Happy Halloween

HAPPY HALLOWEEN

Venerdì 31 ottobre Fil, Gomez, Alan e Katia sfidarono la nebbia per dimostrare contro la festa di Halloween.
Cominciarono dalla Piazza di Castrocozzo alle sei e trenta del pomeriggio formando picchetti con cartelli che recavano gli slogan I VAMPIRI NON ESISTONO! GLI ZOMBIE SONO DISGUSTOSI! ABBASSO LA MAGIA ROSSA! BASTA CON LE BUGIE! e distribuendo inviti per la conferenza di Fil la sera dopo, il cui tema sarebbe stato “NON C’È NIENTE DA FESTEGGIARE”.

Ci fu molto interesse tra gli astanti nei paraggi della pizzeria qualunque, dove erano stati esposti pipistrelli di gomma, cappelli da strega, lumini da morto e altre cose simili.
Un uomo che disse di chiamarsi in un modo che non ricordo venne a incoraggiarli: “È così che si fa!”, disse.
Il presidio era composto da un tavolo pieghevole in plastica blu del Bricocenter, quattro sedie Ikea – anch’esse pieghevoli – e da un paio di piante ornamentali – anch’esse di plastica –.
Le piante ornamentali erano state una felicissima intuizione di Katia, l’unica ragazza del gruppo; esse, infatti, oltre a dare un tocco di verde al presidio, avrebbero certamente suscitato uno spontaneo moto d’agio e famigliarità nelle persone che procedevano sulla strada, apparentemente disinteressate ai problemi relativi alla festa di Halloween.
Appena arrivati sul posto avevano aperto il tavolo e le sedie, disposto le piante ornamentali ed estratto dalla valigetta ventiquattrore di Alan un plico di volantini ideati da Fil e fotocopiati da Gomez.
Erano ancora caldi ed emanavano il classico profumo della carta appena uscita dalla fotocopiatrice.
Gomez aveva preso dal baule della sua auto un pupazzo indossabile modello Zombie che qualcuno di loro avrebbe dovuto indossare.
Solitamente tiravano a sorte, ma quel giorno Fil si era sentito di dover fornire un esempio alla truppa e si era infilato il pupazzo di sua iniziativa. Aveva indossato l’enorme testa e abbozzato un grugnito che aveva fatto sorridere gli altri membri del presidio.
Forse non sarebbe neppure il caso di sottolinearlo, ma era davvero ridicolo.

Alle sei e cinquanta un cameriere grasso e ben vestito venne fuori dalla pizzeria per discutere il loro diritto di picchettaggio. Aveva un doppio mento che si agitava sgradevolmente e, mi duole dirlo, non sembrava un brav’uomo.
“Va bene”, disse, “state nuocendo agli affari. Ora sgombrate, dovete sgombrare, non potete picchettarci!”
Disse che non c’erano mai stati picchetti sulla piazza di Castrocozzo, che non si potevano fare senza il loro permesso, che loro della pizzeria qualunque, insieme a quelli del bar qualunque erano i Padroni della Piazza, e che avrebbe chiamato il suo capo per dargli una bella lezione.
Fil, Alan, Gomez e Katia avevano ottenuto il permesso del Comune grazie a un fortunato senso di previdenza, e lo confermarono mostrandogli il foglio che avevano ottenuto.
La cosa irritò vivamente il cameriere, che rientrò brontolando nella pizzeria per riferire al proprietario.

Fra i passanti crebbe l’interesse per il presidio: parecchia gente accettò i volantini e cominciò a fare ai picchettatori domande come “Che volete dire?”, e “Voi giovanotti siete stati educati in seno alla chiesa?”
I picchettatori rispondevano a queste domande con tranquillità ma con fermezza e fornivano tutti i particolari che si poteva immaginare interessassero a chi si trovava a passare di lì per caso.

Alcuni dei passanti facevano osservazioni scortesi, atte presumibilmente a difendere il diritto dei loro figli di celebrare la festa di Halloween in santa pace, ma il contegno dei picchettatori fu esemplare in ogni momento, anche più tardi quando la situazione cominciò, secondo l’espressione di Fil, a farsi un po’ tesa.

La gente cui stanno a cuore i diritti di chi fa picchetti dovrebbe rendersi conto che questi diritti vengono minacciati per lo più non dalle forze dell’ordine, che generalmente non vi molestano se seguite l’opportuna trafila burocratica – vale a dire vi procurate il permesso -, ma da individui che vi si avvicinano e tentano di strapparvi il cartello dalle mani o, in un singolo caso, vi sputacchiano.
L’individuo che fece questo era, per strano che possa sembrare, molto ben vestito. Non ci fece neppure domande riguardo alla natura o allo scopo della dimostrazione, sputò soltanto e se ne andò. Non disse una parola.

Alle sette circa un tipo dall’aria malmostosa venne fuori dal bar qualunque (che si trovava a pochi metri dalla pizzeria qualunque) e chiese se volessero una bella lezione. Probabilmente si trattava del proprietario del bar qualunque.
“Questa dimostrazione è una vera pagliacciata”, disse, e poi chiese ai picchettatori di trasferire le proprie chiappe in qualche altro posto.
Fil ebbe con questo tizio una discussione molto interessante di una decina di minuti durante la quale vennero scattate fotografie dalla Nuova Provincia, dal Monferrato, dal Piccolo e dalla Stampa di Asti, che Fil aveva avvisato prima della dimostrazione.
I fotografi resero un po’ nervoso il tizio, che invero sembrava già pronto a menare le mani in compagnia di una mezza dozzina di altri tizi sciamati dietro di lui dal bar.
Disse parecchie cose banalissime tipo “La festa di Halloween è qualcosa di dato, quello che conta è che i bambini si divertano” e “perché non volete lasciare che i bambini si divertano in pace e gli adulti consumino birre e altri cocktail nel mio bar?”, che Fil controbatté con la sua famosa domanda: “Perché deve essere così?”, che ha fatto ammutolire tanti tizi pronti a menare le mani.
Perché?”, esclamò il tizio. Era chiaro che era stato colto alla sprovvista. “Perché è così. Dovete farvi furbi. La festa di Halloween è una festa che tutti i bambini aspettano”.
“Ma perché deve essere così?”, ripeté Fil, che è poi la tecnica della domanda alla quale se usata in questo modo non si riesce a rispondere.
Una vampata d’ira e di frustrazione percorse il viso del tizio.
Può darsi che zombie e vampiri non esistano”, dichiarò il tizio, “ma se mi fanno vendere più birre e caffè per questa sera esistono eccome”.
“E dunque”, disse Fil, “siete pronti a perpetrare questa balla ai vostri figli soltanto per vendere qualche birra in più?”.
“Veramente”, disse il tizio, “sono anche pronto a prenderti a cazzotti sul muso subito”.

“Perché le cose stanno andando così?”, domandò Gomez ad Alan.
“Non lo so, Gomez”, rispose Alan.
“Forse perché delle femminucce come voi dovrebbero rimanere a casa a grattarsi il culo smanettando la playstation”, disse il tizio che era anche pronto a prenderli a cazzotti sul muso.
Nel frattempo anche alcuni giovani erano usciti dal bar e dalla pizzeria qualunque e si erano posizionati in prossimità del presidio.
“Chi siete, voi? Delle specie di rompiballe o cosa?”, domandò uno dei giovani. Avrà avuto al massimo diciassette anni. “Puoi definirci critici della società che perpetra la menzogna a fini di entertainment”, rispose Alan; al che un altro ragazzotto lo interruppe, dicendo: “Sono finocchi!”. L’esternazione suscitò l’ilarità dei presenti e di alcuni tra i passanti, mentre Alan e gli altri mantennero un contegno davvero apprezzabile.
Qualcuno prese un bastone e cominciò a simulare la decapitazione di Fil, scatenando commenti di ogni genere e molte risate.

Un uomo dall’aspetto cordiale, vestito con una giacca a coste di velluto marrone, si presentò al presidio e disse di essere davvero dispiaciuto che al mondo esistessero ancora persone che non davano valore al divertimento della gente, alle tradizioni, e perseveravano con idee assurde e materialiste su temi del tutto superati. Quelle persone erano, evidentemente, Fil, Katia, Gomez e Alan.
“Siete ridicoli”, disse il tizio.
“Chi lo dice?”, gli domandò Fil.
Il tizio elencò una serie di motivi per cui la Festa di Halloween non sarebbe mai stata cancellata, non ultimo il fatto che sarebbe stata un’inutile perdita di tempo anche solo pensare di poterla cancellare. Arrivò ad affermare che le feste come Halloween o San Valentino erano necessarie, e che loro – Fil e gli altri – erano dei pappamolla e delle mezzeseghe (utilizzò proprio questi termini), che sarebbe stato meglio per loro trovarsi un lavoro onesto eccetera eccetera, che sono sempre le cose che si dicono in casi simili.

Altri clienti del bar qualunque e della pizzeria qualunque ridevano, ridicolizzavano il presidio, digerivano rumorosamente, esprimevano a chiare lettere il proprio dissenso verso i picchettatori, qualcuno inveendo nei confronti di Fil, bersaglio soprattutto dei bambini, i quali, muniti di bastoni improvvisati, tentavano di emulare i personaggi dei film colpendolo in testa ripetutamente.
Fil li lasciava fare, ben consapevole che una serena accettazione dei soprusi è l’unica arma contro la violenza. Comunque le bastonate non erano sferrate rabbiosamente e non gli avrebbero lasciato lividi, soprattutto grazie all’imbottitura del pupazzo.

Un giovanotto si presentò al presidio per incoraggiare i quattro; superò la sua visibile timidezza per instaurare una qualche forma di conversazione. “Pensate davvero che gli Zombie non esistano?”, domandò.
“Crediamo sia necessario decostruire ogni forma di menzogna per investirla di un nuovo significato”, rispose Gomez con un sorriso.
“Mi pare uno dei problemi più incombenti della nostra epoca”, disse il giovanotto mangiandosi le pellicine delle unghie.
“Occorre attivare un processo secondo il quale l’essere umano deve astrarsi da se stesso, dal senso della sua umanità, per considerarsi come semplice animale tra gli animali”, disse Katia.

Il giovanotto se n’era già andato quando il proprietario della pizzeria qualunque si avvicinò e disse a chiare lettere che il loro atteggiamento lo innervosiva. Lo disse in modo rude, alzando la voce. Disse che avrebbero fatto meglio a drogarsi, invece di rompere le palle alla gente tranquilla che voleva festeggiare Halloween travestita da vampiro e venire a Castrocozzo per mangiare una pizza o bere una birra in un bar qualunque. Era chiaramente sarcastico. “Sappiate che noi siamo i padroni di questa piazza”, affermò.
“La nostra sensibilità ci impedisce di disinteressarci del problema”, disse Gomez.
Il tizio, con un atto davvero increscioso, si levò la sigaretta dalle labbra e con una certa violenza la lanciò addosso ad Alan, il quale per scansarla finì contro una delle due piante ornamentali, rovesciandola e spezzandone alcuni rami. Poi il tizio aggiunse che erano dei gran coglioni, che avrebbero dovuto ritenersi fortunati perché in una giornata normale li avrebbe presi a calci tutti e quattro, soprattutto il buffone dentro al pupazzo, che era stufo di questi anarchici comunisti del cazzo, e così via.

Subito dopo qualcuno lanciò un paio di palloncini d’acqua all’indirizzo del presidio; in realtà Katia e Gomez scoprirono loro malgrado che il contenuto dei palloncini non era acqua, bensì piscio. Fu un fatto molto spiacevole.

Un altro fatto molto spiacevole fu notare che numerosi bambini, fomentati dai ragazzi più grandi, si presentavano al presidio gridando offese e cercando di colpire Fil.
In particolare l’obbiettivo dei bambini era quello di “decapitare” il povero Fil, dal momento che l’unico modo per uccidere uno zombie – se gli zombie esistessero, e non esistono – è decapitarlo.
“Che fastidio vi diamo?”, domandò Gomez a uno dei giovani.
“Esistete”, rispose uno dei giovani. “E in quanto rompiballe e finocchi, state infastidendo tutti”.
“Sono davvero dei froci”, disse un altro, un tipo coi capelli castani a caschetto.
A questo punto, c’era nell’aria un profumo di limoni acerbi e pizza ai frutti di mare, i presenti improvvisarono una rudimentale corrida, adoperando un paio di bastoni da passeggio concessi da due distinti signori.

Uno degli studenti prese di mira Fil e ci fu un grande boato d’approvazione, lodi, applausi, ecc., e tutti i ragazzi cominciarono a urlare frasi del tipo: “morte al pagliaccio”, “facciamo fuori il re dei coglioni”, riferiti a Fil, il quale trascorse alcuni minuti molto tristi: cinque persone lo fecero cadere a terra e dopo averlo fatto rotolare per quindici metri sull’asfalto lo decapitarono simbolicamente, smascherandolo e sferrando calci alla testa da zombie del suo pupazzo.
Tutta la gente applaudì e contribuì a rimuovere il presidio, rovesciando le piante ornamentali, le sedie e il tavolo pieghevole. I ragazzotti incendiarono anche i volantini, mentre Fil era a terra attonito.

Quando il Conte Dracula – che era rimasto in disparte per tutto il tempo – planò dal campanile della chiesa di Castrocozzo sotto forma di pipistrello, si trasformò in un distinto signore con mantello nero e si avvicinò a Fil, qualcuno tra i presenti pensò che volesse morderlo sul collo o che intendesse aiutarlo a rialzarsi.
Ma questo, giunto a pochi passi dal poveretto a terra, gli rifilò un violento calcio nelle palle e restò lì, appagato, ad assaporare la vista di un coglione che si contorceva per il dolore, mentre molti dei presenti urlavano maleducati epiteti, almeno finché un’orda di morti viventi cresciuti nel vicino cimitero non li sbranò tutti.

Allora si scatenò un bel silenzio, e chi aveva qualcosa da festeggiare iniziò a farlo.

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Teatro tre metri per tre – Grafologia (1^ parte)

Pubblico la prima parte di una commedia inviatami da Guglielmo B., che vuole restare anonimo. C’è un po’ di pastiche, citazioni e rimandi, per questo mi è congeniale.

Seguiranno nelle prossime settimane gli annunci per la ricerca di persone disposte a fondare il Teatro tre metri per tre presso Un posto pulito, illuminato bene.

§

GRAFOLOGIA

 cerco_lavoro

 

La scena si apre con un uomo – Carl – seduto in terra su un marciapiede, la schiena appoggiata al muro di un palazzo e un cartello di cartone recante la scritta CERCO LAVORO. La calligrafia deve essere fatta così: i margini devono essere piuttosto ampi, deve cominciare piuttosto grande e finire piuttosto piccola. Una casa stilizzata con un paio di fiorellini è disegnata sulla parte inferiore del cartello. Rumori di città, qualche passante che non bada minimamente a Carl.

Entra il Professore. Cammina piuttosto spedito, mentre passa davanti a Carl getta un’occhiata sfuggente al cartello, prosegue, esce di scena. Dopo qualche attimo rientra, getta un’altra occhiata al cartello, stavolta con più attenzione, esce dalla parte opposta. Dopo qualche attimo rientra, si ferma davanti a Carl, che non dice nulla. Il professore legge attentamente il cartello, lo analizza, lo sfiora con le dita, guarda il volto di Carl.

 

PROFESSORE  – L’ampiezza del margine dimostra senso estetico e senso dei valori. O la loro mancanza.

CARL   –  Immobile, non dice nulla.

PROFESSORE  – Un margine molto grande rivela una persona impratica, colta e raffinata, con capacità di apprezzare il meglio in arte e in musica. (Indicando il cartello). Un margine sinistro molto ampio rivela una persona timorosa di affrontare la realtà, ipersensibile al futuro e generalmente poco socievole.

CARL  – Non ci credo.

PROFESSORE  –  Per venire al suo cartello: lei ha cominciato con una scrittura grande, enorme. Sovradimensionata. La prima “C” è quasi mostruosa, se mi si passa il termine. Ciò indica grande consapevolezza di sé. La “E” è, per così dire, figlia di questa iniziale consapevolezza, e pertanto è ancora di dimensioni ragguardevoli. Ma guardi la successiva “R”. (La indica, la tocca con un dito). Qui è successo qualcosa.

CARL – Sei sicuro di aver capito giusto?

PROFESSORE  – Assolutamente. È successo qualcosa tra la “E” e la “R”.  E’ come se il suo mondo interiore avesse preso coscienza del fatto che non esiste una consapevolezza troppo consapevole. Come se un fattore interno, subconscio, avesse preso il sopravvento su un fattore chiuso nel suo super-io e lo avesse annientato.

CARL – Non ci capisco granché.

PROFESSORE – Questo è ovvio. Se lei capisse tutto questo probabilmente non starebbe seduto in terra con quel cartello. Ma la pregherei di non interrompere ulteriormente.

CARL – Alza le mani, fa spallucce.

PROFESSORE – La seconda “C” è più grande della “R”. Vede? (Indica il cartello). Qualcosa mi dice che lei ha una confessione da fare a se stesso. (Guarda Carl). È così?

CARL – Non dice nulla.

PROFESSORE– Suvvia, so che lei ha una confessione da fare. Lei è innamorato delle “C”? Lo ammetta. Ha un debole per la lettera “C”. Vorrebbe scrivere solo parole composte dalla lettera “C”, non è vero?

CARL – è impossibile.

PROFESSORE – Cosa è impossibile?

CARL – Scrivere parole composte dalla sola lettera “C”.

PROFESSORE – E chi lo dice? Lo dice lei? Io non l’ho detto. E se non l’ho detto evidentemente non è. Io sto comunicando con lei, al di là di un vasto abisso di ignoranza e di oscurità.

CARL – Io sarei l’ignoranza?

Il Professore e Carl si guardano in cagnesco.

PROFESSORE– Guardi la “O”. Questo è un chiaro segno del fatto che lei è portato per l’aritmetica. Che tipo di lavoro cerca?

CARL – Che mi dia da mangiare.

PROFESSORE – Vede come ha scritto la “O”? (Indica la “O”). Lei è indubitabilmente un campione di aritmetica.

CARL – Se lo dici tu.

PROFESSORE – Facciamo un esperimento. Le va?

CARL – No.

PROFESSORE – Molto bene. Quanto fa 5 meno 3?

CARL – non risponde.

PROFESSORE – Andiamo, non sia timido. Quanto fa 5 meno 3?

CARL – due.

PROFESSORE – Straordinario. Cosa le dicevo? Lei potrebbe fare l’ingegnere, caro mio.

CARL (seccato) – L’ingegnere.

PROFESSORE  – Ma certo! Vuole un’altra dimostrazione? Quanto fa dieci meno otto?

CARL – Ancora due.

PROFESSORE– Magnifico! Quindici meno tredici?

CARL – Due. (Fa segno due con le dita). Due.

PROFESSORE – Venticinque meno ventitré? Ventitré meno ventuno? Sessanta meno cinquantotto?

CARL – Due, due, due!

PROFESSORE – Lei è un ingegnere fatto e finito. E due più tre?

CARL – (Riflette. Conta mentalmente. Riflette ancora, conta). Quattro?

PROFESSORE – Come quattro. No, mi spiace. Faccia attenzione. Del resto anche gli ingegneri sbagliano i calcoli, di tanto in tanto, non dico mica che sono infallibili. Ha sentito di quel ponte crollato il mese scorso? Un incidente. Un piccolo, trascurabile errore ingegneristico che è costato la vita a una mezza dozzina di persone. Adesso, concentriamoci. Due più tre, quanto fa?

CARL – (Riflette. Conta mentalmente. Riflette ancora, conta). Sette.

PROFESSORE – Mi dispiace, no.

CARL – Sei.

PROFESSORE – Non si tratta mica di indovinare. Usi il ragionamento.

CARL – Forse ci sono. (Riflette. Conta mentalmente. Riflette ancora, conta). Fa uno.

PROFESSORE – Come sarebbe uno?

CARL – Fa uno!

PROFESSORE – Nemmeno per sogno.

CARL – Uno, Uno, Uno!

PROFESSORE– Se le dico di no! Aspetti, ricominciamo da capo. Anzi, lasciamo perdere l’aritmetica per il momento. Lasciamola perdere per sempre. E comunque a lei non sarebbe piaciuto fare l’ingegnere.

CARL – Invece mi sarebbe piaciuto.

PROFESSORE– Ma si figuri! Ma quale ingegnere! Vede la “L” di lavoro sul suo cartello? (la indica). Lei è chiaramente portato per qualcosa di più astratto e deduttivo.

CARL – Non saprei davvero.

PROFESSORE – Glielo dico io! Per esempio la logica. Lei saprà certamente di cosa si tratta, non è vero? Inoltre guardi la sua “A”. Così piccina. Indica una persona umile.

CARL – A mia madre farebbe piacere.

PROFESSORE – Questo è importante. È importante la tendenza a compiacere la propria madre. D’altra parte è chiaro che sia così. Vede le sue orecchie? Certo che no, non le può vedere. Beh la punta delle sue orecchie, specialmente la sinistra, indica chiaramente che lei ha un rapporto molto buono con sua madre.

CARL  – Mia madre è morta.

PROFESSORE – Fantastico! Ciò mi porta a concludere che lei ha un rapporto molto buono con i morti.

CARL – Ah sì?

PROFESSORE – Ma certamente, è un sillogismo.

CARL – Cioè?

PROFESSORE – Lei ha un rapporto molto buono con sua madre. Sua madre è morta. Lei ha un rapporto molto buono con i morti. È un sillogismo perfetto. Conosce Aristotele? Lui era una cannonata. Il re dei sillogismi.

CARL – E quindi?

PROFESSORE – E quindi lei potrebbe avere un futuro come becchino.

CARL – È un altro sillogismo?

PROFESSORE – No. Sono affari.

CARL – Non mi pare che i becchini svolgano un lavoro astratto e deduttivo.

PROFESSORE – Ma questo è una conseguenza di quello.

CARL – Non ti seguo.

PROFESSORE – Causalità.

CARL – Casualità.

PROFESSORE – Non casualità, causalità.

CARL – Ho capito, casualità.

PROFESSORE – Non ci siamo. CAU-SA-LI-TA’. L’esatto opposto di casualità.

CARL – se lo dici tu.

PROFESSORE – non lo dico io.

CARL – e chi lo dice? Ci siamo solo io e te. E io non l’ho detto sicuro.

PROFESSORE – Lo dice la storia della Filosofia.

CARL – Lo guarda stranito.

PROFESSORE – Se lei cammina e pesta l’escremento di un cane, quella è casualità.

CARL – E’ disattenzione.

PROFESSORE – Ma la disattenzione è casuale.

CARL – Dipende.

PROFESSORE – Da cosa dipende?

CARL – (Riflette). Non mi viene neppure una idea.

PROFESSORE – Andiamo avanti. Dunque. Ho perso il filo.

CARL – Avevi pestato uno stronzo di cane.

PROFESSORE – Lei aveva pestato un stronzo di cane.

CARL – Tu avevi pestato uno stronzo di cane.

PROFESSORE – E va bene. Se io cammino e pesto l’escremento di un cane è una casualità. Ma il fatto che successivamente la suola della scarpa si inzaccheri e che emetta un cattivo odore, quella è causalità.

CARL – Basta. Ho capito. Possiamo andare avanti con la storia del becchino?

PROFESSORE – D’accordo. Peccato, avevo molte cose da dire sulla causalità. Comunque. Sarà per un’altra volta. Allora, dicevamo?

CARL – Stavi parlando di becchini.

PROFESSORE – Ma certo. I becchini. Dunque, i becchini cosa fanno? Seppelliscono i morti. Giusto? Giusto. E lei ha un buon rapporto con i morti. Giusto? Giusto. Dunque, se lei ha un buon rapporto con i morti e i becchini hanno un buon rapporto con i morti, allora se ne deduce che lei dovrebbe cercare un lavoro da becchino.

CARL – E chi lo dice che i becchini hanno un buon rapporto con i morti?

PROFESSORE– Ma è chiaro. Facciamo una dimostrazione logica. Lei è un becchino. La gente muore, questo lo diamo per dimostrato. Il becchino lavora quando la gente muore. Ma abbiamo appena ammesso che la gente muore. Più gente muore più il becchino lavora. Più il becchino lavora e più guadagna. Dunque, più gente muore e più il becchino è felice.

CARL  – Io non sono per nulla felice quando la gente muore.

PROFESSORE (eccitato) – Dovrebbe!

CARL – Ma perché?

PROFESSORE – Perché se la gente muore il becchino lavora.

CARL – Ma io non sono un becchino.

PROFESSORE – E tuttavia lei ha un buon rapporto con i morti.

CARL – Chi lo dice?

PROFESSORE– Lo dice Aristotele!

CARL – E chi è Aristotele?

PROFESSORE – Aristotele è quello che diceva che se lei ha un buon rapporto con sua madre, e sua madre è morta, allora lei ha un buon rapporto con i morti. Lei adora i morti, non è così? Le piacciono, la fanno impazzire di gioia.

CARL – Proprio per niente.

PROFESSORE – In che senso?

CARL – Io detesto i morti.

PROFESSORE – Lei dunque detesta la sua stessa madre!

 

Fine prima parte.

Un posto brutto, illuminato male – I racconti del Posto Pulito/10

Rubrica del lunedì

 Un racconto di un altro anonimo frequentatore del bar Un posto pulito, illuminato bene

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L’addetto si è presentato a casa nostra per riscuotere l’assegno mensile dell’assicurazione proprio nel bel mezzo di un litigio.
Non ricordo di preciso quale fosse l’oggetto della discussione, ma non doveva essere niente di che.
Claudia ha fatto appena in tempo a tirare su il copridivano da terra ed è corsa in bagno per darsi una sistemata.
Io ho aperto la porta e ho fatto accomodare il tizio in soggiorno. Stava per fare buio, così ho acceso la luce.
Il tizio non ha detto molte parole. Ha trafficato un po’ con la sua valigetta e si è schiarito la voce come se stesse per dire qualcosa, ma poi non ha detto niente.
Comunque sembrava che filasse tutto liscio.
“Prende un drink?”, ho chiesto.
Lui mi ha sorriso e mi ha fatto cenno di no.
Quando è tornata, Claudia si è seduta al tavolo con noi è s’è messa a rovistare nella sua borsetta per cercare il libretto degli assegni. Non ha neppure salutato il tizio, che nel frattempo aveva appoggiato una cartellina nera sul tavolo e la stava sfogliando senza dire una parola.
Ho provato a fare un po’ di conversazione.
“Fa molto freddo?”, ho chiesto.
“Non particolarmente”, ha risposto il tizio senza abbassare lo sguardo dalla cartellina.
“Oggi sono di riposo e non ho ancora messo piede fuori casa”, ho detto; così, per rompere il ghiaccio.
Claudia stava ancora rovistando nella sua borsetta.
“Capita sempre così”, ho detto, “quando cerchi qualcosa”.
Il tizio ha smesso di sfogliare la cartellina, ha controllato il numero di polizza, ha staccato un tagliandino e ha guardato Claudia alle prese con la sua borsetta.
“È colpa di questa dannata luce”, ha detto Claudia.
Il tizio si è guardato un po’ intorno.
“Cosa vuoi dire?”, ho chiesto io.
“Voglio dire che questo posto è triste”, ha detto Claudia. “È un posto brutto, con questa luce triste che rende ogni cosa triste”.
L’addetto dell’assicurazione ha ritirato la cartellina nella sua valigetta ventiquattrore.
“Come possiamo pretendere di essere felici quando ogni cosa che tocchiamo è illuminata da questa luce orribile?” ha chiesto Claudia. E poi ha aggiunto: “Quando ogni nostro gesto è illuminato da una luce tanto fredda e grigia?”.
“Non mi pare il momento di discutere del nostro lampadario, tesoro”, ho detto.
“Non è mai il momento per discutere della nostra bruttezza”, ha detto Claudia.
Il tizio ha spostato leggermente la sedia all’indietro. Le gambe della sedia hanno sfregato sul pavimento. Non sembrava un rumore particolarmente fastidioso, ma in quel momento mi è parso intollerabile.
“Guardati intorno”, ha detto Claudia. “C’è una ragione per cui niente di tutto ciò funziona”.
“E quale sarebbe?”, ho chiesto io. Mi sentivo un groppo in gola. “Quale sarebbe questa ragione?”, ho ribadito.
Claudia è rimasta in silenzio.
Mi sono alzato per prendere un bicchiere e qualcosa da bere.
“E a cosa ti riferisci quando parli di tutto ciò? Tutto ciò cosa?”, ho chiesto mentre mi versavo un goccio.
“La ragione è il luogo in cui viviamo”, ha detto Claudia. “Nessuno potrebbe essere felice in un simile posto”.
“Non ti pare di esagerare”, ho detto.
“E tutto ciò sono le nostre vite”, ha detto Claudia. “Tutto ciò di cui abbiamo sempre pensato di non poter fare a meno. Le nostre vite intrecciate insieme. Noi siamo questo soggiorno, siamo questo lampadario”.
Non riuscivo a capire dove volesse andare a parare.
“D’altra parte non è colpa di nessuno”, ha detto. “Non te ne do colpa. La colpa è del destino”.
Ha provato ad accendersi una sigaretta, ma non ci è riuscita. Quel suo accendino dava sempre delle noie.
“Sarebbe meglio pagare l’assicurazione”, ho detto io.
“Adesso ti interessi della mia assicurazione. Ma quando mi hai umiliata davanti ai miei amici non ti interessava nient’altro che te stesso, come sempre”, ha detto Claudia.
“Tesoro, di cosa stai parlando?”, ho chiesto.
“Credevi che me ne sarei dimenticata?” ha detto lei; “c’era questa stessa luce orribile. Una luce che ti entra nel midollo del cuore, ti trafigge la carne. Eravamo seduti qui. E mi hai umiliata proprio di fronte ai nostri amici, ingoiando una tartina, bevendo quello stupido vino”.
Il tizio dell’assicurazione ha guardato in direzione del lampadario. Un’occhiata fuggevole, per non farsi vedere. Poi è rimasto con lo sguardo incollato al tagliandino che aveva appoggiato sul tavolo. Si vedeva che stava provando a far finta di niente.
“Il fatto è che qui dentro è tutto orribile. Mi metto un chilo di trucco per sembrare ancora desiderabile, ma non ci riesco, questa casa mi imbruttisce”, ha continuato Claudia.
“Non sarà la casa che avresti voluto”, ho detto, “ma è pur sempre una casa”.
“Mi vergogno a far venire mia madre”, ha detto Claudia. Poi ha guardato il tizio dell’assicurazione e ha provato di nuovo ad accendersi la sigaretta.
“Una volta ero talmente sciocca che questo soggiorno mi sembrava accogliente”, ha detto, “e si guardi un po’ in giro adesso: sembra la corsia di un ospedale, o la sala d’aspetto di un pronto soccorso. Non mi viene in mente un solo posto accogliente sulla faccia della terra che potrebbe essere illuminato da una simile luce”.
Il tizio dell’assicurazione non ha detto niente. Ha annuito, per cortesia, senza proferire parola.
“Tesoro”, ho detto.
“Non chiamarmi tesoro”, ha detto Claudia. “Guarda il soffitto, cazzo”.
Finalmente è riuscita ad accendersi la sigaretta. Mi sembrava le tremasse la mano.
“Che cos’ha il nostro soffitto?”, ho chiesto.
“Non lo vedi? È marcio. La luce lo rende marcio. L’umidità ci sta consumando il colore. Perfino la mia voce è roca, con questa luce del cazzo”.
“Adesso calmati”, ho detto.
“Non mi calmo per niente”, ha detto lei. “Cosa ne pensa di questa luce?”, ha poi chiesto al tizio dell’assicurazione.
Si vedeva benissimo che il tizio non aveva neppure un’opinione, sulla nostra luce. Lì per lì ho perfino creduto che volesse alzarsi e andarsene. Avrebbe fatto bene. Invece si è di nuovo schiarito la gola, poi ha detto: “Forse non è proprio il massimo”.
Fino a quel punto non avevo notato quanto fosse giovane. Cristo santo, avrà avuto vent’anni. Ho cominciato a pensare cosa potesse passare nel cervello di un giovane di vent’anni alle prese con quella discussione assurda sulla luce del nostro soggiorno.
Claudia ha fatto un lungo tiro di sigaretta, poi ha ricominciato a rovistare nella borsetta. Sembrava che volesse piangere, e forse sarebbe stata la cosa più conveniente.
“In che modo ti avrei umiliata?”, ho chiesto a Claudia.
“Ormai non te ne rendi più nemmeno conto”, ha detto lei. “È questa luce. Ogni cosa che ci diciamo è avvolta dalla sua bruttezza; è come se la luce si attaccasse alle parole per renderle pesanti”.
Il tizio dell’assicurazione ci stava guardando. Non sembrava particolarmente turbato dalla nostra conversazione. Ogni tanto alzava lo sguardo e ogni tanto lo abbassava. Aveva cominciato a giocherellare con una penna a sfera che aveva tirato fuori dal taschino della giacca.
Mi sono acceso una sigaretta e ho buttato giù un bel po’ di scotch.
Laura aveva cominciato a svuotare la sua borsetta sul tavolo.
“Ci vorrebbe così poco”, ha detto.
“Ci vorrebbe così poco per cosa”, ho chiesto.
“Ci vorrebbe così poco”, ha ripetuto. “O almeno è ciò che pensavo. Ma sono i particolari più banali a essere i più difficili da aggiustare”.
“Non ti ho chiesto io di venire a vivere in questa casa”, ho detto.
“No”, ha detto lei, “è questa casa che ci ha inghiottiti”.
Ha spento la sigaretta in una tazzina da caffè.
“Questo incessante riverbero smorto si è mangiato la nostra vita”.
Ci siamo messi a guardare le cose che uscivano dalla borsetta di Claudia.
Sul tavolo c’erano un set di trucchi, una spazzola, uno specchietto, il portafoglio, dei kleenex, un pacchetto di fazzoletti, il tubetto del burrocacao, le chiavi della macchina. Ho fatto per fermarla, ma non c’è stato verso.
Ha continuato a svuotare quella dannata borsetta sul tavolo, proprio davanti al naso del tizio.
“Si può sapere cosa stai facendo?”, le ho chiesto.
“Mi svuoto”, ha risposto.
C’è stato un momento di silenzio piuttosto lungo. Ho sentito il cane dei vicini guaire, l’ascensore mettersi in funzione. Poi ho cominciato a fissare il lampadario.
“L’unica cosa che è davvero illuminata è la nostra ombra”, ha detto Claudia.
Non ne potevo davvero più di questa storia.
“Se preferite posso passare un’altra volta”, ha detto il tizio dell’assicurazione.
Lo ha detto in maniera molto delicata, come se fosse molto imbarazzato.
“Certo che no”, ho risposto io.
“Guardami le mani”, ha detto Claudia. “Avanti, guardatemi le mani”. Le ha messe in bella mostra, tenendo le braccia distese sul tavolo con i palmi sul ripiano.
Sia io che il tizio abbiamo guardato il dorso delle sue mani.
“Sono mani consumate dalla bruttezza. La mia pelle fa schifo. Non c’è un solo lembo del mio corpo che non sia invaso dalla banalità di questa luce bianca e sporca”.
“Adesso falla finita”, ho detto io.
Lei non ha detto niente. Si è versata qualcosa da bere, ha acceso un’altra sigaretta.
Sono andato in camera a prendere il mio libretto degli assegni; avevo una cosa da dire ma non riuscivo a trovare le parole adatte per dirla.
Quando sono tornato mi sono fermato a osservare il tavolo del soggiorno, il tizio dell’assicurazione che giocherellava con la penna a sfera, mia moglie che aveva cominciato a piangere. Su di loro gravava il peso di quella stramaledetta luce opaca, ospedaliera, che era rimasta la stessa dal giorno in cui avevamo trovato questo appartamento in affitto; il fumo della sigaretta aveva formato un secondo soffitto morbido e malleabile, e il nostro soggiorno non mi era mai sembrato così tranquillo e gelido.
“Quanto fa?”, ho chiesto al tizio.
“Non voglio che paghi la mia assicurazione”, ha detto Claudia.
“Vuoi far restare qui questo ragazzo per cena?”, ho chiesto. “E magari anche a dormire? Credo che abbia voglia di andarsene”.
Lei si è alzata, ha aperto il cassetto della credenza, ha tirato fuori il suo libretto degli assegni.
L’abbiamo guardata mentre scriveva la data, la cifra, mentre firmava l’assegno.
“Adesso vorrei stare un po’ per i fatti miei”, ha detto.
Il tizio dell’assicurazione ha preso l’assegno e l’ha messo nella valigetta.
Siamo usciti insieme.
Mentre eravamo in ascensore mi ha chiesto se conoscessi la strada più breve per tornare in centro, e io ho pensato di andare con lui: avrei fatto una tappa in quel caffè letterario che si chiama come il mio racconto preferito, mi sarei fatto un bicchiere di qualcosa, poi sarei andato al centro commerciale per comperare un dannato lampadario con le lampadine calde e confortevoli.
Se fossi tornato a casa con un nuovo lampadario forse da un certo punto di vista le cose sarebbero cambiate, ma da un altro punto di vista non sarebbero cambiate affatto.

~

Per scrivere e inviare un Racconto del Posto Pulito guarda QUI.

Due poesie di Andrea Fabiani, vincitore del 1° Monferrato Poetry Slam

Andrea Fabiani ha vinto il 1° Monferrato Poetry Slam in Un posto pulito, illuminato bene.

POETRY SLAM PARTECIPANTI

I partecipanti al Poetry Slam in Un posto pulito, illuminato bene festeggiano Andrea Fabiani (con i jeans e la bottiglia di Barbera d’Asti Pomorosso di Coppo appena vinta).

Ecco le due poesie che gli hanno regalato la vittoria a furor di popolo.

 

Io scrivo poesie per le donne

Io scrivo poesie per le donne.
Se siete uomini
mi dispiace.
Io quando m’innamoro
sono felice e scrivo
poesie d’amore per la mia donna.
Alla prima
lei sospira, sognante
mi si concede con la passione
che le arrossa le guance.
Alla seconda anche.
Alla terza mi dice: bella.
Alla quarta: hai scritto di meglio
Alla quinta: ti sei scordato
di portare fuori la spazzatura.
Di nuovo.

Quando poi mi lasciano
sono triste e scrivo
poesie malinconiche composte
contorcendomi nel dolore,
estraendo parole dal nero
pozzo del mio dolore.
Le donne quando le sentono, sentono
vibrare l’istinto materno.
Alcune si innamorano di me.
Poi mi innamoro anch’io
sono di nuovo felice
di nuovo scrivo poesie d’amore.
È un circolo vizioso, lo so.

Da un po’ di tempo
ho cominciato a riusare
vecchie poesie
con donne nuove.
Risparmio carta e energia.
L’idea mi è venuta
dopo una quinta poesia, contemplando
l’azzurro intenso
del sacco della spazzatura
che non avevo portato fuori.
Di nuovo

Oggi non scrivo più niente.
Continuo a cambiare le donne
riciclo poesie.
Per non rischiare
porto fuori la spazzatura
sempre. Faccio anche
una maniacale differenziata.
Oggi
non posso più dire di esser poeta.
Oggi
sono soltanto un uomo
molto attento
all’ambiente.

***

Dentro

Quando dico che faccio il poeta
in realtà sto mentendo
che poi a dir bene
mica lo dico che faccio il poeta
sarebbe sbagliato
il poeta difatti
non lo si fa lo si è
Allora quando dico che sono poeta
la gente mi dice “bello!”
oppure “ah però!”
Ma lo dice con una faccia
un po’ dispiaciuta, un accenno
di compassione.
La verità è che la gente
se gli dici poeta lei pensa
che tu soffra un casino
e hai voglia a dir loro che no
che stai bene, che sei
financo sereno,
loro no, niente.
Pure se sembri sereno
loro ti guardano e dicono
si, ok, sembri sereno
fuori, ma dentro?
chissà che inferno ti porti,
dentro.
Io dentro
porto pochissime cose
per lo più organi interni
un cuore mediocre
due polmoni un po’ lerci
un bel paio di reni
e un fegato che
con tutto quello che ho fatto
il fatto che faccia
ancora il suo sporco lavoro
io lo trovo davvero ammirevole.
Tra tutte le cose che ho dentro
quella che gli voglio più bene
io è il mio fegato
E se dovessi eleggere mai,
tra tutti i miei organi interni, l’organo
interno del mese
io eleggerei il mio fegato
ogni singolo mese e pazienza
per le acide gelosie
che inevitabilmente ne nascerebbero.
Ma sto divagando, dicevo
dell’inferno dentro
Ecco io, al massimo
l’inferno dentro qualche volta
se ce l’ho avuto era allo stomaco
ma quello, mi ha detto il dottore,
non è la poesia
sono i Mojitos
e i Daiquiri e i Piscos
e i Margaritas: i demoni
miei hanno tutti origine
ispanica e un prezzo
che si aggira tra i sei e gli otto euro
Se li trovate a meno
ditemi dove.
Ci vado.
E tutto questo
era solo per dire
che scriver poesie non serve
averci l’inferno
dentro,
ma di sicuro
ci vuole un gran fegato.

Scrivere in un posto pulito, illuminato bene

Scrittori!

 

Il ‘concorso’  Scrivere in un posto pulito, illuminato bene è scaduto. Come il latte. Come la mozzarella. Come una qualunque cosa che a un certo punto scade.

Eppure non mi lascerò prendere dalla depressione.

Un ringraziamento a tutti i partecipanti, tra i quali Stefano Trucco, terzo classificato a Masterpiece, che ha raggiunto il posto pulito, illuminato bene prendendo un treno da Genova a Asti, una corriera da Asti alla periferia di Montemagno, un calesse dalla periferia di Montemagno al bar per imbucare il suo racconto.

STEFANO TRUCCO

Stefano Trucco, autore di Fight Night, in libreria dal 5 novembre: uno dei partecipanti a Scrivere in un posto pulito, illuminato bene

Comunque.

Il “concorso” è scaduto (il 3 novembre sarà reso noto il racconto vincitore), ma Scrivere in un posto pulito, illuminato bene continua.  Senza scadenza. Come il sale. Come la Simmenthal (che una scadenza ce l’avrà anche, ma a lungo termine).

Ogni tre mesi, senza troppi orpelli e fronzoli, un racconto sarà premiato con una bottiglia di vino.

LOCANDINA CONCORSO scrittori

Scrivere in un posto pulito, illuminato bene CONTINUA.

Pertanto, cari scrittori, fatevi sotto!

 La prossima ‘premiazione’ sarà il 15 gennario 2015.

Vi ricordo le semplici regole per Scrivere in un posto pulito, illuminato bene.

Le trovate QUI.

Vi lascio con uno dei racconti imbucati (racconto squalificato dal concorso per la palese violazione dell’Art. 3 – comma 2 del regolamento di Scrivere in un posto pulito, illuminato bene – max. 7762 caratteri spazi inclusi):

EIACULAZIONE GADDIANA

di Rufus T. Firefly (probabilmente un nome d’arte)

Immagine gaddiana

EIACULAZIONE GADDIANA

Dopo un quarto d’ora il regista urla di aumentare la velocità e io ci provo, ad aumentarla, anche se c’ho la minchia che mi va in fiamme.
Il regista si chiama Ron Auard (è un nome d’arte).
Tieni, urla Ron Auard, tieni, tieni, cazzo, tieni, mi incita, e io ci provo a tenere, penso alla mia vicina di casa senza tre denti davanti e a mia nonna con le gambe gonfie. Penso alle guerre nel mondo. Penso ai cimiteri, alla morte, ai lutti. Penso alle cosce devastate dalla cellulite della mia vicina di ombrellone al mare. Sto tenendo. Aumenta la velocità, urla Ron Auard, tieni, tieni, e io ci provo, ci provo davvero. Studio mentalmente la griglia di Ruzzle nella partita Gokhan contro Easy77. Tosante, cretosa, presto, isotera, toserai, osterai, tosata, cretosi. Sto tenendo. Tasterai, cisterna, tastiera, citiso. Poi non ce la faccio più. Apro gli occhi e vedo i reggicalze di Sandra Sbullok (è un nome d’arte) e non ce la faccio più. Vengo all’istante.

Porcozio! Urla Ron Auard. Porcozio! È la terza volta in tre scene, cristo.
Sandra Sbullok sembra perplessa. Tom Cruiser (è un nome d’arte), conosciuto anche col nome di Labrador, se la ride. Ron Auard urla porcozio. I tecnici delle luci scuotono le loro teste di cazzo. Uno dice: se avessi io una nerchia come quello lì ste troiette me le ingropperei quattro ore di fila. Un altro gli risponde: chi ha il pane non ha i denti. Un uomo distinto dice: state muti voi due, andate a farvi un giro. Vanno a farsi un giro. Bambi Love (è un nome d’arte) in un angolo scuote la testa.

Questo giro sono venuto dopo novantasette secondi. Al primo tentativo ero venuto dopo trentuno. Al secondo dopo quarantanove. Tra la prima e la seconda eiaculata sei minuti e mezzo. Tra la seconda e la terza nove minuti e cinquantasette secondi, con l’aiuto di un paio di succhiatrici. Totale, anche stavolta una figura di merda, Labrador che se la ride, Ron Auard che si smarrona, Bambi Love che corre a rifarsi il trucco, Sandra Sbullok che si lamenta dello sperma sulla schiena.
Il produttore, poi, è tutto un porcozio di qui una vaccaboia di là.
Mi accendo una sigaretta.
Ci riproviamo? Chiedo.
Ci riproviamo un cazzo, risponde Ron Auard. Ho le succhiatrici che mi hanno perso sensibilità alla lingua. La rumena scoglionata, la bielorussa depressa. Io sono depresso. In sostanza vaffanculo, fuori tutti dai coglioni, dice, ci vediamo domani.
Labrador se la ride. Ha una nerchia che sarà la metà della mia, ma dura dieci volte.
E tu vedi di spalmarti il gel ritardante, cristo, che l’ho fatto arrivare dall’America apposta, o domani sei fuori.
Ma mi procura bruciori insopportabili, dico.
Per me potrebbe anche incenerirtelo, cazzo, dice Ron Auard. Non m’interessa se ti diventa viola o blu, m’interessa avere un attore che non mi spruzzi dopo dieci secondi.
Temo sia colpa della mia educazione cattolica, dico. Ha presente la paura del peccato?
Ma vaffanculo te e il peccato, dice Ron Auard. Non me ne frega un cazzo che sei andato a catichismo o che ti hanno inculato i preti, dice. Me ne frego se la tua maestra dell’esilo ti faceva venire nelle mutande leggendoti cappuccetto rosso, dice.
Si dice asilo, dico io.
Togliti dai coglioni entro tre secondi, dice Ron Auard. Ti sembra grammaticalmente comprensibile toglierti dai coglioni in tre secondi, che poi è il tempo che ci metti solitamente a sborrare?
Mi tolgo dai coglioni.
E spalmati quel gel del cazzo sul cazzo, urla Ron Auard mentre esco.

§

Se non fosse per il mio pene sovradimensionato mi avrebbero già preso a calci da tempo. Faccio l’attore porno da un anno e mezzo, da quando cioè mi sono presentato a un provino in città e mi hanno immediatamente scritturato appena ho abbassato le mutande. Mai vista una vanga del genere, è stato il commento del selezionatore.
Ci sarebbe da essere soddisfatti. Solo che il mio sogno non è certo quello di trascorrere le giornate con il pene infilato nei pertugi di estoni e bielorusse.

Il mio sogno è partecipare al raduno per Epigoni di Gadda che si tiene durante la Giornata Gaddiana presso il caffè Un Posto pulito, Illuminato bene di Montemagno, ed entrare a far parte della prestigiosa Accademia Mondiale Gaddiana, costola della celebre Associazione Epigoni Gaddiani del Monferrato.

Insomma, un giorno o l’altro saluto tutti e me ne vado a stare da solo, vicino alla sede della Scuola di Scrittura Gaddiana, in un bell’appartamento col parquet, la televisione satellitare e una libreria con i controcazzi. Ma per adesso devo inculare a sangue estoni, rumene e bielorusse, sperando di tenere, e condividere una casa di merda con mia madre, mia zia, mio fratello, mia cugina e mio nonno.

§

Quando arrivo a casa è prima del solito per cui trovo mia cugina Tere che si spacca la testa ascoltando Cesare Cremonini. Mia madre è in cucina che sfornella. Mia zia, in sala ad ascoltare Cesare Cremonini mentre legge una rivista di gossip. Mio fratello in bagno ad ammazzarsi di seghe.
Mio nonno sul divano rincoglionito sta provando a capirci qualcosa, è magro come una scopa e ha tutti i capelli sparati a destra.
Sei già a casa? Chiede mia madre.
Sono già a casa, dico.
Ciao tesoro, dice mia zia.
Poi mia madre comincia a piangere, come ogni giorno da quando ha scoperto il mestiere che faccio.
Che palle mamma, dico.
Ma quella continua a piangere.
Mio nonno non capisce un cazzo, mi allunga la mano per presentarsi.
Sono tuo nipote, dico.
Buonasera, dice lui.
Ma vaffanculo, dico io.
Non trattare così il nonno! Urla mia madre.
E non urlare, dice mia zia.
Un figlio zozzo, mi è capitato, dice mia madre.
Un figlio che almeno porta a casa qualche quattrino, dice mia zia. Non come quella debosciata di mia figlia che sta chiusa in casa tutto il giorno a fare un cazzo.
Ti sembra il caso di usare quella parola? Dice mia madre.
Quale parola? Dice mia zia.
Quella parola, dice mia mamma.
Intendi dire Cazzo? Chiede mia zia.
Ci risiamo.
Dovresti vergognarti, con quasi settant’anni, dice mia madre.
Quasi settant’anni un cazzo! Urla mia zia. Brutta vecchia rinsecchita. Per tua info: io non ho quasi settant’anni. Ne ho sessantotto a novembre, cazzo. Ho detto: cazzo, dice mia zia.
Mia madre piange.
Un figlio zozzo, dice. E pensare che sei andato al catechismo.
Ah perché i preti non sono zozzoni? Dice mia zia.
Lascia stare i preti, dice mia madre.
Ma se sono i primi a far le zozzerie, dice mia zia.
Non ti osare, urla mia madre.
Mia cugina emerge da uno stato catatonico e mi saluta. Complimenti, dice, una mia amica mi ha fatto vedere un tuo film.
Grazie, dico.
Hai una minchia notevole, dice mia cugina.
Tere! Urla mia madre. Ma come ti salta in mente?
Mia zia se la ride.
Che ho detto? Chiede mia cugina.
È quella svergognata di tua madre che ti insegna queste parole? Chiede mia madre.
Con venticinque anni non ha certo bisogno che gliele insegni io, certe parole, dice mia zia.
Oh Signore Santo, dice mia madre.
Cosa fai bestemmi? Dice mia zia.
Stai scherzando, dice mia madre.
Secondo me hai bestemmiato, dice mia zia. Vero che ha bestemmiato? Chiede.
Mi sa di sì, dice Tere.
Cosa state farneticando? Dice mia madre. Signore Santo ti pare una bestemmia?
Mi pare una bestemmia, dice mia zia.
Vado in bagno e mentre ci vado incontro mio fratello che mi dà un cinque e dice come vorrei essere al tuo posto, le sfonderei quelle topolone.
Sei ancora troppo giovane, gli dico.
Ma ho una voglia di scopare pazzesca, dice lui. A volte mi viene persino voglia di scopare Tere.
Che cazzo ti salta in testa? Vuoi far morire tua madre di crepacuore? Gli dico.
Mi dai una sigaretta? Chiede. Gli do una sigaretta.
In bagno è uno schifo senza senso, capelli grigi ammucchiati in un angolo e assorbenti dappertutto, il cerchione del water sporco di piscio.
Torno in cucina. Tere ha un provino da parrucchiera o qualcosa del genere e sta martoriando i capelli di mio nonno.
Andiamo a casa? Chiede il nonno.
Ma sei già a casa, nonno, dico.
I pasticcini? Dice lui.
Che pasticcini? Dico io.
Voglio tornare a casa, dice lui.
Sei già a casa, cazzo, dico io.
Non rivolgerti così al nonno, urla mia madre.
Mamma guarda che il nonno non capisce più niente, dico io.
Poveretto, dice Tere, mi ricorda i mongoloidi.
Cosa c’entrano adesso i mongoloidi, dice mia madre.
Volevo dire i deficienti, dice Tere.
Ma non ti vergogni di quello che dici? Dice mia madre.
E cosa ho detto? Chiede Tere.
Mia zia se la ride.
Tere mette i bigodini a mio nonno. Ha ancora un sacco di capelli.
È proprio necessario? Chiedo io.
Domani ho il provino, dice Tere.
Mio nonno allunga la mano per presentarsi.
Buonasera, mi dice.
Che cazzo, dico io.
Mia zia se la ride.
Come parrucchiera fai davvero schifo, dice a sua figlia.
Vaffanculo mamma, dice mia cugina.
Che cosa ho fatto di male, dice mia madre.
Poi è l’ora della preghiera quotidiana di ringraziamento per cui mia madre ci fa mettere seduti e attacca col suo Padre Nostro quotidiano.
Dobbiamo farlo tutti i giorni? Si lamenta mio fratello.
Dio va ringraziato tutti i giorni, dice mia madre.
E per cosa? Dice mia zia.
Zitti tutti! Urla mia cugina. Sullo sfondo la voce di Cesare Cremonini. Mamma quanto m’intrippa sta canzone! Una figata pazzesca!
La voce di Cesare Cremonini investe la casa. Mia cugina canta. Mia zia se la ride. Aaaaah da quando Senna non corre piùùù. Mia madre mi guarda e pensa a suo figlio che è uno zozzone. Oooooh da quando Baggio non gioca piùùù. Mio nonno ha due occhi grandi come due palle da tennis.
Chi sono io? Gli domanda mia zia.
Andiamo a casa? Dice mio nonno.
Mia zia se la ride. Chi sono io?
Una stronza, dice mia madre.
Ma sentila, la suora, dice mia zia.
Allora, questa preghiera, dico.
Veloce, dice mio fratello.
Momento! Urla mia cugina. Non è più domenicaaaaa.
Abbozziamo un padre nostro sul tavolo della cucina con colonna sonora di Cesare Cremonini. Quando è tutto finito filo in camera vedo il gel ritardante e decido di non spalmarlo. Mi metto al lavoro per limare il testo da presentare all’Associazione Epigoni Gaddiani. Lo rileggo ad alta voce, senza pause, come un’eiaculazione liberatoria, gaddiana, per sentire l’effetto che fa:

“Non prendeva sonno. E i mobili, vecchi e muffiti, parevano impallidire al suo passaggio, quasi come se fosse uno spettro o altra oscura figura a strascicare gli zoccoli sull’ammattonato; una candela ammollata giaceva sullo scrittoio del marito, presaga d’un futuro d’ansie e dolorî che le pizie avevano già iscritto sul brogliaccio della sua vita. Un tempo era la guerra. Ma dopo un anno, a Castrocozzo, i sibili erano cessati, cessate le ostilità e i ribelli tutti perseguitati; le rimanevano poche fotografie archiviate nella credenza e un marito con un moncherino invece d’una gamba, la sinistra, presa attanagliata dallo scoppio d’una granata. Non prendeva sonno: quella mattina s’era scordata dell’esame del figliolo, un bravaccio cialtrone da du soldi, e l’aveva lasciato uscire senza caffè, il caffè che con amorevole cura gli preparava da vent’anni, vent’anni! L’agonia si faceva lancinante mentre la notte, fuori, prillava i suoi strepiti con un tremito di labbri, mentre la luna e i pianeti tutti davano sfogo a la lor girazione, con gran furore d’andare e rivolvere, ch’ella conosceva bene. Guardò dalla finestra: il frugnolar de’ grilli e lo sbrillantar delle lucciole, le coppie d’innamorati capovolti nelle vetture tra le forre e i cespugli, di lontano, come lumicini di pescherecci a largo, nel giallore alfine di quella tremula campagna c’agli occhî si mostrava come prossima alla tenebra, non fosse stato per uno spiraglio lunare ridisceso e rifranto dalla tettoia della rimessa. Il cortile, deserto e arso, cigolava nell’austero auspicio d’un prossimo temporale, ne’ fasti de’ vecchi flagelli tumultuosi e piovosi, regno del vuoto desolante c’altri chiama solitudine del mondo. E lei era, per l’appunto, sola. E l’invidioso sgomento per la sciatteria del marito, che mariteggiàndo dormiva profondamente, aumentava il suo malanimo, imbarbarito dalla mestizia del paesaggio. Il Monferrato. Alti tremolanti cipressi e pioppi dirancati dal vento, ville e villette di svizzeri e milanesi, tombe efferate e trombe di scale vertiginose proiettate sul terreno bruciato; le vigne, pasto degli evi ormai dilapidati, mortificati dal tempo che tutto sotterra, parevan biancastre in controluce, spettrali fulgori ringalluzzivano i gatti, gongolanti sul balcone accanto ai gerani fioriti. Un tempo aveva mansioni, giù ne’ vasti campi che conducono alla città, e per un po’ il ripulir sangue e il rattoppar gambe e fronti, il cambiar garze e bende, il curare, il cucire e il ricucire la tennero occupata. Ma ora più alti e ombrosi sagrìn l’accaneggiàvano, straziandola e dimettendola dalla gioia che mai l’investì per intero; e sì ch’era stata donna e madre, sposa e infermiera, e di notti n’aveva passate più di mille, ad aggrottarsi sui tormenti dell’esistere. Più alti oltraggi s’accumulavano, come chicchi l’uno sull’altro, nel suo senno malato, e il suo animo prendeva a violentarsi, cavillando su tutte cose, fossanche l’acqua nel bacile o ‘l foco che talvolta appariva come fatuo sul crinale ovest, financo l’abbrillantar de’ trattori nell’umida valle, in lontananza; il suo respiro si faceva affannoso, ogni zuffo d’aria ch’emetteva come un tonfo di rimbombo signoreggiava nel vuoto della camera, echeggiando sui muri: e via di seguito con singhiozzi, convulsioni e borborigmi rauchi e strazianti eppur composti, ovvero esalati senza mutar di tono, affinché potessero confondersi col panorama degli attigui accordi campestri. E comunque bastavano a ottenebrare la debole spemuccia che di tanto in tanto tendeva a insinuarsi sottoforma d’effluvi melanzananti, caroteggianti, tomaticheggianti, rievocanti cioè il cuore de’ suoi amati pasti, semplici com le piaceva di farli, in compagnia de’ figli. N’aveva messi al mondo due, e un terzo le era nato morto. Ma quei disgraziati! Trattava i momenti della loro fanciullezza come cimeli, e ora? Dov’erano, i suoi due tesori, mentre lei agonizzava, sola, in quella stanza che mai, in passato, le era parsa tanto squallida? Intanto sul colle qualcuno aveva acceso un focherello, e il suo timido bagliore si faceva sempre più vicino; credette perfino di sentire il tepore della fiamma sulla pelle, mentre crepitando sprizzava spari di faville sulla terra; quei figli farabutti, prole meschina e traditrice, impegnati a gozzovigliare in qualche localaccio fuoribordo, un si sarebbero ricordati della madre nemmanco si fosse stata lì lì per crepare. Questo era solo uno de’ tanti malevoli pensieri ch’ella ricoglieva e rivoltava e rimuginava come frutto di una inesausta centrifuga. Non prendeva sonno, e il cielo, così adombrato sulle rare nuvole, la travolgeva come un fiato d’orrore all’udir fantasmi di fastose risatine: s’era fatta festa, in città, e i rimasugli del bagordo ristagnavano nel vento notturno come rinzaffi svaporati e risbuffati dagli aliti della gente festante. Il marito, col moncherino appoggiato sulla sedia, l’orinatoio svuotato da poco, cominciò a russare. L’osservò con reticenza, mentre rimovendo il ciuffo di capegli dal viso ammirava il riverbero della campagna, la forra punteggiata d’esuli cumuli di vita, ridondando chiarità ormai dissolte nella notte buia. I varî profumi della sua terra l’assalivano teneramente, gelsi e violette, creme e olii, anco vinacce e piumaggi d’oche, anitre e gallinacce. Un clacson dalla camionale la fece sobbalzare, come presa d’un improvviso guizzo d’energia, mentre camminava avanti e indietro sminuzzando pensieri come ceneri d’un falò. Poi un altro rumore, monotono, dalla cascina: un ometto la cui figura si stagliava, fumosa, nello strale della notte, inazzurrita, ordiva quietamente un quinale, torreggiando sulle cime degli alberi e sulla dentatura de’ monti. Ma questo è il Monferrato: bagliori lontanissimi moruscavano i cirri fibrillando l’aria, e tutti i rumori della stanza moltiplicavano la sua ansia e la predestinazione al dolore che fin da piccola l’avevano seguita. Una policroma intensità d’emozioni la sconquassava, infamando i suoi tentativi di prender sonno; il precipitare della notte la rendeva stizzosa e il vento, penetrato dalla finestra, gelava la sua bianca vestaglia, quasi una gellàba con tanto di merletti e pizzetti ricamati a mano. Poi il silenzio, come se tutto il Monferrato si fosse svuotato di vita, la colse colla sua lama tagliente, prepotente persuasore d’ogni spirito. Perfino i gatti, sfiniti, avevano smesso di miaulare, e anche il lungo ronzio della caldaia finì per arrestarsi. Faceva caldo in campagna, e le strade del centro erano deserte, screpolate come labbra d’asino. Immaginava i tetti dei palazzoni e un sipario color vermiglio che frangeva la tenue brezza del tramonto. Immaginava la sera lucida come la pavimentazione d’una chiesa, le giovani donne sculettavano tremando come cigli e saltabeccando eccitavano i balordi. Si coricò, attenta a non svegliare il marito, delicata e rapinosa come ai tempi de’ fasti guerrafondai, quando la limpidezza della sua pelle era specchio dei barbagli più diversi e le dita, or incavatici di vecchiezza, lungheggiavano smaltate a fendere l’aria turbinosa degli aprili rivoltosi. Si sentiva senza scampo, perduta nei gorghi dell’infinita uggia, irreparabilmente votata all’inadeguatezza, alla moribonda delusione. Or la stagione fiorifera pareva stanca, allungata nel suo romitaggio, e le sue palpebre a pampineddra parevano lentamente dischiudersi come l’hangar d’un aeroporto. Intanto l’immenso fuori aveva ripreso a essere e le cime degli alberi più alti sembravano rapite dalla vasta ellissi del sole. Finanche lo stagno assumeva un aspetto gradevole, circoscritto da licheni e fogliame sparso, aggraziato dal chiaror dei fuochi accesi dai ragazzotti, e si diceva, in notti come quella anche gli orchi facevano all’amore. Si lasciò dileggiare ancora un poco dallo strimpellìo degli uccelli notturni, del resto avrebbe voluto soffrire ancora delle guerre, delle prigionie, delle ingiustizie…avrebbe voluto gridare a perdifiato libertà! libertà!…avrebbe voluto e voluto e voluto…ma il sonno sopraggiunse, e quel ch’erano i suoi dolori, i pallori della sua negazione, s’acquietarono nel nulla del mattino sommersi da un amarulènto brividìo.

Meglio che continui a chiavare le bielorusse, dice mio fratello sulla porta della mia camera.
Vaffanculo, gli dico io, che cazzo entri senza bussare. E non usare quelle parole.
Poi mi spalmo il gel ritardante Eiaculatio Longer Pleasure e fumo una sigaretta sul balcone.

Venerdì 17 ottobre: istruzioni per scacciare la sfiga (in Un posto pulito, illuminato bene) – Reload

 

venerdì 17

Ebbene: è venerdì 17, e rifacendomi a questo articolo QUIcredo sia giusto fare un piccolo ripasso delle

istruzioni per scacciare la sfiga di venerdì 17 in Un posto pulito, illuminato bene

(potete scegliere uno – o più d’uno – dei seguenti momenti della giornata)

1. Colazione

Entrate in Un posto pulito, illuminato bene. 

Dopo aver salutato o dopo aver fatto quello che fate di solito quando entrate in un posto qualunque, ordinate un cappuccino antisfiga e una brioche.  Specificate che il cappuccino deve essere un cappuccino antisfiga e non, per esempio, un cappuccino anti-rottura-di-palle o un cappuccino anti-stress. Questi teneteli per un’altra circostanza.

Sedetevi al terzo tavolo sulla destra del bancone (quello accanto ai vini).

Prendete La Stampa: apritela, sfogliatela distrattamente, poi richiudetela e mettetela da parte.

Gustatevi la vostra colazione.

2. Pranzo

Entrate in Un posto pulito, illuminato bene. 

Ordinate una piadina. Il ripieno non è importante; potete scegliere prosciutto crudo o cotto, formaggio, speck, ecc.

Sedetevi al tavolo in vetrina. Cercate, tra quelli presenti al bar, un libro di Eugenio Montale e leggete una poesia a vostra scelta, ma che contenga almeno un anacoluto o un iperbato.

Gustatevi il vostro pranzo.

Se la piadina vi resta sullo stomaco avete certamente sbagliato qualcosa: studiato la metrica?

3. Pomeriggio

Entrate in Un posto pulito, illuminato bene. 

Ordinate un caffè. Non ha importanza chi ve lo prepara.

Mentre attendete il caffè al bancone, voltatevi: alle vostre spalle noterete il racconto di Hemingway che dà il nome al bar. Leggete ad alta voce una riga del racconto facendo le corna.

Bevete il vostro caffè al bancone.

Prima di uscire andate sotto al quadro Nighthawks di Edward Hopper. Concedete una carezza al tizio seduto da solo.

4. Aperitivo

Entrate in Un posto pulito, illuminato bene. 

Ordinate un bicchiere di Franciacorta Villa Crespia Satèn.

Sì, per scacciare la sfiga bisogna trattarsi bene, mica si può pensare di bere il bianco alla spina e farla franca.

Con il bicchiere in mano, dirigetevi verso Un bagno pulito, illuminato bene.

Entrate.

Guardatevi allo specchio; fatevi una bella linguaccia.

Gustatevi il vostro Franciacorta dove meglio credete.

5. Dopo-cena

Entrate in Un posto pulito, illuminato bene. 

Ordinate una cosa qualunque.

Cercate, tra quelli presenti al bar, il libro Conviene far bene l’amore di Pasquale Festa Campanile.

Leggete la quarta di copertina e ripromettetevi, prima o poi, di leggere l’intero libro.

Salutate tutti e, se potete, andate a fare l’amore.

Se non potete restate al bar e fatevi una birra o due.

§

facile, no?

Vi aspettiamo in Un posto pulito, illuminato bene.

Vi consiglio di non mancare.

(E soprattutto di non sbagliare bar)

§

E per finire, se proprio ritenete che venerdì 17 possa essere una giornata di merda, vi regalo un racconto anonimo imbucato nella cassetta postale letteraria, il cui titolo, manco farlo apposta, è

OROSCOPI

(il protagonista/narratore non è mai stato in un posto pulito, illuminato bene)

ASTROLABIO

L’altro giorno si è presentato questo tizio alla porta di casa mia. Portava una giacca marrone e una camicia a quadri simile a quelle che indossano gli operai della segheria in cui lavorava mio padre.
“Buongiorno” mi ha detto, mostrandomi un biglietto da visita piuttosto scadente, sul quale campeggiavano un pentacolo e il nome d’arte del tizio.
“Lei fa oroscopi?”, ho chiesto mentre leggevo il biglietto.
“È il mio lavoro”, ha risposto il tizio. “Redigere oroscopi a domicilio”.
L’ho fatto accomodare in soggiorno. Ho guardato la sua cravatta. Era una cravatta di terz’ordine, per nulla intonata allo stile della camicia.
“E in cosa consiste questo suo lavoro?”, gli ho chiesto.
“Mi pareva d’averglielo appena detto”, mi ha fatto lui.
“Redigere oroscopi”, ho detto io.
“Precisamente”, ha detto lui.
Mi sono acceso una sigaretta.
“Intendevo dire in che modo redige questi oroscopi”, ho detto. “Non so, tipo che tecnica utilizza, quale sfera della scienza, queste cose qui”.
Mi ha fatto segno di seguirlo verso il tavolo, ha aperto una ventiquattrore.
“Questa è la parte più stuzzicante”, ha detto.
Ha appoggiato un computer portatile e ha disseminato il tavolo di cartacce e attrezzi.
“Interessante”, ho detto.
“Vuole una dimostrazione pratica?”, mi ha chiesto, “è gratis”.
Ho acconsentito, per cui il tizio si è tolto la giacca e ha acceso il portatile, consultando le cartacce e maneggiando gli attrezzi. C’era uno di quegli affari per calcolare la posizione dei pianeti, un pacco di mappe celesti e una vecchia bibbia.
“Fuma?”, ho chiesto porgendo una sigaretta.
“Volentieri”, mi ha risposto, “magari più tardi, dopo la dimostrazione”.
Ho atteso che il tizio scribacchiasse qualcosa sulla tastiera versandomi qualcosa da bere.
“Sono pronto”, ha detto, “vuole cominciare?”.
“Come si chiama quell’affare per calcolare la posizione dei pianeti?”, ho chiesto.
“Vuol dire l’astrolabio?”, ha fatto lui.
“Proprio quello”, ho detto io battendomi su una gamba. “Ce l’avevo sulla punta della lingua”.
“Cominciamo la dimostrazione?”, mi ha chiesto.
“Cominciamo”, ho detto spegnendo la sigaretta nel portacenere.
“Questo è un programma che non si trova in giro”, ha detto, “è particolare, studiato ed elaborato da me e mio figlio”.
“Lei è una specie di informatico?”, ho chiesto.
“Non precisamente. Ma mio figlio è portato per questo genere di cose e di tanto in tanto mi aiuta col lavoro. Un tempo ero costretto a portarmi in giro due valigie piene di attrezzature e scartoffie; oggi è molto più semplice”.
“Vuole un drink?”, ho chiesto.
“Non mentre faccio la dimostrazione”, ha risposto.
Bene, a questo punto eravamo pronti per cominciare la dimostrazione. Mi ha fatto un sacco di domande sulla mia data di nascita, l’ora esatta, il luogo, cose così. Le solite cose che si chiedono al momento di redigere un oroscopo, suppongo. Ha inserito tutte le mie risposte nel suo programma per oroscopi e mi ha sorriso ogni volta che ho dato una risposta.
“C’è una relazione certa tra gli eventi narrati nella bibbia e il futuro di ciascuno di noi”, ha detto.
“Ah sì?”.
“Potremmo dire che la bibbia riassume in sé il futuro di tutti gli uomini dalla creazione all’apocalisse”.
“Può spiegarsi meglio?”, ho chiesto io. Era sinceramente incuriosito.
“Basta interpretare i segni”, ha detto lui. “Calcolando le congiunzioni astrali di un qualsiasi individuo, in questa circostanza lei, e connettendole a episodi biblici trascelti e decrittati dal mio programma informatico, si ottiene una divinazione minuziosa, giorno per giorno, di chiunque”.
“Mi sembra straordinario”, ho detto io per fargli sentire il mio sostegno.
“Lo è”, ha detto lui. “Sfortunatamente il Governo non mi ha ancora accordato il brevetto, per cui i miei oroscopi non hanno valore giuridico”.
“Una vera sfortuna”, ho detto io.
“Ma conto di ottenere l’avallo tra pochi mesi”, ha aggiunto.
“Me lo auguro per lei”, ho detto.
“Ecco qui”, ha detto senza staccare gli occhi dal monitor, “l’episodio biblico che il programma ha connesso ai suoi dati”.
“Qual è?”, ho chiesto. A quel punto ero abbastanza impaziente.
“Un momento per favore”, ha risposto il tizio. Poi ha ripreso a smanettare con la tastiera.
Ho osservato le sue dita mentre premeva coi polpastrelli i tasti del computer. Non ho potuto fare a meno di notare che aveva le unghie sporche. Luride.
Mi aspettavo che da un momento all’altro aprisse bocca per raccontarmi una stronzata qualunque su Ezechiele o Isaù, invece ha continuato a trafficare con i suoi strumenti per dieci minuti buoni senza dire una parola.
“C’è qualche problema?”, gli ho chiesto.
Il tizio ha tirato fuori una sigaretta e se l’è accesa senza dire niente.
Ho pensato che mia moglie si sarebbe incavolata di brutto, se fosse stata ancora qui. Ogni volta che accendevo una sigaretta in casa se ne saltava fuori con una lamentela.
Ho acceso una sigaretta anch’io mentre aspettavo che il tizio redigesse l’oroscopo.
Lui ha continuato a scrivere sul suo computer per un po’, ha consultato la bibbia, ha ripreso a premere tasti, si è tolto gli occhiali e ha cominciato a far su tutta la sua roba.
L’ho guardato in silenzio.
“Scusi tanto”, mi ha detto.
“Che succede?”, ho chiesto.
A quel punto non sapevo cosa dire.
“Mi perdoni se le ho fatto perdere tempo”, ha detto il tizio mentre sgomberava il tavolo dalla sua attrezzatura.
Lo ripeteva spesso mia moglie che quando bussavano alla porta i testimoni di Geova o gente del genere bisognava trattarli come meritano. Se bussa alla porta un rompiballe qualunque, diceva sempre mia moglie, mettigli in mano cinquanta centesimi e mandalo affanculo. Avrei dovuto fare così.
Il tizio non mi ha neppure salutato, ha infilato la porta ed è sparito dietro l’angolo. Sono rimasto senza parole.
Ho chiuso la porta, sono andato in bagno, e mentre pisciavo ho iniziato a sentire il formicolio alla spalla e al braccio.

Poesia in un posto pulito, illuminato bene

Sabato 18 ottobre 

dalle ore 18.30

lettura aperta con apericena

dalle ore 21.00

Monferrato Poetry Slam

affiche monferrato

Clicca sulla collina più alta o sulla nuvola a forma di poeta per saperne di più e scoprire – per esempio – che i poeti in gara non saranno 8, bensì 13:  CARLO MOLINARO (Torino) ANDREA FABIANI (Genova) SEBASTIANO ADERNO’ (Milano) PATRIZIA CAMEDDA (Torino) LUCA POTTINI (Milano) CARLA COLOMBO (Torino) LAURA MALATERRA (Genova) NICOLA SALVINI (Torino) GIANLUCA MANTOANI (Torino) MASSIMO BRIOSCHI (Alessandria) ZOLLA (Torino) STEFANIA CARCUPINO (Milano) LARA GALLO (Torino)

 

Vi regalo una video-poesia (se si può chiamare così) di Max Ponte, conduttore del poetry slam

 

E una poesia sonora di Bruno Rullo, l’altro conduttore dello slam

TELEFONO

Componi lo zero per uscire  e ascoltare la poesia di Bruno Rullo, oppure il 222.333.777 (telefono azzurro per poeti) se vuoi salvare qualche poeta dalle angherie della società contemporanea.

§

 E per finire vi lascio la testimonianza anonima di un cliente del Posto pulito che avrebbe desiderato fare il poeta e non ci è riuscito (ma non per colpa sua).

E’ stata rinvenuta – la testimonianza – all’interno della cassetta postale letteraria. Si intitola

SOPRACCIGLIA

Groucho-Fratelli-Marx

 

Gli studi indicano che la distanza tra le mie sopracciglia, in questa società, è problematica.
Il mio barista sostiene che sarebbero bastati alcuni millimetri in più e la mia vita sarebbe cambiata, in maniera inesorabile e vantaggiosa.

Avrei voluto essere un poeta. Scrivere poesie, recitarle, sentire quel brivido tutto particolare che provano i poeti quando parlano della loro genialità, alzarmi tardi al mattino. Insomma, cose così.

Invece, a causa delle mie sopracciglia, sono destinato a una prosa sciatta e ad alzarmi alle sette.
Cionondimeno, dice il mio barista al Posto pulito, illuminato bene, la natura percorre strade che l’intelligenza non conosce (sta sicuramente citando qualcuno, ma non so chi).

Buon dio, quanto è ingenuo. Anche se prepara un mojito imbattibile.

Ammetto che i miei metodi di stima fisiognomica siano un tantino casalinghi, ma ricordate Lombroso ai primi tempi, quando era ancora studente all’Università di Pavia; ricordate Benedict Lust, che si servì di una semplice lente d’ingrandimento per esaminare le cellule umane.
Io mi sono servito di un righello Maped da trenta centimetri; d’accordo, non sarà il massimo dell’accuratezza, ma date un righello Maped da trenta centimetri a un uomo dotato d’ingegno e tenacia, e quell’uomo vi misurerà il mondo.

Insomma gli studi sulle mie sopracciglia hanno rivelato che soffro di una spaventosa malattia mentale: la frivolezza.

Il mio sopracciglio gibboso inoltre palesa che non sono capace di concatenare versi e di toccare il nervo scoperto della gente.
Se ciò non bastasse, una ptosi della palpebra inferiore mostrava fin dalla prima infanzia che non avrei mai potuto prendermi sul serio.
Questo e un certo influsso epato-biliare che predispone all’impulsività e alla leggerezza di mente.

Ebbene, avrei voluto essere un poeta, ma la distanza tra le mie sopracciglia me lo ha impedito.
E tuttavia non mi ha impedito di conoscere poeti di prima qualità.
Ricordo le rare volte che li ho incrociati, sprofondati su comode sedie con le gambe accavallate, corazzati di un turbamento laconico.
Quanto avrei desiderato sedermi in un Posto pulito illuminato bene per scrivere poesie, fumare, mangiarmi le unghie.
Invece le unghie sono il primo posto dove la gente guarda, e non è facile essere grevi e pensierosi con le unghie curate.

Così ho deciso di riunire un gruppetto di persone – gesù, mi verrebbe da dire una vera e propria banda – la cui distanza tra le sopracciglia era ritenuta problematica. Si trattava di un bel gruppetto di persone che avrebbe voluto scrivere poesie, ma scrivere poesie gli era precluso.
Era davvero un gruppetto spassoso, anche se poi uno dei membri ha preso il cancro e un altro è finito impiccato al lampadario di casa.

Alla fine sono rimasto solo io, un’individualità malata d’inconsistenza, solo soletto nel bagno di un posto pulito illuminato bene con una camicia a righe comperata al mercato: mi guardo allo specchio cercando di comprendere meglio il significato del mio volto.
Sorseggio uno spritz e mentalmente provo a comporre una poesia che possa emozionare le persone, ma come sempre mi metto a ridere.
E rovino tutto.

Canto d’amore e di maledizione

Poesia anonima lasciata nella cassetta letteraria di Un posto pulito, illuminato bene

DITO CATTELAN

Una canzone farò di puro nulla:
non si stupisca nessuno di me
se in questo gioco del tutto uterino
ho conquistato solo l’affanno

con il tribolare, se se balbetto
e m’agito e fremo per amor di lei
che si mostra senza onore
e puttana provata

dentro il paltò di suo marito.
La sentivo così snella e liscia e piena
sotto la mia camicia sdrucita
che me la sogno nuda anche in bagno

o quando incontra le sue amiche:
mi sembrano ranocchie latrando
nel riunirsi a mo’ di cani idrofobi.
Colpevole davanti al mondo

mi riconosco del troppo parlare,
ma io vedo e credo e son certo ch’è vero
che amore ingrassa, sicché mi piace
più che non essere re di tutti i contadini.

Io posso andare senza abbigliamento,
nudo nella camicia, come Tristano
morire d’amore e di freddo.
Consigliatemi dunque, amici,

essendo io avvolto da follia,
meglio l’amore che rende cornuti
o l’addio che prolunga il dolore?
Enquer me lais Dieus viure tan

affinché abbia il tempo di maledirla:
vengano compìti giullaretti
per augurarle chascus en lor lati
iatture e tormenti anche peggiori.

Un posto pulito, insanguinato bene – storie ai confini della realtà

 

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storie ai confini della realtà e oltre

HALLOWEEN

Il party di Halloween più trendy, chic, cool d’Europa. Ma soprattutto il party di Halloween più spaventoso del mondo.

Inviateci le vostre storie ai confini della realtà e oltre – anche se non c’è sangue va bene lo stesso – e le leggeremo durante la notte di Halloween in un Posto pulito, insanguinato bene.

Venerdì 31 ottobre in un Posto pulito, illuminato bene

 ~

Durante il party di Halloween in un Posto pulito, illuminato bene potrete incontrare Dracula (firmerà autografi col sangue), numerosi vampiri minori, zombie, vari personaggi letterari (per esempio il mostro di Frankenstein, Mr Hyde, il Corvo, ecc) e una nutrita schiera di quei tipi che, si dice, durante le notti di luna piena si trasformino ne

GLI UOMINI-LUPO

image

Bene, avevamo questi uomini-lupo che nelle notti di luna piena uscivano in strada per sbranare i cittadini. Faceva parte della loro educazione: mordere, ululare, disperarsi; cose così. Vivevano in periferia, nei palazzi anni ’60, nelle case abbandonate e pronte per la demolizione. Era una bella colonia di uomini-lupo: di tanto in tanto pregavano e si riunivano per eleggere un capo, adoravano feticci e predicavano l’abbattimento della borghesia, prospettando la liquidazione degli antagonismi di classe. Avevano codici, attitudini e un dialetto particolare; naturalmente c’erano anche alcune donne-lupo, ma erano un po’ selvagge, difficili da inquadrare in uno schema. Ad ogni modo durante le notti di plenilunio facevano un bel po’ di baldoria: si incontravano intorno a un fuoco (questo perlopiù accadeva d’inverno, d’estate non ne avevano bisogno) e chiacchieravano del più e del meno, bevendo lattine di birra e fumando qualche spinello. Poi uscivano in macchina completamente sbronzi per sbranare qualcuno, ululando e disperandosi. Avevano un problema di etica, ma lo mascheravano piuttosto bene.

Mandammo un gruppo di antropologi a studiare gli uomini-lupo. “Sembrava un’esperienza così eccitante”, disse  una delle antropologhe. Gli antropologi ebbero una discussione con gli uomini-lupo.
“E per quanto riguarda il vostro modo di vivere”, disse l’antropologo responsabile della spedizione, “stavamo pensando a qualcosa di meno, come dire, intrusivo; qualcosa del tipo voi state quaggiù in periferia, lasciate in pace la brava gente del centro, e loro in cambio vi mandano qualcuno ogni tanto”. Si aspettavano una reazione da parte degli uomini-lupo.
“Ci mandano qualcuno?”, domandò uno degli uomini-lupo. “Precisamente”, rispose l’antropologo. “D’altro canto cos’avete da rimetterci? Giù in centro preparano una lista di nomi, piena di disadattati, qualche barbone, qualche delinquente, qualche prostituta; prima potreste addirittura divertirvi un po’”.
“Bellissima idea! Davvero bellissima!”, disse il capo degli uomini-lupo, “ma non vorrei che la nostra specie perdesse la propria identità, capite cosa intendo?”.
Il capo degli uomini-lupo si chiamava Katalin.
“Potreste introdurre nella vostra cultura di base qualcosa di più creativo. Per esempio il concetto di gioco”, disse l’antropologo.
Dalla spedizione tornò solo Katie.
Gli altri furono sbranati dagli uomini-lupo; faceva parte della loro identità etnica, non avevano mai pensato di introdurre nella loro cultura di base qualcosa di più creativo.
Mandammo una delegazione di politici, ma non andò bene. Erano politici di secondo piano, non rivestivano un ruolo essenziale negli affari pubblici.
“Beh, di cosa vi lamentate?”, domandò il sindaco. “Non facciamola più grande di quel che è”.
Ciononostante gli tributarono un funerale di stato con drappello e colpi di cannone.

Un’altra tragedia occorse durante una notte senza luna: gli uomini-lupo uscirono e sbranarono una mezza dozzina di cittadini. Il sindaco convocò un’assemblea straordinaria.
“E come la mettiamo con quella storia della luna piena?”, chiese.
“Non sappiamo, probabilmente si sono evoluti”, risposero gli assessori.
“Ci vorrebbero delle ronde”, disse un assessore, “delle ronde di bravi cittadini che veglino sui nostri sonni”.
Il problema delle ronde di sicurezza all’interno dei confini della città fu il primo punto dell’ordine del giorno per le successive settimane. I fautori di una condotta politica più reazionaria e cruenta prevalsero nei confronti dei sostenitori di una linea filosofica più mite e ponderata, le cui basi affondano nel terreno fertile della sovranità popolare. Da queste parti la democrazia ha già lasciato cicatrici indelebili.
Ad ogni modo le ronde non durarono molto. I cittadini più reazionari e cruenti s’incontrarono coi cittadini più miti e ponderati e si accapigliarono fino quasi a uccidersi. I cittadini miti e ponderati possono diventare reazionari e cruenti se sentono vacillare le loro idee.
“Bene, a questo punto ci vorrebbe qualcuno che ci protegga dalle ronde, ma chi?”, si chiesero il sindaco e gli assessori.
Non avevano mai letto i fumetti, e decisero di abolire le ronde.
Recintarono la zona per trasformarla in un parco tematico. Qualcuno tra i cittadini miti e ponderati contestò la decisione: non vi dice niente la parola ghetto? Risposero che non c’era alternativa. Inoltre ai bambini piace un sacco, dissero, e contribuisce a generare posti di lavoro; i posti di lavoro, dissero, sono un grave problema con il quale ogni amministrazione comunale dovrebbe confrontarsi. Noi abbiamo deciso di confrontarci.
La prima scolaresca, composta da trentacinque alunni delle medie e da due insegnanti, venne completamente sbranata dagli uomini-lupo.
Non credo che gli alunni fossero delle nostre parti, più probabilmente erano stati invitati da qualche posto fuori del Monferrato. Ma insomma, sono cose che capitano.

Però avevamo questi trentacinque alunni delle medie sbranati. A nessuno, o quasi a nessuno, piace seppellire trentacinque bambini fatti a pezzi da una comunità di uomini-lupo. C’erano state sparatorie e guerre, ma insomma, questa era un’altra faccenda.
“Bene”, disse il Sindaco, “sembra che qui abbiamo un problema con questi uomini-lupo”.
Cercarono di costringere gli uomini-lupo a frequentare un programma di inserimento culturale e integrazione razziale; scuole serali, insegnamento della lingua, full immersion in costumi del luogo. Cose così.
Per contro il Comitato per l’Ospitalità e l’Accoglienza dei Diversi divulgò alcune informazioni base sulla cultura e sulle caratteristiche degli uomini-lupo.
Fu pagato un attore per fare questo genere di cose. Era gente molto impegnata, non aveva tempo da perdere.
“Dicono che il morso degli uomini-lupo trasformi chiunque in un uomo-lupo”, disse l’attore, “ma questa non è la verità”.
Il nome dell’attore era Rod; “Con chi diavolo credete di avere a che fare, con degli stramaledetti zombi? Con dei vampiri?”; Rod era un gran bel ragazzo, dotato di una voce cavernosa.
“Come fate a non capire? Sono voci false e tendenziose messe in giro da Hollywood e dalla propaganda xenofoba e razzista del Monferrato”, disse Rod.
Si stava un po’ surriscaldando, così gli ricordarono che era pagato dalla fetta di cittadinanza moderata.
“Certo, si rischia di beccarsi il tetano, ma le fattezze umane sono salve”, disse.
Intervistarono il sindaco per il telegiornale della sera.
“Non ho assolutamente niente contro gli uomini-lupo”, disse, “ma oggigiorno uno viene nella nostra città e sente solo parlare il loro dialetto. Quale dialetto, mi chiedete? Non ne ho idea, dal momento che conosco solo l’italiano e un po’ di francese. E certamente il loro dialetto non è né italiano né francese. È come se gli uomini-lupo si aspettassero che noi, bravi e onesti cittadini, prendessimo e parlassimo il loro dialetto, ci adattassimo alla loro cultura, mentre dovrebbe toccare a loro integrarsi. Dobbiamo fare qualcosa, o di questo passo ci ritroveremo ad avere intere città in cui la gente non fa altro che sbranare, ululare, disperarsi”.
Gli uomini-lupo sembrarono piccati per le dichiarazioni del sindaco. I cittadini erano certamente piccati per il comportamento degli uomini-lupo.
Mandarono un sociologo in periferia, nei palazzi abitati dagli uomini-lupo.
“Dovete integrarvi con la brava gente”, disse l’assistente sociale, “così non possiamo andare avanti. Questo vostro modo di comportarvi non sta bene, è contrario alla nostra comprensione. Siamo gente evoluta ma la pazienza ha un limite. E poi, tutto questo sbranare, ululare, disperarvi, deve cessare una buona volta. La tolleranza ha un limite, come la pazienza”.
“Abbiamo un problema di colpa, intesa atavicamente e moralmente”, disse Katalin, “fa parte della nostra natura”.
“Ma la natura si può curare, noi possiamo guarire tutto”, disse il sociologo.
“Può darsi che dipenda da un trauma infantile archetipico”, disse l’uomo-lupo.
“Se vi integrerete e smetterete di fare quello che fate il vostro senso di colpa svanirà. Avete mai pensato realmente alle implicazioni che può comportare l’atto di sbranare un essere umano? È illogico ed eticamente scorretto”.
Il sociologo si accese una sigaretta. “Abbiamo avuto un’idea”, disse. “C’è un posto, in campagna. È un bel posto, lontano dal caos della città. Questo posto ha una caratteristica: la maggior parte delle donne è vedova. Pensate alla praticità della cosa, voi vi trasferite laggiù e vi accasate con le ragazze. Potrete ululare quanto vi pare”.
“Sembra stuzzicante”, disse Katalin. “Come si chiama il posto?”.
“Pizzengo. Vi abbiamo riservato tutte le stanze nell’unico albergo dei dintorni. Fate una settimana di prova e ne riparliamo”, disse il sociologo.
Gli uomini-lupo accettarono; si trattava di andare su, in campagna, in un paese in cui le donne erano sole e gli uomini erano morti come mosche. Il tutto a causa del loro lavoro nella fabbrica di arsenico.
A cosa diavolo serviva una fabbrica di arsenico? Nessuno seppe dirlo, ma non ci misero molto a convincere gli abitanti a fornire prova della loro ospitalità.

Quando gli uomini-lupo arrivarono a Pizzengo furono accolti dalla corale della chiesa di San Giovanni il Precursore e da una delegazione della pro-loco. Ci tenevano a fare bella figura.
La piazza principale traboccò emotività, esplodendo in una moltitudine di suoni e colori.
“Questa sì che è un’accoglienza come si deve”, disse Katalin. Nonostante tutto i più giovani della comunità mannara non sembrarono entusiasti.
“Abbiamo un bel po’ di ragazze single, da queste parti”, disse il presidente della pro-loco; “il droghiere ha due gemelle illibate, il falegname ha una figlia sui venticinque. Non saprei dire con certezza se sia illibata o no, ma guardatela, è una cannonata, boccoli rossi e un culo da cinema”.
I giovani uomini-lupo cominciarono a interessarsi della questione.
“E poi ci sono le nostre vedove. Molti sostengono che siano le più belle del Monferrato. Certamente sono le più giovani”.
Le vedove di Pizzengo gridarono: “Siate i benvenuti! Benvenuti! Benvenuti!”, erano la personificazione dell’eccitamento.
“Qualcuna di loro è illibata”, disse il presidente della pro-loco.
“Ci state prendendo in giro?”, domandò uno degli uomini-lupo.
“Alcune non fecero in tempo a consumare il matrimonio che il marito ci lasciò le penne”, disse il presidente della pro-loco.
Katalin disse: “Bellissimo! E vorranno donare la loro verginità a noi? Lo faranno? Chi lo sa! Ma adoriamo le sfide!”.
L’atmosfera si fece pesante, nell’aria c’era una carica intraducibile ma esplicitamente sessuale.
“Questo è il posto che fa per voi”, disse il presidente della pro-loco.
“Sento odore di maschio!”, urlò una delle vedove.
Un debole spettro di virilità si trascinava ancora per le strade del paese, ma i maschi erano quasi tutti morti nella fabbrica di arsenico. Iniziò un lungo periodo di corteggiamenti e lusinghe vicendevoli. Le vedove si raccoglievano al cimitero una volta al giorno, al tramonto, per pregare sulle tombe dei loro mariti.
Il cimitero di Pizzengo era grosso il doppio del paese.
Gli uomini-lupo si radunavano nella piazza accanto alla fontanella e parlottavano di vedove: “Vorranno donare la loro verginità a noi?”, “Lo faranno?”, “Chi lo sa!”, “Ma adoriamo le sfide!”.
Convocarono una riunione per discutere dei loro costumi.
Le abitudini, dissero, come i costumi, possono cambiare, ed è giunto il momento che le nostre cambino. Emanarono alcune leggi che proibivano di sbranare le vedove. Era permesso loro ululare e disperarsi.
Le vedove si radunarono per discutere in Un posto pulito, illuminato bene. Erano tutte, o quasi tutte, stanche di penetrarsi a vicenda in qualche modo.
Chiacchierarono un bel po’, a proposito degli uomini-lupo, davanti a tazze di caffè e pasticcini.
“Sembrano dei maschioni niente male”, disse Anna.
“Anche se i canoni contemporanei di bellezza specificherebbero una connotazione estetica completamente diversa”, disse Silvia.
“Meglio di niente”, disse Brenna.
Brenna era la più anziana delle vedove di Pizzengo.

Nel nebbioso tramonto collinare le ossa cricchiarono e il sole tossì deboli raggi autunnali.
Gli uomini-lupo attendevano le vedove all’uscita del cimitero.
“Vorranno donare la loro verginità a noi?”, “Si lasceranno corteggiare?”, “Chi lo sa!”, “Ma adoriamo le sfide!”.
Si corteggiarono a lungo. Seguì un profondo silenzio carico di endorfine.
I bambini, sconcertati, sbeffeggiarono l’idea stessa dell’Amore con i loro pensieri da bambini. Erano pensieri denigratori, fragorosi, sarcastici.
All’improvviso una folata di vento spazzò alcune foglie sul piazzale del cimitero, e le vedove furono preda di un ragionevole dubbio.
“Ci sarà intesa sessuale?”, si chiesero.
Concordarono sul fatto che l’intesa sessuale sarebbe stata fondamentale, poiché spia di altre sottili intese relazionali. La frequenza, la lunghezza d’onda e la misura dei campi elettrici emanati dagli uomini-lupo indicarono una travolgente carica procreativa.
Katalin osservò Brenna. Si trovava all’incirca sulla porta del camposanto, fasciata in un paio di jeans strettissimi.
Lui rimase in silenzio.
Lei guardò un punto indefinibile nello spazio.
Chiese: riuscirai a mantenere viva la relazione?
Katalin rispose: non ho mai seriamente valutato il problema.
Lei disse: ho bisogno di un uomo che sappia farmi ridere, ho pianto così tanto. Questo e qualcuno con cui condividere tutto.
Lui disse: pregheremo insieme ogni giorno, al tramonto, per favorire la redenzione di tuo marito.
Tornarono a casa pensierosi, mano nella mano, scambiandosi reciproche effusioni.
Lei infilò la mano nella tasca dietro dei jeans di lui, mentre il tramonto raggelava le foglie dei tigli lungo la piazza di Pizzengo.
Lui era combattuto tra il desiderio di fare l’amore e il desiderio di sbranarla.
Avrebbero potuto essere felici, suppongo.