Ecologia estrema per umani insensibili

Un racconto di un cliente anonimo del bar Un posto pulito, illuminato bene

Attenzione!

Racconto ecocompatibile e biodegradabile

ECOLOGIA ESTREMA

“Ebbene”, disse lo sceriffo Huber, “questa è la nostra città completamente ecologica”.
Agnes annuì osservando gli edifici dal finestrino dell’automobile, seguendo con lo sguardo ciò che lo sceriffo Huber indicava. Sulla destra c’era la sede della Lega Ambiente Monferrina, a sinistra un grande palazzo sormontato dalla riproduzione pantagruelica di un fucile a pallettoni.
Agnes guardò il palazzo stupita.
“Quella è la sede dell’Associazione Libera Caccia”, disse Huber.
“I cacciatori vanno d’accordo con gli altri ecologisti?”, domandò Agnes.
“Dipende”, rispose Huber. “Non con gli Animalisti Liberati, sì con i Verdi Episcopali”.
“Verdi Episcopali?”, domandò Agnes.
“I Verdi Episcopali rivendicano il primato del mondo vegetale senziente sul mondo animale privo del dono della parola”, disse Huber.
Accostò l’automobile, si voltò verso Agnes.
“Dopo decenni di scaramucce i Verdi Episcopali e l’Associazione Libera Caccia hanno firmato un’intesa: i Verdi Episcopali hanno ottenuto il permesso di costruire dodici palafitte biodegradabili all’interno della loro Azienda Venatoria e i cacciatori possono fare piazza pulita di tutti gli animali privi del dono della parola nei territori dei Verdi Episcopali”.
Huber ripartì.
“Ci sono animali a parte l’uomo dotati del dono della parola?”, domandò Agnes.
“Assolutamente sì”, rispose Huber. “Il merlo indiano, per esempio. Per non citare il parrocchetto cornuto, il kakapo, il pappagallo superbo, l’ara militare; ai cacciatori è tassativamente proibito cacciare queste specie animali”.
“C’è qualcuna di queste specie da queste parti?”, domandò Agnes incuriosita.
“Certo che no!”, disse Huber trafficando con il cruscotto. “Le spiace se fumo?”.
Si accese una sigaretta.
“Faccia pure”, disse Agnes.
La via terminava a un incrocio a T, e Agnes poté ammirare di fronte a sé due costruzioni simili, oblique in senso contrario l’una dall’altra.
“Quelle sono le sedi degli Antispecisti della Grande Scimmia e degli Utilitaristi di Singer”, disse Huber.
Agnes guardava le costruzioni che si susseguivano con forme diverse.
“Quella invece è la sede dell’Alleanza Homaranista”, disse Huber.
Rallentò affinché Agnes potesse guardare il palazzo. Aveva la forma di una gigantesca capanna.
“Qual è l’ideologia degli homaranisti?”, domandò Agnes.
“Di preciso non saprei”, rispose il signor Huber, “ma so che nessuno di loro può professare una religione”.
Agnes lo guardò piuttosto stupita.
“In che senso?”.
“Nel senso che gli homaranisti professano una libertà assoluta di interconnessione religiosa, purché rivolta al mondo vegetale”.
“Cioè?”.
“Cioè pregano gli alberi”, disse Huber. “Ma a un certo punto si resero conto che la maggior parte degli affiliati era solita farsi il segno della croce al cospetto del Sacro Tiglio”. Si fermò a un semaforo rosso.
“Qualcuno protestò, così decisero di vietare qualunque atto religioso”.
“Quindi”, disse Agnes, “per consentire a tutti la libertà assoluta di professare la propria religione hanno proibito ogni forma di religione?”.
“Esattamente!”, disse il signor Huber, “non è geniale?”.
Scattò il verde e Huber ripartì. Appena oltre l’incrocio entrambi i lati della strada erano fiancheggiati da edifici stravaganti, costruiti secondo stili architettonici che Agnes non conosceva.
“Quella è la sede degli Ecologisti del Settimo Giorno”, disse Huber.
L’edificio era formato da cinque o sei cubi addossati spalla a spalla, completamente edificati con sterco di vacca.
“Gli Ecologisti del Settimo Giorno manifestano il proprio ecologismo solo di venerdì”, disse Huber.
“Venerdì non è il quinto giorno della settimana?”, domandò Agnes.
“Dipende”, rispose Huber.
“Dipende sempre tutto?”, domandò Agnes.
“Dipende”, rispose Huber. “A entrambe le domande. Per quanto concerne la prima, il venerdì è il settimo giorno della settimana per gli Ecologisti del Settimo Giorno, per gli Anti Vivisezionatori Equilibrati e per i Secessionisti del Fiore di Loto; per gli Scissionisti del Nuovo Ordinamento Naturale il settimo giorno della settimana è il martedì; per gli Smarcatori Contro-Antropocentrici è il mercoledì”.
“Curioso”, disse Agnes.
“Ma per la maggior parte delle persone il settimo giorno della settimana è la domenica”, disse Huber.
Percorsero una rotatoria e tornarono in direzione della sede degli Ecologisti del Settimo Giorno.
“Vuole visitare la sede?”, domandò Huber.
“Che giorno è oggi?”, domandò Agnes.
“Mercoledì”, disse Huber.
“Ci sarà qualcuno?”, domandò Agnes.
“Lorna, la segretaria degli Ecologisti del Settimo Giorno, c’è tutti i giorni da mezzogiorno alle quattro del pomeriggio, tranne il venerdì. Il venerdì è dedicato alle azioni ecologiste”.
“Naturalmente”, disse Agnes. “Posso farle una domanda?”.
“Mi domandi tutto ciò che vuole”, disse Huber.
“Negli altri giorni della settimana cosa fanno gli Ecologisti del Settimo Giorno?”.
“Quello che vogliono. Una volta ho incontrato il signor Blumfoj, vicesegretario dell’associazione, che scaricava una lavatrice in un fosso. Ho frenato, ho tirato giù il finestrino e gli ho chiesto cosa stesse facendo, e sa che cosa mi ha risposto lui?”.
“Ho il sospetto di saperlo”, disse Agnes.
“Mi ha risposto: oggi è giovedì. Proprio così mi ha risposto. E pensi che il venerdì fanno le ronde per acchiappare quelli che gettano un mozzicone di sigaretta per strada. Allora, vuole visitare la sede?”.
“Magari un’altra volta”, disse Agnes.
Huber prese un’altra rotatoria e tornò indietro.
“Capisco che il primo impatto con la nostra città può essere un tantino, come dire, disturbante”, disse Huber. “Ma col tempo si abituerà, non ho dubbi”.
Agnes si guardava intorno con una punta di preoccupazione.
“Da queste parti siamo piuttosto interessati alle questioni ecologiche”, disse Huber. “Siamo, per così dire, ambientalisti”.
Accese un’altra sigaretta.
“E lei, signorina?”, domandò. “Qual è il suo grado di ecologismo? Si sente ecologista?”
Agnes tentennò qualche secondo.
“Devo per forza essere ecologista per abitare qui?”, domandò.
“In qualche modo”, rispose Huber, “in qualche modo”.

Agnes era stata selezionata per gestire la prima agenzia di viaggi della città.

“Non so se sono capitata nel posto giusto”, disse.
“Lei è capitata nel posto perfetto!”, disse Huber.
“Gli abitanti della città viaggiano spesso?”, domandò Agnes.
“Beh”, disse Huber, “anche questo dipende”.
“Da cosa dipende?”, domandò Agnes.
“I Mimetici Unitari della Vegetazione rinnegano ogni mezzo di trasporto alimentato con sostanze nocive per la flora, quali per esempio benzine, gpl e metano, i Migratoristi Antiochiani viaggiano solo secondo i ritmi delle migrazioni degli uccelli, i Fondamentalisti Scismatici Della Bestia da Soma sono contrari all’utilizzo degli animali con finalità pragmatiche, dunque vietano di cavalcare cavalli, di salire su carri e carretti, carrozze, eccetera”.
“Ho capito”, disse Agnes perplessa.
“Ma sono sicuro che lei riuscirà a trovare qualcosa di buono per tutti”, disse Huber.
“Ah sì?”.
“Ma certo! Per esempio potrà organizzare romantici viaggi in carrozza per i Mimetici Unitari, crociere che seguano l’itinerario delle gru cenerine per i Migratoristi Antiochiani, e per gli Eucaristici della Foglia d’Eucalipto viaggi su misura in Tasmania, o Nuova Guinea. È precisamente di un’organizzatrice di viaggi che abbiamo bisogno”.
Huber parcheggiò l’automobile in un grande spiazzo.
“Non le sembra eccitante?”, domandò.
“Più o meno”, disse Agnes.
“Ricordi soltanto di non nominare mai a un Eucaristico della Foglia d’Eucalipto i membri dei Koalisti Metodici Dell’Apocalisse”, disse Huber scendendo dall’automobile.
Camminarono verso una costruzione sferica completamente in cristallo, o vetro. Sulla destra si estendeva un quartiere all’apparenza normale, con villette a schiera e al centro un edificio lungo e basso.
“Che posto è quello?”, domandò Agnes.
“Questo è il mio quartiere”, disse Huber indicandolo, “e quella è la sede dei Veementi per l’Estinzione Volontaria del Genere Umano”.
“Cioè allineati con la legge governativa”, disse Agnes.
Huber scosse la testa.
“Signorina”, disse, “non confonda il Programma Governativo con il nostro. Noi professiamo l’estinzione pacifica del genere umano. Il Governo pretende che si facciano più figli, noi pretendiamo che non se ne facciano più”.
“Quindi nessuno di voi ha figli?”, domandò Agnes.
“Io sono il quint’ultimo nato del quartiere, cinquantasette anni orsono”, disse Huber.
“Sconvolgente”, disse Agnes.
“Non così tanto”, disse Huber. “La invito a pranzo. Il Palazzo dell’Ecosistema è territorio franco, adibito a ciascuna delle ideologie cittadine”.
All’interno del grande palazzo sferico c’erano numerosi ristoranti.
“Qui ha sede la più grande food court della città”, disse Huber. “Può trovarci ristoranti adatti per chiunque, dai Vegani Neocatecumenali ai Pacifisti Anabattisti, che mangiano soltanto cibi prodotti da esseri morti pacificamente”.
Si decisero per un ristorante vegetalianista.
“Cosa desidera?”, domandò Huber, “qui può mangiare solo verdure raccolte senza traumatizzare la pianta”.
“Non sono sicura”, rispose Agnes.
“Vuole consultare un menù?”, disse Huber. “Lo strudel di mele cadute dall’albero naturalmente è magnifico”.
Ordinò due strudel.
“Intendevo dire: non sono sicura di potermi trasferire nella vostra città”, disse Agnes.
“Questo è fuori discussione”, disse Huber, “a noi tutti serve qualcuno che organizzi i nostri viaggi nel modo corretto”.
“Non mi sento così ecologica”, disse Agnes.
“Non adesso, forse”, disse Huber, “Non ancora. Ma vedrà che col tempo riuscirà a integrarsi a meraviglia. Dapprima avevamo pensato che la sua agenzia poteva risiedere nel quartiere della Confraternita Trinitaria dei Latto-Ovo-Vegetariani, intendendo per terzo elemento della Trinità il miele, ma poi abbiamo trovato un posto che è un vero gioiello, si trova nel centro del quartiere dei Naturisti Riformati Levigati; per la sistemazione invece le ho trovato un appartamentino nel quartiere dei Carnivori Evangelici Ultraortodossi, si troverà bene”.
“Vuol dire che a casa non potrò mangiare verdure?”, domandò Agnes.
“No, tassativamente. I Carnivori Evangelici Ultraortodossi vietano qualunque forma di nutrizione vegetale. C’è una pena di dodici anni di carcere per i trasgressori. Ma stia tranquilla, quando è a lavoro potrà mangiare soltanto prodotti vegetariani”.
Una cameriera servì i due strudel.
“Ma non carne”, disse Agnes.
“Impossibile”, disse Huber. “Inoltre deve sapere che i Naturisti Riformati Levigati non indossano mai vestiti”.
“Vuol dire che dovrò stare in agenzia nuda?”, domandò Agnes.
“Completamente nuda”, disse Huber, “e completamente depilata; secondo i Naturisti Riformati Levigati il corpo va spogliato non solo dei vestiti, ma anche dei peli: per questo si chiamano Riformati Levigati; i Naturisti Pudici degli Ultimi Giorni, al contrario, indossano vestiti ma non li lavano mai, sarebbe antiecologico”.
Agnes guardò lo strudel di mele cadute naturalmente dall’albero. Aveva un aspetto invitante.
“Credo che rinuncerò, sono spiacente”, disse.
“Non è previsto che lei rinunci”, disse Huber portandosi alla bocca una forchettata di strudel. “Come le ho già detto, a noi serve un’agenzia di viaggi e un’addetta all’agenzia. E quell’addetta è lei, signorina”.
“Trovatene un’altra”, disse Agnes.
“Impossibile”, disse Huber masticando, “lei è stata selezionata tra dodicimilanovecentodiciotto richieste di lavoro. Non c’è nessun altro”.
Huber fece per accendersi una sigaretta, poi si ricordò che la food court era territorio franco e la ripose nel pacchetto. Lì vicino c’erano al tavolo due Ecosistemisti Congiunturali pronti a denunciarlo non appena avesse acceso l’accendino.
“Mi rifiuto di lavorare nuda. E anche di depilarmi”, disse Agnes con tono brusco.
“È un vero peccato, non farebbe per nulla brutta figura”, disse Huber. “Ho notato che ha le misure e le forme giuste per lavorare nel quartiere dei Naturisti Riformati Levigati”.
“Mi dispiace”, ribadì Agnes.
“Non dirà sul serio”, disse Huber inghiottendo un’altra porzione di strudel.
“Sono serissima”, disse Agnes.
“Ma non può andarsene”, continuò Huber masticando, “noi glielo impediremo”.
Agnes fu colta da un’emozione strana, come inquietudine mista a terrore.
“Quand’è così”, disse Agnes, “adotterò uno stile di vita contrario a qualunque vostra ideologia”.
“Non glielo permetteremo mai”, disse Huber fermamente.
“Getterò le pile alcaline nei bidoni della carta”, disse Agnes.
“La smetta”, disse Huber.
“Fumerò in negozio, mangerò formaggio, uova e legumi a casa”, disse Agnes.
“Non aggiunga altro”, disse Huber, visibilmente irritato.
“Lascerò i rubinetti aperti tutto il giorno e le luci accese tutta la notte”.
Huber armeggiò con il suo telefonino.
“Mi farò penetrare da diversi uomini senza alcuna protezione”, proseguì Agnes, “finché non sarò gravida; e quando sarà il momento verrò a partorire nel vostro stupido quartiere”.
Un paio di guardie in borghese si posizionarono alle spalle di Agnes.
Huber si calmò. Mangiò una fetta di strudel, guardò la giovane dritta negli occhi.
“Quand’è così”, disse, “si prepari a trascorrere un bel po’ di tempo insieme a noi”.
Le guardie afferrarono Agnes per le braccia e la sollevarono.
“Inizierà il percorso educativo domani alle nove”, disse Huber.
Agnes non capì.
“Peccato che non abbia assaggiato lo strudel”, disse Huber, “era delizioso”.

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Che cos’è Un posto pulito, illuminato bene

Sono passati sei mesi dall’apertura di Un posto pulito, illuminato bene e ora – più o meno – ho un’idea vaga di che genere di posto sia.

Il Posto pulito NON è un caffè letterario (che poi devo ancora capire bene cosa sia, un caffè letterario).

§

Il Posto pulito è un bar di paese, di quelli nei quali entri a fare colazione, a prendere un caffè o un aperitivo, e ti siedi a leggere il giornale per i fatti tuoi, oppure inizi una discussione senza senso sulla politica, sul calcio, su qualunque altra cazzata ti passi  per l’anticamera del cervello in quel momento; è un bar di paese dove ti siedi a giocare a scopa e alla fine della mano prendi a nomi il tuo compagno, sbraiti, t’incazzi perché non ha fatto il settebello o perché ha scartato un tre di fiori; è un bar di paese dove puoi guardare la partita di campionato bevendo qualcosa e – naturalmente – sfottendo il vicino, insultando l’arbitro. Queste cose qui.

caffè giornale e croissant

Il Posto pulito è un teatro, dove gustare una rappresentazione teatrale.

Locandina Falsi Peccati

Il Posto pulito è una scalinata, sulla quale trascorrere un’ora a prendere il fresco d’estate bevendo un mojito, sulla quale sedere per assistere a un poetry slam, a un concertino, a un monologo, a una pièce tre metri per tre.

SLAM 4

Il Posto pulito è una macchina da scrivere, per mezzo della quale potete scrivere una storia, un racconto, una frase, una poesia.

LOCANDINA CONCORSO scrittori

Il Posto pulito è un locale da fare i fighi e i fighetti, dove fare apericena alla moda e sfoggiare un vestito nuovo.

FIGO

Il Posto pulito è un luogo dove fare cose, incontrare gente, condividere idee, anche se Nanni Moretti non ci ha mai messo piede.

Aperitivo arabo

Il Posto pulito è una galleria d’arte, il luogo ideale per bere un buon vino e ammirare un dipinto o una scultura.

Manichino Soligo                                 image

Il Posto pulito è un wine bar, con una preziosa selezione di vini.

VINERIA

Il Posto pulito è un bagno, dove fare le cose che si fanno in bagno e molte altre.

PARTICOLARE DISEGNO

Il Posto pulito è un’agorà, dove si può incontrare il proprio scrittore preferito, un musicista, un attore e discutere con lui. Oppure presentare il proprio libro, la propria musica, la propria arte.

COGNETTI

Il Posto pulito è una sala lettura, prendete un libro e leggetelo.

Il Posto pulito è una scacchiera.

SCACCHI locandina                  torneo scacchi

Il Posto pulito è un disegno.

DISEGNO BAR

Il Posto pulito è un monologo al bancone.

IMMAGINE 2

Il Posto pulito è un racconto.

HEMINGWAY

Il Posto pulito è uno sport.

MURO

Il Posto pulito è tante altre cose e tante altre cose diventerà in futuro, ma soprattutto, il Posto pulito è Patrizia.

articolo

Lezione di scrittura per bambini delle elementari in Un posto pulito, illuminato bene

Resoconto di un anonimo insegnante di scrittura

NIETZSCHE

  1. Ero stato contattato per tenere una lezione di scrittura per bambini delle elementari in un bar che si chiama Un posto pulito, illuminato bene. C’era una giornata particolare, i bambini svolgevano numerose attività, e la scrittura era una di queste.
  2. La preside della scuola locale disse che ero il più qualificato a tenere questa lezione.
  3. Baricco costava troppo.
  4. Nori e Cognetti erano andati a pesca.
  5. Mozzi aveva la febbre.
  6. Manganelli, qualcuno avvertì la preside che era deceduto.
  7. Alla lezione parteciparono tutto il corpo docente delle scuole limitrofe e moltissimi genitori.
  8. Le mamme dei bambini del Monferrato sono magnifiche.
  9. Nel locale c’era una grande attesa, quasi un tifo da stadio.
  10. Così cominciai la lezione.
  11. “Uccidete la realtà e nutritevi di sogni”.
  12. “Niente è più difficile se volete misurarvi con il mondo”.
  13. Notai alcuni individui molto distinti in giacca e cravatta che mi guardavano attentamente. Non sembravano genitori o docenti. Neppure alunni.
  14. “Imparate a truffare in modo da non essere sorpresi”.
  15. “Mentite sovente”.
  16. All’inizio della lezione questi tizi in giacca scura erano due o tre, agli angoli del locale.
  17. “Più sarete bugiardi meno dovrete immaginare. Entrate in empatia con gli assassini, i pazzi, i reietti”.
  18. Genitori e professori mostrarono una certa approvazione.
  19. “Che diavolo dice?”.
  20. “Questo è imbecille”
  21. Indossavo una giacca di velluto marrone con le toppe sui gomiti e una camicia azzurra.
  22. Notai che i tizi in giacca scura fecero un passo verso di me. Tuttavia proseguii la lezione.
  23. “Siate come il mondo: cinici e distaccati”
  24. “E tagliate qualunque dolore con la vostra ironia, non c’è nulla di più comico dell’infelicità”.
  25. Ancora gli adulti dimostrarono un certo consenso.
  26. “Coglione pervertito”.
  27. “Idiota”.
  28. Molti di loro annuivano mentre i tizi in giacca scura cercavano di avvicinarsi senza essere notati.
  29. Ero piuttosto soddisfatto e la voce mi usciva cristallina.
  30. “Gli altri impareranno che essere profondi è un privilegio”.
  31. Notai che gli individui in giacca e cravatta erano quattro o cinque.
  32. “Non date retta alla cultura”.
  33. “Vi porta dove vuole lei, nelle secche della vita, e i suoi ambasciatori hanno letto troppi libri per giocare con voi”.
  34. “La letteratura è nel cortile di casa vostra, sul vostro balcone; soffia nei capelli della vostra ragazza, nel pelo del vostro cane, nelle rughe di vostra madre. È una piantina di plastica screpolata, uno strano oggetto ricoperto di pelo che vi spezza il cuore”.
  35. Ci furono alcuni commenti positivi.
  36. “Che diavolo va farneticando questo idiota?”
  37. “È completamente sbronzo”.
  38. La sala non era immensa, ma c’erano tante persone. Aveva tre finestre, alcuni quadri, un bancone.
  39. L’acustica non era molto buona. Il microfono fischiava frequentemente.
  40. Mi schiarii la voce una o due volte.
  41. “Inventate sempre nuovi giochi”.
  42. “La gente vi schernirà, perché nulla la spaventa di più di un nuovo mondo, una nuova idea, un nuovo gioco”.
  43. Lentamente gli individui in giacca e cravatta si avvicinarono alla mia postazione.
  44. Non avevo idea di chi fossero.
  45. “Fregatevene della gente: quando scrivete non dovrete essere quello che vogliono gli altri. La gente è meschina, intimorita, stanca, acquitrinosa, stagnante, mentre voi dovrete essere un torrente di Montagna”.
  46. Alcuni tra i genitori gradirono molto la metafora, e cominciarono a confabulare tra loro.
  47. Si compiacevano l’un l’altro.
  48. “Fate smettere questa testa di cazzo”.
  49. “Che intervenga la sicurezza”.
  50. Mi guardai attorno per gustare i commenti e persi il filo del discorso.
  51. Poi lo ritrovai.
  52. “La gente non è il vostro padrone. Le parole vi salveranno dai vostri insegnanti, dai vostri capi”.
  53. Al termine di questa frase specificai di non essere comunista. Fu una battuta di spirito.
  54. I presenti, comunque, colsero senza indugio l’ironia e risero di gusto.
  55. “Sembra proprio un comunista”.
  56. “È un dannato comunista!”.
  57. Mi sembrò che gli individui in giacca e cravatta si fossero sensibilmente avvicinati al mio tavolo.
  58. Mi accesi una sigaretta.
  59. “Fate l’amore bene, generosamente, profondamente. Niente di più difficile in questo mondo selvaggio.”
  60. La preside ammiccò.
  61. La preside era una bella signora dai capelli biondi, tinti, fluenti.
  62. Molti dei genitori convennero.
  63. “Parla proprio come un omosessuale”.
  64. “Oddio è un omosessuale!”.
  65. C’era davvero un ambiente bendisposto.
  66. “Se non ci riuscite andate a guardare l’erba nei prati, ammirate un tramonto, guardate le persone mentre fanno le loro cose da persone”.
  67. Questa figura impressionò tutti.
  68. “Siate uomini e donne che non vorreste mai essere, siate vecchi moribondi senza gambe, siate re mascalzoni e regine puttane, siate politici corrotti e uomini depravati, siate dolci e delicati e cercate di meravigliarvi sempre, in ogni momento. Niente di più difficile”.
  69. I presenti erano rapiti dalla mia lezione.
  70. “È sicuramente un omosessuale”.
  71. Mi fecero spegnere la sigaretta.
  72. Spensi la sigaretta.
  73. Dissero che il fumo nuoce gravemente alla salute. Inoltre nei locali pubblici è vietato fumare.
  74. Accettai di buon grado l’invito a spegnere la sigaretta.
  75. “E se non ci riuscite o non lo volete siete come tutti gli altri”
  76. “È sicuramente un comunista”.
  77. “E allora abbandonate la scrittura e sparatevi un colpo”.
  78. A questo punto probabilmente patii un lieve malessere. Sembrava quasi una botta in testa. Se non svessi saputo che non poteva trattarsi di una botta in testa avrei scritto che si trattava di una botta in testa.
  79. Probabilmente doveva trattarsi di un capogiro, o un mancamento.
  80. Gli individui in giacca e cravatta mi sorressero per le braccia.
  81. Credo fossero medici, o infermieri.
  82. Provai a terminare la lezione mentre mi conducevano fuori dall’aula.
  83. Credevo di sentirmi bene, ma evidentemente non era così.
  84. “Inventate parole, nomi, città. Odiate col sorriso sulle labbra e amate con un po’ di diffidenza”.
  85. I presenti si preoccuparono per le mie condizioni fisiche.
  86. “Era ora”
  87. “Maniaco”.
  88. “Scrivete di superuomini postmoderni, grotteschi e meschini”
  89. Il filo del microfono non bastava più, così chiesi agli infermieri vestiti con le giacche scure di fermarsi.
  90. Mi rassicurarono con alcuni pugni nel costato.
  91. Anche uno sul naso.
  92. Sanguinavo dalle narici.
  93. Urlai per farmi sentire meglio.
  94. I bambini erano molto preoccupati.
  95. “La letteratura è fatta di dolci baldracche”
  96. Qualcuno mi colpì in bocca.
  97. “che smussano gli angoli della solitudine”
  98. I bambini seguivano attentamente e in silenzio.
  99. “per renderci unici”.
  100. Quando mi risvegliai scoprii che l’ospedale di Asti ha letti davvero comodi.

Paolo Cognetti in Un posto pulito, illuminato bene

Domenica 16 novembre 2014

ore 18.00

PAOLO COGNETTI

Paolo Cognetti berrà un drink con noi in Un posto pulito, illuminato bene e ci racconterà la sua passione per la scrittura, per New York, per la forma breve della narrativa (il racconto), per la pesca e molto altro.

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Sofia si veste sempre di nero è l’ultima opera narrativa di Paolo Cognetti. Pubblicata nel 2012, è stata finalista del Premio Strega. Per saperne di più cliccate su SOFIA.

 

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L’ultimo libro, pubblicato pochi giorni fa. Come recita il sottotitolo si tratta di “meditazioni sull’arte di scrivere racconti“. Comprende anche quattro racconti inediti. Cliccate sull’ESCA per avere più notizie a proposito di questo libro.

 

Intanto potete acquistare tutti i suoi libri direttamente al bar.

 

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Lettera – I racconti del Posto Pulito/11

Rubrica del lunedì

Un racconto di Robysan

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Caro Gian Marco;
come saprai, ormai da settimane accompagno Giulio a zonzo quasi tutte le sere. Lo faccio perché si abitui a quelle situazioni, per noi normalissime, che lui si ostina a considerare strampalate e assurde. Impossibili, dice. Ieri sera, per esempio, l’ho portato al Gaviar House. Non è che sia un locale di lusso, però si spende qualche tallero in più che nella solita birreria. Il posto è bello, prevalgono toni di verde e giallino. Non so se ci sei mai stato. Se no, te lo consiglio caldamente. Vai oltre la terza traversa della Teheran Avenue e svolti in quel vicolo a sinistra, giusti cento metri dopo il Monkey’s Bar. Pensa che Giulio, visti gli stessi paraggi, ha cominciato a pensare che l’avrei riportato proprio lì. Ero tentato di farlo ma, improvvisamente, mi sono ricordato del vicino Gaviar House e gli ho detto: “Giulio, stasera ti diverti. Di più dell’altra volta.” E’ diventato pallido come se gli avessero bucata l’arteria femorale. Gli ho ripetuto che proprio non c’era un solo motivo per preoccuparsi e che, data la mentalità corrente, il suo atteggiamento sarebbe potuto essere scambiato per quello di un neo-razzista. O perlomeno, quello di un inadeguato. Ecco, un inadeguato. Ho spesso l’impressione che Giulio lo sia. Non è mica stupido, però ha la testa cinquant’anni indietro. Come farà a cavarsela quando io avrò altro da fare e lui non troverà nessuno a fargli da guida, in giro. Corre dei rischi, ‘sto ragazzo. Comunque, pallore a parte, non ha aggiunto un solo commento alla mia idea di portalo al Gaviar. Perché, vedi, Giulio è fatto così; ciò che si oppone a quel che gli si propone è il suo essere preriflessivo. Se si fermasse a ragionare, dovrebbe ammettere che frequentare un bar di scimmie o di coccodrilli è tale e quale al frequentare un bar di umani. Ma no. Lui lascia che sia l’adrenalina a parlare. C’è qualcosa del XX secolo, in lui. E’, a dispetto d’anagrafe, un uomo del secolo scorso. In casi come questo Giulio impallidisce, suda freddo per un po’ ma poi annuisce e ti segue. Certo deve fare uno sforzo su di sé. Ma se non lo facesse sarebbe perso. Proprio perso. Allora, varchiamo la soglia del Gaviar House. Giulio entra tenendo semichiusi gli occhi e rigido il collo, come a impedirsi di guardare attorno. Gli appioppo una gomitata in un fianco, ripetendogli di rimanere rilassato. I coccodrilli sono molto più snob e permalosi delle scimmie. Non piacerebbe loro, quel suo atteggiamento. “Mica ti vogliono mangiare”, gli dico. E subito mi mordo la lingua, ché lo vedo impallidire ancora più profondamente, ma si riprende in fretta, pronunciando alcune di quelle sue omelìe che sembrano tratte di peso da una rivista giovanile fin de siecle. E’ curioso come la libertà del suo linguaggio contrasti con la rigidità di tutto il suo corpo. Come un voler essere sciolti e liberi e non trovare la strada per esserlo. Ci sediamo al bancone, come mia consuetudine (l’ho presa, questa abitudine, guardando e riguardando un vecchissimo film: Blade Runner. Me lo fece conoscere mio nonno, quando ero ragazzino). Subito il barman, e padrone del locale, ci si fa incontro con il suo solito sorriso. E’ un bellissimo Gaviale del Gange, snello ed elegante. Sua è la concezione degli arredi del locale, sue le idee sull’uso delle luci, soffuse, verdi e gialle, la disposizione delle piante e dei cespugli e la mirabile combinazione di piante vere e piante artificiali. Sue, pure, le idee da bartender di gran scuola. E’ vero, il Gaviar House è un po’ caruccio ma, un Blue Camargue – preparato come si deve – lo bevi solo lì. Giulio mi chiede che razza di cocktail sia e io, con il Gaviale che annuisce accondiscendente, gli spiego che si tratta di una miscela di vodka, curaçao blu e acquavite di riso in parti uguali, tenuti per un mese in una vasca in cui macerino alghe d’acqua dolce. Ci si pesca con un mestolo e si raffredda il tutto rapidamente con l’abbattitore a CO2. Se vuoi fare il raffinato ci metti una fogliolina di menta piperita e tre uova di raganella. Giulio si manifesta allibito di come un gaviale, e tutti quegli alligatori e alligatrici li attorno, coltivino di queste finezze. Lo prego di non fare dell’ironia gratuita, il perché già glielo avevo spiegato. Allora, Blue Camargue per due e, come pousse-Camargue, birra del Caucaso. E’ straordinario come questo barman sappia combinare gusti, aromi e colori. Un genio. Il secondo barman, coccodrillo del Nilo, sta sperimentando miscele con foglie di papiro, rarissimo, ma non pare all’altezza del suo maestro indiano. Giulio cerca d’interessarsi all’attività della gente, cioè dei coccodrilli, intorno a lui. Immaginava, con quel testone prevenuto che si ritrova, di trovare musi lunghi e gente triste. In pena per qualcosa. Gli spiego che questi luoghi comuni sono roba vecchia e ricusata dal sentire collettivo, oramai da lustri, ben prima della Direttiva Comunitaria sulla Tolleranza Inter-Specifica. Ma Giulio sembra portato qui dalla macchina del tempo, certe volte. Del tempo passato, intendo. Alle volte lo vedi perso, altre in ammirazione, davanti alla cosa più usuale. Pensa che guardava stupito un tizio che, con un notebook in mano, girava tra i tavolini e parlava all’orecchio degli avventori (benché riconoscere l’orecchio di un coccodrillo richieda occhio) e ne riceveva una risposta che, puntualmente, annotava. Giulio pensava fosse un addetto del barman, che facesse statistiche sul gradimento del pubblico nei confronti del locale. Ora io mi chiedo come possa venire, a certuni, un’idea così scema. Chi non gradisce se ne va, semplicemente. Ché diavolo devi spendere tempo e fatica per fare una statistica? Il Gaviale barman ha una memoria prodigiosa, e ricorda chi ha già visto, e una pazienza da asceta; non s’inquieta per quelli che non tornano. Come abbia di ‘ste trovate, Giulio, è un mistero. Il tizio col notebook si avvicina al bancone e Giulio, ovviamente, non riesce a contenere la sua inquietudine. Per fortuna è curioso, e ciò lo aiuta. Con un’iniziativa che non mi aspettavo, infatti, chiede all’alligatore che cosa stia facendo e questi gli risponde che lui, da anni, fa l’allibratore al Gaviar House. Raccoglie scommesse sul sesso dei nascituri delle coccodrille ballerine. Non quelle in servizio al palco, così ben dissimulato nei giochi di ombre e luci verde scuro, no: quelle che si sono messe in aspettativa per gravidanza. Le indica a Giulio; sono tutte sedute o sdraiate languidamente vicino alla pozzanghera del Blue Camargue. Continuano a frequentare il locale e ricevono lo stesso stipendio di ballerina in servizio. Fatti quattro conti, sulla massa degli scommettitori, si capisce come la cosa sia ancora conveniente. Per il gaviale naturalmente. Quello spiritoso della malora, Giulio intendo, si mette a fare giochi di parole sull’alligatore allibratore e, accidenti a lui, se ne viene fuori con la storia che il sesso dei coccodrilli è perfettamente determinabile a priori. Posto che sia conosciuta la temperatura d’incubazione. Faccio appena in tempo a rifilargli una pedata negli stinchi. Quando, per la miseria, quando capirà che tutte le interpretazioni del mondo sono accettabili? E che non bisogna imporre la propria opinione come verità scientifica? Nata, cresciuta e sviluppata per l’uso e il consumo degli umani, insomma. E soprattutto che non bisogna farlo con un allibratore alligatore nel pieno delle sue forze?

Si metterà nei guai, prima o poi. L’ho preso per un gomito, mentre il Gaviale ritirava il mio denaro e scuoteva, disilluso, il suo lungo testone. L’ho portato fuori, l’aria della notte era decisamente più fredda e secca del clima del locale, e gli ho detto: “Sei un rompiscatole, Giulio. Qualunque alligatore sa questa faccenda della temperatura dalla notte dei tempi. Sono i coccodrilli a non saperlo. E se tu fossi capace di vedere le differenze, un coccodrillo è un coccodrillo e non un alligatore, ti saresti reso conto che l’allibratore, da bravo alligatore, faceva domande solo ai coccodrilli. Ciascuno si guadagna da vivere come può e i coccodrilli ne patiscono pochissimo. Nemmeno piangono sul denaro perso in scommesse“.
Be’, caro Gian Marco, nonostante la quasi disavventura di ieri (credevo che l’alligatore volesse mordergli una chiappa, da come lo guardava) non ho perso la speranza di rendere Giulio un po’ meno rigido. E’ proprio un testone d’altri tempi. Chissà che studi ha fatto, da ragazzo. E tu, come va? Hai ancora quei piccoli attacchi brevi e dolorosi? Microcoliche li hai chiamati. Pure tu, sei un bel tipo. Inventi parole e termini che vorrebbero essere analitici. Somigli un po’ a Giulio. Se, quando ti sarai stufato del bar che frequenti così assiduamente – come si chiama, Un posto pulito, illuminato bene, mi pare – pure tu vorrai fare un salto al Gaviar House, forse è bene che ti ci accompagni io. I locali con luci tenui non vi si addicono.
Ciao e a presto.