferisco a prima del fatidico millenovecentoottantasette, c’era un archivio cartaceo sul quale si scrivevano le date di smaltimento cadaveri, così sapevamo che oggi toccava a uno, domani all’altro, eccetera. Alle volte si accumulava un po’ di lavoro, ma mai come adesso. Facevamo una telefonata in Sede e l’azienda ci confermava lo smaltimento del dato cadavere. Le cose funzionavano a meraviglia, ragazzo; fatta eccezione per il caffè, quello è sempre stato una merda.
Terminò il caffè, poi lanciò il bicchiere in direzione del cestino. Lo mancò. Disse: catroia. Si chinò per raccogliere il bicchiere, poi si accese una sigaretta.
Nel giugno del millenovecentoottantasette un tale di nome Grandét, quel figlio di buona donna, un cornuto di dipendente del Settore Informatico, propose la sua invenzione ai piani superiori. La sua invenzione, come la chiamava. Quel povero coglione. E così inventò il fottutissimo Metodo di Trasmissione Telematico che ancora oggi crea sconquassi nell’organizzazione del nostro lavoro.
In pratica dal giugno di quell’anno buono soltanto per il disco d’esordio di Sabrina Salerno uno schifido calcolatore incamera i dati e in base calcoli imbecilli ci invia i codici dei cadaveri da smaltire. Ma questo lo sai già, ragazzo, dato che sei appena stato assunto per ricevere i dati schifidi di quello schifido calcolatore. Ne sono passati tanti, di ragazzotti rincoglioniti con le camicie a quadretti, prima di te. D’altronde io non ci ho mai capito una mazza di computer, e Mec non ne parliamo. Ma te lo vedi Mec al computer? Non saprebbe neppure accendere una televisione, quel rozzo. È solo capace a scarabocchiare su quei foglietti idioti.
E comunque ogni volta che c’è un po’ di traffico pum, salta tutto. Il Computer Centrale va in tilt e noi dobbiamo sorbirci turni massacranti per ovviare alle lacune della telematica. E va a finire che ci fanno smaltire cadaveri che non erano da smaltire. Cos’era, il duemila o giù di lì. Un avvocato di grido, mi sfugge il nome, ma il caso ha fatto scalpore.
Spense la sigaretta nel portacenere del cestino, ne accese meccanicamente un’altra.
Beh, questo tizio, l’avvocato di grido, ha una moglie che si impicca. Fin qui niente di straordinario, dirai tu. Le fanno una sepoltura con i controcazzi, ragazzo, chiedi a Mec se non ti fidi, e la tumulano nella terra, come aveva chiesto. Se non fosse che dieci giorni dopo quel cazzo di calcolatore invia tredici codici per altrettanti cadaveri da smaltire. Uno dei codici era il 331B47RF, me lo ricorderò finché campo.
E allora io e Mec cosa facciamo, secondo te? Diede una lunga boccata alla sigaretta. E cosa vuoi che facciamo, abbiamo preso il piede di porco, i guanti, la vanga e siamo andati a scoperchiare le bare per smaltire i cadaveri. E secondo te a quale cadavere corrispondeva il codice 331B47RF? Hai già capito, ragazzo. Proprio alla fottuta moglie del fottuto avvocato. Appena scoperchiamo la bara me ne accorgo subito, per la puttana, mica siamo idioti; bestemmio un quarto d’ora, poi mi attacco al telefono. Dico qui ci deve essere un errore cristo, il codice 331B47RF è stato seppellito dodici giorni fa. E lo sai cosa mi rispondono in Sede? Catroia maledetta, sai cosa mi rispondono? No che non lo sai. Si bloccò. Te lo dico io; mi rispondono primo veda di non bestemmiare, secondo moderi il linguaggio, terzo pensi a fare il suo lavoro. Orcoìo ragazzo, ti rendi conto cosa mi rispondono? Pensi a fare il suo lavoro. E io gli dico se volete venire a smaltire un cadavere seppellito da quindici giorni prendete un paio di guanti e venite voi, accamaònna di una eva sfondata. Dico proprio così. Chiedi a Mec se non ho usato precisamente queste dannate parole. Vide un paio di nutrie. Queste nutrie fottute. E comunque quello della Sede, intendo quello al telefono, mi risponde può attendere in linea, e io attendo in linea. Ascolto musica per ragazzi strafatti all’incirca per un quarto d’ora, che avevo l’orecchio destro in fiamme. Poi mi risponde una voce femminile e mi dice qual è il problema. Voleva sapere qual era il problema, capisci ragazzo? Il problema è che c’è un cadavere di quindici giorni che il vostro cervellone del cazzo ha indicato come da smaltire, vacca boia, ecco qual è il problema. Sai cosa mi risponde la voce femminile? Mi risponde primo moderi il linguaggio, secondo il calcolatore centrale non può sbagliare, controllate che il codice inviato dal calcolatore centrale coincida con quello riportato sulla bara in questione e, se coincidente, procedete allo smaltimento. Se coincidente? Ragazzo, cosa potevo rispondere a una che ti parla di codici coincidenti? A una che come minimo avrà avuto le tette di plastica, altro che Sabrina Salerno. Secondo te cosa potevo rispondere? Le ho risposto di fottersi, che venisse lei a controllare i codici, e, se coincidenti, venisse lei a smaltire un cadavere seppellito da neanche quindici giorni. Ho riattaccato e mi sono fatto un panino con Mec; quel vecchio cavernicolo prepara dei panini che sono la fine del mondo. E così ci siamo mangiati i panini e abbiamo riflettuto su quel calcolatore del cazzo. Mec ha anche controllato per scrupolo che i codici fossero coincidenti. E coincidevano, accamaònna, coincidevano come due gocce d’acqua. Così ci siamo messi a smaltire gli altri dodici cadaveri, e mentre smaltivamo il penultimo sentiamo il telefono squillare.
C’era una voce maschile. Dice lei è il signor Wernikoff? Dico sì, sono io. Ci è stato comunicato che c’è un problema inerente lo smaltimento di un cadavere, precisamente del cadavere 331B47RF; il 331B47RF dai nostri archivi risulta femmina, in giacenza da trentanove anni e sei mesi, per cui da smaltire entro oggi mediante bollitore industriale per cadaveri.
Merda secca, rispondo, statemi bene a sentire, caproni elettronici: il 331B47RF risulta femmina anche a me, ma è in giacenza da due settimane, cristo. Praticamente è ancora caldo, catroia maledetta.
Le informazioni a nostra disposizione presso l’archivio telematico indicano che il cadavere codice 331B47RF è in giacenza da trentanove anni e sei mesi. Ora, dice quel calibano imbecille, se la targa posta in basso a sinistra della bara riporta il codice 331B47RF significa che il cadavere contenuto in quella bara è da smaltire entro oggi, senza ulteriori discussioni. Le chiedo, mi chiede quello stronzetto, la targa posta in basso a sinistra della bara riporta il codice 331B47RF? Che cosa avrei dovuto rispondergli, ragazzo? Il codice corrispondeva, così ho risposto sì, catroia maledetta, la targa posta in basso a sinistra della bara riporta il codice 331B47RF. E sai cosa mi sento ribattere dall’altra parte? Primo, dice lo stronzetto, moderi il linguaggio; secondo, aggiunge lo stronzetto, procedete allo smaltimento. Hai capito cosa mi dice quel collo di bue? Procedete allo smaltimento.
Ci sono notti in cui perfino questo campo cadaverico puzzolente sembra immagazzinare l’energia della bellezza. La notte in cui abbiamo prelevato il 331B47RF e lo abbiamo ficcato nel bollitore cadaverico era una notte fantastica, ragazzo. Mec ci ha pure scritto una poesia. Come l’hai chiamata, Mec, la poesia? Amore all’ombra del bollitore industriale per cadaveri. Il titolo è da perfetti idioti, ma la poesia non era malaccio. È crepuscolare, come dice Mec, qualunque cosa significhi. Parla di due ragazzini che vengono a fare le loro zozzerie qui, al cimitero, proprio sotto al Bollitore. Ci pensi, ragazzo? Scopano nel campo di decomposizione, accanto al bollitore. E la cosa peggiore è che si tratta di una storia vera: sai quanti ne becchiamo, di questi pervertiti? Un’infinità. Diglielo, Mec, quanti ne hai già beccati. Ma mica solo ragazzini eh; porco cazzo abbiamo beccato anche donne e uomini sposati, se capisci cosa intendo. Ma cosa vuoi capire, ragazzo, tu ti rinchiudi ancora in bagno per farti seghe dalla mattina alla sera; chiudi a chiave la porta, quando ti smanetti qui a lavoro, non voglio sorprenderti con il pisello in mano. Sarebbe imbarazzante, ragazzo, capisci?
Accese una sigaretta, si avvicinò al distributore automatico di bevande. Voglio offrirti un caffè, ragazzo.
La verità è che nessuno ha rispetto del nostro lavoro, disse. Credono sia facile ramazzare il marcio da sotto il tappeto.
E comunque quando il marito del 331B47RF venne quaggiù per cambiare i fiori sulla tomba e al posto della fotografia della moglie ci trovò quella di un camionista di Scandeluzza morto il giorno prima, prima chiese spiegazioni, poi, quando vuotai il sacco, si incacchiò di brutto. Dovevi vederlo, ragazzo. Non toccare mai i morti ai cattolici. Toccare i morti dei cattolici è una gran brutta faccenda. Io lo sapevo, e anche Mec lo sapeva. Non so quanti soldi è costato all’azienda lo smaltimento di quella povera donna; ben gli sta, ragazzo, per quanto sono imbecilli gliene avrei fatti spendere anche di più.
Spense la sigaretta, fissò il ragazzo negli occhi, gli porse il bicchierino col caffè. Ma tu sei troppo giovane, ragazzo. Tu certe cose non puoi mica capirle. Si avvicinò a una bara, notò qualcosa che fuoriusciva dall’intercapedine del coperchio, lì per lì non comprese di cosa si trattasse. Che cazzo è sta roba? Sembra…sembra…un germoglio. Cristosanto, guarda queste bare schifose comprate per due soldi, ragazzo, gli cresce dentro perfino l’erbaccia. Chiamò Mec perché venisse con il disinfestante. Questa non si era mai vista, un germoglio che spunta da una bara. Fece cenno a Mec affinché cominciasse a spruzzare il disinfestante. Spruzza, orcoìo, spruzza. Fanculo all’erbaccia. Fece per accendere un’altra sigaretta, poi decise di no. E fanculo alle tette di plastica. Prese il caffè del ragazzo, bevve un sorso.
Ma come cazzo fai a bere questo caffè merdoso? I vigili urbani, i cantonieri e i dipendenti comunali hanno un tagliando sconto per il caffè al Posto pulito, illuminato bene di Montemagno, e lì fanno il caffè più stramaledettamente buono di tutto questo buco di mondo, e noi dobbiamo bere questa schifezza. Ti sembra giusto, ragazzo? Lascia perdere.
Lanciò il bicchiere in direzione del cestino. Lo mancò, e dovette chinarsi per raccoglierlo. Fanculo, disse, torniamo a lavoro, e accese una sigaretta.

Siamo uomini o manichini?

Manichino Soligo

Sogno dell’alba di Beppe Soligo. In esposizione in Un posto pulito, illuminato bene.

We are the hollow men
We are the stuffed men
Leaning together
Headpiece filled with straw. Alas!

CORO DEI CITTADINI

di un Poeta Esperanto Minore

Jen, ni atendas nia nova naskiĝo
dum ni paŝas inter la homoj
kun nigraj jakoj serĉ la kampanjo
juĝanta ĉiuj kun lacaj okuloj.

Kaj ĉiu mateno ni salut nova tago
esperanta alven la dormo antaŭ
ke enuiga pensoj diras al:
“unu alia egal aliros morgaŭ”.

Nia vivo ne aranĝi ke solvo,
ni eliras unufoje ĉe jaro for de la rivero
manĝi porkaĵon kaj hejmeniri
en nia lul de akvo

Ni estas la rustiĝita robotoj
ke eviti la dezerton preĝanta,
ni turnas en la urbo kiel tramoj
ke sibl sur la fervojoj grincanta.

Kiam la suno fal ni ludas ŝakon
rigardanta gliti la ŝveliĝ riveron:
ni atendas la dormo kun fraŭlinoj
ke portas silente kafo kaj kukoj.

Ni ne aranĝi ke nenio diri.
Niaj planoj ne aranĝi ke formo,
por ni estas sufiĉas spiri.
Ĉi tiu ni estas: artefaritaj vortoj ne hav semo.

This is the way the world ends
This is the way the world ends
This is the way the world ends
Not with a bang but a whimper

 §

Traduzione dall’esperanto a cura di gian marco griffi

Eccoci, aspettiamo la nostra nuova nascita
mentre camminiamo tra la gente
con cappotti neri dopo l’ufficio
guardando tutti con occhi stanchi.
 
La nostra vita non ha soluzione,
usciamo dal fiume una volta l’anno
per mangiare zampone e tornare
nella nostra culla d’acqua.
 
Siamo i robot arrugginiti
che cercano il deserto pregando,
giriamo come fossimo un tram
che va piangendo e cantando.
 
Quando il sole tramonta guardiamo il cielo
e nell’oscurità il fiume gonfio:
la sera giochiamo a scacchi
parlando coi fantasmi,
aspettando le donne con caffè e biscotti.

Non abbiamo niente da dire.
I nostri ricordi non hanno volto,
a noi basta respirare.
Siamo parole artificiali senza vita.

Facciamo a parole in Un posto pulito, illuminato bene

seconda chiamata

.

Siete un po’ depressi?

Volete mandare al diavolo qualcuno?

Ce l’avete col governo?

Ce l’avete col vicino?

Ce l’avete con tutto il mondo?

 

Sfogatevi in versi!

Poetry slam locandina

Ma attenzione!

Nascosto tra il pubblico, oppure tra gli altri partecipanti, qualcuno potrebbe avercela con voi.

Il bello è questo.

.

Dai allora fermati a scrivere
sopra una panca del parco
qualcosa che altri leggeranno
sull’industria che perde colpi
i lavoratori depressi
in cura da troppi anni
sui dittatori 
vestiti di grigio
mentre fumi fermati a scrivere
qualcosa di loro
mentre devi spicciarti
perché comincia la partita
fermati a scrivere contro il muro
della stazione il muro di Troia
mentre la tua città
affonda nella nebbia
dai allora fermati e scrivi
una parolaccia contro il muro della chiesa
ne restano tredici su settantadue
presto ne verranno giù altre
e faranno un bel botto ma prima
devi fermarti a scrivere almeno una parolaccia
non so quella che preferisci tipo vaffanculo
o che so io meglio qualcosa di più maturo
morte ai detrattori della libertà
fermati a scrivere égalité fraternité liberté
sulla corteccia degli alberi
o usa un po’ d’immaginazione
e mentre ti spicci perché comincia la partita
scrivi qualcosa che altri leggeranno
che so sulla vita sulla morte
le solite cose
dai allora fermati e scrivi qualcosa
su questa panca verde mentre fumi
tanto anche stavolta ti chiederanno
dimmi qualcosa di bello
e non saprai cosa dire.

 

Sabato 18 ottobre – Un posto pulito, illuminato bene – Montemagno (Asti)

1° Monferrato Poetry Slam

I poeti si sfidano a colpi di versi – il pubblico decide il migliore

Conducono i poeti Max Ponte e Bruno Rullo
 Evento a cura di Murazzi Poetry Slam / Torino

Candidature aperte alle mail:

pontemx@gmail.com

unpostopulito@libero.it

Monferrato Poetry Slam in Un posto pulito, illuminato bene – sabato 18 ottobre 2014

Prima chiamata

Sabato 18 ottobre 2014

in Un posto Pulito, Illuminato bene

MONFERRATO POETRY SLAM

poetry slam 1

Cos’è che è, ‘sto poetry slam?

Il poetry slam è una gara di poesia in cui diversi poeti leggono sul “palco” i propri versi e competono tra loro, valutati dal pubblico.

Lo slam è sport e insieme arte della performance, è poesia sonora, vocale;  il poetry slam è un invito pressante al pubblico a farsi esso stesso critica viva e dinamica, a giudicare, a fischiare, a scegliere, a superare un atteggiamento  passivo, e dunque superficiale e disinteressato, nei confronti della poesia.

E può anche essere l’occasione buona per insultare un po’ di poeti.

(Scherzo)

poetry slam 2

Nei giorni a venire,
quelli dedicati alla preghiera,
il mio canto sarà metallico
come il clangore di spade
veloce come il batter d’ali
d’un colibrì
e oscuro come il mondo
dell’antimateria
dove si chiedono
a quale karma andiamo incontro.

E fu così
distintamente
ma impercettibilmente
che si compresero le ragioni
del planare d’aquile
e i misteri metafisici
nel verdeggiare dei boschi
al di là del monte brullo
dove stanno le croci.

Noi abbiamo avuto un Cristo
fatto di legno, intarsiato a mano
contro il muro della sala
lo ricordo tra i quadri
a professare pace
ma oggi è cenere nel camino
non siamo mai stati molto religiosi
inoltre qui d’inverno
fa molto freddo.

§

Sabato 18 ottobre – Un posto pulito, illuminato bene – Montemagno (Asti)

1° Monferrato Poetry Slam

I poeti si sfidano a colpi di versi – il pubblico decide il migliore

Conducono i poeti Max Ponte e Bruno Rullo
 Evento a cura di Murazzi Poetry Slam / Torino

Candidature aperte alle mail:

pontemx@gmail.com

unpostopulito@libero.it

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Tacchi e Tacchini – Le ricette del Posto Pulito/2

Rubrica del martedì

[Attenzione! Le ricette del Posto Pulito sono brani, articoli, stralci, dissertazioni, disquisizioni, poesie, ecc. di letteratura, fiction, satira, ecc. –  Salvo quando diversamente indicato NON riproducetele a casa vostra o nel vostro bar!]

Per inviare la vostra “ricetta” del Posto Pulito scrivete a:

unpostopulito@libero.it

Per conoscere le semplici regolette richieste per la “ricetta” leggete QUI.

Una “ricetta” di RobySan

image

Prendere i tacchi, farli a pezzi piccini. Verran fuori i tacchini. Sceglierne uno, il più cicciotto. Dirgli quattro paroline dolci all’orecchio (il tacchino ha l’orecchio un centimetro dietro l’occhio), quindi cantargli una canzone di Julio Iglesias o di Gigi D’Alessio. Insistere. Il tacchino si suiciderà (così non porterete il peso della responsabilità di averlo ammazzato voi). Fare a pezzi piccini il tacchino suicida. Si otterranno tanti tacchinini. Sceglierne uno, il più cicciotto, lardellarlo con una fetta sottile sottile sottile di suola di sandalo di frate trappista intrappolato in un trepestìo tropicale. Affettare lo scalogno, tritare il trifoglio, cacciare la palla, esorcizzare la scalogna, esporre Esposito e sintonizzare la radio. Accendere il forno, accedere al giorno, involvere il direttore, interessare il primario e sciogliere l’enigma. A forno caldo condire con olio, burro, grasso di foca (o di oca, non so), foglie di alloro, ombra di ristoro e vin santo al vin santo. Cocere, cocere, cocere ancora. Fin quando non appaia la vecchia signora. Che dica: ragazzi a studiar, l’intervallo è finito. Estrarre il tacchinino, tagliarlo per benino, cosparger di comino e gustare schioccando la lingua. Solo un pochino.

Gli Ipocondriaci – I racconti del Posto Pulito/8

 Rubrica del lunedì

Un racconto di gian marco griffi

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Uno studio sull’ipocondrismo in relazione alla meteopornografia

I nostri spassi sono finiti

Dopo l’aperitivo c’è LEI.
I SUOI capelli leggermente mossi, lucidi.
Il SUO volto simmetrico.
Il SUO collo alto, proporzionato.
I SUOI seni morbidi.
Il SUO corpo filmico.
I SUOI costumi da sexy-mamma.

LEI è Giuditta. SUE sono le previsioni meteo. Niente altro ha importanza.

§

Quando al Posto Pulito, Illuminato bene arriva l’inverno ci ripariamo come possiamo. Abbiamo coperte calde, dozzine di pacchi di antivirali e una saletta del bar su misura per noi cinque. Siamo Ruben, Dan, Gad, Efraim e Issachar. Tutte le mattine a colazione cambiamo il pannolone a Ruben e riempiamo la pera a Dan, imbottiamo di antidolorifici Gad e parliamo del più e del meno. Io e Dan cerchiamo di inspirare con cautela. Per via di certi disturbi gastrointestinali causati da germi stantii nell’ossigeno in cui siamo avvolti. In principio ci riunivamo in dodici per discutere, andare in bagno e guardare la televisione. Ma gli altri hanno cambiato aria. Per farla breve, siamo rimasti noi cinque.

Dopo l’aperitivo aspettiamo Giuditta osservando i bacilli contenuti in un raggio di luce filtrato dalle imposte. Fuori sembra una giornata luminosa. Un cielo terso oltre a procurare notevole fastidio alle iridi può colmare l’animo dell’ingannevole sensazione che l’essere umano sia perfettibile. Ma noi sappiamo che nella scala verso la perfezione non possiamo fare altro che discendere inesorabilmente. Oltre a tutto ciò, l’insopportabile rifrangersi del sole sulle vetrate del bar può causare seri danni alla vista. Per questo evitiamo di alzare troppo la tapparella e cerchiamo di abituare gli occhi alla penombra, ben consci dei rischi che corre la pelle quando subisce una sovraesposizione a qualunque fonte luminosa. Non possiamo accettare che queste lampadine vecchie e impolverate causino seri problemi alla nostra epidermide, impomatata ogni giorno perché risulti profumata, ma anche, nell’eventualità, piacevole al palmo di una mano che l’accarezzasse. La mano può essere ad esempio quella di Giuditta mentre ci prova la febbre oppure mentre cambia la pera a Dan o aiuta Efraim a levarsi la maglietta intima.

§

Spesso abbiamo riflettuto sul fatto che il nostro quadro clinico possa offrire a un osservatore esterno l’ingannevole impressione che la nostra età sia avanzata. Non è così. Il più giovane di noi, Gad, ha quarantaquattro anni. Il più vecchio (Ruben), ne ha cinquantasette. Nondimeno siamo vessati da problemi fisici che logorano la nostra facoltà di ponderazione e ci costringono a lunghe sedute di riabilitazione in questo bar ubicato in un paese sperduto del Monferrato. Il dr. Robinson sostiene che i nostri disturbi abbiano una natura psicosomatica. Il dr. Mabuse gli attribuisce una struttura ansiogena. Il dr. Ross ci ha diagnosticato una rarissima patologia i cui prodromi sarebbero da rintracciarsi in una concatenazione di cause, la prima delle quali è l’utilizzo da parte del governo di sostanze proibite. Sostanze dannose. Anche la dr.ssa Pompeo concorda con questa analisi.
Abbiamo intentato una causa contro il Governo e riceviamo quotidianamente l’incitamento dei nostri innumerevoli avvocati, tra cui: l’Avv. Mason, l’Avv. McBeal, l’Avv. Lomax, l’Avv. McCoy, l’Avv. Dixon.

§

Ruben ultimamente è preoccupato per il suo rapporto con Giuditta.
In particolare, ogni volta che Giuditta sorride, Ruben rischia seriamente di farsela addosso. Per questo ha bisogno di un pannolone per adulti. Riteniamo che un pannolone indossato da un adulto possa suscitare una serie di complicanze a livello subconscio. Abbiamo discusso a lungo su quali complicanze potesse subire la psiche di Ruben. Qualcuno ha sostenuto che un evento edipico primordiale, come il ghigno della baby-sitter a una sua neanche tanto velata incontinenza, potesse aver ingigantito il problema. E che oggi, Ruben, soffre di una forma patologica di vergogna, un’insoddisfazione perenne e metafisica rappresentata dalla figura sorridente di Giuditta. Gad non concorda con questa tesi. Lo fa capire tossicchiando qualcosa e subito affrettandosi a buttare giù un cicchetto di sciroppo.
E comunque abbiamo notato quanto Ruben sia triste. Impedire a Giuditta di sorridere significa sopprimere buona parte della sua propensione umoristica. Perciò Ruben è visibilmente contrariato e depresso. Tutti siamo depressi, ma non come Ruben. Da lui non ce lo saremmo mai aspettato. Ruben è sempre stato solito giocare col rimescolamento del linguaggio, compiendo azioni disarticolanti rispetto al gesto quotidiano. Reputavamo impossibile da scalfire il suo distacco ironico, la sua capacità di gelare il sorriso mentre lo provocava, graffiando la crosta della società. Ci sbagliavamo.

§

Rispondiamo alle obiezioni degli altri clienti del bar snocciolando dati precisi sulla rilevanza delle previsioni meteorologiche sul fisico e sulla psiche dell’essere umano. Abbiamo demandato a Issachar la risposta a ogni obiezione. In lui l’intreccio tra gioco illusorio e perturbazione emotiva riesce talvolta a esecrare l’attesa della morte. “Sto guardando fuori dalla finestra”, dice per esempio, “non riesco a comprendere con certezza se il grigio del cielo sia causato dalla nebbia o dalle nuvole. Quello che posso dire con certezza è che si tratta di una giornata di merda”. Ma Issachar utilizza freddezza, indifferenza e distacco a fini difensivi. “Ci accusano di perpetrare l’erotismo a fini terapeutici, ma non è del tutto vero”, ripete Issachar a chi ci domanda il perché della costante presenza di Giuditta.
Abbiamo anche qualche istinto sessuale, chi lo nega, qualcosa di eroticamente scorretto, ma la consapevolezza delle malattie veneree è tale che nessuno di noi osa perdersi in pensieri tanto turbinosi.
Tutti tranne Ruben, che ha letto qualcosa a proposito della gonorrea. La gonorrea, dice Ruben, impedisce di pisciare. Sì ma il dolore fisico dove lo mettiamo? Domandiamo noi. Non è forse dolore fisico impedire al mio sguardo di osservare Giuditta mentre sorride? Non è forse dolore fisico celare la mia ironia, il mio tagliente sarcasmo nei vostri confronti?
Non lo riconoscevamo più, ed eravamo preoccupati.

§

Quando Giuditta entra nella nostra saletta ha un paio di gambe lunghe due metri e un paio di tette da infarto. A tutto ciò siamo abituati, lo accettiamo, anche se dobbiamo inghiottire numerose pillole per lo stress e per la sudorazione ogni volta che la aspettiamo. Oggi però ci sembra più sexy del solito, poiché indossa un tailleur grigio e calza un paio di tacchi alti. Porta senz’altro calze autoreggenti, ma non riusciamo ad appurarlo con certezza. Inoltre indossa una camicetta bianca e noi temiamo la camicetta bianca. In una delle sue previsioni meteo-erotiche più frequenti la protagonista indossa una camicetta bianca e viene sorpresa da uno scroscio di pioggia, rifugiandosi ogni volta in un appartamento spazioso e confortevole con un negro (talvolta il negro può essere sostituito da uno studente di filosofia o da un attore da filmetti di serie B), per una seduta di sesso selvaggio. Simili espressioni – sesso selvaggio – ci disturbano non poco, specialmente Issachar e Gad che sono i più sensibili ad aritmie, arterie rimpicciolite, eccetera. Preferiremmo espressioni più delicate.
Lo facciamo notare a Giuditta. “Gradiremmo che nelle prossime previsioni meteo utilizzassi termini ed espressioni più, come dire, cautelativi. Meno invasivi, ecco”. Giuditta ci prega di farle un esempio. “Per esempio, anziché dire: seduta di sesso selvaggio, perché non utilizzare l’espressione fare l’amore liberi da preconcetti ?”, dice Dan.
Dan è il più riservato di noi. Giuditta glielo fa presente. “Smettila di rinchiuderti in gabbie intellettualistiche ed estetiche prefissate, Dan”, gli dice. “Penso dipenda dal mio essere cresciuto nella generazione del dopoguerra”, risponde Dan. “Crescendo si è acuito lo sbilanciamento tra le prime avvisaglie del benessere e un completo smarrimento morale”. “Come immaginavo”, dice Giuditta.
LEI ci ha completamente in pugno.
Persino Efraim sembra soffrirne la personalità. E dire che lui è figlio di una borghesia che ha perduto nell’ozio incruento ogni valore morale. Sebbene sappiamo che per lui sia una ferita aperta, non perdiamo occasione per ricordarglielo. “Efraim, hai perduto i valori morali. Tocchi il bene e il male abbandonato ai capricci di una coscienza in piena bonaccia”, gli diciamo. “Questa, io credo, è una specie di disperazione”, dice Efraim fissando Giuditta seduta sulla scrivania con le gambe accavallate in un atteggiamento super sexy. “Mi sento senza strutture, senza appoggi; sto sperimentando l’inaderenza alla realtà. Ma chissà se mi condurrà alle soglie di una tragedia o se invece mi dirigerà verso il conforto di un’illuminazione morale”.
È questa la tortura psichica con cui tutti noi dobbiamo fare i conti.

§

In buona sostanza, e per fornire ulteriori informazioni alle pressanti richieste dei clienti del bar, spieghiamo che Giuditta ci legge previsioni meteorologiche fornite dall’Aviazione Militare corredate da favole erotiche al limite della perversione. Di tanto in tanto ci serve anche un caffè d’orzo o un Crodino senza ghiaccio. Fa parte del programma per il nostro pieno recupero. In particolare le favole erotiche, dov’è che l’abbiamo letto, favoriscono la circolazione sanguigna e aumentano la produzione di endorfine, globuli bianchi, anticorpi naturali, riducendo lo sviluppo di radicali liberi. Giuditta è una brava ragazza. Non ha dimenticato i valori universali che regolano i rapporti tra esseri umani, né manca di puntualizzare chi è e da dove viene: è figlia di allevatori con l’unico immenso sogno di mostrare la sua avvenenza in televisione. È così che l’abbiamo conosciuta, amata, scritturata, la prima volta: su un canale locale. Nondimeno ELLA non ha grilli per la testa. Eppure è in grado di travestirsi da sexy-tennista o da cat-woman con la stessa spontaneità con cui riceve l’ostia la domenica mattina. Il nostro costume preferito è quello da Madre Natura. O perlomeno il preferito da me, Ruben e Dan. Efraim va pazzo per il travestimento da poliziotta. Issachar dice di sentirsi male al solo pensiero del vestito da segretaria direzionale con tanto di auricolare. È una brava ragazza.

“Previste precipitazioni di carattere nevoso nelle prossime ventiquattro – trentasei ore”, dice Giuditta.
Le precipitazioni nevose solitamente sono il campanello d’allarme che indica la descrizione di un’orgia.

Ruben non riesce a trattenere una battuta. A prima vista non sembrerebbe una battuta particolarmente divertente, ma basta a far sorridere Giuditta. Ruben arrossisce. Nessuno di noi sa se è riuscito a non pisciarsi addosso. “Andiamo, ragazzi”, dice Giuditta. “Non vi preoccuperete mica per qualche termine fuori posto”. Lo dice con una purezza ottenebrata dalla sua bellezza. Come quando descrive le impronunciabili fasi dell’accoppiamento maschio-femmina: pronuncia sempre le parole con purezza, con ingenuità. Ha ventidue anni. “Dove hai imparato queste storie?”, domandiamo spesso. “La natura mi ha dotata di fervida immaginazione, e della capacità di elaborare i costrutti che grazie ad essa riesco a formulare”, risponde ogni volta.

§

Nelle accoglienti tenebre della nostra sala riservata del Posto pulito, Illuminato bene ci interroghiamo se sia possibile cambiare argomento. Vogliamo sempre le previsioni meteo, ma gradiremmo anche ascoltare qualche favola dell’orrore, oppure qualcosa di sentimentale. Anche se siamo ben consci del fatto che la specialità di Giuditta restano le favole erotiche. Hanno qualcosa di non so che o non so cosa. Giuditta preferirebbe continuare a raccontare le sue favole erotiche. Sappiamo che preferirebbe continuare a travestirsi da sexy suora o da donna delle pulizie mentre ci illustra la situazione delle isobare sul Mediterraneo.

§

E allora ci riunimmo per discuterne.

“Mi pare che qui si stia scherzando col fuoco”.
“Dobbiamo pensare a noi”.
“Come facciamo a dirglielo?”.
“La nostra salute viene prima di tutto”.
“E l’ultima favola è stata davvero troppo spinta”.
“Un dottore con una bambina!”.
“Una dodicenne non è propriamente una bambina”.
“Ah no?”.
“Sono d’accordo. A dodici anni ormai sono donne”.
“Ma stiamo scherzando?”.
“Dobbiamo dirglielo”.
“Diciamoglielo”.

Incontrammo Giuditta. Nonostante la temperatura interna della sala fosse di circa ventisette gradi centigradi, faceva piuttosto freddo.
Indossava un pesante soprabito ma si spogliò quasi subito. Sotto il soprabito era vestita da Madre Natura. Coscia in primo piano, giarrettiera bianca, calze a rete rosse. Minigonnellino sotto il culo e un top che mostrava il ben di dio di Giuditta. Ruben si trattenne dal pronunciare qualcosa che l’avrebbe certamente fatta sorridere. Disse invece qualcosa a proposito della sua devastante emicrania. Noi non avevamo possibilità di suscitare il suo sorriso. Eravamo antiquari, commercialisti, ragionieri. Ed eravamo letteralmente tartassati da dolori articolari che ci impedivano di pensare a qualcosa di ironico. L’unico che riusciva a trovare la forza per costruire una battuta di spirito era Ruben. Nonostante le emorroidi. Nonostante l’ossessione per una leggera forma di diabete mescolata a una strana febbre emorragica del Nilo. Qualcuno si sentì male. Non era una novità. C’era comunque da fare una comunicazione.

Nessuno di noi ebbe il coraggio di profferire parola. Ci guardavamo l’un altro, tentennando. Scoprimmo, se ce n’era bisogno, quali drammatici effetti ha la donna sulla salute dell’uomo.
Ruben prese la parola. “Vorremmo cambiare un po’ genere”, disse.
Non riusciva a guardare Giuditta negli occhi.
“Davvero?”, domandò lei.
“Davvero”, disse Efraim, seguito da Dan e da Issachar.
“Pensavo che le favole erotiche vi divertissero”, disse Giuditta.
“Oh, ci divertono moltissimo”, disse Gad. “Ma sentiamo il bisogno, come dire, di prefigurarci una scena priva di adoni e fotomodelle. Qualcosa di più terra-terra. Qualcosa di più rocambolesco, in cui i personaggi denotino una certa, come dire, tendenza alla normalità. Qualcosa di più come viene viene”, aggiunse Ruben.
Temevamo che Giuditta potesse prenderla male. Eppure nutrivamo il desiderio di sprofondare in una banalità accogliente.

“Va bene”, disse lei. “Ma lasciate almeno che vi illustri le isobare di domani corredate da un’ultima storiella erotica”.

Ci consultammo. Efraim e Gad avrebbero preferito cambiare subito genere, passando a una storia dalle tinte più lievi. Io, Dan e Issachar concordammo sulla necessità atarassica e diuretica di ascoltare un’ultima favola erotica. Decisi di tornare a essere il vecchio leader che tutti si aspettavano che fossi. Pur conoscendo i rischi che correvo levai il pannolone. Avrei accettato la vita in maniera più spontanea.

A chi insistentemente ci domandava quale fosse la ragione del nostro comportamento rispondevamo che avevamo paura. Ciò che più ci allarmava del mondo, oltre al nostro quadro clinico del tutto deficitario, era la certezza che qualcuno ci avrebbe derubati, avrebbe stuprato le nostre mogli, incendiato i nostri negozi di antiquariato stracolmi di dipinti e candelabri, comò Impero e divani Luigi XIV. E quel qualcuno avrebbe tentato di impoverirci, di arraffarci i gioielli, le fedi, i soldi, le monete. E ci avrebbe confinati in recinti buoni per i porci, torturandoci con la corrente elettrica per ottenere la combinazione della nostra cassaforte.
“Vada per un’ultima favola erotica”, disse Ruben.
“Stavolta sarà più forte. Quasi pornografica”, disse Giuditta.
Ci consultammo di nuovo.
Decidemmo che per l’ultima volta poteva starci.

§

Giuditta si avvicinò alla lavagna. Avevamo predisposto una splendida mappa delle isobare sulla zona di Montemagno e dintorni.
“Stiamo vivendo una tendenza a contesto barico di tipo spiccatamente invernale”, iniziò Giuditta. La sua pronuncia era priva di inflessioni, caratteristica di chi ha frequentato un corso di dizione. Eravamo molto attenti. “Ci sono i presupposti affinché l’attività vorticosa in sede sub-polare abbia a subire un disturbo per opera di un sollevamento meridiano dell’Alta pressione delle Azzorre verso le latitudini britanniche o nord Europee”, proseguì Giuditta.
Ruben sedeva sulla sua poltrona. Io e Gad eravamo in piedi accanto alla finestra. Efraim e Issachar giacevano sui rispettivi letti, ciucciando il lecca-lecca d’ordinanza.
“La giornata era dunque fredda, invernale”, disse Giuditta.
I flashback, congiuntamente a notevoli oscillazioni temporali futuro-passato, erano specifici del suo metodo narrativo.
“Fiona stava ultimando le spese natalizie dalle parti dell’Hofgarten. Adorava quel periodo dell’anno, caratterizzato dalla discesa di aria fredda lungo i meridiani centrali o centro-orientali col possibile isolamento di un vortice semistazionario proprio in area monferrina”.
Pensammo a quanto fosse un privilegio udire quella voce. Persino i postumi di una brutta influenza potevano mitigarsi. Qualcuno di noi dovette addirittura pensare che il sangue dalle emorroidi fosse un dono di Dio, in quel frangente. Ma tutto sommato non era così. Il suono di una voce, per quanto bella, se protratto lungamente, può provocare disturbi alla tromba d’Eustachio. Dan soffriva di questi disturbi.
“Fu sorpresa da uno scroscio improvviso di pioggia mista a neve mentre si trovava lungo le rive dello Starnbergersee. Fiona adorava la neve, ma detestava il primeggiare della figura anticiclonica di blocco, lungo il cui bordo orientale scendono correnti polari. In altre parole detestava che d’inverno facesse caldo e d’estate facesse freddo. Bruno la vide da lontano, scorgendola tra mille volti senza nome. Le portò in dono un mazzo di giacinti”.
L’introduzione del personaggio femminile nei racconti erotici d’inizio ‘900 avviene sempre secondo standard prestabiliti, i quali tracciano un profilo spirituale della protagonista a ricalcare quello fisico. Le favole di Giuditta erano molto più dirette.
“Una storia simile mi pare di conoscerla. Quantomeno i luoghi”, disse Gad.
In lui ogni sintomo interno rifletteva la condizione di aridità del mondo esterno, in un continuo gioco di rimandi.
Poi Giuditta proseguì.
“Fiona e Bruno si ritrovarono nell’appartamento di lui, uno splendido loft di duecento metri quadrati con un morbido letto Queen Size ideale per incontri di questo genere. Si erano incontrati due giorni prima al Teatro dell’Opera durante una notte in cui l’alta pressione oceanica trovava terreno abbastanza favorevole per espansioni verso nord, a causa di un forcing sub-polare a largo di Terranova”.
Le previsioni meteorologiche ci danno sicurezza. Siamo cresciuti in un mondo compromesso da virus, batteri, streptococchi, tossine, insetti e parassiti veicoli di malattie e sciagure anche peggiori. Viviamo in una società di starnuti al cinema, strette di mano, bicchieri non lavati. In un simile luogo la meteorologia riempie il futuro di certezza e i nostri cuori dell’ambizione di conoscere in anticipo la sostanza degli accadimenti. È una questione di programmazione.

Giuditta proseguì con la sua pronuncia priva di intonazioni: “Si distesero sul letto. L’appartamento di Bruno era caldo e accogliente. Un camino emanava un gustoso tepore frammisto a sapori lignei. Fuori dalla finestra uno spalmamento verso est dell’alta pressione oceanica con induzione a riassorbimento dell’onda stessa, ma con cut-off (isolamento vortice semistazionario in quota) proprio sopra il tetto del palazzo, generava una resezione della saccatura artica. Adesso Bruno monta su Fiona e la bacia, slinguazzandola tutta”.

Il passaggio dal passato remoto al presente indicativo è sintomatico di un repentino cambio nel registro narrativo.

Ruben alzò un sopracciglio. Gad scosse il capo. Giuditta continuò.
“Bruno bacia il collo di Fiona, il decolleté, le labbra. Nel frattempo il porco struscia il suo cazzo contro l’inguine e le cosce. Fiona nota come sia durissimo e la sua fica inizia a bagnarsi. Né Bruno né Fiona prestano attenzione al fatto che pur palesandosi un taglio all’alimentazione fredda, su Montemagno è presente un’area depressionaria isolata con caratteristiche fredde e con tempo piuttosto instabile, anche per possibili influenze atlantiche”.
Gad interruppe la narrazione per domandare che si facesse ritorno al passato remoto, o quantomeno all’imperfetto. Il presente indicativo, disse, è troppo coinvolgente, troppo scurrile, troppo diabolico. Concordammo tutti con l’obiezione di Gad.
Giuditta acconsentì. Poi domandò: “Come vi pare l’inizio?”.
“Troppe parole sconce”, disse Dan. Tentammo di epurare nella nostra memoria le parole sconce secondo un meccanismo di autocensura del ricordo. Lo usavamo spesso per i dolori che ci assillavano.
“Che parole suggerite?”, domandò Giuditta.
“Sarebbe meglio qualcosa di più figurativo”, disse Issachar. “Più metafore, più allegorie”, aggiunse Ruben.
“Non stiamo bene per niente”, intervenne Efraim. “La sessualità manifestata tanto esplicitamente potrebbe causare problemi al sistema nervoso”.
“Il nostro punto di vista è quello dell’indagatore, dello studioso”, disse ancora Ruben.
Giuditta comprese il nostro punto di vista e cambiò repentinamente registro narrativo.

“Fiona aveva voglia di sentire l’incursore calvo (Arbasino, A. (1998) Paesaggio Italiano con zombi, Milano, Adelphi, pag. 107 e passim) di Bruno anche sulla sua fessurina magica, sul suo affare (Volponi, P. (1962) Memoriale, Torino, Einaudi, passim), sul suo campo di fiori (Poliziano, A. (1814) Rime, Firenze, Niccolò Carli, passim), così gli allargò le cosce, avvinghiando le gambe attorno alla sua schiena, proprio mentre un’onda depressionaria più incisiva si faceva strada sull’Atlantico. Lei gli tirò fuori l’uncino (Boccaccio, G. (1997), Ninfale Fiesolano, Milano, Mondadori, pag. 121 e passim) e lo prese in mano. Non era superdotato, superava di poco il palmo, eppure era grosso come la testa di un gatto (Aretino, P. (1995) Ragionamento delle Corti, Milano, Mursia, pagg. 103-104 – (1999) Lettere, Roma, Carocci, passim, passim)…Fiona riusciva appena a prenderlo, a chiudergli le dita attorno”.
Fummo rapiti con violenza da una sensazione di sconforto. Spesso lo sconforto è scambiato per eccitazione. In realtà si tratta di sconforto. Lo sconforto, in certi casi, è più opportuno dell’eccitazione.
“Fiona iniziò a masturbarlo, anche se non ce n’era bisogno perché aveva un cavaliere purpureo (Kramsaseddinsh Virajjakam, M. (1979) Emmanuelle, Milano, Sonzogno, passim) già molto duro, e intanto lui le aveva abbassato la maglietta e le stava leccando avidamente i morbidi capezzoli. Sentirlo così rigido…tutto scappellato…fece venire a Fiona una voglia matta di sentirlo tutto in bocca. Fece distendere Bruno a pancia insu e scivolò su di lui maliziosa…strofinandogli il cibo d’amore bagnato (Moravia, A. (1968) La Noia, Milano, Bompiani, pag. 199) sul suo guerriero atomico (A.A. V.V. (2000) Improvvisamente ho voglia di fragola, Modena, Borelli, pag. 71, passim) e poi scendendo…massaggiandolo su tutto il corpo che ancora era coperto. Fiona non amava spogliarsi tutta, durante l’amore. Le piaceva scoprire solo il necessario, dava l’idea di incontro sessuale molto più trasgressivo e porco. Un uomo vestito di tutto punto con la vanga di fuori (Maraini, D. (1963) L’età del Malessere, Milano – 1ª ed. originale con sovraccoperta, Einaudi, passim), la eccitava tremendamente”.

Giuditta fece una pausa. Efraim si affrettò a porgerle un bicchiere d’acqua.
“Vi sta piacendo?”, domandò Giuditta.
“Troppe immagini allusive”, disse Gad.
Ruben era messo piuttosto male. Si reggeva lo stomaco. Efraim aveva un’espressione orribile. Cattiva digestione, disse. Dan sembrava piuttosto eccitato.
“Ci vorrebbe qualcosa di meno trascinante”, disse Ruben.
“Di più, come dire, scientifico, tecnico”, disse Gad.
“Ma le citazioni bibliografiche sono buone”, disse Dan.
“Una bibliografia ben curata è fondamentale”, disse Efraim.
“Grazie”, rispose Giuditta.

Fu un momento toccante.
Poi Giuditta riprese, ancora una volta comprendendo il nostro stato d’animo. È una ragazza straordinaria.

“Mentre il flusso perturbato a carattere freddo si esprimeva con maggiore vigoria sull’est del continente, in corrispondenza delle pianure, Bruno condusse Fiona in bagno, aprì l’acqua nella vasca, la fece appoggiare al lavandino, e all’improvviso introdusse il suo pene in posizione eretta nell’orifizio vaginale di Fiona, fino a raggiungere l’orifizio uretrale. Ci fu un gemito. Bruno afferrò i capelli di Fiona e cominciò a penetrarla violentemente. Questa operazione durò all’incirca tre minuti. Nel frattempo le ghiandole di Bartolino di Fiona sprigionarono la loro tipica lubrificazione. L’aumento di apporto di sangue arterioso ai corpi cavernosi del pene di Bruno – per effetto della guaina fibrosa che li avvolge, detta albuginea – era imponente e inarrestabile. Quando Bruno le afferrò i seni e il suo pene raggiunse lo spazio fra la parete anteriore della vagina e la parete posteriore della vescica, a una profondità di sei-otto centimetri rispetto all’ingresso del canale vaginale – nella stessa zona dove era già nota la presenza di un tessuto ritenuto essere il residuo di una primordiale ghiandola prostatica femminile –, la vagina di Fiona cominciò ad allungarsi velocemente di 8,5 cm (valore medio). Seguirono altri, numerosi, gemiti. “Guardati allo specchio come mi fai godere”, disse Bruno a Fiona. Le sue mani si issarono sui fianchi di Fiona per facilitare la penetrazione. I gemiti si fecero urla di piacere. Il pene di Bruno raggiunse la parete anteriore della vagina, nel suo terzo inferiore, laddove risiede un manicotto di tessuto erettile cingente l’uretra. A questo punto la vagina di Fiona si gonfiò a mo’ di tenda mentre la cervice si ritrasse. Seguì una secrezione di liquidi. Il tutto mentre una depressione isolata proveniente da nord-ovest avanzava lentamente verso lo spazio aereo di Asti e la temperatura atmosferica a livello del mare rimaneva stazionaria. Fine”.

Eravamo soggiogati dalla limpidezza della pronuncia di Giuditta. La sua ingenuità era palese. La osservammo mentre ondeggiava sensualmente di fronte alla lavagna.
Procedemmo con l’abituale dibattito. È nostra consuetudine dibattere le previsioni meteo e le relative favole erotiche. Un modo come un altro per confrontarci.

Chiese Efraim: “Sarebbe questo che ci rimane?”
Rispose Gad: “Non ci è stato tolto”.
“Ogni cosa si autoelimina, si autoestingue, ci costringe”.
“Esiste d’essenza altra e si esprime in sé”.
“Le cose non hanno ritegno. Ci sopravvivono”.
“On-to-lo-gi-a”.
“Por-no-gra-fi-a”.
“Il bisogno metafisico dell’uomo è illimitato”.
“Stomaco, stomaco, stomaco!”
“Tutto è, in memento mori”.
“Il regno della parola per un rognone sanguinante!”
“Ein Mal ist kein Mal”.
“Tò òn. Pragmata. E poi cosa resta?”
“Ciò che resta lo istituiscono i poeti”.
“Non ci sarà mai più un colloquio”.
“Mi fa male il gomito”.
“Quello che è possibile accadrà”.
“Sarà perché il tempo si sta guastando”.
“Quello non è il gomito”.
“Nuvole scure all’orizzonte…”
“Svaniranno presto”.
“…tempesta in arrivo”.
“Non pioverà”.
“Ma in fondo chi può dirlo?”
“Viviamo nel terrore dell’incerto”.
“Pioverà”.
“Non lo farà”.
“E perché mai?”
“Perché dovrebbe?”
“Sta già piovendo”.
“Smetterà”.

Giuditta ascoltava silenziosa i nostri dibattiti. Era solita non domandarci nulla a proposito delle sue performance, ma quella volta, poiché doveva trattarsi dell’ultima, fece un’eccezione.
“Allora? Non mi dite nulla? Vorrei sapere cosa ne pensate della favola”, disse.
Ci fu un silenzio piuttosto imbarazzato.
I nostri erano pensieri vergognosi.
Seguì un altro silenzio imbarazzato.
“A domani”, disse Giuditta mentre usciva dalla sala.
“Fermati”, disse Ruben.
Eravamo in subbuglio. I nostri organi interni non dovrebbero mai essere costretti a subire pressioni tanto forti.
Giuditta si voltò verso di noi. Aveva occhi di un blu insuperabile.
“Hai mai frequentato un corso di dizione?”, le domandò Ruben fissandola negli occhi.
Giuditta sorrise.
Ruben si pisciò addosso.