Il Narratore Onnisciente molto giù di corda

Il Narratore Onnisciente è molto giù di corda.

È talmente giù di corda che per scrivere le storie dei suoi “personaggi” ha chiesto aiuto al popolo di Twitter, di WordPress, di Facebook, agli inquilini del suo condominio, ai suoi colleghi d’ufficio, a quelli dell’impresa di pulizie, ai suoi compagni delle superiori e delle elementari, ai suoi pochi amici.

#ScriviIlPersonaggio per dare una storia ai personaggi del Narratore Onnisciente molto giù di corda, di 140 caratteri in 140 caratteri, oppure di cartella word in cartella, di foglio excel in foglio, di telefonata in telefonata;

I personaggi sono:

– l’aspirante poliziotto (che per mancanza di requisiti non riesce ad entrare in polizia);

– la cassiera del supermercato che desidera un figlio;

– tutti gli altri che volete voi: il mondo, per chi ha immaginazione, è sterminato, praticamente infinito. E il Narratore Onnisciente ha il blocco dello scrittore.

#happyEnd per concludere le storie;

questo, se ho capito bene, dovrebbe diventare un #meme (ma non lo diventerà, perché non ho minimamente il tempo di seguire la cosa).

Aiutate il Narratore Onnisciente col Blocco dello Scrittore!

Lui in cambio vi offrirà da bere in Un posto pulito, illuminato bene!

 GROUCHO

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 Il Narratore Onnisciente molto giù di corda – il racconto base

Martedì.
Sono stato a casa sua e il suo domestico mi ha aperto la porta prima che potessi suonare il campanello.
Lui mi ha accolto con il suo caratteristico drink in mano, la sigaretta accesa e in sottofondo una qualche sinfonia di Beethoven.
La sua abitazione è sontuosa: divani settecenteschi e dipinti a olio, candelabri d’argento e arazzi raffiguranti pale d’altare o uomini colti nell’atto del combattimento.
Un’ala è dedicata alla contemporaneità, con una copia originale di Nighthawks di Hopper sulla parete a Nord, circondata da figure minori dell’Iliade e dell’Odissea.
Eppure il Narratore Onnisciente è dannatamente giù di corda.
Mi ci vorrebbe qualcosa, ha detto, qualcosa di non so che.
Qualcosa?”
“Sì, qualcosa”.
Scrutava l’interno del suo bicchiere agitando l’intruglio rossiccio che risiedeva all’interno.
La sua situazione è semplice e terribile.
Egli sa tutto ciò che accade e che accadrà, conosce nei dettagli i pensieri dei suoi interlocutori, sa come agiranno e perché, sa che ogni abitante della sua città è in attesa che succeda qualcosa.
Ma lui ha lo sguardo stanco.
Forse si annoia.
Ciononostante prova a mettere i suoi ospiti a proprio agio, con domande che qualsiasi uomo non onnisciente potrebbe fare.
“Bene, Gim, che hai fatto di bello, qualcosa?”.
“Niente di che”.
“Tua figlia studia sempre francese?”.
“Francese e tedesco. Ma io credo sia più portata per lo spagnolo”.
“Non credo che lo spagnolo faccia per lei”.
“Sì, forse hai ragione. A proposito, cosa stai bevendo?”.
“Che maleducato, è succo di pomodoro con vodka e peperoncino, ne vuoi un bicchiere?”.
Ecc.

Mercoledì.
Sono nell’immensa cucina, dove mi servono la colazione. Il Narratore Onnisciente arriva con passo tranquillo, avvolto da una voluminosa vestaglia. Calza babbucce arabe.
“Vorresti che succedesse qualcosa, vero?” Domanda.
Sa sempre quello che ti frulla per il cervello, e questa a dire il vero è la cosa più fastidiosa di tutte. In qualche modo sa già come andrà a finire.
Si siede sulla sua poltrona, attacca un qualche disco. Sa bene quale disco gradirei ascoltare. Se per caso il disco che suonerà non sarà di mio gradimento, allora saprò che lui l’avrà fatto apposta.
Attacca il Requiem in Do minore del Cherubini, e per qualche motivo mi rendo conto che lo detesto. Lui lo sapeva.
Forse non gli sono simpatico.

“Speravo che venendo qui potesse succedere qualcosa”, dico.
Lui mi guarda un po’ di traverso, si versa un bicchierino.
È spaventosamente giù di corda.
Rimaniamo silenziosi ad ascoltare il Requiem in Do minore nel suo studio.
So che non è per nulla felice.
“Vuoi che accenda la radio?”, mi domanda.
Non so cosa rispondere.
Oggi è mercoledì e il mercoledì solitamente è un buon giorno.
Ma non succede niente.
Il Narratore Onnisciente si alza, cammina in direzione della radio, fa per accenderla, poi decide di no.
“Non è facile tirare avanti quando tutti si aspettano da te una qualche svolta”, dice. “La gente vorrebbe svolte in continuazione, colpi di scena, come si dice, un coup de théatre”.
Lo guardo con attenzione.
“Ma non è così semplice”, dice. “Spesso le cose vanno avanti così, strisciano semplicemente, si strascicano”.
Decido di prendere in mano la situazione.
“Forse potremmo … uscire di casa”, suggerisco.
Lui mi guarda, poi chiama il suo domestico.
“Prepara la macchina”, dice.
“La Bentley bordeaux?”
“No, oggi mi sento più da Limousine nera”.
Durante il tragitto in automobile non dice niente. Si limita ad aprire un vano della Limousine. Si prepara un gin tonic.
“Ne vuoi un sorso?”, domanda.
“Forse dovresti contenerti”, consiglio.
“Una volta non era necessario che smuovessi il culo dalla mia scrivania”, dice. “Bastava che me ne stessi seduto lì, nel mio studio, e le cose succedevano”.
Non me la sento di dissentire.

Siamo in un supermercato.
Il Narratore Onnisciente scruta i volti delle persone. Le persone scrutano il volto del Narratore Onnisciente. Sono tutti appesi a un filo. Stanno tutti aspettando qualcosa.
Lui si avvicina al comparto surgelati e mette una pizza nel carrello.
“Questa volta ti sei ricordato la tessera dei punti?”, domanda al suo domestico.
Il domestico annuisce.
“Bene”, dice il Narratore Onnisciente.

Alla cassa la cassiera lo guarda implorante.
Il Narratore Onnisciente capisce la situazione al volo.
“Cosa vorresti che ti succedesse?”, le domanda con tono sommesso.
La cassiera saprebbe molto bene cosa rispondere. Tuttavia non apre bocca. Sorride professionalmente, fa il suo lavoro.
Il Narratore Onnisciente la incalza: “Chi sei? Qual è la tua storia? Cosa ti succederà quando uscirai da questo supermercato e camminerai per le strade di questa città?”.
La cassiera passa la pizza surgelata sul lettore.
“Sono quattro e cinquanta”, dice.
“Oddio, come mi sono ridotto”, mormora il Narratore Onnisciente. “Domandare agli altri di fare il lavoro per me”.
“Forse ci sono altri modi”, dico io. “Dopotutto un supermercato non mi pare così, come dire, stimolante”.
Il Narratore Onnisciente ha un lampo di lucidità, quasi come se gli fosse affiorato un barlume d’idea.
“Saliamo in auto”, dice.
“Dove andiamo?”, domanda il domestico alla guida.
“Svolta sempre a destra”, dice.
La città è un po’ morta.
“Siamo d’estate”, dice il Narratore Onnisciente. “Un normalissimo mercoledì d’estate”.
“In autunno succedono più cose?”, domando io.
“Può darsi”, dice lui.
“Continuo a svoltare a destra?”, domanda il domestico alla guida.
“È che non so di preciso dove andare”, dice il Narratore Onnisciente. “È una situazione imbarazzante”.
Ci fermiamo in un bar di Montemagno.
“Questo è l’unico posto in cui mi vada ancora di bere qualcosa”, dice il Narratore Onnisciente. “Un Posto Pulito, Illuminato Bene”.
Beviamo un drink senza dire niente.
“E adesso?”, domanda il Narratore Onnisciente.
“Beh”, suggerisco io, “per esempio potremmo andare alla centrale di polizia. C’è sempre qualcosa da far succedere in una centrale di polizia”.
“Torniamo a casa”, dice lui. “La centrale di polizia mi fa venire in mente quel povero ragazzo”.
“Quale ragazzo”, chiedo io.
Lui non risponde. Sta pensando ad altro.

Giovedì.
Sul suo scrittoio, in evidenza, c’è un biglietto aereo per le Hawaii poggiato sopra un libro di Conrad.
Il Narratore Onnisciente sembra tentennare, quasi come se fosse ignaro di qualcosa. Afferra una statuina e la scaraventa con forza contro il bovindo.
Sono intimorito. Che sia io la causa della sua agitazione?
Anche il giovedì solitamente è un buon giorno per far succedere qualcosa.
Eppure quel qualcosa ci sfugge.
Suona il telefono. Il Narratore Onnisciente risponde. Per un momento sono convinto che qualcosa sia successo: un omicidio, un suicidio, qualcosa. Un tempo ogni volta che squillava il telefono c’era sempre un buon motivo.
Invece si tratta solo di un sondaggio. Il Narratore Onnisciente ne era a conoscenza, e infatti risponde asetticamente.
Ha perso l’entusiasmo.

“Bisogna sempre trovare un modo per fare avanzare la storia”, dice. Tutte le storie.
Ingoia un’aspirina.
“Mica facile. Non riesco a concentrarmi, è una situazione sgradevole. E là fuori le persone tirano avanti facendo semplicemente cose da persone. Bevono, mangiano, lavorano, fanno l’amore. Vorrebbero fare di più, lo capisco. Ma io credo di aver perso il tocco”.
Non l’avevo mai visto così giù di corda.

Venerdì.
Lo incontro nel suo studio.
“Nel complesso”, dice, “la giornata di ieri è stata un vero fiasco”.
Non so dargli torto.
“C’è qualche speranza che oggi sia migliore?”, domando.
“Ne dubito”, risponde lui.
È irrequieto. Armeggia con vecchi ritagli di giornale, osserva i souvenir sul suo scrittoio.
“Quel tipo che sognava di entrare in Polizia, ce l’ha poi fatta?”, domando.
“Bastava poco, ci era arrivato davvero vicino; si era anche provato il cappello, l’uniforme gli calzava a pennello. Ma no, non ce l’ha fatta”, dice lui.
Ha un espressione malinconica.
“Vedi, questo è il tuo problema”, dico io.
“Non aveva i requisiti, ho fatto tutto ciò che era in mio potere”, dice lui.
“Avresti potuto fare di più”, dico io.
“Forse avrei potuto”, dice lui, “ma non sarebbe stato realistico”.
Il Narratore Onnisciente si prepara il tradizionale succo di pomodoro con vodka e peperoncino.
“Ho preso una decisione”, dice sommessamente.
Non lo incontro più per il resto del giorno.

Sabato.
Scendo in cucina e faccio colazione. Cerco il Narratore Onnisciente ma lui non c’è.
Che sia partito per le Hawaii? Forse è la cosa migliore per entrambi.
Ma se lo merita davvero?
Leggo il biglietto che ha lasciato sul suo scrittoio:
“Osservo i cittadini in televisione, dal bovindo del mio studio, li ascolto alla radio.
Avrei voluto dare una vita migliore a queste persone.
La commessa del supermercato voleva lottare per ottenere un mondo in cui gli animali non vengono barbaramente trucidati per farne pellicce, desiderava un posto di lavoro stabile e appagante, pregava ogni sera per avere un figlio.
Per quale ragione non le ho dato quello che sognava? Che cosa mi sarebbe costato? Lo so, non sarebbe stato credibile, ma che cosa mi sarebbe costato? Perché non le ho lasciato almeno un accenno di illusione che tutto ciò fosse possibile? Il mio ego mi opprime, e opprime queste brave persone. Il male non trionfa sempre, o non trionfa sempre del tutto.
Avrei voluto dimostrare che dopotutto la vita è davvero meravigliosa.
Invece tutto ciò che sono riuscito a pensare per loro è un mondo distorto nel quale vivere.
Verosimilmente sono io a non funzionare. È la mia esistenza a essere distorta.
La gente vuole credere di poter contare sulla possibilità che il mondo possa subire una perturbazione benevola, di tanto in tanto. Magari impercettibile, ma vera.
Questa gente pretende uno scompiglio nell’impossibilità delle cose, uno sconquasso che le renda possibili.
Io non sono stato in grado di donarglielo.
Ma posso ancora fare qualcosa. Ci deve essere qualcosa che possa fare, instillare una speranza, illuminare un pertugio, inscrivere qualcosa di indelebile sulle pietre dei loro cuori.
Sì.
Qualcosa posso fare. Il groviglio delle loro vite è inestricabile, ma qualcuno che provi a sbrogliarlo c’è sempre, da qualche parte.
Qualcuno che riesca a trovare una speranza laddove la speranza non esiste, qualcuno che superi il controllo della propria immutabile esistenza e si ribelli a ciò che era stato predisposto per lui.
Qualcuno c’è, ci deve essere. Potrei provare a domandare ai miei follower di Twitter, agli amici di Facebook.
Magari loro…”.

Ora so che è partito. Lui ci ha lasciati.
E io, cosa ci faccio ancora qui? Sono io il narratore, adesso?
La mia vita striscia semplicemente. Faccio l’amore come tutti, fumo una sigaretta come tutti, sorrido come tutti; ci vorrebbero delle svolte ma le svolte non ci sono; servirebbe qualcuno che facesse accadere qualcosa di bello, qualcuno che conoscesse le nostre emozioni e i nostri sentimenti, qualcuno che scrivesse le storie di noi tutti.
Cionondimeno la gente sfugge, i narratori si infiacchiscono e si annoiano, giacché scrivere storie è tremendamente difficile, e scriverne gli happy end ancora di più.

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