Il Narratore Onnisciente molto giù di corda

Il Narratore Onnisciente è molto giù di corda.

È talmente giù di corda che per scrivere le storie dei suoi “personaggi” ha chiesto aiuto al popolo di Twitter, di WordPress, di Facebook, agli inquilini del suo condominio, ai suoi colleghi d’ufficio, a quelli dell’impresa di pulizie, ai suoi compagni delle superiori e delle elementari, ai suoi pochi amici.

#ScriviIlPersonaggio per dare una storia ai personaggi del Narratore Onnisciente molto giù di corda, di 140 caratteri in 140 caratteri, oppure di cartella word in cartella, di foglio excel in foglio, di telefonata in telefonata;

I personaggi sono:

– l’aspirante poliziotto (che per mancanza di requisiti non riesce ad entrare in polizia);

– la cassiera del supermercato che desidera un figlio;

– tutti gli altri che volete voi: il mondo, per chi ha immaginazione, è sterminato, praticamente infinito. E il Narratore Onnisciente ha il blocco dello scrittore.

#happyEnd per concludere le storie;

questo, se ho capito bene, dovrebbe diventare un #meme (ma non lo diventerà, perché non ho minimamente il tempo di seguire la cosa).

Aiutate il Narratore Onnisciente col Blocco dello Scrittore!

Lui in cambio vi offrirà da bere in Un posto pulito, illuminato bene!

 GROUCHO

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 Il Narratore Onnisciente molto giù di corda – il racconto base

Martedì.
Sono stato a casa sua e il suo domestico mi ha aperto la porta prima che potessi suonare il campanello.
Lui mi ha accolto con il suo caratteristico drink in mano, la sigaretta accesa e in sottofondo una qualche sinfonia di Beethoven.
La sua abitazione è sontuosa: divani settecenteschi e dipinti a olio, candelabri d’argento e arazzi raffiguranti pale d’altare o uomini colti nell’atto del combattimento.
Un’ala è dedicata alla contemporaneità, con una copia originale di Nighthawks di Hopper sulla parete a Nord, circondata da figure minori dell’Iliade e dell’Odissea.
Eppure il Narratore Onnisciente è dannatamente giù di corda.
Mi ci vorrebbe qualcosa, ha detto, qualcosa di non so che.
Qualcosa?”
“Sì, qualcosa”.
Scrutava l’interno del suo bicchiere agitando l’intruglio rossiccio che risiedeva all’interno.
La sua situazione è semplice e terribile.
Egli sa tutto ciò che accade e che accadrà, conosce nei dettagli i pensieri dei suoi interlocutori, sa come agiranno e perché, sa che ogni abitante della sua città è in attesa che succeda qualcosa.
Ma lui ha lo sguardo stanco.
Forse si annoia.
Ciononostante prova a mettere i suoi ospiti a proprio agio, con domande che qualsiasi uomo non onnisciente potrebbe fare.
“Bene, Gim, che hai fatto di bello, qualcosa?”.
“Niente di che”.
“Tua figlia studia sempre francese?”.
“Francese e tedesco. Ma io credo sia più portata per lo spagnolo”.
“Non credo che lo spagnolo faccia per lei”.
“Sì, forse hai ragione. A proposito, cosa stai bevendo?”.
“Che maleducato, è succo di pomodoro con vodka e peperoncino, ne vuoi un bicchiere?”.
Ecc.

Mercoledì.
Sono nell’immensa cucina, dove mi servono la colazione. Il Narratore Onnisciente arriva con passo tranquillo, avvolto da una voluminosa vestaglia. Calza babbucce arabe.
“Vorresti che succedesse qualcosa, vero?” Domanda.
Sa sempre quello che ti frulla per il cervello, e questa a dire il vero è la cosa più fastidiosa di tutte. In qualche modo sa già come andrà a finire.
Si siede sulla sua poltrona, attacca un qualche disco. Sa bene quale disco gradirei ascoltare. Se per caso il disco che suonerà non sarà di mio gradimento, allora saprò che lui l’avrà fatto apposta.
Attacca il Requiem in Do minore del Cherubini, e per qualche motivo mi rendo conto che lo detesto. Lui lo sapeva.
Forse non gli sono simpatico.

“Speravo che venendo qui potesse succedere qualcosa”, dico.
Lui mi guarda un po’ di traverso, si versa un bicchierino.
È spaventosamente giù di corda.
Rimaniamo silenziosi ad ascoltare il Requiem in Do minore nel suo studio.
So che non è per nulla felice.
“Vuoi che accenda la radio?”, mi domanda.
Non so cosa rispondere.
Oggi è mercoledì e il mercoledì solitamente è un buon giorno.
Ma non succede niente.
Il Narratore Onnisciente si alza, cammina in direzione della radio, fa per accenderla, poi decide di no.
“Non è facile tirare avanti quando tutti si aspettano da te una qualche svolta”, dice. “La gente vorrebbe svolte in continuazione, colpi di scena, come si dice, un coup de théatre”.
Lo guardo con attenzione.
“Ma non è così semplice”, dice. “Spesso le cose vanno avanti così, strisciano semplicemente, si strascicano”.
Decido di prendere in mano la situazione.
“Forse potremmo … uscire di casa”, suggerisco.
Lui mi guarda, poi chiama il suo domestico.
“Prepara la macchina”, dice.
“La Bentley bordeaux?”
“No, oggi mi sento più da Limousine nera”.
Durante il tragitto in automobile non dice niente. Si limita ad aprire un vano della Limousine. Si prepara un gin tonic.
“Ne vuoi un sorso?”, domanda.
“Forse dovresti contenerti”, consiglio.
“Una volta non era necessario che smuovessi il culo dalla mia scrivania”, dice. “Bastava che me ne stessi seduto lì, nel mio studio, e le cose succedevano”.
Non me la sento di dissentire.

Siamo in un supermercato.
Il Narratore Onnisciente scruta i volti delle persone. Le persone scrutano il volto del Narratore Onnisciente. Sono tutti appesi a un filo. Stanno tutti aspettando qualcosa.
Lui si avvicina al comparto surgelati e mette una pizza nel carrello.
“Questa volta ti sei ricordato la tessera dei punti?”, domanda al suo domestico.
Il domestico annuisce.
“Bene”, dice il Narratore Onnisciente.

Alla cassa la cassiera lo guarda implorante.
Il Narratore Onnisciente capisce la situazione al volo.
“Cosa vorresti che ti succedesse?”, le domanda con tono sommesso.
La cassiera saprebbe molto bene cosa rispondere. Tuttavia non apre bocca. Sorride professionalmente, fa il suo lavoro.
Il Narratore Onnisciente la incalza: “Chi sei? Qual è la tua storia? Cosa ti succederà quando uscirai da questo supermercato e camminerai per le strade di questa città?”.
La cassiera passa la pizza surgelata sul lettore.
“Sono quattro e cinquanta”, dice.
“Oddio, come mi sono ridotto”, mormora il Narratore Onnisciente. “Domandare agli altri di fare il lavoro per me”.
“Forse ci sono altri modi”, dico io. “Dopotutto un supermercato non mi pare così, come dire, stimolante”.
Il Narratore Onnisciente ha un lampo di lucidità, quasi come se gli fosse affiorato un barlume d’idea.
“Saliamo in auto”, dice.
“Dove andiamo?”, domanda il domestico alla guida.
“Svolta sempre a destra”, dice.
La città è un po’ morta.
“Siamo d’estate”, dice il Narratore Onnisciente. “Un normalissimo mercoledì d’estate”.
“In autunno succedono più cose?”, domando io.
“Può darsi”, dice lui.
“Continuo a svoltare a destra?”, domanda il domestico alla guida.
“È che non so di preciso dove andare”, dice il Narratore Onnisciente. “È una situazione imbarazzante”.
Ci fermiamo in un bar di Montemagno.
“Questo è l’unico posto in cui mi vada ancora di bere qualcosa”, dice il Narratore Onnisciente. “Un Posto Pulito, Illuminato Bene”.
Beviamo un drink senza dire niente.
“E adesso?”, domanda il Narratore Onnisciente.
“Beh”, suggerisco io, “per esempio potremmo andare alla centrale di polizia. C’è sempre qualcosa da far succedere in una centrale di polizia”.
“Torniamo a casa”, dice lui. “La centrale di polizia mi fa venire in mente quel povero ragazzo”.
“Quale ragazzo”, chiedo io.
Lui non risponde. Sta pensando ad altro.

Giovedì.
Sul suo scrittoio, in evidenza, c’è un biglietto aereo per le Hawaii poggiato sopra un libro di Conrad.
Il Narratore Onnisciente sembra tentennare, quasi come se fosse ignaro di qualcosa. Afferra una statuina e la scaraventa con forza contro il bovindo.
Sono intimorito. Che sia io la causa della sua agitazione?
Anche il giovedì solitamente è un buon giorno per far succedere qualcosa.
Eppure quel qualcosa ci sfugge.
Suona il telefono. Il Narratore Onnisciente risponde. Per un momento sono convinto che qualcosa sia successo: un omicidio, un suicidio, qualcosa. Un tempo ogni volta che squillava il telefono c’era sempre un buon motivo.
Invece si tratta solo di un sondaggio. Il Narratore Onnisciente ne era a conoscenza, e infatti risponde asetticamente.
Ha perso l’entusiasmo.

“Bisogna sempre trovare un modo per fare avanzare la storia”, dice. Tutte le storie.
Ingoia un’aspirina.
“Mica facile. Non riesco a concentrarmi, è una situazione sgradevole. E là fuori le persone tirano avanti facendo semplicemente cose da persone. Bevono, mangiano, lavorano, fanno l’amore. Vorrebbero fare di più, lo capisco. Ma io credo di aver perso il tocco”.
Non l’avevo mai visto così giù di corda.

Venerdì.
Lo incontro nel suo studio.
“Nel complesso”, dice, “la giornata di ieri è stata un vero fiasco”.
Non so dargli torto.
“C’è qualche speranza che oggi sia migliore?”, domando.
“Ne dubito”, risponde lui.
È irrequieto. Armeggia con vecchi ritagli di giornale, osserva i souvenir sul suo scrittoio.
“Quel tipo che sognava di entrare in Polizia, ce l’ha poi fatta?”, domando.
“Bastava poco, ci era arrivato davvero vicino; si era anche provato il cappello, l’uniforme gli calzava a pennello. Ma no, non ce l’ha fatta”, dice lui.
Ha un espressione malinconica.
“Vedi, questo è il tuo problema”, dico io.
“Non aveva i requisiti, ho fatto tutto ciò che era in mio potere”, dice lui.
“Avresti potuto fare di più”, dico io.
“Forse avrei potuto”, dice lui, “ma non sarebbe stato realistico”.
Il Narratore Onnisciente si prepara il tradizionale succo di pomodoro con vodka e peperoncino.
“Ho preso una decisione”, dice sommessamente.
Non lo incontro più per il resto del giorno.

Sabato.
Scendo in cucina e faccio colazione. Cerco il Narratore Onnisciente ma lui non c’è.
Che sia partito per le Hawaii? Forse è la cosa migliore per entrambi.
Ma se lo merita davvero?
Leggo il biglietto che ha lasciato sul suo scrittoio:
“Osservo i cittadini in televisione, dal bovindo del mio studio, li ascolto alla radio.
Avrei voluto dare una vita migliore a queste persone.
La commessa del supermercato voleva lottare per ottenere un mondo in cui gli animali non vengono barbaramente trucidati per farne pellicce, desiderava un posto di lavoro stabile e appagante, pregava ogni sera per avere un figlio.
Per quale ragione non le ho dato quello che sognava? Che cosa mi sarebbe costato? Lo so, non sarebbe stato credibile, ma che cosa mi sarebbe costato? Perché non le ho lasciato almeno un accenno di illusione che tutto ciò fosse possibile? Il mio ego mi opprime, e opprime queste brave persone. Il male non trionfa sempre, o non trionfa sempre del tutto.
Avrei voluto dimostrare che dopotutto la vita è davvero meravigliosa.
Invece tutto ciò che sono riuscito a pensare per loro è un mondo distorto nel quale vivere.
Verosimilmente sono io a non funzionare. È la mia esistenza a essere distorta.
La gente vuole credere di poter contare sulla possibilità che il mondo possa subire una perturbazione benevola, di tanto in tanto. Magari impercettibile, ma vera.
Questa gente pretende uno scompiglio nell’impossibilità delle cose, uno sconquasso che le renda possibili.
Io non sono stato in grado di donarglielo.
Ma posso ancora fare qualcosa. Ci deve essere qualcosa che possa fare, instillare una speranza, illuminare un pertugio, inscrivere qualcosa di indelebile sulle pietre dei loro cuori.
Sì.
Qualcosa posso fare. Il groviglio delle loro vite è inestricabile, ma qualcuno che provi a sbrogliarlo c’è sempre, da qualche parte.
Qualcuno che riesca a trovare una speranza laddove la speranza non esiste, qualcuno che superi il controllo della propria immutabile esistenza e si ribelli a ciò che era stato predisposto per lui.
Qualcuno c’è, ci deve essere. Potrei provare a domandare ai miei follower di Twitter, agli amici di Facebook.
Magari loro…”.

Ora so che è partito. Lui ci ha lasciati.
E io, cosa ci faccio ancora qui? Sono io il narratore, adesso?
La mia vita striscia semplicemente. Faccio l’amore come tutti, fumo una sigaretta come tutti, sorrido come tutti; ci vorrebbero delle svolte ma le svolte non ci sono; servirebbe qualcuno che facesse accadere qualcosa di bello, qualcuno che conoscesse le nostre emozioni e i nostri sentimenti, qualcuno che scrivesse le storie di noi tutti.
Cionondimeno la gente sfugge, i narratori si infiacchiscono e si annoiano, giacché scrivere storie è tremendamente difficile, e scriverne gli happy end ancora di più.

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*[IL BIGLIETTO PER LE HAWAII È UNA FINZIONE LETTERARIA, MICA CI AVETE CREDUTO? PERÒ AVRETE UN BLUE HAWAIIAN  GRATIS ALL’APERICENA HAWAIANO DEL POSTO PULITO, ILLUMINATO BENE]

Intervista a Stefano Trucco, autore del romanzo Fight Night – sabato 6 dicembre in Un posto pulito, illuminato bene

Premessa: su FIGHT NIGHT, il romanzo di Stefano Trucco

Personalmente della lotta non me ne importa un fico secco. Se dovessi stilare una lista di argomenti di mio interesse in un romanzo, la lotta – e intendo la lotta in ogni sua forma: di strada, da ring, da cortile, eccetera – probabilmente verrebbe dopo l’uncinetto e il curling.

Ciononostante – o forse proprio grazie a ciò – posso ritenere il romanzo Fight Night di Stefano Trucco un romanzo degno di essere annoverato in quella striminzita fetta della narrativa contemporanea che può puntare a essere considerata letteratura. Per il sottoscritto, che di Fight Night è arrivato a pagina 202 (su 402), lo è indubbiamente. Non mi serve arrivare alla fine per riconoscere questa caratteristica in un romanzo; non saprò scrivere una recensione, ma una cosa me la riconosco: sono dotato di orecchio per le cose letterarie.

Dicevamo del mio totale disinteresse per l’argomento lotta.

D’altra parte la letteratura è proprio questo: la grande occasione di superare il particolare per addentrarsi nell’universale, affrontando argomenti che spesso fungono da ‘pretesto’ per un’analisi approfondita di tutt’altro, partendo dall’essere umano nudo e crudo per raccontare le sue pulsioni, le sue paure, la sua meschinità, le sue gioie, eccetera.

Sia ben chiaro, non sto dicendo che in Fight Night la lotta sia un pretesto, un espediente: sto dicendo che partendo da un argomento che al lettore non interessa, uno scrittore bravo può riuscire nell’impresa di far superare l’orizzonte degli eventi (l’indifferenza all’argomento) al lettore per trascinarlo nel gorgo della meraviglia letteraria, cioè quel sentimento razionale (è una contraddizione, ma non saprei come definirlo altrimenti) che ci coglie quando il linguaggio riesce nell’intento di aprire una breccia in qualunque cosa (conosciuta o sconosciuta) per farcela scoprire, riscoprire o semplicemente per mostrarcela da un’angolatura diversa.

Credo che Stefano Trucco riesca in questa impresa, ed è principalmente per tale ragione che vi consiglio di leggere il suo libro, anche se – o soprattutto se – della lotta non ve ne importa un fico secco.

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 Su Stefano Trucco (brevissimamente)

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Stefano Trucco è nato a Genova nel 1962. Ha partecipato al talent show per scrittori Masterpiece su Raitre e si è classificato terzo.

Dopo essermi imbattuto nel libro di Nikola Savic (primo classificato) ed averlo richiuso in cinquanta pagine, e dopo il libro di Raffaella Silvestri (seconda classificata), ho l’impressione che almeno una cosa buona il programma di Raitre ce l’abbia regalata, oltre alle gambe di Taiye Selasi: uno scrittore – Trucco – che prova ad aggiungere qualcosa alla letteratura italiana.

Vi lascio all’intervista, nella quale non ho approfondito volutamente alcun tema del romanzo. Per quello ci sarà la presentazione al Posto pulito, illuminato bene.

L’intervista (finalmente)

Partiamo dall’inizio, con la solita domanda: quando hai iniziato a scrivere?

Da giovanissimo, con una vasta produzione fantascientifica priva di qualsiasi merito e per fortuna interamente persa (vivo nel terrore che qualcuno ritrovi un qualche manoscritto…). Poi, verso la fine degli anni Ottanta, comincio a lavorare e, poco a poco, entro nel buco nero del blocco dello scrittore che dura fino al 2010. Nel febbraio di quell’anno miracolosamente ricomincio a scrivere: prima l’ennesimo romanzo di fantascienza, difettoso ma che un giorno pubblicherò, e poi il mio primo romanzo ‘realista’, cioè Fight Night.

Dove  e quando – in quale momento della giornata/nottata – scrivi? E come? A mano, pc, macchina da scrivere, pena d’oca, ecc.

Sera presto (al mattino mi devo svegliare alle 6). Poi la domenica pomeriggio, di solito la giornata di scrittura più intensa. Sono saltato dalla penna al Pc saltando la macchina da scrivere. 

Il genere che senti più tuo è il romanzo? Il racconto? L’operetta? L’enueg? Il Plazer? Altro?

 Come scrittore, il romanzo. Come lettore ill saggio breve, l’aforisma, l’antologia, la recensione come forma letteraria – ho letto molti più libri di storia che romanzi.

Senza la televisione, quindi senza Masterpiece, saresti riuscito a pubblicare Fight Night? Lo hai spedito a molte case editrici prima di approdare in tv? Hai ricevuto rifiuti, i soliti sovrumani silenzi (non leopardiani, ma editoriali), oppure cosa?

Esattamente: silenzio. Silenzio-diniego. Forse, insistendo per anni e anni, sarei riuscito un giorno a convincere un editore. Forse mi sarei abbandonato agli abissi dell’autopubblicazione. Forse mi sarei scoraggiato (non è che abbia poi tutta quell’autostima). In linea generale devo dire che sì, probabilmente senza Masterpiece non ci sarei riuscito. Che nell’estate del 2013 si sia aperta una porta, subito richiusa, e che io, con molte esitazioni, mi sia deciso a entrare non si può definire altro che una gran botta di fortuna.

Sei un tipo sicuro di sé relativamente alla tua scrittura? Mi spiego: quando scrivi qualcosa hai la convinzione che sia una cosa buona o sei roso dal dubbio e dall’insicurezza?

Per niente. A rari momenti d’esaltazione si alternano prolungati dubbi (ricordati: 20 anni di writer’s block…). Ancor oggi, sfogliando le pagine del libro ormai stampato, noto frasi goffe che avrebbero potuto essere migliori. Però l’esercizio conta e sono indubbiamente più fiducioso dei miei mezzi rispetto al passato.

Qual è il tuo drink preferito? (Ricordati che siamo un bar).

Scarsa resistenza agli alcoolici. Mi fermo alle birre chiare (Menabrea), ai moscati e agli spumanti, anche lì senza esagerare. Un tempo fanatico bevitore di Coca Cola e simili ora ho smesso quasi del tutto. Ah, il pomodoro condito. Il caffè con la panna conta? (No. Nota del barista).

E la tua opera letteraria preferita? Qui mi spiego: io ho dozzine di opere letterarie preferite, dozzine di gruppi musicali preferiti, dozzine di film preferiti, eccetera (come tutti, mi sa).

Però adesso che faccio la domanda a te – e la cosa mi costringe a riflettere – mi rendo conto che potrei rispondere cento libri di Gadda, Manganelli, Joyce, Foster Wallace, Barth, Barthelme, Pinter, Fosse, Montale, Hart Crane, Hemingway, Celati, eccetera, ma le uniche cose che ho riletto continuamente sono Finale di Partita di Beckett (90 volte circa), The Waste Land di Eliot (101 volte circa), e ho visto 71 volte Ritorno al Futuro (sì, ho gusti letterari da snob e gusti cinematografici da porchettaro di tangenziale). Si capisce che leggere 101 volte The Waste Land sia leggerissimamente più pratico, comodo e veloce che leggere 101 volte La Recerche di Proust, Finnegans Wake di Joyce o 2666 di Bolano, ma non è colpa mia se mi appassiono spasmodicamente alla letteratura breve.

Ma si possono rileggere a pezzetti le opere lunghe. Basta aprire a caso e via!

Qui facciamo notte con le cose preferite… Intanto un gran numero di scrittori di fantascienza (Dick e Disch e Blish e Leiber e Bester e Brunner e Ballard e Silverberg e MacLeod e Roberts e Cordwainer Smith e Stapledon e Wells e Miglieruolo…). Poi un gran numero di storici (Gibbon, Mommsen, Canfora, Veyne, Fox, Boorstin, Franzinelli, Kershaw, Craveri, Barzun, Aries, Duby etc etc etc). Poi i diaristi e i memorialisti – Pepys, Goncourt, Ciano, Nicholson, Casanova, Chateaubriand etc. Fra i poeti Byron, Pope, Baudelaire, Browning, Saba, St.John Perse, Szymborska etc. Fra i romanzieri classici Dickens, Stendhal, Tolstoj, Balzac, Laclos, Stevenson, Manzoni, Proust, Joyce, Calvino, Lovecraft, Robert Graves, Perec, Borges, Simenon, Agatha Christie etc (menzione a parte per il povero Morselli). Fra i contemporanei Mari, Avoledo, Busi, Franchini, Wu Ming, Eco, Houellebecq, Pynchon, Vidal, Siti, De Lillo, Powers, Bolano, Mantel etc. Poi in ordine sparso Charles Lamb e William Hazlitt, il filosofo Alain, gli aforisti francesi come La Rochefoucauld e La Bruyere, Karl Kraus e Elias Canetti, James Agate, Praz, Macchia, Citati, Bloom, Edmund Wilson, James Wood, Franco Ferrucci, Sermonti, Arbasino, Anthony Burgess, Hanna Arednt, Zizek e Sloterdijk, Niklas Luhmann, Max Beerbohm, Samuel Butler, Sei Shonagon, i saggi di Giulio Mozzi, i critici cinematografici Pauline Kael e David Thomson e il grande biografo di Lyndon Johnson, Robert Caro… e per terminare una serie di opere-fiume in cui immergersi ogni tanto: lo Zibaldone di Leopardi, i Saggi di Montaigne e l’Anatomia della Malinconia di Burton.

E chissà quanti ne mancano…

“Siamo come nani sulle spalle di giganti”: l’ha detto Bernardo di Chartres, poi l’ho riletto da qualche altra parte, scritto da David Foster Wallace e riferito ai grandi scrittori che lo hanno preceduto, formato, eccetera. Tu, sulle spalle di quali giganti stai?

Oddio, la risposta prima non basta? Posso dire i modelli di questo specifico libro. Simenon (ampiamente citato) e Laclos – ovviamente quest’ultimo il più nascosto possibile. Modello strutturale anche il capitolo ‘Le simplegadi’ dell’Ulysses. Importantissimo poi, in questo caso, il libro di Franco Ferrucci su Iliade e Odissea, ‘L’assedio e il ritorno’. Il tono generale, poi, come pure le scene di combattimento, sono ispirate ai manga giapponesi. Da citare poi il primo corto di Stanley Kubrick, ‘Day of the Fight’, e il film di Robert Wise del 1949 ‘The Set Up’ (Stasera ho vinto anch’io).

Scrivere (cioè: scrivere con un progetto – quindi un romanzo, un racconto, una opera teatrale, ecc.) è una faticaccia o è un gran divertimento?

Sono una persona pigra e per anni la prospettiva della fatica mi ha bloccato. Ho cominciato a scrivere sul serio in un sussulto di disperazione (tipo: ormai ho quasi 50 anni e non ho ancora fatto l’unica cosa che volevo davvero fare nella vita). Con la pratica viene anche, almeno per me, il piacere.

Arrivare terzo a Masterpiece probabilmente è stata una fortuna, come arrivare terzi (o ultimi) al Festival di Sanremo. Ma facciamo finta che la qualità letteraria dei concorrenti fosse l’unica discriminante: avresti meritato di vincere tu?

Il primo giorno che sono arrivato a Torino per la fase finale del programma ho cominciato a dire a tutti che volevo arrivare terzo. Lo sai, no?, come funziona sul podio olimpico? Il primo è felice perché ha vinto, il secondo è arrabbiato perché sa che gli sarebbe bastato pochissimo per vincere, il terzo è felice perchè sa che non avrebbe potuto vincere ma intanto è lì sul podio. In questo caso, poi, il primo avrebbe dovuto vedersela con il malanimo e l’ostilità della comunità letteraria italiana (e infatti…).

Tutti gli altri concorrenti erano convinti che avrei dovuto vincere io (a parte i primi due, probabilmente). Io, a parte i miei calcoli e desideri (essere pubblicato senza vincere), sono dell’idea che un programma televisivo ha dinamiche diverse da quelle della fama letteraria. Dinamiche che ho accettato senza la benché minima riserva mentale. Se decido di andare in tivù a fare il concorrente di talent, con tanto di confessionale, lo faccio sul serio, senza tirarmela da genio incompreso costretto a chissà quale bassezza indegna di lui. Una volta deciso che dovevo fare qualcosa ho vinto le mie paure e ho fatto del mio meglio. Del resto, io il Grande Fratello l’ho guardato per anni…

Noi del Posto pulito (forse lo si intuisce dal nome del bar) siamo appassionati di racconti. Cosa ne pensi della forma racconto? Lo domando anche a te, dopo Mozzi, Cognetti e altri: perché il racconto non va più, in Italia – e di conseguenza tutti vogliono scrivere, pubblicare e leggere romanzi, romanzi, romanzi, romanzi, romanzi?

Qui devo confessare che è anche un mio limite. Non leggo molti racconti. Il motivo è, in gran parte, che non si adattano alle mie modalità di lettura. Non riesco a concepire la lettura di un racconto se non in una tirata unica e quindi faccio una certa fatica a incastrarlo nei miei tempi. A quel punto preferisco le forme brevissime, come l’aforisma, l’articolo o il saggio breve.

Comunque il primo capitolo di Fight Night era un racconto autoconcluso, con tanto di morale finale, il mio primo tentativo nel genere. M’è piaciuto tanto che c’ho costruito sopra un romanzo…

Che rapporto hai con l’ironia (in letteratura)? Te lo chiedo giacché tutto quello che amo (sempre in letteratura) non può prescindere dall’ironia.

Beh, che domanda è? Ovvio! Il tono di questo romanzo voleva essere deliberatamente ‘eroicomico’. In questo caso volevo creare due personaggi, Alessandro e Ettore, che fossero degli autentici fighter, di quelli che si mettono in gioco totalmente, fino alla morte, ma al tempo stesso considerarli con la massima ironia – la vanità e la teatralità di Alessandro, il vittimismo e l’ignoranza di Ettore. Qui, di nuovo, a parte cose come ‘L’umorismo di Omero’ di Samuel Butler, la lezione dei manga giapponesi è stata fondamentale: come l’eroe invincibile di una pagina sia il pupazzetto ridicolo della successiva. 

Però volevo anche evitare l’eccesso di ironia che alla lunga (e qui ha ragione DFW) diventa sterile. Per quanto li prendessi in giro doveva essere chiaro fin dall’inizio che quei due su quel ring ci sarebbero saliti e che se le sarebbero date fino alla morte. Volevo che fossero al tempo stesso pienamente eroi e al tempo stesso sottilmente (ma neanche tanto) ridicoli. Come diceva Vargas, un altro concorrente, ‘due cazzoni esaltati’ ma per me degni di rispetto come chiunque riesca a salire su un ring.

Che rapporto hai con la letteratura contemporanea italiana? La leggi o no? Se la leggi, ti piace?

Su a Torino, confrontandomi con gli altri concorrenti, mi sono reso conto che solo due su dodici – io e Raffaella Silvestri – leggevano letteratura contemporanea italiana e seguivamo i blog letterari e le polemiche del giorno. Per gli altri non esisteva proprio, a parte qualche giallista tipo Camilleri o Lucarelli. Io di letteratura italiana non ne ho praticamente letta fino ai 40 anni. Ora ne sono un convinto assertore (i nomi li ho fatti sopra): soprattutto voglio scrivere in italiano e non in ‘inglese doppiato’ come fanno in tanti.

Cosa pensi che possa dare la letteratura alla gente, alla società?

Domanda immensa, risposta breve: modelli di visione del mondo.

 

Ti piacciono i fumetti? Se sì: nel bagno pulito, illuminato bene di un posto pulito, illuminato bene, preferiresti leggere leggere Topolino o l’Eternauta? Dylan Dog o Tex? Watchmen o un manga giapponese?

Dei manga ho già detto: mi sembra abbiano davvero una marcia in più su praticamente tutti gli altri. Dove i nippo cedono è nel regno della striscia: i Peanuts sono uno dei grandi monumenti dell’umanità. E poi Pogo, Calvin e Hobbes, Doonesbury, Nemi (una mia recente scoperta norvegese)… Non sono un grande estimatore dei supereroi (anzi, ormai hanno proprio rotto) nè del genere Bonelli. In compenso amo molte graphic novel, a partire da Moebius-Jodorowsky fino a Daniel Clowes e Zerocalcare.

Per me i fumetti sono sempre stati letteratura a tutti gli effetti. Piuttosto mi infastidiscono quelli che rimarcano l’ovvio: la questione è stata definita fin negli anni Sessanta (da Umberto Eco, fra gli altri) e continuare a menarla oggi è pura logica di potere accademico.

Stai per andare a dormire – e quando si va a dormire si fanno pensieri tipo premio nobel o cose così. Qual è la tua ambizione letteraria? Vabbè, magari il nobel no, ma un premio Strega – che pare lo diano un po’ a cani e porci, ma comunque meglio che il Premio Sambuca Molinari – ?

Onestamente no. Non mi pare di scrivere cose da Strega anche se, nel caso, non mi farei certo problemi: mi dicono che c’è un buffet fantastico. Piuttosto mi faccio delle fantasie cinematografiche… Oscar per il Miglior Soggetto o Sceneggiatura Non Originale…

 

Stefano Trucco tra dieci anni. Lavora all’ufficio decessi del Comune di Genova o si sveglia alle undici di mattina, va a sedersi in un bar, accavalla le gambe, sorseggia un drink e a chi glielo domanda risponde: sì, vivo grazie a ciò che ho scritto e che scrivo?

Intanto non lavoro più all’Ufficio Decessi. Quando feci la prima puntata, l’anno scorso, ero ancora lì; poi, a gennaio, del tutto indipendemente dal programma, fui trasferito al Settore Smart City. Dal bieco palazzaccio umbertino in cui avevo trascorso gli ultimi 27 anni al meraviglioso palazzo rinascimentale che ospita il Sindaco e la giunta. Ma durante il programma mi impedirono di dirlo: l’ufficio morti faceva più personaggio…

Sono molto realistico sulle mie prospettive, infatti non mi sono licenziato… Certo, c’è sempre l’effetto SuperEnalotto: le probabilità di vincere sono 1 su 60000000 ma ogni tanto qualcuno vince… L’importante è non metterci il cuore sopra. Certo, se ci entrassero quei 100 o 200 euro al mese per arrontondare lo stipendio…

Il tuo bar ideale.
O una cosa favolosa con gli specchi e i divani come il Baratti a Torino o una cosa molto, molto semplice con il Secolo XiX e la Gazzetta dello Sport a disposizione.

Come avrai capito non sono un giornalista, non ho mai fatto un’intervista reale in vita mia, quindi ti chiedo scusa per le domande, ti ringrazio per le risposte e ci vediamo Sabato 6 dicembre.
E io cosa dovrei dire? ‘I’m not a writer, I just play one on tv’…

A presto.

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Sabato 6 dicembre 2014

Stefano Trucco in Un posto pulito, illuminato bene

Dalle ore 19.30: Aperitivo, cena, merenda sinoira, apericena, insomma, avete capito

Ore 21.00: Stefano Trucco presenta il romanzo Fight Night

Ore 23.00: incontro di lotta-su-tavolo-da-bar-traballante

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Clicca sul papillon di Trucco per partecipare alla serata.