L’ottimismo del Vicolo XI

Una favola per bambini di Sabbione e dintorni

vicolo XI

L’ottimismo, dopo essersi generato durante la notte in forma di bozzolo, divampò per tutto il vicolo XI come un virus incontrollato, di porta in porta, di bocca in bocca, silenziosamente, un giorno che era cominciato con una pioggia battente. Lì si profuse attraverso le condutture, aderì ai muri e irrorò gli orti, si distese sulle strade e occupò i pensieri degli abitanti. All’alba un netturbino rumeno, forse presagendo la portata dell’evento, scardinò tre cassonetti e poggiò la prima pietra di un tempio in suo nome, un mattone rosso su cui incise le iniziali A. M. Alle nove i primi studiosi cominciarono ad analizzarne la composizione e la struttura: scoprirono che l’ottimismo era costituito di un materiale intelligibile composto da tutto ciò che non può essere percepito nel mondo sensibile. Decine di studiosi intervennero, convocati dalle autorità o dai semplici cittadini; prelevarono campioni di capelli e di epidermide, terriccio e fili d’erba, gatti e insetti. La relazione stilata in tempo di record stabiliva che l’ottimismo era ciò che in senso proprio non si può conoscere ma che tuttavia è necessario pensare come concetto limite del nostro conoscere; non se ne poteva avere un’intuizione pura poiché la sua essenza, per natura naturata, era sconosciuta e inconoscibile. Pensammo che fosse una spiegazione esaustiva e plausibile; quando resero noti i risultati molti tessero le lodi della preparazione scientifica dei nostri accademici. Quella mattina la gente cominciò a bagnarsi, per via della pioggia. “Che pioggia meravigliosa”, dissero gli abitanti del vicolo XI. “E l’umidità è ancora meglio, se ti aiuta a respirare e a depurare la pelle”, disse la Signora Busĉo, che abitava al numero 7 del vicolo XI. Ora forse avvertendo un vago senso di idiozia nell’ambiente circostante, forse per paura che qualcuno dei cittadini potesse compiere gesti sconsiderati, l’ottimismo non si svelò interamente ma si barricò in parte nei cuscini e tra le lenzuola delle abitazioni, e quello già profuso evaporò lentamente verso l’atmosfera per divenire tutt’uno con le nubi e ridiscendere come pioggia. Questo processo di transustanziazione avvenne alle undici di quella stessa mattina. Poi l’ottimismo piovve su tutto il vicolo per due ore incessanti, penetrando nelle case attraverso gli interstizi tra i coppi e le canne fumarie, contaminando ogni essere umano, artificiale e inumano. Verso mezzogiorno era uscito il sole e uno stupendo profumo di viole invase i vicoli di Sabbione. “Che sole meraviglioso”, pensarono gli abitanti del vicolo XI. “E asciuga l’umidità, che per quanto faccia bene dopo un po’ penetra nelle ossa e causa problemi alle articolazioni”, aggiunse la Signora Busĉo. Questa dunque era la situazione. Ma le circostanze erano molteplici, perché l’ottimismo si fece sempre più invadente e contagiò anche un regista locale di nome Golz, celebre per i suoi cortometraggi contraddistinti da una tensione e da una tragicità dell’esistere, che di lì a poco si tolse la vita. Lasciò un biglietto struggente che le case editrici si contesero a suon di quattrini e recensioni. La spuntò una multinazionale dell’Editoria appoggiata dal Gerarca, che commissionò a una serie di giovani scrittori l’interpretazione dello scritto. Attorno al biglietto d’addio costruirono un romanzo post-moderno e isterico che nessuno lesse ma fu un caso letterario molto alla moda. La questione s’accese negli ambienti che contano; come faremo a disperarci, si chiedevano gli intellettuali, a provare quel sentimento di depressione e fallimento che caratterizza le nostre vite? La vicina di casa – S.ra Maleo – raccontò alcuni retroscena della vicenda. Subito si fece strano, disse la S.ra Maleo, dubitò di Kierkegaard e Schopenhauer, di Francois Truffaut e della storia dell’umanità, dubitò persino del suo materialismo. Uscì sul terrazzo e guardandomi negli occhi, con l’aria trasandata, chiese: “Se disperarsi non ha più significato, a cosa serve vivere?”, disse proprio così. Gli abitanti del vicolo XI si sentivano meravigliosamente, i calli dell’Avv. Flagoj sembrarono ammorbidirsi, i reumatismi della S.ra Ronkioj si diluirono con un bicchiere d’acqua fresca e ottimista. In generale era davvero una giornata meravigliosa, e nessuno, tra gli abitanti del vicolo XI, aveva voglia di andare a lavorare. Gli abitanti del Vicolo XI erano:

La famiglia Busĉo
La famiglia Farioj
La famiglia Ronkioj
I coniugi Nikteroj
La famiglia Kuseno
La vedova Curlikoj
La famiglia Flagoj
I coniugi Iombuleo
La famiglia Kurtaj
La famiglia Fertiroj
La famiglia Galopi
I coniugi Maleo
La famiglia Domaĉoi
Il ragionier Kanutoj
La famiglia Iompiroj

Quella stessa mattina invitarono tutti gli amici e i parenti affinché anch’essi potessero condividere il fenomeno e beneficiarne.
In breve tempo la notizia dell’ottimismo si diffuse un po’ dappertutto. Qualcuno raccontava di aver visto uomini volare sul cielo del vicolo XI, altri canticchiare e fischiettare, altri giocare allegramente coi bambini, ma questo non impressionò nessuno. Qualcun altro raccontò di aver visto gli abitanti del vicolo immersi in monili e cornucopie piene d’oro, diamanti, aspirapolveri ad acqua, telefonini touch screen e televisori al plasma con abbonamento a Sky gratuito per i primi sei mesi. La gente allora cominciò a incuriosirsi. Gli abitanti di Sabbione e dei comuni limitrofi cominciarono a trovare interessante il fenomeno: “andiamo a vedere com’è sto ottimismo”, si dissero, e si diedero appuntamento al vicolo XI. In due ore una grande folla si radunò nella stretta strada. C’erano i soliti uomini donne e bambini e anche qualche vecchio, e tutti volevano i telefonini e le tv al plasma con l’abbonamento a Sky. “Benvenuti nel vicolo XI!”, annunciò con un megafono il commendator Fertiroj, responsabile del comitato di benvenuto. “Vogliamo i telefonini touch screen!”, urlavano gli avventori. “Qui non ne troverete, ma troverete serenità”, rispose il comm. Ronkioj. Si accese un parapiglia. Dovettero intervenire i vigili per allontanare i facinorosi e i volontari della croce verde per soccorrere quelli colti da cali di pressione e lipotimie; gli abitanti del vicolo XI cominciarono a pensare in grande. Qualcuno considerò di progettare un grattacielo per ospitare quante più persone possibili. Un altro sfruttò l’occasione per invitare la gente in casa a provare l’ottimismo, sotto ricompensa di 150 euro. Ci furono molti altri progetti, ma nessuno fu realizzato. Dopo pranzo il diacono del quartiere, che abitava nel confinante vicolo X, osservò la situazione e si preoccupò; convocò alte sfere ecclesiastiche, tra cui un vescovo e un cardinale, che esaminarono attentamente la situazione e si preoccuparono. Intanto la costruzione del tempio era proseguita e verso le tre del pomeriggio fu ultimato, costruito con mattoni a vista nel centro del vicolo XI, proprio di fronte alla vecchia cappella cattolica, dedicata a un santo minore dal nome impronunciabile; era un tempio molto ben fatto, e molte persone fecero un’interminabile coda per portare onori e doni all’ottimismo. Poi ci furono più che altro reazioni. Alcuni abitanti definirono la cosa in termini radical chic e presero a leggere Wittgenstein, Viktor Frankl e Max Stirner, relegati negli angoli scarsamente illuminati di locali psichedelici o di abitazioni eco-compatibili. Altri si dimostrarono scettici e restarono a casa a guardare la televisione. La cosa sconcertante, perlomeno da una prospettiva per così dire provincialistica, fu che l’ottimismo, generatosi nel vicolo XI, non si estese ai vicoli confinanti, suscitando invidie e gelosie; inoltre, poiché aveva intaccato ogni centimetro quadrato del vicolo XI, chiunque entrasse nella strada ne era investito come da una piacevole brezza subitanea. Chi ci abitava, ormai impregnato, ne subiva i benefici anche quando lasciava la strada per andare al lavoro o a comprare il pane. Viceversa chi passava in automobile o a piedi, quando usciva dal vicolo veniva immediatamente colto da depressione e ansia, entrambi sentimenti confluenti in durature crisi di astinenza. Gli abitanti del vicolo XI, e con loro tutti gli amici e i parenti, erano felici e fiduciosi. Smisero di pregare e reclamare e cominciarono a suonare Outlandos d’Amour nel cortile del Geometra Baruch, conosciuto da tutti per via delle sue manie musicali. Verso le tre e un quarto il cardinale passeggiò lungo i marciapiedi del vicolo, camminando da una parte all’altra della strada quattro o cinque volte. Il vicolo XI è lungo all’incirca trecentotrenta metri. Ordinò che si preparasse una funzione. Fu fatta messa dopo tre quarti d’ora, ma non presenziò nessuno. Magliette di Kierkegaard e Leopardi furono bruciate, bavaglini, perizomi e tutine di Schopenhauer e Feyeraebend furono gettati nella spazzatura, crocifissi e madonniere furono asportati e sostituiti da adesivi dell’UniEuro. Qualcuno la buttò sulla psicologia. “Quali saranno le conseguenze?”, “Ci saranno delle conseguenze?”, “Saranno conseguenze positive o negative?”, “La gente andrà ancora al cinema?”; erano queste le domande più frequenti. Altri rispolverarono teorie darwiniane sull’evoluzione delle specie. Si prospettarono grandi mutazioni fisiche in relazione al mutamento d’umore: quattro polmoni come minimo per far fronte alla corruttibilità dei primi due, forse la forma del cranio allungata o appiattita, un paio di peni per gli uomini e un paio di uteri per le donne; l’ottimismo, si disse, vorrà molti più figli. Anche la lingua si sarebbe modificata in funzione di nuove parole quali fiducia, speranza, certezza, verità, parole abbandonate per le quali la pronuncia richiede una particolare conformazione biologica del palato. Si faceva un gran parlare davvero.
Parlavano tutti. Poi, verso le cinque di pomeriggio un fatto sconcertante si verificò ai confini del vicolo XI: protagonisti furono due bambini candidamente appartati dietro a una siepe e intenti a coccolarsi gioiosamente.
“Cosa diavolo state facendo?” Chiese un vigile di presidio sul luogo.
“Ci stiamo toccando”, rispose il bambino.
I due bambini (un bambino e una bambina, appartenenti rispettivamente alle famiglie Flagoj e Galopi) erano appartati e ci davano dentro, davvero una scena disgustosa.
“Ma che cristo, avrete sì e no dieci anni”, disse il vigile. Parlava guardandosi bene dall’entrare nei confini del vicolo XI.
“Io ne ho dodici. E lei ne ha undici”, rispose il bambino. Naturalmente i bambini erano dentro i confini del vicolo XI.
Nel frattempo arrivarono altre persone tra cui la bellissima Sonia F., giornalista e conduttrice televisiva di chiara fama, in compagnia del suo maturo e ricco compagno.
“Che carini”, disse Sonia, “dovremmo farci un servizio. Si vogliono così bene”.
“Chi lo dice?” Chiese il bambino.
“Intendevo, beh, questo è amore, l’Amore”.
“Figuratevi se ci lasciamo rincoglionire da queste sciocchezze da pessimisti”, disse il bambino.
“Questo non è amore, è divertimento”, disse la bambina. “L’amore è pessimismo!”, urlò ancora.
Ci furono alcune esclamazioni.
“Per la miseria!”
“Orcoboia!”
“Diavolo!”
Eccetera.
La situazione era molto tesa.
“Ma non è tua sorella?” chiese uno del vicolo X che li conosceva.
“Ma quale sorella”, rispose il bambino. “È mia cugina”.
Seguirono giudizi morali.
“Tutto questo è disgustoso”.
“Increscioso”.
“È inammissibile”, disse Sonia. “Cioè, voglio dire, se fosse stato amore allora. Ma questo”.
“Con dieci anni sì e no!”, urlò il vigile. “Non avete niente da dire? Non vi insegnano niente a scuola?”
“Penso che ce la stavamo spassando, qui, e ci avete interrotti”, rispose il bambino.
“Oh ma non ci posso credere, tutto ciò è intollerabile”, disse il maturo imprenditore.
“Per dirla secondo le pagine dell’Etica Nicomachea potreste definirla l’atto di un abito che non è conforme a natura”, disse il bambino.
“Siate ottimisti e vedrete”, aggiunse la bambina.
“Qui è il caso di scomodare un assistente sociale”, disse Sonia.
“I padri della chiesa”
“Sant’Agostino!”
“Sant’Anselmo!”
“Ma Darwin!” disse il vigile.
“Con dieci anni!”
“Dodici!”, urlarono i bambini
“E i vostri genitori cosa dicono?”, chiese il maturo imprenditore.
“L’aspetto tutoriale e parentale della vicenda è del tutto irrilevante”, disse la bambina.
“Irrilevante un cazzo!”, esclamò il vigile.
“Il vigile ha detto cazzo ah-ah-ah il vigile ha detto cazzo ah-ah-ah!”, esclamò il bambino. Il vigile fece per avventarsi sul bambino ma fu trattenuto da alcune persone.
“Ma poi cosa c’entra questa vostra cosa con l’ottimismo?”, chiese Sonia.
“L’ottimismo è accettazione della vita”, disse il bambino.
“L’accettazione della vita non è amore?”, domandò Sonia.
“L’accettazione della vita è vita”, disse la bambina, “senza prigioni o costrizioni”.
“Il piacere è vita, il sesso è vita”, aggiunse il bambino.
“Ma il sesso andrebbe fatto sempre, o quasi sempre, in maniera altruistica”, disse il maturo imprenditore.
“Basta con queste stupidaggini, ho ancora un bel po’ di lavoro da fare, qui”, disse il bambino.
A quel punto in assenza dei padri della chiesa e di Darwin furono costretti a chiedere l’intervento di un plotone di assistenti sociali. Gli assistenti sociali interrogarono i bambini e li fecero salire su un’automobile blu. Fu un’operazione necessaria, dissero. Li portarono in un collegio alla periferia di Sabbione dove i muri sono bianchi e asettici, i neon sciatti e lividi, c’è odore di bavaglini immerdati e i bambini sono tutti drogati, analfabeti, assassini. Era necessario.

Una cosa certa è che nessuno si chiese da dove venisse l’ottimismo, neppure quando fu chiaro a tutti che gli abitanti ne erano stati completamente contagiati. Ci furono molti incidenti. Molti abitanti del vicolo caddero da cornicioni o terrazzi, altri furono investiti da automobili, fulminati o affogati nelle loro stesse vasche. “Andrà bene”, dicevano, e morivano come mosche. Si concepirono molti bambini, cui sarebbero stati imposti nomi improbabili. “Non poniamoci domande”, dissero gli abitanti del vicolo XI, e nessuno se ne pose. Le corde flessuose dell’ottimismo legarono gli edifici del vicolo in un groviglio di tensione ed eccitabilità. Vennero schiere di ecclesiastici. “Perché non pregate più?” chiese il portavoce degli ecclesiastici, “Dovete pregare!”. “Confidiamo nella benevolenza di Dio”, risposero quelli del vicolo XI. “Dimenticate la collera divina!”, tuonò il portavoce. “Si aggiusterà tutto!”, risposero in coro gli abitanti. I più intraprendenti tra gli ottimisti scolpirono statue rappresentanti l’ottimismo, dipinsero volti di donna, scrissero odi e sonetti, canzoni e melodie, amarono profondamente. Agganciarono lanterne magiche alle finestre, svuotarono zucche e le usarono da portacandele, e chi non era impegnato a concepire un figlio si abbuffò e bevve tutta la notte. Arrivarono altri psicologi. Molti psicologi esaminarono gli abitanti del vicolo XI con test ideati nelle più rinomate università americane; distribuirono molte copie del test stampate su moduli in cartoncino azzurro e ogni abitante del vicolo fu chiamato a compilarne una:

Iniziando qualcosa di nuovo, di solito penso di avere successo
a) completamente vero – b) abbastanza vero – c) abbastanza falso – d) completamente falso

Le dimensioni del pene umano, mediamente, arriveranno a superare i cinquanta centimetri
e per le donne
Prendo atto che l’orgasmo femminile sarà una realtà di massa
a) completamente vero – b) abbastanza vero – c) abbastanza falso – d) completamente falso

Constato che con il passare del tempo le cose vanno sempre peggio
a) completamente falso– b) abbastanza falso– c) abbastanza vero– d) completamente vero

Gli uomini moriranno sempre, non importa quanto la ricerca medica si sforzi di lavorare
a) completamente falso– b) abbastanza falso – c) abbastanza vero– d) completamente vero

Le preghiere non serviranno più a nulla, poiché qualcosa di positivo accadrà comunque
a) completamente vero – b) abbastanza vero – c) abbastanza falso – d) completamente falso

Il futuro mi appare triste
a) completamente falso – b) abbastanza falso – c) abbastanza vero– d) completamente vero

Hai fiducia nell’umanità?
a) sempre – b) di tanto in tanto – c) solo prima di andare a dormire – d) no

La maggioranza delle risposte indicò che l’ottimismo aveva contagiato tutta la popolazione del vicolo. Erano test molto attendibili e nessuno si sognò neppure di metterli in discussione.
Venne l’esercito. Gli ecclesiastici e gli editori, appoggiati dall’industria cinematografica, fecero venire l’esercito. Il vicolo fu transennato e fu proibito ai numerosi curiosi di entrarvi; furono lanciati molti lacrimogeni e la calca in un primo momento si disperse. Chi si trovava all’interno del vicolo cominciò a piangere per via dei lacrimogeni; sgorgarono molte lacrime, ma erano lacrime di felicità ed entusiasmo. Nel vicolo XI l’ottimismo era alle stelle. I vecchi raccontavano ai bambini la parabola del ranocchio sordo. Il ranocchio sordo divenne un eroe. “Se siamo arrivati alla parabola del ranocchio sordo la circostanza è davvero grave”, disse il cardinale. Provarono a fare arrabbiare gli abitanti del vicolo XI; “non c’è futuro! Morirete tutti! Non c’è consolazione!”, disse qualcuno agli abitanti, e un gruppo di urlatori professionisti fu ingaggiato per urlare frasi del tipo:

“La verità è una contraddizione penosa!”
“Morirete eternamente, morirete e tuttavia non morirete, morirete la morte!”
“L’ipocrisia è morale!”
“Per non diventare molto infelici non pretendete di essere molto felici!”
“Considerate la cosa in sé!”

e molte altre. Diffusero canzoni di Aznavour ventiquattrore su ventiquattro, ma l’ottimismo non conobbe cedimenti o flessioni; la gente suonò Regatta de Blanc nel cortile del Geom. Baruch e tutte le donne danzarono, le più giovani sensualmente, le più vecchie saggiamente. All’alba del terzo giorno l’ottimismo assunse la forma di un maiale, forse per rendere più accettabile agli umani la sua parousia. Gli costruirono un recinto e lo accudirono, nutrendolo e lavandolo diverse volte al giorno, poiché emanava un odore davvero sgradevole. “Se l’ottimismo deve essere un maiale allora deve puzzare come un maiale, defecare come un maiale, vivere da maiale”, si dissero gli abitanti. L’esercito cinse il vicolo con due mura alte tre metri alla cui sommità furono posti aguzzi cocci di bottiglia; lasciarono uscire gli abitanti del vicolo solo con permessi speciali. Quelli del vicolo X e quelli del vicolo XII, che avevano schiumato rabbia, sghignazzavano davanti ai televisori e alle radio, oppure andando al cinema o al ristorante. Anche gli ecclesiastici sghignazzavano. Sghignazzavano tutti. Mandarono dei missionari a portare la passione e la sofferenza: “la disperazione è tutto! disperatevi! Senza disperazione non c’è religione!”, gridavano; “ma leggete Giobbe, lo Zibaldone!”, dicevano, ma dopo qualche ora nel vicolo iniziarono a gridare frasi come “perché disperarsi se dio esiste!”, e ancora “perché pensare male?”; si dovette recuperarli a forza e se ne persero due o tre, imbavagliati dalle note di euforia e fiducia. Alle canzoni di Aznavour gli abitanti risposero mostrandosi nudi e recando scritte sulla pelle simili a tatuaggi: “Amiamo ciò che è da amare perché è!”, “Il pensiero è potere!”, “Viva la Weltanschauung positiva!”, “La Soggettualità matura pensa il Bene sempre!”. Poi iniziarono i baci. Gli abitanti del vicolo XI cominciarono a baciare. Baciavano davvero tutti, sulle labbra, sulla fronte, sulle guance, sul collo. Baci eccitanti e austeri, affettuosi e nostalgici. Coloro che erano stati baciati venivano contagiati dall’ottimismo. Alcuni studiosi catalogarono circa sessantacinque specie di bacio diverse, alcune rarissime altre già classificate come estinte. Furono revocati i permessi speciali e agli abitanti del vicolo XI non fu più permesso di uscire, almeno fino a quando non fosse stato trovato un vaccino. Raccontarono molte barzellette sugli ottimisti, ma nessuna fece ridere. Nessuno rise. Per le strade c’era un profumo di arance e gli abitanti del vicolo XI cominciarono a provocare la folla che si era radunata all’esterno, sciorinando sentenze e proverbi. Qualcuno da fuori urlò: “ma non vi interessa sapere dove andremo? Perché soffriamo? Non vi interessa sapere perché c’è l’uomo?”. “Di che v’impicciate?”, ribatté il portavoce del vicolo. Sospesero l’invio delle derrate alimentari. Scarafaggi e ratti ottimisti imperversavano lungo il vicolo, le case ne erano piene. Il quinto giorno l’ottimismo assunse una nuova forma, e nella nuova forma tutti poterono mangiarne. Poi, lentamente, quando tutti furono sazi, l’ottimismo assunse la forma di case e palazzi, alberi e strade, fino a confondersi col vicolo stesso: l’ottimismo divenne il vicolo XI. Arrivarono con bulldozer e ruspe. Molte persone giunte da ogni angolo del Sabbionasso si incatenarono a lampioni e alberi, chiedendo di entrare nel vicolo; “vogliamo essere ottimisti!”, urlavano, ma la polizia gerarcale, armata di cupezza e inquietudine, strinse un cordone invalicabile. Molti tentarono di scavalcare le mura e si ferirono. Intervennero il Gerarca e il Sindaco di Sabbione; la questione era spinosa. Gli esperti individuarono una falla nell’ottimismo rappresentata da una galleria sotterranea ignota agli abitanti; “è l’unica possibilità”, si disse, e si pensò di far sprofondare il vicolo in un baratro di nervosismo e angoscia. Questa ipotesi tramontò. Gli abitanti si fecero sempre più ottimisti. Poi sopraggiunsero alcuni cedimenti strutturali. Fu un falso allarme, ma l’ottimismo, probabilmente presagendo la sua vulnerabilità in questa veste architettonica, cominciò a stancarsi di essere esposto alle intemperie e dopo circa tre settimane si fece uomo. “Voglio comunicare il mio messaggio”, disse. Fu organizzata una conferenza stampa in diretta tv. C’erano molte televisioni e molti quotidiani. Anche quelli delle radio. “Io non sono un ottimista”, dichiarò ai microfoni, “io sono l’ottimismo”. Poi, un venerdì, gli abitanti del vicolo XI cominciarono a mormorare, focolai di gelosia e invidia arsero la gente, si verificarono i primi casi di perdita d’ottimismo; questi elementi deviati vennero barbaramente uccisi o relegati nelle umide cantine del vicolo XI. L’ottimismo aveva capelli castani mossi e occhi sul verde. Molte donne s’innamorarono di lui. Le telecamere cominciarono a riprenderlo insistentemente. “Buca il video”, dissero i produttori. Altre donne si innamorarono, altri abitanti s’ingelosirono e fecero una brutta fine nelle cantine del vicolo; le cantine del vicolo XI sono basse e umide. Mandarono le teste di cuoio. Prelevarono l’ottimismo durante la notte e lo rinchiusero in una cella due metri per due in materiale isolante; gli concessero un po’ d’acqua e una telefonata. “Posso essere quello che voglio”, disse. “Vediamo che sai fare”, gli risposero. La gente del vicolo XI ricominciò a lamentarsi e a disperarsi, a insultarsi e a pregare. Per molti fu un gran sollievo. Dopo due giorni l’ottimismo si deteriorò e divenne una vecchia testa rinsecchita, neppure brutta a vedersi, disse qualcuno, tanto che per qualche giorno venne esposta al padiglione della fiera d’autunno nel settore delle cianfrusaglie curiose. “E così questo sarebbe l’ottimismo”, dicevano i soliti cinici, “sembra una cipolla”. “Sembra proprio una cipolla!”, dicevano le solite donne. L’ottimismo deperì ancora, fino a diventare poco più grande di una cipolla. “Sembra un fico”, disse qualcuno. “Sembra proprio un fico!”, esclamarono altri. Poi un sabato pomeriggio che molti ricordano come Giornata della Vocazione al Precipizio Nike l’ottimismo fu rinchiuso in una teca anticontaminazione e portato nei sotterranei del museo archeologico, dove deperisce inerme protetto da guardie svizzere equipaggiate con bibbie e rosari.