Cicloturistica Monferrina Diversamente Abili

Resoconti da bar/1

Un resoconto orale di un frequentatore del bar Un posto pulito, illuminato bene

trascritto (male)

da un altro frequentatore (dotato di macchina da scrivere) del bar Un posto pulito, illuminato bene

 cicloturistica

E come tutti gli anni si va lungo le strade impervie del Monferrato per la classica cicloturistica che ti porta a zonzo come un deficiente per le strade sterrate e asfaltate del marchesato, mentre la gente che guarda si accampa ai bordi delle strade o  nei campi o in tende canadesi e si sbronza o fa l’amore ascoltando Battiato e i Ricchi e Poveri e stasera la luna ci porterà fortuna.

Ai vecchi tempi, mi ricordo, si faceva tanto l’amore.

Per il resto, non c’è altro che strade rotte e un freddo pungente che anche d’estate ti entra nelle ossa mentre si pedala giorno e notte su e giù sotto alberi secolari e si rischia davvero il culo, perché sfido chiunque, e una volta avrei sfidato Indurain e Chiappucci, adesso non so più, a stare sul sellino di una bici per quarantotto ore dormendo due o tre ore al massimo per notte.

Ci sono molte cicloturistiche ma la cicloturistica monferrina è la più dura di tutte.

Parte da Asti e arriva a Montemagno dopo un tragitto infinito tra boschi e colline e discariche e steppe immaginarie e anche qualche deserto, sempre immaginario; forse non tutti sanno che da qualche anno comprende una nuova categoria, quella dei diversamente abili. Era stato il Sindaco di Pizzengo a volerla, quel grand’uomo, per dare un premio di consolazione al figlio corridore che si tranciò la gamba sinistra con una falciatrice professionale negli anni cinquanta.

E comunque i diversamente abili corrono alla grande, questi diavoli storpi, ed è un piacere vederli, tant’è vero che molti smettono di far l’amore per seguire le imprese dei nuovi idoli delle corse e quasi quasi direi che la cicloturistica monferrina è diventata celebre proprio grazie ai rachitici e agli storpi e a tutta questa gente qui, che pedala con le braccia o con una gamba sola o aiutata da attrezzi che non saprei minimamente descrivere.

Io non ho mai fatto la cicloturistica; mica me ne frega qualcosa di farmi rompere lo sfintere e le palle dal sellino di una Bianchi. E comunque visto che è una tradizione mi apposto ogni anno dalle parti della Cisterna perché è un posto elevato e si fuma in santa pace e si fanno molte cose tra amici senza bisogno di mandare al diavolo i più scalmanati o i più bigotti, specialmente stavolta che c’è Ada e Ada è una gran pezzo di figa.

Tuttavia tra un bicchiere e l’altro si tifa per i diversamente abili. Tra tutti Jimmy Menegazzi, nostro compaesano e becchino comunale, è il più simpatico, ha una faccia che sembra totò e gli manca mezzo braccio anche se sopperisce alla grandissima con una specie di avambraccio bionico. La sua gara è cominciata alle prime luci dell’alba, insieme ad altri millecinquecento cicloamatori giunti da ogni dove, qualcuno addirittura anche da Mezzarengo, fatto questo che ha stupito davvero tutti, perché tutti sanno che a Mezzarengo si lavora dal mattino alla sera sette giorni su sette. Anche per questo motivo quei là di Mezzarengo ci stanno a tutti sulle palle.

Ma torniamo a noi: ora le luci del sole s’affievoliscono, un tetro tramonto ricopre i barbecue della gente e il volto opaco da totò del Menegazzi: mentre pedala s’annotta, e il cielo s’illuna sui comignoli del paese, su le punzecche dei vicoli, alla strada ghiacciata corrisponde il furor de le stelle.
Ha sempre pedalato svelto, il Menegazzi, non già per qualche forma di paura morbosa, come accadeva per le cimici e gli scarafoni, ma così per passo innato, per abitudine. Poiché gli accadimenti del suo lavoro erano già dimenticati, dimenticato il tristo amico Mario (ch’egli aveva seppellito il giorno prima), dimenticati tutti i Polpettoni, i Nascimbeni e gli spettri della terra monferrina. Era a tal punto ipocondriaco, il poveraccio, che gli pareva d’aver contratto malattie in ogni contesto, perfino in chiesa, dove per opinione comune, e specialmente dei reverendi, è impossibile contrarre qualsivoglia malattia. E se ne pedalava avvilito nel gruppone dei disabili, tormentato dal foruncolo spuntato sulla chiappa e dal fiato corto che gl’impediva di emulare gli scatti e i guizzi che erano stati proprietà indiscusse dei suoi miti giovanili. E non stiamo parlando di grimpeur d’alto livello, si badi bene, non di un Anquetil o di un Gaul, non di un Gimondi, quanto piuttosto del Biasin e del Gaiòt, due tipetti nervosi di Castrocozzo ai quali era toccata la sorte di rappresentare i rinomati, e onorati, altroché, colori biancorossi della polisportiva locale alla prima cicloturistica monferrina di mezzo giugno aperta ai diversamente abili. E per quanto si fossero impegnati, i nostri portacolori, erano riusciti al massimo in un settimo e in un ventiquattresimo posto, in quel lontano millenovecentocinquantanove, l’unico anno, peraltro, in cui la squadra castrocozzese si classificò tra i primi dieci. Facevano parte della squadra due zoppi, un monco, un tale senza un braccio e un altro che per motivi sconosciuti aveva brillantemente superato il meticoloso test di disabilità, scatenando le proteste di tutte le altre squadre e classificandosi peraltro al terzultimo posto (tra i sospiri di sollievo dei dottori incaricati del test, che già si pavoneggiavano).
E tanto era bastato, ai castrocozzesi, per condurli in trionfo, o se non proprio in trionfo, almeno per condurli nel vecchio cantinone comunale per un pantagruelico banchetto a base di peperoni quadrati e ovoidali, topinambur, cardi gobbi e dritti, rape rosse e bianche, carne cruda battuta e tritata, acciughe, aglio olio e sale. Qui si usa così. Specialmente il Gaiòt, che correva con una protesi rigida alla gamba sinistra (e aveva fatto il settimo assoluto) era stato accolto come un re, lui che incarnava la rivincita di tutti gli storpi e gli sciancati del paese. Ma pedalava, quel cristo, e a veder come. Portava la prima gamba, quella buona, fino a che il ginocchio giungeva quasi a toccare la spalla, e con una tal forza propulsiva, quasi esplosiva direi, facendo forza con le braccia sul manubrio, compiva un giro di trecentosessanta gradi con l’altra gamba, quella della protesi, springando un colpo tremendo sul pedale. Era uno spettacolo, a vedersi, per quei pochi, tra i quali il Menegazzi, che ebbero la fortuna di vederlo. Non si curava certo della folla, il Gaiòt, ma avanzava per piani aridi e illuni, nell’aggrovigliata paura di forre immense e boschi, sciabordando fino a veder le rame e gli steli divelti, lasciandosi alle spalle arpie affamate e idre infuocate, jene, pecore, sanguinolenti sciacalli e asini con crine di leoni e gran baffi. Si lasciò alle spalle tutto, il Gaiòt, tranne naturalmente i sei che lo precedettero all’arrivo. Fu comunque un evento, tanto per la menomazione dell’eroe, tanto più per la durezza della corsa, che come vi ho già detto è infinita, quasi cinquecento chilometri giorno e notte lungo le carreggiate del Monferrato. Un’impresa che gli costò almeno dieci anni di vita e un culo quasi da buttar via, oltre a una forma precoce d’impotenza, ma pur sempre una grande impresa. Divenne addirittura sindaco di Castrocozzo, il Gaiòt, grazie a protezioni e raggiri elettorali, e si arricchì grandemente, tanto da diventare noto per la sua avidità. Morì giovane, qualche anno dopo, coi baffi e una gamba nuova di legno pregiato, da tutti odiatissimo.
Ma non certo dal Menegazzi. Il quale, come si dice, avrebbe voluto vestir il fulgore della sua giovinezza, guizzare su quei pedali e scattare come una molla verso Tonco, Frinco e più in là Piovà Massaia e Cocconato e Zannareto, col suo moncherino e gli applausi della folla delirante giungendo al traguardo di Piazza Umberto I almeno tra i primi dieci, pigliandosi i baci delle hostess al Posto pulito, illuminato bene, dove si tiene la premiazione. Non avrebbe mai voluto fare meglio del suo idolo, lui indegno e misero al cospetto della genialità ciclistica del grande Gaiòt, e neppure eguagliarlo; avrebbe desiderato un ottavo posto. Questo nonostante le ultime prestazioni, se così si può dire, fossero state pesantemente inficiate, se così si può dire, dal terrore notturno sopravanzante. Il Menegazzi aveva infatti una paura tremenda del buio. Finì così per pedalare, pedalare, e fumare, non si sa per quanto tempo, cercando di onorare nel miglior modo la memoria del suo idolo d’infanzia. Gli era impossibile dimenticare, almeno quanto il suo nome o il nome dei suoi figli, la volta in cui seminò, con la sua tecnica unica, tutti gli avversari, proprio nella salita che ora stava affrontando. Che importava se poi fu raggiunto e superato, se poi divenne un amministratore ladro e ingiusto. Che diamine, si disse, un guizzo come il suo non l’aveva nessuno tra i sani, figuriamoci tra gli storpi.
E comunque adesso era il diciotto giugno, stava passando il gruppo della cicloturistica monferrina e stavano succedendo tante altre cose ma a me non me ne importava un fico secco, perché la Ada s’era imboscata con un tipo di Pizzengo mentre io ero lì sul tetto della cisterna a bere e fumare come fate voi di solito, e mi sentivo un gran coglione.

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Con questi frammenti ho abbozzato la mia gente

I racconti del Posto Pulito/14

Rubrica del lunedì

Un racconto di “ha davvero importanza chi l’ha scritto?”

frammenti

resoconto a frammenti illustrati di una famiglia della campagna sabbionassa (o monferrina)

C’È UN’INVOCAZIONE PRELIMINARE

“Questi venditori di salute che si svegliano la mattina presto e mi vogliono salvare la vita con la ginnastica e la meditazione, con divieti di fumo e depilazioni, questi mangiatori di lattuga, io non li posso proprio accettare.

Io per me voglio la carne, l’ozio, l’orgasmo bruto e ignorante! E non chiedetemi di annoverare tra gli umani i maniaci della pulizia e i fanatici della morale, gli schiavi della fede e gli psicologi, i lavoratori e gli idealisti, i sessuologi, i pensatori e le donne, poiché la mia tolleranza ha un limite. E adesso chiamatemi xenofobo, razzista, sciovinista e improbo. Mi reputo io la bestia, il margine del genere umano, il capro espiatorio da sacrificare. Mi assumo io tutta la robaccia, tutta la rassegnazione, basta che mi si asciughi la saliva  una volta ogni tanto e mi si faccia morire comodo, in una stanza con finestra e bagno, fumando e tossendo e masturbandomi fino a svenire, ma asmatico, infelice e pudico anche sotto le lenzuola, dove nulla puzza di marcio quanto i propositi per il giorno dopo.

E allora vieni avanti, orrore di sempre, mi faccio beffe di te!”.

C’È UNA DESCRIZIONE DEL PODERE DELLA FAMIGLIA UMBILK

Al podere ci si arrivava per una strada di campagna impervia, con l’erbaccia di lato e in mezzo, impraticabile quando pioveva, con pietre taglienti come lame che scoraggiarono nel tempo anche i postini più ardimentosi (almeno fino a quando le poste non dotarono i propri dipendenti di automezzi, abbandonando l’uso della bicicletta). E quando ci si arrivava, se per caso fosse capitato a qualcuno di arrivarci girando inavvertitamente a sinistra al km 3 della provinciale che collega Pizzengo a Sabbione, lo spettacolo era onestamente atroce, eterogeneo, insudiciato da barattoli vuoti, vasi vasetti e lattine, vanghe e attrezzi deteriorati, cartacce, piume di polli e merde di ogni genere e consistenza che lordavano il cortile al centro del podere, dominato a sinistra da una specie di albero bitorzoluto (e dal traliccio dell’enel) e a destra da un pollaio e dal recinto dei maiali, che con la sua poltiglia putrida aveva già condotto a morte l’attiguo ciliegio (macilento, stecchito da almeno sette anni eppure mai abbattuto). Più oltre, sulla collinetta, la vecchia cappella s’ergeva spettrale come incricchiata in un’immensa ragnatela che dall’alto del crocifisso arrugginito scendeva ad accalappiare i muri scalcinati e gli affreschi grattati via dall’umido, fino al terreno squarciato di netto dalle radici incarnite di un tiglio enorme. E poi orti e campi, agri e agri di gerbido, cespugli gelsi e vigne a perdita d’occhio, vigne verdeggianti e nauseanti confuse in un mare di ragnetti e vermi, di cimici e scarafaggi. In tutto ciò, non di rado ci poteva imbattere in cinghiali, tassi, ratti, nutrie e altri animali ripugnanti attirati dal vicino laghetto o stagno o acquitrino che dir si voglia, celeberrimo per gli effluvi maleodoranti sprigionati dall’acqua.

Ma si faceva amare, un tale luogo, nella sua inospitalità, almeno nel modo e nella misura in cui potreste amare una donna brutta grassa e sudicia.

 C’È UNA MADRE CHE SI SPAVENTA NEL CUORE DELLA NOTTE

Vedea riflesso nella bozze il suo corpo abraso confuso come uno spettro sbrigliato, e poco più in là, in un angolo, le regarelle muffite che formavano la sportella colma di coliandre (per la digestione del marito). Avrebbe giurato di averla veduta l’ultima volta nella canepa, ricoperta di polvere. Bramò un infuso, un calmante che le concedesse il privilegio del sonno. Si strinse allo scialle di beretinazzo, verdognolo e usurato, buono per i pidocchi e i caroceri, e guardando dalla finestra le sembrò di vedere una figura agganciata tra il finto passadizzo e l’albero delle ciliegie (trattavasi dello spaventapasseri). Soffocò un urlo.

 C’È LA DESCRIZIONE DI UN MEMBRO DELLA FAMIGLIA UMBILK

Era un ragazzo di intelligenza prudente, Steno Umbilk. Ma cagionevole, inadatto ai climi freddi. Ed era davvero brutto, il poveretto, con quella bestia di apparecchio e tutte le ferraglie, un alito fetido e una violenta forma di acne giovanile che lo martoriava da sempre. Temeva tutto: scarafoni, cimici, batacchi e bacherozzi, zanzare falene e caccole di mosca.

Inoltre la nonna gli aveva lasciato in eredità una terribile paura per l’acqua che lo fece crescere con quella puzza di sporco e di pelle fritta che l’aveva ormai contraddistinto presso i compagni di scuola, lurido dalla testa ai piedi, nella più totale solitudine: imparò a coniugare il verbo ózein meglio di quanto non sapesse contare fino a dieci. Passava le giornate dal vecchio Gorgoj, lo Steno, per farsi leggere dal greco, specie Callimaco ed Esiodo, qualche volta anche Omero e Tucidide, Aristotele e Alcmane. E quando il vecchio Gorgoj morì, quel gesùmmaria si trovò a lavorare la terra, dopo la scuola, come faceva tutta la sua famiglia. Fu verso i diciotto che, nell’isolamento, cominciò a coltivare una rara disfunzione per la lingua italiana, col solo intento, se mai ci fosse un cristo d’intento, di crearsi una sfera privata di comunicazione, e col solo risultato, alla mercé di tutti, di non essere compreso da alcuno.

 C’È UNA SCOPERTA INATTESA

Trascorsero un lunedì notte in cerca di prostitute per Isola, Pizzengo, Sabbione sud, infreddoliti e fumati con la puzza di fritto sulle giacche della domenica (tenute su per comodità).

E per quanto fossero gentiluomini, vestiti di tutto punto, non riuscirono a evitare i commenti della distinta comunità sabbionassa (ma guardali, i puttanieri, come se la spassano…).

Tagliamo corto. Passarono il cerchio delle nere, quello delle bionde, quello dei trans.

Per ultimo venne il cerchio delle vecchie. Lì incontrarono la Carla chinata, brutta e sporca, con le calze strappate e il freddo nei denti. “Ricordo di averla proprio vista dietro il bidone mezza ibernata, con la gonna sporca di fango, la pancia scoperta e le poppe avvizzite, quasi scientifica nel suo perfetto squallore”. “Cosa vuoi farci…sono cresciuto con la puzza dei suoi amanti sulle lenzuola”.

“Ma Carla, almeno copriti, o ti prenderai un raffreddore”.

(Che poi la si era notata a pagina 34 del Corriere, nei trafiletti delle curiosità, come dire, arrestata prostituta nei pressi di […] urlando e bestemmiando, mentre farneticava apologie del dolore: “se lo tenesse stretto, il dolore” diceva “e che lo guardi bene, lo rivolti tra le mani, gli parli, prima di buttarlo via”).

Parlare, raccontarsi. “Mi sognassi almeno una volta”. Io, tu…“Bocca culo terenta mila”. “Guarda qui, ho una sintassi in tasca”. “Bocca culo terenta mila”. Avevo quasi temuto ci fosse dell’amore in questa bagascia. Fortuna che continuava a pungolare il mio male, e la sua puttanaggine era il moscone verde che la nonna tirava ad accoppare tre giorni fa. Vedevo il Butirro più in là nell’ambascia di un linguaggio primitivo. E il Vanni che spogliatosi saltava sui pantaloni urlando “mo-morite vestiti! morite!”.

Entrammo nella roulotte coi vestiti che sapevano già di cane bagnato. “Lo senti l’amore, Steno? O forse è solo questo schifo che abbiamo addosso? Sapessi quanto, Steno, sapessi quanto”. Si parlò di quel tizio evirato da una puttana tre sere prima come se niente fosse. “Allora, Butirro, che ne pensi delle puttane? Ti piacciono?” – Come no, disse, certo che mi piacciono. E poi guarda qui, avvicinati, disse, ho tre capelli bianchi poco sopra all’orecchio e una ruga che mi solca la fronte proprio tra l’attaccatura dei capelli e il naso. Ormai sono un uomo, disse, mi cresce perfino un po’ la barba. –

“Io preferirei stare tranquillo. Lasciare le unghie a prendere aria, con l’odore di casa mia quando c’è il camino acceso. Non chiedo altro. Starmene lì bello spaparanzato coi miei libri, con Hemingway, Steinbeck, i classici greci e latini, i fumetti argentini della rivoluzione. E invece no, malora vacca. Sto parlando dell’animale. E dire che a momenti mi sposavo. A Parigi. Con quella ballerina. Ma poi sono cambiate le cameriere, al bar, e avevo come un male alle parole, una paresi alla mandibola. Mi dicevo Faust, i sogni non fanno per te”.

“Ca-cazzate” disse il Vanni “pri-prima o poi tro-trovo u-una do-donna che mi tenga la cu-cucina l’orto e il lee-letto e e vi-vi sa-saluto a tu-tuu-tutti quanti, voi puttanieri che non siete altro”.

Poi ce ne andammo, dopo gli orgasmi e la contabilità tenuta per tutti dal Gèp, dopo le sigarette rituali fumate nudi di fronte alle vigne, dopo la cattiveria lustrata per il giorno a venire. Ce ne andammo a Sabbione a mangiare hamburger e patatine.

hamburger

 VANNI UMBILK, INNAMORATO DI UNA DONNA SPOSATA, COMPONE UNA CANZONE PER LEI

Una canzone farò di puro nulla:

non si stupisca nessuno di me

se in questo gioco del tutto uterino

ho conquistato so-solo l’affanno

con il tribolare, se se ba-balbetto

e m’agito e fremo per amor di lei

che si mostra senza onore

e puttana provata

dentro il paltò di suo marito.

La sentivo così snella e liscia e piena

sotto la mia ca-camicia sdrucita

che che me la sogno nu-nuda anche in bagno

o quando incontra le sue amiche:

mi sembrano ranocchie latrando

nel riunirsi a mo’ di cani idrofobi.

Colpevole davanti al mo-mondo

mi riconosco del troppo pa-parlare,

ma io ve-vedo e credo e son certo ch’è vero

che a-amore ingrassa, sicché mi piace

più che non essere re di tutti i contadini.

Io po-posso andare senza abbigliamento,

nudo nella camicia, come Tristano

mo-morire d’amore e di freddo.

Consigliatemi dunque, a-amici,

essendo io avvolto da follia,

meglio l’amore che rende co-cornuti

o l’addio che prolunga il dolore?

Enquer me lais Dieus viure ta-tan

affinché abbia il tempo di maledirla:

vengano compìti giu-giullaretti

per augurarle chascus en lor lati

iatture e to-tormenti anche peggiori.

 C’È LA DESCRIZIONE DI UN ALTRO MEMBRO DELLA FAMIGLIA UMBILK

Il Vanni è un Modigliani, ma più bello.

Almeno sul superotto (fermo immagine), le mani immense e il naso finto, impossibile, i capelli sparsi azzurrognoli di verderame, le braccia lunghissime, storte.

Ritrovato nel ciarpame tra cineprese, pizze, rullini, ossi del cane, trappole per topi e treppiedi mentre ficca un dito nello sfintere di una gallina per l’ispezione uova (il 21 maggio ’78, alle 19 e ventuno).

– ma proseguendo nella pellicola–

Sullo sfondo la stuoia delle pietre e la casa abbandonata, dove non ci lasciavano andare. La grande villa buttata nell’erbaccia dove stavano i rapitori di bambini: folletti del bosco, babau, uomini neri o qualcosa del genere, che so, un ragno gigante (e intelligente, a quanto pare). E, per dire, avevamo sentito di quel bambino caduto in un pozzo, di quell’altro seviziato, violentato, ucciso; ma non era lì…Quella era solo una frontiera come un’altra (a paure, piccole fobie, spaventi).

Prendeva una cimice con due dita e fingeva di mangiarla, poi masticando, un po’ carogna, me la passava: “ora fallo tu”.

Ma ora so perché cresce l’ombra dagli alberi morti, perché la luce è il colore sprigionato da un volto.

Questa riga è una casa abbandonata.

 FAUST UMBILK RIFLETTE SULLA PATOLOGIA DI SUA MADRE

La chiamavano la ciucca, la fola, la zarina, la slavaia, ecc. I più maligni nientemeno che l’infestata, la strega. Ma io la chiamavo sempre come ero abituato, come non l’avrei mai potuta confondere: mamma.

***

Strano trovarti laggiù, mamma, nuda nell’inferno dei vivi, goccia di sangue gramo nell’oceano dei tuoi cristiani, dove vale più un pezzo di legno che un fiume di morti.

***

Oggi mia madre è russa, ha ventiquattro anni del ‘700 e sta per andare in sposa a un possidente di Minsk. L’abito è già pronto, dice,   e qualcuno la vorrebbe ballerina.

Ha le unghie sporche di terra e un dente rotto, ma non lo sa. Non marchiatela come demente, voi che non sarete mai altro che voi stessi.

Viele versuchten umsonst, das Freudigste freudig zu sagen,
Hier spricht endlich es mir, hier in der Trauer sich aus.
 

 C’È UN SORRISO E C’È UN SUICIDIO

1. Il luogo certamente il bar. Ma sporco…non vi dico. Coi mozziconi in terra e il rossetto sulle tazzine poi…Presa l’utilitaria x guidato per pochi chilometri fino al punto y.

“Ma guardale le mucche, così pacifiche, così incoscienti…” […]. Oppure sceso per pisciare e vomitare, dopo quattro sambuche e due mezzi litri di birra…rintracciato verso le tre  tre e un quarto sulla provinciale 24, diretto a Sabbione. “Mi ci vorrebbe un bagno, una ripulita…altrimenti cosa dirà la gente…cosa dirà chi mi troverà, con la camicia imbrattata di vomito, la giacca sgualcita, i jeans unti di grasso…”

2. Da non crederci. Poco prima pareva un bambino, “è quasi un’ora che sta trafficando con la sorpresa del kinder”…dato poco peso all’uomo con la sacca fermo all’incrocio, lo sguardo fisso sui girasoli…o al benzinaio con la sigaretta accesa, azionando la pompa…e non capisco il perché di questo tic che mi fa strizzare l’occhio nelle situazioni più impensate (una volta alla vecchia maestra, nell’ora di catechismo…subito a darmi dello scostumato, o peggio, del pervertito…) e mi rende buffo, nudo agli scherni dei compagni, dei bambini più grandi…non dico l’imbarazzo, la vergogna…

3. Era forse tutto buio, per un temporale. Ma ripensandoci poteva anche essere sereno, col sole baluginante sulla fronte, appena deglutita la pasticca per il mal di denti […] Così prendo spunto, forza e coraggio per dire peste e corna della lattaia cicciona singhiozzante nell’ombra, del sindaco o della signora scoppiata a piangere senza un motivo valido.

4. Appena uscito di casa, camminato un po’ per riprendere i sensi, smaltito il sonno perduto la notte prima.

“A cosa penserà la gente prima di dormire?”

“Alla donna di fianco, che puzza di vecchio e russa?

Al ronzio del lampione in strada?

A non svegliarsi l’indomani? ( ma impaurita? Speranzosa? )

Alla ciccia, all’ufficio, al vicino di casa?”

Ancora l’occhio che sbatacchia, nefasto (come prima delle interrogazioni, degli esami, delle sentenze di donne, studiosi, lettori…), mentre parla qualcuno, mentre il Vanni lo guarda ondeggiare da lontano…aiutato dalla sbronza della sera prima, con lo stomaco in disordine (diciamo per via di un pasto fuori orario, di una nausea stramba, di una lettera scritta e mai spedita…), potendo così confabulare con la madre, il padre e i parenti più intimi dall’alto di un volto funereo, arido, all’apparenza disperato. “Sembrava scosso, quasi morto, lo sguardo perso nel vuoto…a chi lo guardava bene negli occhi pareva gli si fosse spenta una luce”.

5. [ma eccolo, l’impareggiabile attorucolo, il ruffiano semisvenuto per il sonno, le occhiaie spesse pendule]

Un sorriso…macabro certo…amaro certo…ma pur sempre un sorriso. Intendo quando il nonno entrò in cucina per comunicare la notizia…

“L’è mort. L’ha faticà in poc ma l’è mort. S’è appeso al pruno, come previsto”.

E pensare che aveva anche guardato gli orari dei treni, dato da mangiare ai maiali, messo ordine tra le cartacce. Verso mezzogiorno dicono fosse passato dal calzolaio per le espradillas rabberciate, parlando della casa al mare. Poi il buio. Nessuno spostamento nel primo pomeriggio. Forse un caffè al bar della piazza con i bari delle cascine, forse una puttana sulla statale per Sabbione. Quando l’abbiamo trovato aveva le dita dei piedi blu, la lingua di fuori e l’uccello quasi duro, ma il medico legale non volle spiegarci il perché.

 C’È UN’IMMAGINE BEN PRECISA

Il fosso crivellato da immondizie, coni gelato, profilattici e “guardati, sembri una troia”.

Sulle ambulanze della notte costretti a tenerci per mano come fidanzati o bambini, additati dal diluvio dei passi lungo i canali di scolo; ancora un poco e poi il condominio degli occhi naufragherà nella cipria e non puoi farci davvero. Siamo entrati in area di rigore coi muscoli a pezzi e le ginocchia sfinite, crollati sulla moquette umida accanto alle cimici spappolate sulla carta da parati. “Non andiamo a letto, ancora”. Ho il male nei movimenti e il labbro inferiore tagliato, le mani spaccate di un tale morto sotto una di queste panchine coi lacci attorno al collo e la testa come un pallone.

 C’È UNA SECONDA IMMAGINE, RIFERITA ALLA MADRE

In un angolo le rose secche appese alla sbarra, un battitoio zodiacale buttato lì sul divano. Sulla panca il quadernetto, gli abissi della sua mente e pensieri sconclusionati, mezze frasi, parole a caso: “sei una ragazzina del millenovecentoventiquattro e hai l’aria di chi è morto di epatite, guerra, inesistenza o dissenteria.”

“Mi vieni incontro giocosa e spettrale. T’attendo nel soffio muggente delle note di Mozart, con il Vanni e tutto il corteo degli impressionisti:”

“Trovavo gustoso il caffè al bar della piazza…ottima crema, sapore forte ”.

“Smettere di fumare si potrebbe. Dimenticare tutto, finirla una buona volta.”

 C’È LA PATOLOGIA DI METILDE UMBILK, MADRE DI FAUST

Ma continuava a concionare e sciaberrare, claudicante, sembrando una menade senza occhi (ma con le mani possenti, altroché, che se ti afferrava pareva di esser presi da una morsa).

E urlava per avvertire i famigliari “por el periglo che si annida nei materassi” (e questa cosa qui, questa degli acari della polvere, era divenuta un’ossessione pura, per la Metilde, tanto che si era deciso in sua presenza di impacchettare i letti col cellophane, e si era ordinato alle donne di servizio di pulirli scrupolosamente).

Ma intanto erano cortei.

Poiché in un eccesso d’ira aveva usato violenza sul figlio più piccolo dei vicini di casa, usando una ciabatta come arma impropria. Non che fosse un dramma, va bene, o che il piccolo ne avesse sofferto più di tanto (nonostante c’è chi racconta si trattasse di una zoccola, non di una ciabatta), ma tant’è: lo aveva braccato in cortile, accanto al caco, sorpreso a catturare grilli-talpa da ghigliottinare con il modellino avuto in regalo per l’esame di quinta. “Questo piccolo insolente d’un ragazzino screanzato. Come si permette di entrare nelle mie proprietà, lo sfrontato, di calpestare la mia erba, di seviziare i miei insetti”.

     ghigliottina

Ma il bello è che di colpo si credeva dama di corte, ora belga ora francese, o peggio ancora amante e concubina dell’illustre Dottor Guillotin “benemerito cavaliere del lavoro a Parigi e dintorni”. “Si sapesse quanto bene ha fatto, lui, quanta gente ha smesso di soffrire nel suo nome…”. “Questi sine Dio, non li spaventa più niente”. C’era sempre un viavai di persone e qualcuno che portava il caffè, e spesso piombavano in casa con la famiglia al completo (e sempre portavano lattuga, pomodori, patate e i soliti impagabili cardi del Sabbionasso, buoni da fare su con la bagna caoda). “Se avessi il coraggio…se avessi…bisognerebbe ammazzarli tutti, questi fannulloni.

Ma il problema qui è che nessuno più vuole morire, neppure il Bragoj (che mi ha un cancro nel cervello grosso come una mela e spende tutti i suoi risparmi per prostitute e cavalli), o il Grabock, che si sveglia tutte le mattine per andare in fabbrica e torna a casa con la voglia di sterminare la famiglia…persino il Pajnoj l’ho sentito fare progetti per l’anno prossimo…e sta solo come un cane in un capanno tra le vigne, abbandonato anche dalle pulci…ma poi, tutti, capite, tutti! Mi s’inventano le cose più balorde, le idee più insensate, e tutto pur di continuare a spargere letame e raccogliere uva, tutto per uscire la sera a sbronzarsi, per trovarsi al bar per una briscola, per portarsi a letto una femmina calda. E quando lo trovano il tempo per pregare? Quando? Questi contadini scorbutici, queste mezze tacche”.

Poi fu un attimo.

Il giorno prima era lì barcollante al funerale, sorretta dal Vanni, vestita a lutto e singhiozzante come una bambina. E a chi l’avesse vista (e a chi l’ ha vista) non poteva sembrare altro che una madre disperata per la dipartita del figlio.

Seguirono le condoglianze, le partecipazioni.

E lei sconfortata a toccare mani a destra e sinistra, a sbaciucchiare tutti qua e là. E il giorno dopo te la ritrovi con lo sguardo ghiacciato mentre racconta di come ha ucciso il suo amato figlio, “proprio strozzandolo con queste mani, soffocandolo fino a fargli schizzare fuori la lingua dai denti, gli occhi dalle orbite, fino a procurargli una profonda ecchimosi bluette sul collo…”; e parlava segnando il punto sul collo del dottore, “proprio qui, poco sopra il pomo d’Adamo, con una pressione violenta delle mani, con una corda robusta, o una catena…”.

Ma come riusciva? Come, diavolo di una cane bastardo! Mai un incespico, mai una parvenza di cedimento. Pareva piuttosto una fredda calcolatrice d’interesse, una vera e propria donna killer. Ma la Metilde! Con settantaquattro anni! Ma adesso che ci penso, aveva avuto una tresca col dottore, poco tempo prima, uno di quegli inghippi amorosi che inzeppano paesi come Castrocozzo (e che danno da parlare per mesi e mesi).

Ed ecco che si comprese chi era, nella testa malata della Metilde, il famigerato dottor Guillotin di cui era stata amante.

E tutti a dire: “ma la Metilde! Con settantaquattro anni! E con il dottore poi, grassoccio e pelato, d’accordo, ma l’avrà sì e no una cinquantina d’anni”.

Si parlava davvero del come e del perché, tanto più durante la nevicata di marzo, quando si stava rintanati al bar a bere fino a tardi.

Faust no. Non poteva pensare alle mani del dottore che esplorano la schiena nuda della madre sovrastando le asperità della pelle raggrinzita, le scapole che spuntano fuori dalla carne…quelle stesse mani che sfiorano le poppe avvizzite, le chiappe flaccide, le unghie incarnite e sporche dei piedi (“eppure l’ho vista proprio con questi occhi, truccata da far schifo, con cipria rossetto e fondotinta, fard, rimmel e le altre porcherie che trasformano le femmine in pagliacci tragicomici, l’ho vista davvero”). Va bene che la madre potesse avere una vita sessuale. Ma essere costretti a immaginarsi la madre nuda, leccata dal dottore, palpata, penetrata…questo lo faceva impazzire.

Viveva così, la Metilde, sporca e matta come un cavallo, nella coscienza di aver ucciso il suo figlio più caro. “È un fardello necessario, il male che non può essere vinto. E cosa siamo noi, se non gli artefici di una volontà più alta, microbi di una malattia universale che coinvolge ogni cosa?”. Poi, rivolta alla nonna: “Penso che ogni madre dovrebbe avere in cuor suo la forza di donare la pace ai propri figli, se li ama davvero”. A fine settembre fu internata nel reparto malattie mentali della clinica San Martino di Pizzengo, stanza 71, e nessuno trovò mai il coraggio di dirle che suo figlio l’avevano trovato il nonno e il Vanni, una mattina, impiccato.

 C’È UNA CONSTATAZIONE

Uscita dal baco della grazia cadendo hai versato inchiostro sulla schiena del mondo, vomitato gli ultimi amanti, ripudiato il tuo dio impagliato, e ora ritorni da questa parte nel buio logico di un vestito da sera, danzando tra gli dei di un Whalalla di infermiere, tirando gli ultimi. O forse era il paesaggio di tralicci e fili a sentenziare ancora un poco “mezza nuda, all’angolo della corsia, quanto ti ho amata”, o le punte dei piedi sottili, i muscoli duri tesi alla farina della strada, la flebo, l’auto che luccica da lontano, come una carrozza. È una stupida follia vivere, e morire la saggia consuetudine.

 C’È UNA CARATTERISTICA FARNETICAZIONE DI METILDE UMBILK

(o morte!)

non muoiono (né vivono), ebbene no, sciocchissimi umoni, razzia di mylordi, scibecche e gualdrappe di lino cinnano i piedi, sfrangiano e sirigirano: allora io, compita, io mesco i pianti e fraternizzo con la morte umanamente (ut mortaliter), penombreggiando in thou foooggyyy sky. Vengono per commiserarmi, vengono a ungermi, a benedirmi. E mi sigillano nella terra, già pronti con insensi e crosifissi kuesti skifosi parenti e io, io sciabordo i tinnuli orifizi del mio corpo, vagina compresa, e mostro il culo!

 C’È LA RICHIESTA DI UN GRUPPO DI BAMBINI A UN VECCHIO, AFFINCHE’ GLI ILLUSTRI LA GUERRA

Oh raccontaci ancora della guerra, dei morti e delle resurrezioni fallite di christi stramazzati e baionettati come fossero spettri nei nostri sogni come fossero bambini timidi e vigliacchi riscattati dal coraggio che rende idioti e prossimi alla morte raccontaci ancora della prima guerra della guerra civile e di come la nostra terra fu squassata dall’impeto delle parole.

 C’È NONNO UMBILK CHE ILLUSTRA LA SUA GUERRA

Come si cuopre e discuopre il cielo con le nuvole infinite io non vidi li Ughi né i Catellini, i Filippi, i Greci, ma sentii per anni l’ultracotata schiatta dei teutoni (e aggiungerei che quello era un paradiso, miei cari, un paradiso fatto di bestioni uno e novanta per cento chili fatti secchi dalle nostre baionette). E vidi gli Arisaka, gli Enfield e i Mauser e i Mosin-Nagant spargere il sangue dei giovani, vidi i Fokker levarsi nel cielo infuocato e il fiume Atanor insanguinato. Non fui con Blériot sulla Manica per la coppa Schneider né guardai Richthofen esanime nella carlinga del Sopwith Camel che Roy Brown abbatté il ventuno aprile del ’18.

Io vissi l’Aprile di sangue dal buco che mi ero costruito nella terra, codardo e impaurito come una bestia zoppa (fece una pisciata lunga da qui a domani, contro il muro, nell’angolo, chiedendo scusa a tutti): si stava rintanati nella poltiglia, nel fango, nello sterco delle bestie coi mosconi che flagellavano la pelle e peraltro infreddoliti, coi piedi ghiacciati, lividi, ma pur sempre si trattava della guerra, porco il diavolo e l’infernaccio suo!

“Pigghiati dui o tri ziovinozz ’ imbecilli e vai”, disse il capitano, mezzo morto per la dissenteria, bianco cadaverico, con un occhio che guardava sempre a sud. E si cantavano inni manichei per quelli a cui veniva assegnato il pretivendolo per l’abluzione o l’estrema unzione (“io non sono cattolico, razza di un becchino con le gengive arrossate, babbuino mortifero e claudicante, non sono ortodosso né ebreo, io sono un contadino, un vero infedele”). E si tirava a campare per spassarsela con le prostitute (si leccò la mano mettendosi il sigaro in bocca e disse merda quanto siamo invecchiati). E si parlava di babbei e mammalucchi che si sfiancavano nei campi mentre noi si faceva il lavoraccio latrinoso per tutti, “se c’è da dare una bella ripulita a questo mondo di merda chiamano quelli come noi, e ci strappano dalle campagne, e ci promettono che saremo noi i figli gloriosi della Patria”. Ma che poi le punture degli insetti ti squartavano il culo mica lo dicevano. E me ne tornai a casa da vincitor, prode della patria, nella luce della gloria etterna che mi consegnò alla storia, prima che quei miserabili preparassero un’altra guerra.

 C’È UNA POESIA GUERRESCA ANONIMA

mappa_citera

Chiamavamo a raccolta le voci dissipate

sulle sponde brulle e insettivore degli stagni,

nei campi gracidanti canzoni sgraziate

(e sulle vostre pietre, perduti compagni)

dove gli stenti delle torce tenute dalle madri

ricordano fantasmi di trattori e aratri

abbandonati nei fossi della mulattiera

che da Sabbione conduce alle forche di Citera.

 C’È UN INCENDIO AL PODERE

Non le dico la disdetta, la stizza. Mi sembra ancora di sentirla, mia mamma: “Comunque ho vissuto la cosa con serenità, magari piangendo un po’ facendo l’inventario col perito dell’assicurazione…”

Si figuri che l’avevamo appena fatta benedire…qualcuno l’aveva anche detto che porta scalogna toccandomi la cerniera della giacca, sbattendo la palpebra sudata, raccontando particolari commoventi: eccola qui com’era, nell’ultima fotografia, con la palma, il pollaio nuovo e i bambini che giocano (cercando giustificazioni per l’intonaco rovinato, la ringhiera del balcone arrugginita, il cortile immerdato che non ci siamo mai curati di ripulire).

***

A destra gli omini ancora appesi nell’armadio nel profumo di pollo fritto, d’incenso (ah,sacrum). Lì vicino brandelli di orsacchiotti, tende, tappeti mai visti…sulla sbarra dimenticato il solito ombrello, un mazzo di chiavi (e dire che quando le cercavo io potevo girare un’ora, rovistando tra caramelle, stracci, chiodi…imprecando…).

***

Le carte da scopa quasi tutte bruciate (riconoscibili solo un settebello e un mezzo re di coppe accartocciato) insieme al vestito della cresima, il giorno più brutto della mia infanzia (“ma non mi dica…davvero…pensi che per la comunione di mio figlio eravamo trenta, a tavola, e mia moglie cucinò un bel bollito misto…dopo un’ora si era già tutti ubriachi, a cantare…”).

***

Dietro la carcassa dell’armadio un 45 giri del ’67 ancora integro, solo un po’ piegato dal calore (e una sciarpa rossa, che ormai mi ero convinto di avere smarrito).

***

E quella poltiglia lì, nei resti del comodino, era una Madonna di Lourdes con acqua benedetta. – Ma pensi che bravo il nostro Butirro, si è ricordato di noi…dalla gita ci ha portato un bel crocifisso, due ceri rossi, una bellissima immagine di un santone indiano e una preghiera in sanscrito (che non c’entravano molto…) (…comunque…vede queste tre parole?…queste qui, mezze ingiallite? significano “pace che sorpassa l’intelligenza”; nessuno di noi aveva pensato seriamente di tradurle…). E quelli sono i bulletti che lo tormentano, gli scemi del bar. È vero che sembra un po’ deficiente, coi pinocchietti e i capelli rasati a metà, ma ha un gran cuore. È davvero un bravo ragazzo lui, di quelli puri.

***

Ma guarda…avevamo anche tenuto la fotografia della nostra prima gallina, quellacattiva, mentre i bambini la rincorrono in cortile…non ho vergogna di dire che sono attaccato ai ricordi. Guardi, ho conservato per dodici anni il biglietto del primo film visto insieme a mia moglie, proprio qui, nel portafoglio…

***

Questa è la cucina, là stava il frigorifero, nell’angolo la televisione. In mezzo il tavolo e sopra il cesto con la frutta. Se osserva lì in basso ci può ancora trovare le bucce annerite, i semi di mandarino, una mezza banana…

***

Il perito dell’assicurazione è quell’uomo sulla cinquantina che cammina sul mio letto annotando cose.

***

La nostalgia non sarà da uomini, come diceva mio nonno, eppure mi sembra ancora di vedere la mia stanza chiara come il giorno in cui il Vanni la imbiancò (e non è un solo fatto di nostalgia o di piagnucolare, sa, ma i dipinti, i quadernetti, i libri, i soldi nel cassetto…). E poi guardi qua, venga un po’ a vedere, il ciliegio morto scampato alle fiamme accanto ai quadri inceneriti…Non le sembra crudele?

***

Va bene che la Vostra Compagnia…i vostri, come dire…soldi…eppure vederla così, uno scheletro nero, mezzo carbonizzato…e poi non ho mai capito chi fosse tutta quella gente che andava e veniva ciarlando con mio nonno di galline, pomodori, mucche, cavalli, peperoni…né ho mai sopportato i muratori attorno, buoni solo a battere colpi e strillare subito dopo pranzo, quando avrei voluto scrivere, leggere, dormire in santa pace…

[A dire il vero sono già impaurito dall’idea della nuova casa in città, col parquet chiaro e l’art decò, che sentirò davvero mia dopo morto.]

 C’È UN FLASHBACK SULL’INCENDIO

Qui brucia tutto, c’è un cazzo da fare. E io già mi vedo rovistare nella cenere per trovarci parole carbonizzate di frasi spezzate a metà, il ciarpame del Vanni, la sedia a dondolo della nonna e le statuette della mamma, per le quali posso dire di aver penato inutilmente. Già mi vedo ritrovare oggetti creduti dispersi: penne stilografiche, armi klingon, scarpe da calcio, bottiglie vuote, parastinchi e cavigliere. E non si tratta di essere bambinoni o immaturi…“Guarda, sto già pensando alle persone bruciate nelle agende, che non rivedrò mai più, e alla letteratura che aleggia nell’aria: ha figura di nevischio nero, ma lento, dondolato in cielo per posarsi sull’orto o sui tetti dei capanni”.

***

Il giovane bracciante nero un podista, un maratoneta, fradicio per lo sforzo immane della corsa, però schizzando a razzo come un centometrista dai blocchi al colpo di pistola, negli sterrati fino in paese, per avvertire qualcuno.

***

I polmoni accesi, saturi di napalm…e pietre, pezzi d’inferno o campagna, la fiaccola che si smorza, nel buio agonizzante (lo scarto tra l’idea e la resistenza, il lattico, l’asfissia…); lascia che altri raccontino della perdita, di quanto la sconfitta incuta. E delle maledizioni sulle scarpette, dei chiodi, delle medaglie…poi quando la morte apparente esplode in gola le prime baracche di Atene…le grida…il terriccio che raccoglie lo svenimento, l’impronta. La natura che si spezza come il nastro, al traguardo.

 SOUVENIR DALL’INFERNO

Sono riemersi i playmobil. Però neri e spettinati, coi vestiti stropicciati dall’usura e il cordoglio nei polsi rotti (forse il Vanni col rastrello, o il vento forte…). Io tornato da poco…cinema-trattoria-birreria…ancora un po’ profumato, i capelli a posto rigidi per il gel (dolcemente allibito dalla scena, come frastornato dopo quattro o cinque birre). Tenerli sulla mensola? Inumarli? Già belli intirizziti per il freddo, carbonizzati, col fortino livellato al letto del rogo, l’indiano e l’operaio fusi in un’unica matassa…“almeno il cow-boy senza testa e il nordista con la gamba scollata…”; difficile ammetterlo ma ecco sulla guancia un lacrimone, inatteso. Ma che vero. Perché adesso sembra facile fare i duri,  gli omaccioni, i senza cuore, sembra facile perdersi in ricordi  spleen  boiate da fotoromanzo…ma qualche decisione, anche sui playmobil, bisogna prenderla. Fare un bel respiro, assumersi le proprie responsabilità, premere la barra del cassonetto…

 C’È IL VECCHIO UMBILK CHE CONVERSA COL PERITO

Mi facesse la gentilezza di controllare, musù, che qui non troverà traccia alcuna di frode. È stata una miserabile disgrazia, musù, di quelle che né io né tantomeno lei avremmo potuto prevedere. Glielo dicesse, ai suoi superiori, che qui si è brava gente di campagna, che lavora la terra e non conosce la sicumera, specie adesso che ci è venuto a mancare uno dei figliuoli più affezionati. Glielo facesse sapere, che non abbiamo intenzione di rubare niente a nessuno, menchemeno a rispettabilissimi signori quali voi sareste se vi guardassi da un altro punto di vista. Gradirebbe un caffè, un tè, un vermut? Guardava tra le macerie, specie nel cumulo di cenere che erano i mobili della cucina.

Se volesse farmi l’accortezza di seguirmi…ecco guardi, è bruciato tutto, persino il ferro. Li vedesse, il dondolo, le statuette che mia figlia amava tanto, i crocifissi di mia moglie, sui quali tanto abbiamo pregato. Ah, l’incendio. L’avesse visto musù, come un mare di vetro mescolato al fuoco, e sul mare di vetro quelli che sembravano morti e ora son vivi. Quelli che cantavano canzoni andando per i campi a raccoglier fiori, li avesse visti musù, correre con i secchielli d’acqua, gridare, piangere. So cosa pensa. Che ora prenderemo i soldi e metteremo su una cascina più grande. Ma vede, io sono troppo vecchio per pensare di rimettere in mare questa barca in malora. E poi nessuno mi potrà restituire la mia poltrona, il mio tavolo.

Capisce musù? Qui non si tratta di una poltrona o di un tavolo qualsiasi, ma della miapoltrona, con l’odore che mi piaceva di sentire, del mio tavolo, con i segni che lo Steno aveva intarsiato con un cacciavite da piccolo (lo sapesse, musù, quanto lo abbiamo sgridato, lo sapesse. Ci vuole disciplina per i giovani d’oggi. Insegnargli a comportarsi, altroché. Ma guardi qui, una p e una m, papà e mamma, capisce? Ci si affeziona, a queste cose). E poi mia moglie! Lo sapesse quanto ha pianto. Glielo dicesse ai suoi superiori che ha pianto tutto ieri, e che poco ci mancava che bastassero le sue lacrime a spegnere il fuoco. Mi creda musù, mai vista una moglie piangere tanto. Ma io musù sono cresciuto nel fango, tra gli stenti, lo sapesse che ho acquistato il mio primo bancone per gelati senza una lira in tasca, firmando pagherò su pagherò. Eppure ho sempre pagato fino all’ultimo soldo. E adesso si figuri se mi metto a piangere. Piangono le donne. Ma gente come noi. Illustrissimo Dottore, gente come noi non può piangere, perché ne va della nostra pubblica attendibilità. Nevvero musù? Mi dia ascolto, qui proprio si tratta senza dubbio di una disgrazia…guardi pure, controlli, rovisti tra i tizzoni, la cenere, vedrà che si sarà trattato di un cortocircuito, una sigaretta lasciata accesa sul divano, una candela…(Anche se a volte, glielo dico sottovoce, ho avuto come l’impressione che i vicini fossero invidiosi di noi, dei nostri campi, delle nostre vigne. Lei mi capisce, vero musù?).

 C’È UN FRAMMENTO DI DIFFICILE ATTRIBUZIONE

Fuggito // ma dove? // gli occhi spalancati, a guardare // ma chi? // uscito una mattina senza salutare, la pancia gonfia di qualcosa, già sbronzo a mezzogiorno, a vomitare nel capanno degli attrezzi. “Non ti riconosco più, ma guardati…” mi sono perso nelle strade di città, tra la folla…gli uomini, sempre loro…scodinzolando, gli eroi, i passanti distratti, i due tipacci che mi prendono a botte…mi gonfiano, mi conducono di fronte alla mia cattiveria, mi guardano lì, pietrificato dalla paura, atterrito…non ho più causa, razionalità, in un metro di marciapiede verniciato di piastrine, globuli rossi, ossigeno. Momento senza umanità o l’umanità ci ha lasciati, una volta per sempre.

La morte è semplice,
il difficile è morire.
Antica massima Jedi

 C’È UN RESOCONTO DI CIO’ CHE SUCCESSE DURANTE IL SUICIDIO DI FAUST

1. Per cominciare tornare indietro, al mattino del giorno dopo, al momento di organizzare le idee. Qualcuno corre nudo in bagno…un’ombra, un padre…mal di testa incalzante, pruriti ovunque, specie nelle parti basse. (Ripensato alla fine, all’arrivo, come a un momento distante). Fuori odori cattivi di primavera, grugniti. Sentori di dimenticanze, assenze, barcollando dal soggiorno in cucina. Ma le galline! Farle prendere aria, nutrirle, ripulire il pollaio sporco, lurido…poi accendere la tv, la radio, mettersi a leggere il giornale, un libro…a metà mattina che noia (il Vanni che mi chiede di aiutarlo, il nonno che mi costringe a caricare la verdura sul camioncino). Ancora da sbrigare le questioni essenziali: fare colazione, rovistare qua e là, vestirsi di tutto punto per uscire.

Uscire esco, ma per andare dove? Certo si potrebbe passeggiare un po’, girare per le strade del centro, guardare vetrine, spingersi fino alla piazza…non si sa mai chi si può incontrare, verso sera, sotto i portici.

(Mi dicevi preferisco morire, crepare come un piccione, annegare nella merda, nella cocaina, nelle poesie d’amore).

Ma guardalo, il deserto che incalza tra le rocce, il cemento che brucia le foglie degli alberi…qualcuno che vende la droga della buonanotte, quell’altro che muore troppo tardi (e senza pagare il conto), i turisti che perdono il tram…(cosa siamo noi, a cosa sembriamo, adesso?)

Più spesso ascoltavo Butirro commentare l’arrivo della primavera con le rondini, gli insetti, le api sull’albero (col fastidio del ronzio e tutto il resto)…“si potrebbe riconsiderare il mondo col metro dei bambini…questo è un cavallo molto grande, questo è un campo da calcio immenso…ecc…”.

Intorno a mezzogiorno è ora.

Il bello è che niente sembra cambiato. Neanche la sedia vuota, i vestiti ancora caldi, il bicchiere con le iniziali o la sambuca lo ricordano. Neppure la poltrona col mezzo pacchetto di marlboro e i fiammiferi, il calendario con la semina del mese, il fazzoletto con le sue iniziali.

2. Verso sera la spesa…in verità non vedendo l’ora di tornare a casa, credo per via del neo spuntato sulla guancia, qualche colpo di tosse, l’amaro in gola…(un tumore…una malattia fulminea…) (ma guarda te cosa vado a pensare mentre compro una camicia azzurra da abbinare ai pantaloni per il matrimonio di una cugina di terzo grado). Provato, stanco, debilitato. Testando il respiro con lunghe boccate di Muratti trovate sul tavolino del bar, accanto a una bottiglia di china martini lasciata aperta, col tappo in terra (questo non so come c’entri…).

3. Alla fine deciso per la città. Passeggiare in centro può risultare diabolico: qualcuno che chiama, fermarsi a fare conversazione…“Non è scortesia, sa, ma davvero non so perché l’abbia fatto…io…mi creda, gli siamo stati vicini fino all’ultimo” – giocherellando col braccialetto, i cerini, i baffi, passandomi goffamente la mano fra i capelli. “Ma così all’improvviso, così solo…” – sperando addirittura nella pioggia, confidando in una domanda meno imbarazzante, magari sul perché ridendo tenessi una mano di fronte alla bocca (per via dei denti, della vergogna).

[…]

Inevitabile poi incontrare parenti e amici, i colleghi, le amanti…“tu devi essere l’amico…il cugino…il compagno di sbronze….”. Può sembrare strano ma non mi toglievo dalla mente il nostro cane investito, rimasto tre ore sul ciglio della strada: in primo luogo non riuscivo a spiegarmi come non l’avessero notato, schiacciato sull’asfalto col cranio rotto… e poi come  avessero potuto chiamare la madre, il padre, lo zio, lasciare che lo vedessero in quello stato…lo confesso, avrei più vomitato che pianto. A noi soltanto una telefonata (e meno male che ero nella vigna).

 CI SONO I PREPARATIVI PER UN FUNERALE

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Di un triste, il circolo parenti & vicini. Tutti agghindati con le facce caritatevoli, i capelli scarmigliati (una zia o una cugina persino col mascara colato insieme alle lacrime, ma macabra…). Un commercio di pacche, abbracci, baci repellenti sulle guance (proprio di quelli lumacosi…della zia della nonna, della cugina della nipote, della suora). Coi vicini premurosi, servizievoli, “se avete bisogno di qualcosa…qualunque cosa…” e i giocolieri, i saltimbanchi, i clown tremendi in giacca e cravatta, i ballerini e Butirro che urla “c’è del lavoro da fare, sveglia pigroni, sveglia!”…

Ma che strano vederli parlottare tra il water e il bidet, scuri, mentre preparano il caffè.

Quasi comico e tenero, poi, osservare il giovane Butirro consolare la mamma trattenendo il fiato, sbattendo le braccia.

“Oh ma che buono…sarà per via della moka…della miscela, dell’acqua, dei fornelli, della mano sapiente…” e avanti col chiacchiericcio, le lacrimucce, le soffiate di naso.

 C’È UN ROSARIO

Alle otto nella cappella. Ma schifosa e in rovina, con l’erbaccia e il puzzo di chiuso. I vestiti imbrattati per la pioggia. E quel tipo col naso grosso, il reverendo scuro che ciarlava con un piccolo crocifisso luccicante tra le mani. Un po’ d’aria alle otto e un quarto. E se smette di piovere, una resurrezione alle nove. “Lo metteremo nella tomba di famiglia, nel piccolo cimitero di San Paragorio, come ha deciso la madre” (Lui dice) Poi ascoltare il programma del prevosto, lo “state tranquilli avrà un’omelia come si deve, era un bravo ragazzo, il Faust” giocherellando col braccialetto, la catenina…“ma veramente io…” col Vanni ad annuire, il Gèp cupo col volto tirato. E poi via col rosario, con le parole sprecate che ricordano gli sproloqui di un vecchio pazzo.

Si può dire tutto il peggio di una tomba,
ma almeno è un posto riparato. 

 C’È UN FUNERALE

Il corteo è partito alle quattro col prete in testa e i parenti stretti, il sindaco e l’assessore, qualcuno dei conoscenti (ho rivisto la signorina F. e le ho portato il tuo saluto, come avevi chiesto). In terra la nausea delle foglie marce raccolte dalle suole dure è per il cielo e le bestie lo stesso male di sempre, la primavera importuna che stravolge le cose (e le fa sembrare stupidamente belle, quasi armoniose).

Comunque vieni giù al riparo dallo schifo verso di noi, il Vanni col cappello Borsalino del nonno e la giacca grigio topo, io nel mio orrendo pullover Galles sdrucito e umido appoggiato al palazzo di cemento sporco. Illogica la porcheria delle villette in collina con la piscina hollywoodiana luccicante quando c’è il sole, illogica la grazia di un funerale a Castrocozzo, semplice com’è semplice la morte (ho anche disdetto con la banda, ho chiesto per quanto possibile di non singhiozzare, di non parlottare).

pullover

***

Certo è orribile la litania, la sbrodoleria, la bava giallognola che gorgoglia dal labbro inferiore del prevosto mentre bofonchia l’eterno riposo tossendo, ma l’immondizia che fiancheggia il marciapiede di fronte alla Cassa di Risparmio, il mezzo pino morto, il vaso di fiori e l’aiuola assassinata dalle carte del Maxibon sono cose vere che galleggiano nel vuoto come dune sporgenti nel deserto del pomeriggio e lo fanno nostro. Quello che era il Sabbionasso, quello che sembrava prima del postmodernismo e degli albanesi, prima della Tim e della Vodafone (quello che era sulle scarpate del vecchio tranvai) è oggi francamente uno schifo di cassonetti e troie, un asilo di bambini denudati dal vento e rivestiti dalle madri in fondo alla piazza. Non c’è neppure più il tuo amico Elia, che d’inverno scendeva dalla chiesa con gli sci per andare al bar. Che cos’era il Sabbionasso.

 C’È UN CIMITERO

Il cimitero è per noi presunti vivi un posto da tenere d’acconto (coi giardinieri e i fiori e altre cose mai viste). Ma il bello è che mi piace. Non per le fotografie (che m’inorridiscono) o per il marmo (monotono). Neppure per le cappelle che portano i segni dei tossici (i lacci, le siringhe, ecc.) e dei ragazzini (qualcuno si è firmato Bin Laden sulla tomba del bisnonno, un altro ha cambiato il nome del Gino in Jim Morrison). Certo non per i cognomi e le date scritte col ferro (che ti costringono a essere quello che sei). Mi piace perché ci sono i rastrelli e le vanghe, e i maiali lì vicino che mi ricordano casa mia.

***

Comunque alle cinque cinque e un quarto era tutto finito. Sembrerà strano, ma quasi quasi mi è dispiaciuto.

***

Poi per l’aperitivo ci siamo trovati al Bar della Pesa, semichiusa in segno di lutto (le serrande abbassate, le cameriere taciturne e sciatte). Il barista ci ha accolti col suo grugno da lupo coperto dal pizzetto lusitano meno curato del solito, in piedi in fondo al bancone con gli zoccoli bianchi da infermiere e la sigaretta accesa nascosta nella mano. Abbiamo giocato a ramino e scopa insieme ai vecchi del paese, bevuto un po’ e fumato molto mentre il Gèp trovava nelle carte il senso di ogni cosa: “questo è il morto che parla, o dovrebbe farlo. In realtà vedi, è silenzioso e pensa alle cose sue”.

“E questo qui, fammi un po’ guardare – infilandosi gli occhiali, strabuzzando gli occhi, spegnendo la cicca –, questo qui è un cinque di picche, buono solo per far numero (al massimo, raramente, per la primiera)”.

Solo il settebello sembrava dare cenni di vita, agonizzante tra le dita luride del Vanni.

In fondo non ci eravamo mai curati di considerare quanto le carte fossero propriamente inutili.

CI SONO I SALUTI PRIMA DI ANDARE VIA

Oh,

hai salutato per me la vecchia Ada la Maria la Sandra i parenti di Scurzolengo le cugine gli zii il sindaco e tutti gli assessori hai salutato il maresciallo il console il proboviro  la Giorgia il Walter quel buon cristiano (che vada all’inferno)  hai avvertito il commercialista il notaio il prevosto il vescovo il macellaio? Che stiano alla larga da me  fino a quando non sarò un cavallo un cane un ratto un insetto un pelo incarnito una pustola.

No perché adesso dormo dove Sabbione piantò l’albero senza foglie, in cima alla collina, giù nella terra senza  nome e più sotto oltre le radici, nell’utero buio di acquamarcia che fu la dimora dei miei padri.

E gli altri che vadano dar via il culo.

albero

Prima di tacere

I racconti del Posto Pulito/13

Rubrica del lunedì (eccezionalmente di martedì)

 Un racconto di un anonimo frequentatore del bar Un posto pulito, illuminato bene

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Mec entrò nella cappella, fece ordine, si fermò a guardare il crocifisso. Uscì dalla cappella, prese la carriola piena dei resti umani mezzi decomposti catalogati con il codice FD4497H e s’incamminò verso il bollitore industriale. A metà strada si fermò. Vide il collega intento a imprecare con la vanga in mano a pochi metri da lui. Guardò il cadavere mezzo decomposto nella carriola.

Poi lui – o qualcun altro per lui – proferì le seguenti parole, pronunciando le quali non mollò mai l’impugnatura dai manici della carriola:

“Povero Cristo, era un cadavere d’una esuberanza infinita, aveva un aspetto trasandato e guasto. E poi la vita, di nuovo. Ho immaginato le sue mani liquefarsi, i suoi capelli infiammarsi come capocchie di fiammiferi. Nemmeno la sua ossessione più cupa, la sua vertigine…Adesso…proprio in questo momento…starà respirando affannosamente, tra santi e cherubini, cercando di urlare: lasciatemi morto ancora un momento, solo un momento, fatemi godere dei benefici dell’oblio…E pensare che era conservato perfettamente, la pelle corificata, l’espressione seria sul volto asciutto…adagiato su un catafalco profumato, la pietra pulita, i piedi e le mani lavate con l’aceto. Tempo qualche mese e avrebbe fatto i vermi, l’ipofisi e la lingua gli si sarebbero atrofizzate, i denti sarebbero tutti caduti! Ah la meraviglia! L’orrore! Lo sbalordimento!

Ah se avessi il coraggio, o la fortuna, ma chi ce l’ha? Verrà la fine del mondo e io ripulirò le tombe dalle ossa. Oh mondo! Che divertimento struggersi! Sì, voglio tormentarmi per il mondo, svenire incosciente e risvegliarmi sconosciuto, voglio abolire rinascite e resurrezioni, mantenere il mio cadavere giovane e allegro, informarmi di tutti i più adamantini processi di mummificazione! Ah, quanto si stava meglio senza di te, Dio! Ah come morirò, superiormente! Con quanta grazia, quanto imputridimento! Sì, d’accordo, perderò i capelli…le unghie…ma con un entusiasmo senza eguali! Morte, morte, morte! Addio Paradiso, addio discepoli, addio dolci signore, addio notte, addio, addio, mille volte addio!

E allora dio quanto mi è lontano, se mi ha dotato di una salute di ferro e di un corpo perfetto? Sybilla! Sono in balia delle tue parole; e allora avanti, mia simile, mia consciagurata, prendiamo fiato e strilliamo insieme la nostra battuta!”

C’era un campo di grano, lì vicino. Mec mollò le impugnature della carriola, fece cinquantasette passi, si fermò, accese una sigaretta, penetrò nel mare giallo sullo sfondo di un temporale primaverile; le onde gli arrivavano alle ascelle. Si guardò intorno, sperimentò una sensazione di galleggiamento, pensò che i colori della natura potevano rendere incredibilmente bello un qualunque posto di merda. Abbassò la cerniera della tuta da lavoro, pisciò sulle spighe; in quel momento decise che non avrebbe parlato mai più.