Ascesa e declino delle attività dopolavoristiche al Ministero Suicidi & Festività

teatro americano

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Grandiosa idea quella di fondare un Teatro Americano al dopolavoro del Dipartimento Nettezza Umana.
I vertici del Dipartimento dissero che ci serviva una valvola di sfogo perché il nostro lavoro, alla lunga, poteva risultare logorante.
Dissero che dopo aver trascorso una giornata a ripulire la città da resti umani, dopo aver indagato su gente che sembrava farsi saltare il cervello per sport, avevamo bisogno di distrazione.
Inoltre affermarono che i nostri metodi erano troppo rudi e scontrosi, che ormai eravamo diventati dei bastardi senza cuore, e che mostravamo un’immagine pessima del Ministero.
E così si inventarono il Teatro Americano.
In pratica l’idea era quella di dare una rispolverata all’immagine del Dipartimento; dovevamo continuare a ripulire le strade dai cadaveri o parti di essi, ma dovevamo farlo sorridendo.
Pensate ai cittadini come a clienti di un grande villaggio turistico di cui voi siete gli animatori, scrissero nel Comunicato Sindacale.
Nel Comunicato Sindacale c’era anche scritto che gli ispettori erano invitati ad accantonare il solito cinismo per accogliere una spiccata sensibilità.
Insomma questa cosa del teatro americano ci avrebbe aiutati a perseguire l’obiettivo di fornire una nuova immagine al Dipartimento.
Fu un tale di nome Hubertus Cratz, professore di letteratura e funzionario del Ministero Suicidi & Festività®, a realizzare il progetto servendosi di un’ala in disuso del Palazzo Ottagonale. Sulle prime sembrava che i capi ci avessero visto giusto. Invece oggi di quella esperienza, in grado di appassionare il pubblico e di spalancare le porte dell’arte ai dipendenti del Dipartimento offrendogli quelle possibilità che la vita non gli aveva offerto, non resta che una flebile traccia nella memoria di chi presenziò alle rappresentazioni di Tennessee Williams, Arthur Miller, Eugene O’ Neal e molti altri.
Ma ecco come andarono le cose.
Anzitutto va sottolineato che dal punto di vista di noi dipendenti, nonostante l’iniziale e comprensibile scetticismo, l’impegno fu assoluto, tanto che mostrammo una notevole facilità d’apprendimento. Volevamo dimostrare che non eravamo solo capaci di ripulire le strade da schifosi pezzetti di cranio umano. In quello eravamo naturalmente portati, certo, ma avevamo anche altre peculiarità. Ciononostante il progetto fece una brutta fine.
Ma Cratz sosteneva che una maggiore sensibilità alla vita e alla morte ci avrebbe spianato la strada verso un incremento di popolarità.
Ci portò tutti lungo il fiume, dove una comunità di vecchi attori senza contratto si riuniva per provare spettacoli di vario genere. Il lunedì e il venerdì dopo il lavoro. Qualche volta anche il mercoledì. Era una vera pacchia. Il resto della settimana, quando staccavamo dal turno, andavamo avanti e indietro per il cortile del Dipartimento carichi come muli di bonsai. Il Ministro era un vero amante della botanica e ci costringeva a turni massacranti per le operazioni di trasporto, potatura, irrigazione e lucidatura dei suoi bonsai. Aveva diversi bonsai. Anche alcune magnolie. Ma i bonsai erano il suo pezzo forte. Ulivi, meli, aceri, perfino una sequoia nana della California alta tre metri. Qualcuno voleva farci credere che l’arte ci avrebbe redenti e nobilitati.
Dovete imparare l’emotività, ci dissero. Questa frase mi fece molto ridere. Del resto la nostra emotività era indubbiamente diversa dalla loro emotività, solo che non saremmo mai stati in grado di farglielo capire.
E così ci ritrovammo in questa baracca lungo il fiume, a fumare sigarette di marca e a bere Crodini scaduti (ci trattavano coi guanti).
Che cosa dobbiamo fare? Chiedemmo a Cratz durante la nostra prima visita lungo il fiume.
Dovete recitare opere teatrali dei grandi autori americani del novecento, disse lui. Questo e rigare dritti.
Cratz era ossessionato dalla smania di essere ricordato da qualcuno; il suo era uno struggimento, un affanno insano, che lo costringeva ad azioni turpi.
Noi, del resto, ci sentivamo davvero eccitati. La sensazione era di avergliela fatta sotto al naso, e ce la stavamo spassando alla grande: a quelli come noi capitano raramente simili occasioni, nel corso della nostra vita, e quando nasci con un talento per scrostare e disinfettare, oppure devi campare guardandoti il culo ogni dieci secondi, impari in fretta che le occasioni vanno colte al volo. Prendemmo possesso della baracca lungo il fiume insieme ai vecchi attori. Qualcuno di loro si reggeva a stento in piedi, altri erano sfregiati o claudicanti, qualcuno aveva il volto sfigurato ricoperto da bende. Avevano fondato una specie di confederazione di attori rovinati.
L’agente Lagorio Kverk si specializzò nei ruoli di padre di famiglia. Sembrava inadatto a questo ruolo, dal momento che vomitava ogni volta che incrociava una donna con un bambino. Eppure fu visto commuoversi durante le prove di Lungo viaggio verso la notte, in cui interpretava un padre di famiglia alcolizzato. Chissà quali strade impervie compie il subconscio umano.
Il Professore ci diede le parti. La baracca cigolava e faceva piuttosto freddo. Sembrava procedesse tutto bene anche se i parapiglia si susseguivano di continuo, come quando si trattò di stabilire chi dovesse interpretare i ruoli femminili.
Non avevamo donne, poiché il progetto per le dipendenti era diverso dal programma per i dipendenti. Le donne le mandarono a un corso di pittura futurista e di scultura neoclassica.
In realtà tre donne c’erano, dall’aspetto davvero bestiale, ma a loro non fu concesso di entrare nella compagnia. La contabile del Dipartimento era talmente scombussolata da mettere i brividi a tutti.
Comunque Cratz riuscì a raggirare Gaudenzio Truko con un mucchio di fandonie sulla sua sensibilità e lo convinse a interpretare i ruoli femminili. Gaudenzio Truko aveva appena ripulito il vagone di un treno sul quale undici prostitute erano state massacrate da un pazzo omicida.
Guarda quanto è frocio Truko, disse qualcuno.
Intervenne Cratz, che disse: sapete che all’epoca del teatro elisabettiano, l’epoca d’oro del teatro, l’epoca che ha gettato le basi per tutto ciò che seguì, i ruoli femminili erano interpretati da uomini? Certo che no. Voi non potete saperlo. Cratz sapeva come mettere a tacere i malumori all’interno della compagnia. Mi fece improvvisare Barabba di Michel de Ghelderode e mi stimolò molto, nei primi tempi. Interpretavo anche qualcosa di Pinter e di Frank Wedekind, ma la mia specialità restava de Ghelderode. Sfortunatamente le rappresentazioni dovevano avere una semplice caratteristica: essere americane. Mi fecero smettere con de Ghelderode e mi proposero Tennessee Williams, ma sentivo che non sarebbe stata la stessa cosa.
Inaugureremo un teatro americano nell’ala est del Ministero, disse Cratz, e voi ne sarete gli attori.
Ma perché proprio americano? Chiese qualcuno dalle retrovie. Eravamo in una baracca lungo il fiume.
Perché Hugo von Hoffmansthal e René de Obaldia rischierebbero di risultare troppo cervellotici, disse Cratz. Era pallido, aveva problemi di digestione. Lagorio disse che stava provando a lasciare un segno della sua presenza al mondo donando il proprio seme, scrivendo atti unici, affrancando dei fottuti senza futuro, perché la moglie non poteva avere figli.
Noi qui gettiamo le basi per un reinserimento culturale e sociale di un Dipartimento costituito da agenti e ispettori senza cuore e scrupoli, non ve lo dimenticate, disse Cratz, e fece venire alla baracca una dozzina di prostitute in modo che potessimo svagarci un po’. I giornalisti che ci dovevano tenere d’occhio, una trentina circa, erano costretti a restare fuori della baracca. Questi erano gli accordi. Cratz ci sapeva fare.
Inoltre il Capo del Dipartimento gli doveva un gran numero di favori. Per via di certe questioni loro. E di certi fondi in nero per la costruzione dell’area relax dei dipendenti. Quattro schermi al plasma e nove poltrone reclinabili con massaggio lombare elettronico. Nonostante tutto i giornalisti schiumavano rabbia; potevo capirli, quei poveri coglioni: loro lì fuori a sopportare un freddo cane per scrivere malignità su di noi, i bastardi con le palle, mentre eravamo al calduccio a spassarcela con le donne.
Il mercoledì dopo il lavoro, quando dovevamo andare alla baracca, era la serata dedicata all’apprendimento e all’esercizio della tecnica pura.
Facevamo diversi esercizi.
“Fate un movimento ritmico che assomigli a quello del fabbro che batte sull’incudine”, diceva Cratz.
“I movimenti devono essere ampi, ben disegnati e completi; sembrate delle checche. Fate come se gettaste un oggetto immaginario in varie direzioni; ora sollevandolo da terra, ora tenendolo sospeso sopra la testa, ora trascinandolo, spingendolo, lanciandolo. Eseguite i movimenti fino in fondo, con forza sufficiente e ritmo moderato. Cercate di non danzare. Non siete ballerine del cazzo”, talvolta infarciva le spiegazioni con alcune volgarità. Per colloquiare sullo stesso nostro piano di conversazione, diceva. “Non trattenete il fiato mentre vi muovete, non affrettatevi, ma fate una pausa dopo ogni movimento. Sembrate delle bestie. Allungate le mani al cielo come per afferrare qualcosa. Afferratela, quella cosa, e tenetela per voi, dentro di voi. Siete delle capre. D’altronde non mi aspetto che abbiate nozione di Anton Cechov, branco di pidocchiosi rifiuti della società”. A Cratz piaceva insultarci, portarci al limite, provocarci.
Molti di noi vedevano ogni giorno gesti indelebili, folli, sconsiderati, eppure ci stavamo plasmando. Eravamo lì lì per dare una nuova immagine all’intero Dipartimento.
Molti vecchi politici, disse Cratz, dicono che la Squadra Suicidi del Dipartimento Nettezza Umana ha modi rozzi e non comprende le persone. Dicono che il vostro cinismo finirà per screditare l’intero Governo. Per fortuna, grazie a questo progetto, l’opinione pubblica è dalla vostra parte, disse.
La fase di apprendimento ed esercitazione durò all’incirca un anno, durante il quale comprendemmo come contenere le emozioni e soprattutto le reazioni. Facevamo un’ora di terapia introspettiva, un’ora di storia del rock & roll e un’ora di sregolatezza totale, per imparare a tenere a bada i nostri istinti. Cosa ci ha insegnato il rock & roll? Ci domandava Cratz. Era una domanda retorica. Il rock & roll ci ha insegnato che l’essere umano vuole combattere e scopare. Tutto qui. Talvolta scopare è preferibile rispetto a combattere. Furono lezioni davvero intriganti, come quando ci fece sbronzare per aumentare la nostra percezione delle cose. Soltanto se riuscirete ad aumentare la vostra percezione delle cose riuscirete a recitare come dio comanda, razza di mezzeseghe ammazza carogne, ripeteva spesso Cratz.
Infine ci presentò l’opinione pubblica un mercoledì, uno di quelli in cui non eravamo costretti a lucidare milletrecentoventi bonsai. L’opinione pubblica erano quelli delle televisioni, i giornalisti, i cattolici. Signori, disse Cratz, ecco l’opinione pubblica. Si fece uno scotch come da abitudine, e accese il suo sigaro cubano. Invitò l’opinione pubblica all’inaugurazione della stagione di prosa. Facevamo Un tram che si chiama desiderio e fu un grandissimo successo.

La Compagnia Teatrale Dipartimento Nettezza Umana è rigorosamente preparata, duttile e versatile, politically correct e orgogliosamente anti-comunista: la sua opportunità sociale è sotto gli occhi di tutti, disse Cratz in tv. Poi sniffò la sua cocaina. Ne aveva bisogno per via dei problemi di digestione.

Alla gente piaceva l’idea che gli agenti di Nettezza Umana sorridessero come dei coglioni mentre raccattavano corpi umani senza vita. Chissà perché.
Ci incoraggiavano in molti modi: facendoci visita in ufficio e chiedendoci autografi e fotografie. Avevamo raccattato bambini e mamme, nonne e mogli, mariti e sconosciuti, ripulito banche e uffici postali, supermercati e ville e avremmo continuato a farlo, ma con una nuova e ritrovata sensibilità.
Recitammo per molti mesi, anche se non mancarono le discussioni e i momenti di crisi. I coniugi Cevaloj accusarono Rubio Marvojn di suonare la tromba come una campana, Lagorio Kverk si lamentò per alcune scene tagliate dalla sua parte, Truko ebbe una crisi di nervi mentre si trovava nella casa di un tizio che aveva infilato il figlio di sei mesi nel microonde e noi ci ritrovammo senza interprete femminile. Non fu facile trovarne un altro. Alla fine il Professore decise di fare a turno. Tutti tranne Lagorio.
Poi accadde qualcosa. Era una sera di maggio. Faceva caldo.

Alcuni delegati dell’Associazione Attori di Teatro decisero di sfidare l’opinione pubblica e di manifestare contro l’uso indiscriminato di agenti e ispettori di Nettezza Umana nelle rappresentazioni del teatro americano. Uscirono da casa prima di cena insieme con altre venticinque persone e si diressero al carcere di Sabbione, dove avrebbero impedito la rappresentazione delle attività del teatro di Hubertus Cratz. Giunti sul posto formarono un picchetto di fronte alla biglietteria mentre alcuni di loro chiusero con una catena l’accesso alla platea e posizionarono il loro punto informativo, composto di un tavolo in vimini corredato da un panno blu e quattro sedie, due per parte, e da un ombrellone biancazzurro. Le ragazze sistemate sul marciapiede al di fuori dell’androne avevano il compito di distribuire depliant ai passanti, che osservavano i manifestanti con una certa curiosità. Bianca era la più giovane e la più carina, teneva sottobraccio un plico da duecento fogli e gridava slogan come la dignità del teatro è in pericolo!, stanno stravolgendo la moralità! e ancora non teatro ma la strada per i netturbini! e il più gettonato proteggete lo sguardo dei vostri figli dal lavoro di questi mostri!, che ripeteva in continuazione con un timbro vocale davvero attraente, che infatti attrasse dozzine di uomini del tutto disinteressati all’attività del teatro.
Poco prima delle otto Cratz arrivò a teatro e si trovò di fronte questo manipolo di persone. “Questa sera non si terrà alcuno spettacolo”, disse il portavoce dell’Associazione Attori di Teatro, “siamo qui per impedirlo”.
Il cordone si strinse e impedì il flusso degli spettatori, una quarantina in tutto, accorsi per assistere alla rappresentazione di The Brig di Kenneth Brown.
“E per quale ragione dovreste sottrarre a queste brave persone il piacere di un meritato spettacolo teatrale dopo una giornata di lavoro?”, domandò Cratz.
“Forse perché i coniugi Cevaloj, protagonisti del suo spettacolo, hanno massacrato la parte che fu mia e di mia moglie”, disse uno dell’Associazione con particolare livore. “Chi è senza peccato scagli la prima pietra!”, urlò Cratz.
“Chi siete voi per giudicare i miei attori? Siete forse Dio, voi? Non credo proprio. Voialtri non fate neppure parte della schiera dei cherubini, non pagate nemmeno la tessera dell’Oratorio del vostro quartiere! Rammentate il perdono, la pietà, rammentate i fondamentali precetti che vi insegnarono a catechismo”, continuò.
“Non sono mai andato a catechismo”, disse uno dell’Associazione, “ma so per certo che stasera non si svolgerà nessuno spettacolo”.
Intanto si era formato un capannello di persone che non c’entrava nulla ma che era incuriosito dal litigio.
“In fondo a chi può interessare questo vostro teatro americano?”, chiese una donna sulla cinquantina.
“A chi potrebbe interessare, mi domanda”, disse Cratz. “Per esempio potrebbe interessare a voi, laggiù, e a voi, qui davanti. Il teatro americano dovrebbe interessare tutti. Tutti, specialmente voi, sapete qual è il significato profondo della famiglia, o almeno credete di saperlo. Ma in realtà non sapete niente. Ecco uno dei molteplici argomenti che sviscera il teatro americano: le dinamiche e gli intrecci della famiglia, la sua complessità, la sua diabolica angoscia sottintesa, la sua drammaticità eroica pur senza eroismo. Che forse non sono temi questi che riguardano tutti voi?”.
Quelli del picchetto restarono qualche secondo in silenzio. “Giusto, ma per recitare il teatro americano è necessario che esso venga interpretato da attori professionisti, non da cani in divisa”, urlò un attore con gli occhiali.
“A causa del suo teatrino sono costretto a vedere dei falsi attori sorridenti sui manifesti che lei fa appendere nelle strade della città”, rispose il tipo con gli occhiali.
“Lei è forse uno psicologo? Uno psichiatra? Le motivazioni profonde dei nostri manifesti lasciamole sviscerare agli esperti”, disse Cratz. “Non facciamo della psichiatria da circolo del tennis o da televisione, e limitiamoci a leggere tra le righe del comportamento umano. Lei è forse un esperto di marketing? Ne dubito. È quindi ovvio che non può neppure comprendere le ragioni di un manifesto teatrale, né il suo scopo ultimo”.
“Questo è troppo, Cratz, sta passando il limite”, disse il portavoce dell’Associazione.
“E chi può stabilire qual è il limite delle cose? Forse posso stabilirlo io? Assolutamente no. Ma può invece stabilirlo lei? Non credo”, rispose Cratz. “
Il limite di cosa quale cazzo di limite il limite ficcatevelo in culo!”, disse qualcuno del picchetto, accompagnato da un fragoroso applauso e da un vero e proprio boato.
“È tipico di un sovreccitamento da circostanza anomala l’utilizzo di una terminologia sciatta e aggressiva, concedetemi di definirla volgare, se questa parola la estrapoliamo dalla sua accezione primordiale, tutt’altro che negativa, e ne facciamo l’uso becero e profano che successivamente la società gli ha interconnesso”, disse Cratz.
“Io non ci ho capito un cazzo!”, urlò un giovane attore dell’Associazione, e ancora un fragoroso applauso scandì le risate del picchetto.
“Mi pare del tutto irrilevante ciò che voi comprendete e ciò che voi non comprendete. Allo stesso modo la vostra Associazione mi sembra un tantino slegata, se mi concedete il termine”, disse Cratz.
“Siamo più uniti che mai!”, urlò qualcuno.
“Nessuno spettacolo al teatro americano”, urlarono altri del picchetto.
“Eppure permettetemi una digressione di carattere teatrale, se così volete chiamarla”, disse Cratz. Tutta la compagnia aveva raggiunto l’ingresso e osservava la scena da lontano, in cima alla prima rampa di scale, mentre qualcuno tra gli spettatori aveva acquistato bibite e pop-corn e digeriva la cena comodamente seduto sulle poltroncine della sala d’attesa.
“Chi vuole ascoltare la digressione di Cratz?”, chiese il portavoce dell’Associazione.
“Nessuno!”, urlarono in coro quelli del picchetto.
Ma poiché tra gli spettatori in attesa di assistere allo spettacolo qualcuno alzò la mano il portavoce dell’Associazione permise a Cratz di fare la sua digressione.
“Sarà una digressione molto breve”, disse, “riguardante le motivazioni che spingono noi a fare teatro e voi, brave persone, a pagare il biglietto. Nella rappresentazione di questa sera mancano sia un vero intreccio sia una reale definizione dei personaggi. Eppure qual è lo scopo di questa assenza d’intreccio in buona parte del teatro americano del novecento?”, chiese Cratz.
“Ma chissenefrega!”, rispose qualcuno del picchetto, accompagnato dai soliti applausi e dalle solite sghignazzate.
“Certo voi siete solo attori, non ne avete idea”, proseguì Cratz, “e io sono qui per questo. Per farvi maturare un’idea, che sia un’idea di teatro e di letteratura, di cultura e di società. Nello spettacolo di questa sera, lo spettacolo di cui, vi rammento, state impedendo l’attuazione, attraverso la ripetitività delle azioni si trasmette un messaggio di denuncia della brutalità dell’uomo sull’uomo e dei meccanismi implacabili escogitati dal sistema per distruggere chi non si piega alle sue regole. Sapete qual è uno di questi meccanismi implacabili? Lo sapete? Naturalmente no. Ve lo dirò io: uno di questi meccanismi implacabili escogitati dal sistema per distruggere chi non si piega alle sue regole è il lavoro”, concluse Cratz.
Nel frattempo arrivò una dozzina di poliziotti. Avevano i manganelli. In una ventina di minuti fecero sloggiare i manifestanti e il picchetto dell’Associazione Attori di Teatro fu sciolto.

Dopo mesi di teatro eravamo diventati un bel gruppo creativo formato da singoli individui. Non eravamo una massa impersonale. Valutavamo continuamente l’esistenza individuale di ciascuno e, pur considerandoci un insieme, ognuno dei presenti non perdeva la propria identità. Negavamo il concetto generale di essi e di noi. Glorificavamo concetti del tipo lui e lei o lei e me. Eravamo sempre pronti a reagire a uno stimolo in modo armonico. La gente apprezzava questo modo di essere e non perdeva occasione per osannarci e incoraggiarci.
Del resto che eravamo attori lo si capiva dal nostro modo di atteggiarci e dai vestiti che indossavamo. Portavamo dolcevita scuri e giacche a coste di velluto con le toppe ai gomiti. Qualche volta cappotti. Scuri. Quando dovevamo ripulire la scena di un suicidio o di un duplice omcidio lasciavamo che ci acclamassero, prima di entrare. Ci piaceva farci attendere. Parlavamo con quel tono poetico e declamatorio tutto particolare, scrollando le spalle in un modo che solo gli attori conoscono. Lo si capiva anche dal fatto che eravamo diventati sensibili alle cause più disparate e che plasmavamo lo spazio circostante come scultori, lasciando nell’aria attorno a noi forme che apparivano delicatamente scolpite dai movimenti del nostro corpo. Facevamo del bene. Anche se il nostro cavallo di battaglia erano le interpretazioni del Living Theatre di New York.
E gli ispettori Walter Sturm e Robert Pavlo avevano avuto la brillante idea di riadattare una soap opera americana per farne una brillante commedia. Assoldammo una dozzina di prostitute per le parti femminili e ci dedicammo al progetto senza sosta.
Ci ingaggiarono per portare in scena la nostra riduzione di Beautiful durante lo spettacolo che seguiva tradizionalmente la Giostra del Peccato.
Cratz era orgoglioso di noi.
C’è tutta una vita, là fuori, ripeteva tra una sniffata e l’altra, tra una piéce e l’altra. Aveva questi disturbi gastrici, o qualcosa del genere, e le borse sotto gli occhi. Forse un’ulcera o due. Quella dannata gente, là fuori, non aspetta altro che poter vedere un gruppo di bastardi senza cuore che li faccia intenerire, ripeteva spesso.
E allora ci buttammo a capofitto nell’impresa, provando e riprovando per quasi novantadue serate consecutive. Il Ministro sembrava in qualche modo seccato. Per via dei suoi bonsai.
Intanto continuavamo a esercitarci. Non andavamo più alla baracca. Facevamo esercizi nella palestra del Dipartimento. Cratz era duro nei nostri confronti. Voleva che rendessimo per quanto potevamo rendere. Quando recitavamo da cani era il primo a farcelo sapere. Fece una ramanzina all’ispettore Urs Wokoski perché, a suo dire, recitava senza trasporto la parte di George in Chi ha paura di Virginia Woolf.
Al mio amico Edward verrebbe un colpo, se assistesse al tuo Stanislavskij, disse il Professore.
Cos’ha che non va il mio Stanislavskij? Protestò Wokoski. Vuoi saper cosa non va nel tuo Stanislavskij, Urs? Gli domandò Cratz. Te lo spiegherò, disse. Per cominciare non c’è rilassamento muscolare, disse, l’impostazione della voce fa acqua da tutte le parti, mancano logica e coerenza nell’azione fisica e nella caratterizzazione esteriore. Questo nonostante la reviviscenza, in particolare l’identificazione del tempo-ritmo, sia discreta; in altre parole, e per concludere, Urs, il tuo Stanislavskij è una vera merda.
Non lo pensava sul serio. Era un modo per spronarci. Desiderava che rappresentassimo il meglio in circolazione.
Una volta vennero alti funzionari cattolici. Fu una grande serata di teatro e di redenzione. Glielo abbiamo messo in culo, a quelli dell’Associazione Attori di Teatro Professionisti, disse Lagorio. Ma non fu così. Il teatro americano fece una brutta fine. Era una grandiosa idea, sociale e squisitamente romantica, ricercata e allo stesso tempo semplice. Nonostante questo, o forse a causa di questo, gli ingranaggi del nostro Governo la triturarono.
Gli agenti non riuscivano più a fare il proprio lavoro. La loro nuova sensibilità glielo impediva. Come potevamo recitare la sera in The Long Christmas Dinner di Thornton Wilder e scopare sangue e cartilagini il mattino dopo senza provare un intimo disgusto per la crudeltà umana, per l’insensatezza delle azioni, ecc.?
Cratz cadde in una profonda depressione. Si chiuse nella sua abitazione a curarsi i problemi gastrici.
Per noi, niente più vino francese né doppi pasti. Ci lasciarono le giacche con le toppe ai gomiti ma non era la stessa cosa. Smettemmo di cantare l’Aida e la Traviata prima di addormentarci.
Questo è quanto. Siamo tornati quelli di sempre, cinici e senza cuore, perché alla fine è così che dobbiamo essere per il bene di tutti.
E tuttavia qualcuno di noi ancora si riunisce, la notte, dopo i turni massacranti, e prova la propria parte nella riduzione del Frankenstein di Mary Shelley o nel Many Loves di William Carlos Williams.
Così. Per far sapere a noi stessi che ancora ci siamo. Che siamo agenti di Nettezza Umana, ma siamo anche attori. Abbiamo atteggiamenti da attori. E potremmo ripulire la scena di un crimine nel ruolo di Stanley Kowalsky in Un tram che si chiama desiderio.

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Sabbione è un cane denutrito

Sabbione - tutto quello che volete sapere su Sabbione ma non trovate nel libro

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Sabbione è la città nella quale si svolge gran parte delle vicende contenute nel libro Più segreti degli angeli sono i suicidi, e Sabbione al momento è un cane denutrito.

cane-lIDA Sabbione com’è oggi

Io ci ho provato, a rimetterlo in forze, a comprargli cibo ogni giorno, a coccolarlo, eccetera. Mi sono impegnato, credetemi.

Eppure i miei sforzi sono stati vani. Nessuno, nel mondo dell’editoria*, ha creduto in Sabbione.

*Eccetto Giulio Mozzi, i cui sforzi, però, non sono stati premiati.

E se nessuno ha creduto in Sabbione, perché dovreste crederci voi? Perché dovreste tirare fuori 18 euro per comprare un libro che oggi non esiste?

Semplice: perché voi siete di animo caritatevole e anche perché volete leggere un buon libro.

E alla fine, forse, Sabbione sarà un cane felice.

cane-felice Sabbione come potrà essere domani. Cliccate sulla punta del naso per contribuire a rendere Sabbione davvero felice.

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