Il Narratore Onnisciente molto giù di corda

Il Narratore Onnisciente è molto giù di corda.

È talmente giù di corda che per scrivere le storie dei suoi “personaggi” ha chiesto aiuto al popolo di Twitter, di WordPress, di Facebook, agli inquilini del suo condominio, ai suoi colleghi d’ufficio, a quelli dell’impresa di pulizie, ai suoi compagni delle superiori e delle elementari, ai suoi pochi amici.

#ScriviIlPersonaggio per dare una storia ai personaggi del Narratore Onnisciente molto giù di corda, di 140 caratteri in 140 caratteri, oppure di cartella word in cartella, di foglio excel in foglio, di telefonata in telefonata;

I personaggi sono:

– l’aspirante poliziotto (che per mancanza di requisiti non riesce ad entrare in polizia);

– la cassiera del supermercato che desidera un figlio;

– tutti gli altri che volete voi: il mondo, per chi ha immaginazione, è sterminato, praticamente infinito. E il Narratore Onnisciente ha il blocco dello scrittore.

#happyEnd per concludere le storie;

questo, se ho capito bene, dovrebbe diventare un #meme (ma non lo diventerà, perché non ho minimamente il tempo di seguire la cosa).

Aiutate il Narratore Onnisciente col Blocco dello Scrittore!

Lui in cambio vi offrirà da bere in Un posto pulito, illuminato bene!

 GROUCHO

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 Il Narratore Onnisciente molto giù di corda – il racconto base

Martedì.
Sono stato a casa sua e il suo domestico mi ha aperto la porta prima che potessi suonare il campanello.
Lui mi ha accolto con il suo caratteristico drink in mano, la sigaretta accesa e in sottofondo una qualche sinfonia di Beethoven.
La sua abitazione è sontuosa: divani settecenteschi e dipinti a olio, candelabri d’argento e arazzi raffiguranti pale d’altare o uomini colti nell’atto del combattimento.
Un’ala è dedicata alla contemporaneità, con una copia originale di Nighthawks di Hopper sulla parete a Nord, circondata da figure minori dell’Iliade e dell’Odissea.
Eppure il Narratore Onnisciente è dannatamente giù di corda.
Mi ci vorrebbe qualcosa, ha detto, qualcosa di non so che.
Qualcosa?”
“Sì, qualcosa”.
Scrutava l’interno del suo bicchiere agitando l’intruglio rossiccio che risiedeva all’interno.
La sua situazione è semplice e terribile.
Egli sa tutto ciò che accade e che accadrà, conosce nei dettagli i pensieri dei suoi interlocutori, sa come agiranno e perché, sa che ogni abitante della sua città è in attesa che succeda qualcosa.
Ma lui ha lo sguardo stanco.
Forse si annoia.
Ciononostante prova a mettere i suoi ospiti a proprio agio, con domande che qualsiasi uomo non onnisciente potrebbe fare.
“Bene, Gim, che hai fatto di bello, qualcosa?”.
“Niente di che”.
“Tua figlia studia sempre francese?”.
“Francese e tedesco. Ma io credo sia più portata per lo spagnolo”.
“Non credo che lo spagnolo faccia per lei”.
“Sì, forse hai ragione. A proposito, cosa stai bevendo?”.
“Che maleducato, è succo di pomodoro con vodka e peperoncino, ne vuoi un bicchiere?”.
Ecc.

Mercoledì.
Sono nell’immensa cucina, dove mi servono la colazione. Il Narratore Onnisciente arriva con passo tranquillo, avvolto da una voluminosa vestaglia. Calza babbucce arabe.
“Vorresti che succedesse qualcosa, vero?” Domanda.
Sa sempre quello che ti frulla per il cervello, e questa a dire il vero è la cosa più fastidiosa di tutte. In qualche modo sa già come andrà a finire.
Si siede sulla sua poltrona, attacca un qualche disco. Sa bene quale disco gradirei ascoltare. Se per caso il disco che suonerà non sarà di mio gradimento, allora saprò che lui l’avrà fatto apposta.
Attacca il Requiem in Do minore del Cherubini, e per qualche motivo mi rendo conto che lo detesto. Lui lo sapeva.
Forse non gli sono simpatico.

“Speravo che venendo qui potesse succedere qualcosa”, dico.
Lui mi guarda un po’ di traverso, si versa un bicchierino.
È spaventosamente giù di corda.
Rimaniamo silenziosi ad ascoltare il Requiem in Do minore nel suo studio.
So che non è per nulla felice.
“Vuoi che accenda la radio?”, mi domanda.
Non so cosa rispondere.
Oggi è mercoledì e il mercoledì solitamente è un buon giorno.
Ma non succede niente.
Il Narratore Onnisciente si alza, cammina in direzione della radio, fa per accenderla, poi decide di no.
“Non è facile tirare avanti quando tutti si aspettano da te una qualche svolta”, dice. “La gente vorrebbe svolte in continuazione, colpi di scena, come si dice, un coup de théatre”.
Lo guardo con attenzione.
“Ma non è così semplice”, dice. “Spesso le cose vanno avanti così, strisciano semplicemente, si strascicano”.
Decido di prendere in mano la situazione.
“Forse potremmo … uscire di casa”, suggerisco.
Lui mi guarda, poi chiama il suo domestico.
“Prepara la macchina”, dice.
“La Bentley bordeaux?”
“No, oggi mi sento più da Limousine nera”.
Durante il tragitto in automobile non dice niente. Si limita ad aprire un vano della Limousine. Si prepara un gin tonic.
“Ne vuoi un sorso?”, domanda.
“Forse dovresti contenerti”, consiglio.
“Una volta non era necessario che smuovessi il culo dalla mia scrivania”, dice. “Bastava che me ne stessi seduto lì, nel mio studio, e le cose succedevano”.
Non me la sento di dissentire.

Siamo in un supermercato.
Il Narratore Onnisciente scruta i volti delle persone. Le persone scrutano il volto del Narratore Onnisciente. Sono tutti appesi a un filo. Stanno tutti aspettando qualcosa.
Lui si avvicina al comparto surgelati e mette una pizza nel carrello.
“Questa volta ti sei ricordato la tessera dei punti?”, domanda al suo domestico.
Il domestico annuisce.
“Bene”, dice il Narratore Onnisciente.

Alla cassa la cassiera lo guarda implorante.
Il Narratore Onnisciente capisce la situazione al volo.
“Cosa vorresti che ti succedesse?”, le domanda con tono sommesso.
La cassiera saprebbe molto bene cosa rispondere. Tuttavia non apre bocca. Sorride professionalmente, fa il suo lavoro.
Il Narratore Onnisciente la incalza: “Chi sei? Qual è la tua storia? Cosa ti succederà quando uscirai da questo supermercato e camminerai per le strade di questa città?”.
La cassiera passa la pizza surgelata sul lettore.
“Sono quattro e cinquanta”, dice.
“Oddio, come mi sono ridotto”, mormora il Narratore Onnisciente. “Domandare agli altri di fare il lavoro per me”.
“Forse ci sono altri modi”, dico io. “Dopotutto un supermercato non mi pare così, come dire, stimolante”.
Il Narratore Onnisciente ha un lampo di lucidità, quasi come se gli fosse affiorato un barlume d’idea.
“Saliamo in auto”, dice.
“Dove andiamo?”, domanda il domestico alla guida.
“Svolta sempre a destra”, dice.
La città è un po’ morta.
“Siamo d’estate”, dice il Narratore Onnisciente. “Un normalissimo mercoledì d’estate”.
“In autunno succedono più cose?”, domando io.
“Può darsi”, dice lui.
“Continuo a svoltare a destra?”, domanda il domestico alla guida.
“È che non so di preciso dove andare”, dice il Narratore Onnisciente. “È una situazione imbarazzante”.
Ci fermiamo in un bar di Montemagno.
“Questo è l’unico posto in cui mi vada ancora di bere qualcosa”, dice il Narratore Onnisciente. “Un Posto Pulito, Illuminato Bene”.
Beviamo un drink senza dire niente.
“E adesso?”, domanda il Narratore Onnisciente.
“Beh”, suggerisco io, “per esempio potremmo andare alla centrale di polizia. C’è sempre qualcosa da far succedere in una centrale di polizia”.
“Torniamo a casa”, dice lui. “La centrale di polizia mi fa venire in mente quel povero ragazzo”.
“Quale ragazzo”, chiedo io.
Lui non risponde. Sta pensando ad altro.

Giovedì.
Sul suo scrittoio, in evidenza, c’è un biglietto aereo per le Hawaii poggiato sopra un libro di Conrad.
Il Narratore Onnisciente sembra tentennare, quasi come se fosse ignaro di qualcosa. Afferra una statuina e la scaraventa con forza contro il bovindo.
Sono intimorito. Che sia io la causa della sua agitazione?
Anche il giovedì solitamente è un buon giorno per far succedere qualcosa.
Eppure quel qualcosa ci sfugge.
Suona il telefono. Il Narratore Onnisciente risponde. Per un momento sono convinto che qualcosa sia successo: un omicidio, un suicidio, qualcosa. Un tempo ogni volta che squillava il telefono c’era sempre un buon motivo.
Invece si tratta solo di un sondaggio. Il Narratore Onnisciente ne era a conoscenza, e infatti risponde asetticamente.
Ha perso l’entusiasmo.

“Bisogna sempre trovare un modo per fare avanzare la storia”, dice. Tutte le storie.
Ingoia un’aspirina.
“Mica facile. Non riesco a concentrarmi, è una situazione sgradevole. E là fuori le persone tirano avanti facendo semplicemente cose da persone. Bevono, mangiano, lavorano, fanno l’amore. Vorrebbero fare di più, lo capisco. Ma io credo di aver perso il tocco”.
Non l’avevo mai visto così giù di corda.

Venerdì.
Lo incontro nel suo studio.
“Nel complesso”, dice, “la giornata di ieri è stata un vero fiasco”.
Non so dargli torto.
“C’è qualche speranza che oggi sia migliore?”, domando.
“Ne dubito”, risponde lui.
È irrequieto. Armeggia con vecchi ritagli di giornale, osserva i souvenir sul suo scrittoio.
“Quel tipo che sognava di entrare in Polizia, ce l’ha poi fatta?”, domando.
“Bastava poco, ci era arrivato davvero vicino; si era anche provato il cappello, l’uniforme gli calzava a pennello. Ma no, non ce l’ha fatta”, dice lui.
Ha un espressione malinconica.
“Vedi, questo è il tuo problema”, dico io.
“Non aveva i requisiti, ho fatto tutto ciò che era in mio potere”, dice lui.
“Avresti potuto fare di più”, dico io.
“Forse avrei potuto”, dice lui, “ma non sarebbe stato realistico”.
Il Narratore Onnisciente si prepara il tradizionale succo di pomodoro con vodka e peperoncino.
“Ho preso una decisione”, dice sommessamente.
Non lo incontro più per il resto del giorno.

Sabato.
Scendo in cucina e faccio colazione. Cerco il Narratore Onnisciente ma lui non c’è.
Che sia partito per le Hawaii? Forse è la cosa migliore per entrambi.
Ma se lo merita davvero?
Leggo il biglietto che ha lasciato sul suo scrittoio:
“Osservo i cittadini in televisione, dal bovindo del mio studio, li ascolto alla radio.
Avrei voluto dare una vita migliore a queste persone.
La commessa del supermercato voleva lottare per ottenere un mondo in cui gli animali non vengono barbaramente trucidati per farne pellicce, desiderava un posto di lavoro stabile e appagante, pregava ogni sera per avere un figlio.
Per quale ragione non le ho dato quello che sognava? Che cosa mi sarebbe costato? Lo so, non sarebbe stato credibile, ma che cosa mi sarebbe costato? Perché non le ho lasciato almeno un accenno di illusione che tutto ciò fosse possibile? Il mio ego mi opprime, e opprime queste brave persone. Il male non trionfa sempre, o non trionfa sempre del tutto.
Avrei voluto dimostrare che dopotutto la vita è davvero meravigliosa.
Invece tutto ciò che sono riuscito a pensare per loro è un mondo distorto nel quale vivere.
Verosimilmente sono io a non funzionare. È la mia esistenza a essere distorta.
La gente vuole credere di poter contare sulla possibilità che il mondo possa subire una perturbazione benevola, di tanto in tanto. Magari impercettibile, ma vera.
Questa gente pretende uno scompiglio nell’impossibilità delle cose, uno sconquasso che le renda possibili.
Io non sono stato in grado di donarglielo.
Ma posso ancora fare qualcosa. Ci deve essere qualcosa che possa fare, instillare una speranza, illuminare un pertugio, inscrivere qualcosa di indelebile sulle pietre dei loro cuori.
Sì.
Qualcosa posso fare. Il groviglio delle loro vite è inestricabile, ma qualcuno che provi a sbrogliarlo c’è sempre, da qualche parte.
Qualcuno che riesca a trovare una speranza laddove la speranza non esiste, qualcuno che superi il controllo della propria immutabile esistenza e si ribelli a ciò che era stato predisposto per lui.
Qualcuno c’è, ci deve essere. Potrei provare a domandare ai miei follower di Twitter, agli amici di Facebook.
Magari loro…”.

Ora so che è partito. Lui ci ha lasciati.
E io, cosa ci faccio ancora qui? Sono io il narratore, adesso?
La mia vita striscia semplicemente. Faccio l’amore come tutti, fumo una sigaretta come tutti, sorrido come tutti; ci vorrebbero delle svolte ma le svolte non ci sono; servirebbe qualcuno che facesse accadere qualcosa di bello, qualcuno che conoscesse le nostre emozioni e i nostri sentimenti, qualcuno che scrivesse le storie di noi tutti.
Cionondimeno la gente sfugge, i narratori si infiacchiscono e si annoiano, giacché scrivere storie è tremendamente difficile, e scriverne gli happy end ancora di più.

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Lezione di scrittura per bambini delle elementari in Un posto pulito, illuminato bene

Resoconto di un anonimo insegnante di scrittura

NIETZSCHE

  1. Ero stato contattato per tenere una lezione di scrittura per bambini delle elementari in un bar che si chiama Un posto pulito, illuminato bene. C’era una giornata particolare, i bambini svolgevano numerose attività, e la scrittura era una di queste.
  2. La preside della scuola locale disse che ero il più qualificato a tenere questa lezione.
  3. Baricco costava troppo.
  4. Nori e Cognetti erano andati a pesca.
  5. Mozzi aveva la febbre.
  6. Manganelli, qualcuno avvertì la preside che era deceduto.
  7. Alla lezione parteciparono tutto il corpo docente delle scuole limitrofe e moltissimi genitori.
  8. Le mamme dei bambini del Monferrato sono magnifiche.
  9. Nel locale c’era una grande attesa, quasi un tifo da stadio.
  10. Così cominciai la lezione.
  11. “Uccidete la realtà e nutritevi di sogni”.
  12. “Niente è più difficile se volete misurarvi con il mondo”.
  13. Notai alcuni individui molto distinti in giacca e cravatta che mi guardavano attentamente. Non sembravano genitori o docenti. Neppure alunni.
  14. “Imparate a truffare in modo da non essere sorpresi”.
  15. “Mentite sovente”.
  16. All’inizio della lezione questi tizi in giacca scura erano due o tre, agli angoli del locale.
  17. “Più sarete bugiardi meno dovrete immaginare. Entrate in empatia con gli assassini, i pazzi, i reietti”.
  18. Genitori e professori mostrarono una certa approvazione.
  19. “Che diavolo dice?”.
  20. “Questo è imbecille”
  21. Indossavo una giacca di velluto marrone con le toppe sui gomiti e una camicia azzurra.
  22. Notai che i tizi in giacca scura fecero un passo verso di me. Tuttavia proseguii la lezione.
  23. “Siate come il mondo: cinici e distaccati”
  24. “E tagliate qualunque dolore con la vostra ironia, non c’è nulla di più comico dell’infelicità”.
  25. Ancora gli adulti dimostrarono un certo consenso.
  26. “Coglione pervertito”.
  27. “Idiota”.
  28. Molti di loro annuivano mentre i tizi in giacca scura cercavano di avvicinarsi senza essere notati.
  29. Ero piuttosto soddisfatto e la voce mi usciva cristallina.
  30. “Gli altri impareranno che essere profondi è un privilegio”.
  31. Notai che gli individui in giacca e cravatta erano quattro o cinque.
  32. “Non date retta alla cultura”.
  33. “Vi porta dove vuole lei, nelle secche della vita, e i suoi ambasciatori hanno letto troppi libri per giocare con voi”.
  34. “La letteratura è nel cortile di casa vostra, sul vostro balcone; soffia nei capelli della vostra ragazza, nel pelo del vostro cane, nelle rughe di vostra madre. È una piantina di plastica screpolata, uno strano oggetto ricoperto di pelo che vi spezza il cuore”.
  35. Ci furono alcuni commenti positivi.
  36. “Che diavolo va farneticando questo idiota?”
  37. “È completamente sbronzo”.
  38. La sala non era immensa, ma c’erano tante persone. Aveva tre finestre, alcuni quadri, un bancone.
  39. L’acustica non era molto buona. Il microfono fischiava frequentemente.
  40. Mi schiarii la voce una o due volte.
  41. “Inventate sempre nuovi giochi”.
  42. “La gente vi schernirà, perché nulla la spaventa di più di un nuovo mondo, una nuova idea, un nuovo gioco”.
  43. Lentamente gli individui in giacca e cravatta si avvicinarono alla mia postazione.
  44. Non avevo idea di chi fossero.
  45. “Fregatevene della gente: quando scrivete non dovrete essere quello che vogliono gli altri. La gente è meschina, intimorita, stanca, acquitrinosa, stagnante, mentre voi dovrete essere un torrente di Montagna”.
  46. Alcuni tra i genitori gradirono molto la metafora, e cominciarono a confabulare tra loro.
  47. Si compiacevano l’un l’altro.
  48. “Fate smettere questa testa di cazzo”.
  49. “Che intervenga la sicurezza”.
  50. Mi guardai attorno per gustare i commenti e persi il filo del discorso.
  51. Poi lo ritrovai.
  52. “La gente non è il vostro padrone. Le parole vi salveranno dai vostri insegnanti, dai vostri capi”.
  53. Al termine di questa frase specificai di non essere comunista. Fu una battuta di spirito.
  54. I presenti, comunque, colsero senza indugio l’ironia e risero di gusto.
  55. “Sembra proprio un comunista”.
  56. “È un dannato comunista!”.
  57. Mi sembrò che gli individui in giacca e cravatta si fossero sensibilmente avvicinati al mio tavolo.
  58. Mi accesi una sigaretta.
  59. “Fate l’amore bene, generosamente, profondamente. Niente di più difficile in questo mondo selvaggio.”
  60. La preside ammiccò.
  61. La preside era una bella signora dai capelli biondi, tinti, fluenti.
  62. Molti dei genitori convennero.
  63. “Parla proprio come un omosessuale”.
  64. “Oddio è un omosessuale!”.
  65. C’era davvero un ambiente bendisposto.
  66. “Se non ci riuscite andate a guardare l’erba nei prati, ammirate un tramonto, guardate le persone mentre fanno le loro cose da persone”.
  67. Questa figura impressionò tutti.
  68. “Siate uomini e donne che non vorreste mai essere, siate vecchi moribondi senza gambe, siate re mascalzoni e regine puttane, siate politici corrotti e uomini depravati, siate dolci e delicati e cercate di meravigliarvi sempre, in ogni momento. Niente di più difficile”.
  69. I presenti erano rapiti dalla mia lezione.
  70. “È sicuramente un omosessuale”.
  71. Mi fecero spegnere la sigaretta.
  72. Spensi la sigaretta.
  73. Dissero che il fumo nuoce gravemente alla salute. Inoltre nei locali pubblici è vietato fumare.
  74. Accettai di buon grado l’invito a spegnere la sigaretta.
  75. “E se non ci riuscite o non lo volete siete come tutti gli altri”
  76. “È sicuramente un comunista”.
  77. “E allora abbandonate la scrittura e sparatevi un colpo”.
  78. A questo punto probabilmente patii un lieve malessere. Sembrava quasi una botta in testa. Se non svessi saputo che non poteva trattarsi di una botta in testa avrei scritto che si trattava di una botta in testa.
  79. Probabilmente doveva trattarsi di un capogiro, o un mancamento.
  80. Gli individui in giacca e cravatta mi sorressero per le braccia.
  81. Credo fossero medici, o infermieri.
  82. Provai a terminare la lezione mentre mi conducevano fuori dall’aula.
  83. Credevo di sentirmi bene, ma evidentemente non era così.
  84. “Inventate parole, nomi, città. Odiate col sorriso sulle labbra e amate con un po’ di diffidenza”.
  85. I presenti si preoccuparono per le mie condizioni fisiche.
  86. “Era ora”
  87. “Maniaco”.
  88. “Scrivete di superuomini postmoderni, grotteschi e meschini”
  89. Il filo del microfono non bastava più, così chiesi agli infermieri vestiti con le giacche scure di fermarsi.
  90. Mi rassicurarono con alcuni pugni nel costato.
  91. Anche uno sul naso.
  92. Sanguinavo dalle narici.
  93. Urlai per farmi sentire meglio.
  94. I bambini erano molto preoccupati.
  95. “La letteratura è fatta di dolci baldracche”
  96. Qualcuno mi colpì in bocca.
  97. “che smussano gli angoli della solitudine”
  98. I bambini seguivano attentamente e in silenzio.
  99. “per renderci unici”.
  100. Quando mi risvegliai scoprii che l’ospedale di Asti ha letti davvero comodi.

Paolo Cognetti in Un posto pulito, illuminato bene

Domenica 16 novembre 2014

ore 18.00

PAOLO COGNETTI

Paolo Cognetti berrà un drink con noi in Un posto pulito, illuminato bene e ci racconterà la sua passione per la scrittura, per New York, per la forma breve della narrativa (il racconto), per la pesca e molto altro.

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Sofia si veste sempre di nero è l’ultima opera narrativa di Paolo Cognetti. Pubblicata nel 2012, è stata finalista del Premio Strega. Per saperne di più cliccate su SOFIA.

 

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L’ultimo libro, pubblicato pochi giorni fa. Come recita il sottotitolo si tratta di “meditazioni sull’arte di scrivere racconti“. Comprende anche quattro racconti inediti. Cliccate sull’ESCA per avere più notizie a proposito di questo libro.

 

Intanto potete acquistare tutti i suoi libri direttamente al bar.

 

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Happy Halloween

HAPPY HALLOWEEN

Venerdì 31 ottobre Fil, Gomez, Alan e Katia sfidarono la nebbia per dimostrare contro la festa di Halloween.
Cominciarono dalla Piazza di Castrocozzo alle sei e trenta del pomeriggio formando picchetti con cartelli che recavano gli slogan I VAMPIRI NON ESISTONO! GLI ZOMBIE SONO DISGUSTOSI! ABBASSO LA MAGIA ROSSA! BASTA CON LE BUGIE! e distribuendo inviti per la conferenza di Fil la sera dopo, il cui tema sarebbe stato “NON C’È NIENTE DA FESTEGGIARE”.

Ci fu molto interesse tra gli astanti nei paraggi della pizzeria qualunque, dove erano stati esposti pipistrelli di gomma, cappelli da strega, lumini da morto e altre cose simili.
Un uomo che disse di chiamarsi in un modo che non ricordo venne a incoraggiarli: “È così che si fa!”, disse.
Il presidio era composto da un tavolo pieghevole in plastica blu del Bricocenter, quattro sedie Ikea – anch’esse pieghevoli – e da un paio di piante ornamentali – anch’esse di plastica –.
Le piante ornamentali erano state una felicissima intuizione di Katia, l’unica ragazza del gruppo; esse, infatti, oltre a dare un tocco di verde al presidio, avrebbero certamente suscitato uno spontaneo moto d’agio e famigliarità nelle persone che procedevano sulla strada, apparentemente disinteressate ai problemi relativi alla festa di Halloween.
Appena arrivati sul posto avevano aperto il tavolo e le sedie, disposto le piante ornamentali ed estratto dalla valigetta ventiquattrore di Alan un plico di volantini ideati da Fil e fotocopiati da Gomez.
Erano ancora caldi ed emanavano il classico profumo della carta appena uscita dalla fotocopiatrice.
Gomez aveva preso dal baule della sua auto un pupazzo indossabile modello Zombie che qualcuno di loro avrebbe dovuto indossare.
Solitamente tiravano a sorte, ma quel giorno Fil si era sentito di dover fornire un esempio alla truppa e si era infilato il pupazzo di sua iniziativa. Aveva indossato l’enorme testa e abbozzato un grugnito che aveva fatto sorridere gli altri membri del presidio.
Forse non sarebbe neppure il caso di sottolinearlo, ma era davvero ridicolo.

Alle sei e cinquanta un cameriere grasso e ben vestito venne fuori dalla pizzeria per discutere il loro diritto di picchettaggio. Aveva un doppio mento che si agitava sgradevolmente e, mi duole dirlo, non sembrava un brav’uomo.
“Va bene”, disse, “state nuocendo agli affari. Ora sgombrate, dovete sgombrare, non potete picchettarci!”
Disse che non c’erano mai stati picchetti sulla piazza di Castrocozzo, che non si potevano fare senza il loro permesso, che loro della pizzeria qualunque, insieme a quelli del bar qualunque erano i Padroni della Piazza, e che avrebbe chiamato il suo capo per dargli una bella lezione.
Fil, Alan, Gomez e Katia avevano ottenuto il permesso del Comune grazie a un fortunato senso di previdenza, e lo confermarono mostrandogli il foglio che avevano ottenuto.
La cosa irritò vivamente il cameriere, che rientrò brontolando nella pizzeria per riferire al proprietario.

Fra i passanti crebbe l’interesse per il presidio: parecchia gente accettò i volantini e cominciò a fare ai picchettatori domande come “Che volete dire?”, e “Voi giovanotti siete stati educati in seno alla chiesa?”
I picchettatori rispondevano a queste domande con tranquillità ma con fermezza e fornivano tutti i particolari che si poteva immaginare interessassero a chi si trovava a passare di lì per caso.

Alcuni dei passanti facevano osservazioni scortesi, atte presumibilmente a difendere il diritto dei loro figli di celebrare la festa di Halloween in santa pace, ma il contegno dei picchettatori fu esemplare in ogni momento, anche più tardi quando la situazione cominciò, secondo l’espressione di Fil, a farsi un po’ tesa.

La gente cui stanno a cuore i diritti di chi fa picchetti dovrebbe rendersi conto che questi diritti vengono minacciati per lo più non dalle forze dell’ordine, che generalmente non vi molestano se seguite l’opportuna trafila burocratica – vale a dire vi procurate il permesso -, ma da individui che vi si avvicinano e tentano di strapparvi il cartello dalle mani o, in un singolo caso, vi sputacchiano.
L’individuo che fece questo era, per strano che possa sembrare, molto ben vestito. Non ci fece neppure domande riguardo alla natura o allo scopo della dimostrazione, sputò soltanto e se ne andò. Non disse una parola.

Alle sette circa un tipo dall’aria malmostosa venne fuori dal bar qualunque (che si trovava a pochi metri dalla pizzeria qualunque) e chiese se volessero una bella lezione. Probabilmente si trattava del proprietario del bar qualunque.
“Questa dimostrazione è una vera pagliacciata”, disse, e poi chiese ai picchettatori di trasferire le proprie chiappe in qualche altro posto.
Fil ebbe con questo tizio una discussione molto interessante di una decina di minuti durante la quale vennero scattate fotografie dalla Nuova Provincia, dal Monferrato, dal Piccolo e dalla Stampa di Asti, che Fil aveva avvisato prima della dimostrazione.
I fotografi resero un po’ nervoso il tizio, che invero sembrava già pronto a menare le mani in compagnia di una mezza dozzina di altri tizi sciamati dietro di lui dal bar.
Disse parecchie cose banalissime tipo “La festa di Halloween è qualcosa di dato, quello che conta è che i bambini si divertano” e “perché non volete lasciare che i bambini si divertano in pace e gli adulti consumino birre e altri cocktail nel mio bar?”, che Fil controbatté con la sua famosa domanda: “Perché deve essere così?”, che ha fatto ammutolire tanti tizi pronti a menare le mani.
Perché?”, esclamò il tizio. Era chiaro che era stato colto alla sprovvista. “Perché è così. Dovete farvi furbi. La festa di Halloween è una festa che tutti i bambini aspettano”.
“Ma perché deve essere così?”, ripeté Fil, che è poi la tecnica della domanda alla quale se usata in questo modo non si riesce a rispondere.
Una vampata d’ira e di frustrazione percorse il viso del tizio.
Può darsi che zombie e vampiri non esistano”, dichiarò il tizio, “ma se mi fanno vendere più birre e caffè per questa sera esistono eccome”.
“E dunque”, disse Fil, “siete pronti a perpetrare questa balla ai vostri figli soltanto per vendere qualche birra in più?”.
“Veramente”, disse il tizio, “sono anche pronto a prenderti a cazzotti sul muso subito”.

“Perché le cose stanno andando così?”, domandò Gomez ad Alan.
“Non lo so, Gomez”, rispose Alan.
“Forse perché delle femminucce come voi dovrebbero rimanere a casa a grattarsi il culo smanettando la playstation”, disse il tizio che era anche pronto a prenderli a cazzotti sul muso.
Nel frattempo anche alcuni giovani erano usciti dal bar e dalla pizzeria qualunque e si erano posizionati in prossimità del presidio.
“Chi siete, voi? Delle specie di rompiballe o cosa?”, domandò uno dei giovani. Avrà avuto al massimo diciassette anni. “Puoi definirci critici della società che perpetra la menzogna a fini di entertainment”, rispose Alan; al che un altro ragazzotto lo interruppe, dicendo: “Sono finocchi!”. L’esternazione suscitò l’ilarità dei presenti e di alcuni tra i passanti, mentre Alan e gli altri mantennero un contegno davvero apprezzabile.
Qualcuno prese un bastone e cominciò a simulare la decapitazione di Fil, scatenando commenti di ogni genere e molte risate.

Un uomo dall’aspetto cordiale, vestito con una giacca a coste di velluto marrone, si presentò al presidio e disse di essere davvero dispiaciuto che al mondo esistessero ancora persone che non davano valore al divertimento della gente, alle tradizioni, e perseveravano con idee assurde e materialiste su temi del tutto superati. Quelle persone erano, evidentemente, Fil, Katia, Gomez e Alan.
“Siete ridicoli”, disse il tizio.
“Chi lo dice?”, gli domandò Fil.
Il tizio elencò una serie di motivi per cui la Festa di Halloween non sarebbe mai stata cancellata, non ultimo il fatto che sarebbe stata un’inutile perdita di tempo anche solo pensare di poterla cancellare. Arrivò ad affermare che le feste come Halloween o San Valentino erano necessarie, e che loro – Fil e gli altri – erano dei pappamolla e delle mezzeseghe (utilizzò proprio questi termini), che sarebbe stato meglio per loro trovarsi un lavoro onesto eccetera eccetera, che sono sempre le cose che si dicono in casi simili.

Altri clienti del bar qualunque e della pizzeria qualunque ridevano, ridicolizzavano il presidio, digerivano rumorosamente, esprimevano a chiare lettere il proprio dissenso verso i picchettatori, qualcuno inveendo nei confronti di Fil, bersaglio soprattutto dei bambini, i quali, muniti di bastoni improvvisati, tentavano di emulare i personaggi dei film colpendolo in testa ripetutamente.
Fil li lasciava fare, ben consapevole che una serena accettazione dei soprusi è l’unica arma contro la violenza. Comunque le bastonate non erano sferrate rabbiosamente e non gli avrebbero lasciato lividi, soprattutto grazie all’imbottitura del pupazzo.

Un giovanotto si presentò al presidio per incoraggiare i quattro; superò la sua visibile timidezza per instaurare una qualche forma di conversazione. “Pensate davvero che gli Zombie non esistano?”, domandò.
“Crediamo sia necessario decostruire ogni forma di menzogna per investirla di un nuovo significato”, rispose Gomez con un sorriso.
“Mi pare uno dei problemi più incombenti della nostra epoca”, disse il giovanotto mangiandosi le pellicine delle unghie.
“Occorre attivare un processo secondo il quale l’essere umano deve astrarsi da se stesso, dal senso della sua umanità, per considerarsi come semplice animale tra gli animali”, disse Katia.

Il giovanotto se n’era già andato quando il proprietario della pizzeria qualunque si avvicinò e disse a chiare lettere che il loro atteggiamento lo innervosiva. Lo disse in modo rude, alzando la voce. Disse che avrebbero fatto meglio a drogarsi, invece di rompere le palle alla gente tranquilla che voleva festeggiare Halloween travestita da vampiro e venire a Castrocozzo per mangiare una pizza o bere una birra in un bar qualunque. Era chiaramente sarcastico. “Sappiate che noi siamo i padroni di questa piazza”, affermò.
“La nostra sensibilità ci impedisce di disinteressarci del problema”, disse Gomez.
Il tizio, con un atto davvero increscioso, si levò la sigaretta dalle labbra e con una certa violenza la lanciò addosso ad Alan, il quale per scansarla finì contro una delle due piante ornamentali, rovesciandola e spezzandone alcuni rami. Poi il tizio aggiunse che erano dei gran coglioni, che avrebbero dovuto ritenersi fortunati perché in una giornata normale li avrebbe presi a calci tutti e quattro, soprattutto il buffone dentro al pupazzo, che era stufo di questi anarchici comunisti del cazzo, e così via.

Subito dopo qualcuno lanciò un paio di palloncini d’acqua all’indirizzo del presidio; in realtà Katia e Gomez scoprirono loro malgrado che il contenuto dei palloncini non era acqua, bensì piscio. Fu un fatto molto spiacevole.

Un altro fatto molto spiacevole fu notare che numerosi bambini, fomentati dai ragazzi più grandi, si presentavano al presidio gridando offese e cercando di colpire Fil.
In particolare l’obbiettivo dei bambini era quello di “decapitare” il povero Fil, dal momento che l’unico modo per uccidere uno zombie – se gli zombie esistessero, e non esistono – è decapitarlo.
“Che fastidio vi diamo?”, domandò Gomez a uno dei giovani.
“Esistete”, rispose uno dei giovani. “E in quanto rompiballe e finocchi, state infastidendo tutti”.
“Sono davvero dei froci”, disse un altro, un tipo coi capelli castani a caschetto.
A questo punto, c’era nell’aria un profumo di limoni acerbi e pizza ai frutti di mare, i presenti improvvisarono una rudimentale corrida, adoperando un paio di bastoni da passeggio concessi da due distinti signori.

Uno degli studenti prese di mira Fil e ci fu un grande boato d’approvazione, lodi, applausi, ecc., e tutti i ragazzi cominciarono a urlare frasi del tipo: “morte al pagliaccio”, “facciamo fuori il re dei coglioni”, riferiti a Fil, il quale trascorse alcuni minuti molto tristi: cinque persone lo fecero cadere a terra e dopo averlo fatto rotolare per quindici metri sull’asfalto lo decapitarono simbolicamente, smascherandolo e sferrando calci alla testa da zombie del suo pupazzo.
Tutta la gente applaudì e contribuì a rimuovere il presidio, rovesciando le piante ornamentali, le sedie e il tavolo pieghevole. I ragazzotti incendiarono anche i volantini, mentre Fil era a terra attonito.

Quando il Conte Dracula – che era rimasto in disparte per tutto il tempo – planò dal campanile della chiesa di Castrocozzo sotto forma di pipistrello, si trasformò in un distinto signore con mantello nero e si avvicinò a Fil, qualcuno tra i presenti pensò che volesse morderlo sul collo o che intendesse aiutarlo a rialzarsi.
Ma questo, giunto a pochi passi dal poveretto a terra, gli rifilò un violento calcio nelle palle e restò lì, appagato, ad assaporare la vista di un coglione che si contorceva per il dolore, mentre molti dei presenti urlavano maleducati epiteti, almeno finché un’orda di morti viventi cresciuti nel vicino cimitero non li sbranò tutti.

Allora si scatenò un bel silenzio, e chi aveva qualcosa da festeggiare iniziò a farlo.

Scrivere in un posto pulito, illuminato bene

Scrittori!

 

Il ‘concorso’  Scrivere in un posto pulito, illuminato bene è scaduto. Come il latte. Come la mozzarella. Come una qualunque cosa che a un certo punto scade.

Eppure non mi lascerò prendere dalla depressione.

Un ringraziamento a tutti i partecipanti, tra i quali Stefano Trucco, terzo classificato a Masterpiece, che ha raggiunto il posto pulito, illuminato bene prendendo un treno da Genova a Asti, una corriera da Asti alla periferia di Montemagno, un calesse dalla periferia di Montemagno al bar per imbucare il suo racconto.

STEFANO TRUCCO

Stefano Trucco, autore di Fight Night, in libreria dal 5 novembre: uno dei partecipanti a Scrivere in un posto pulito, illuminato bene

Comunque.

Il “concorso” è scaduto (il 3 novembre sarà reso noto il racconto vincitore), ma Scrivere in un posto pulito, illuminato bene continua.  Senza scadenza. Come il sale. Come la Simmenthal (che una scadenza ce l’avrà anche, ma a lungo termine).

Ogni tre mesi, senza troppi orpelli e fronzoli, un racconto sarà premiato con una bottiglia di vino.

LOCANDINA CONCORSO scrittori

Scrivere in un posto pulito, illuminato bene CONTINUA.

Pertanto, cari scrittori, fatevi sotto!

 La prossima ‘premiazione’ sarà il 15 gennario 2015.

Vi ricordo le semplici regole per Scrivere in un posto pulito, illuminato bene.

Le trovate QUI.

Vi lascio con uno dei racconti imbucati (racconto squalificato dal concorso per la palese violazione dell’Art. 3 – comma 2 del regolamento di Scrivere in un posto pulito, illuminato bene – max. 7762 caratteri spazi inclusi):

EIACULAZIONE GADDIANA

di Rufus T. Firefly (probabilmente un nome d’arte)

Immagine gaddiana

EIACULAZIONE GADDIANA

Dopo un quarto d’ora il regista urla di aumentare la velocità e io ci provo, ad aumentarla, anche se c’ho la minchia che mi va in fiamme.
Il regista si chiama Ron Auard (è un nome d’arte).
Tieni, urla Ron Auard, tieni, tieni, cazzo, tieni, mi incita, e io ci provo a tenere, penso alla mia vicina di casa senza tre denti davanti e a mia nonna con le gambe gonfie. Penso alle guerre nel mondo. Penso ai cimiteri, alla morte, ai lutti. Penso alle cosce devastate dalla cellulite della mia vicina di ombrellone al mare. Sto tenendo. Aumenta la velocità, urla Ron Auard, tieni, tieni, e io ci provo, ci provo davvero. Studio mentalmente la griglia di Ruzzle nella partita Gokhan contro Easy77. Tosante, cretosa, presto, isotera, toserai, osterai, tosata, cretosi. Sto tenendo. Tasterai, cisterna, tastiera, citiso. Poi non ce la faccio più. Apro gli occhi e vedo i reggicalze di Sandra Sbullok (è un nome d’arte) e non ce la faccio più. Vengo all’istante.

Porcozio! Urla Ron Auard. Porcozio! È la terza volta in tre scene, cristo.
Sandra Sbullok sembra perplessa. Tom Cruiser (è un nome d’arte), conosciuto anche col nome di Labrador, se la ride. Ron Auard urla porcozio. I tecnici delle luci scuotono le loro teste di cazzo. Uno dice: se avessi io una nerchia come quello lì ste troiette me le ingropperei quattro ore di fila. Un altro gli risponde: chi ha il pane non ha i denti. Un uomo distinto dice: state muti voi due, andate a farvi un giro. Vanno a farsi un giro. Bambi Love (è un nome d’arte) in un angolo scuote la testa.

Questo giro sono venuto dopo novantasette secondi. Al primo tentativo ero venuto dopo trentuno. Al secondo dopo quarantanove. Tra la prima e la seconda eiaculata sei minuti e mezzo. Tra la seconda e la terza nove minuti e cinquantasette secondi, con l’aiuto di un paio di succhiatrici. Totale, anche stavolta una figura di merda, Labrador che se la ride, Ron Auard che si smarrona, Bambi Love che corre a rifarsi il trucco, Sandra Sbullok che si lamenta dello sperma sulla schiena.
Il produttore, poi, è tutto un porcozio di qui una vaccaboia di là.
Mi accendo una sigaretta.
Ci riproviamo? Chiedo.
Ci riproviamo un cazzo, risponde Ron Auard. Ho le succhiatrici che mi hanno perso sensibilità alla lingua. La rumena scoglionata, la bielorussa depressa. Io sono depresso. In sostanza vaffanculo, fuori tutti dai coglioni, dice, ci vediamo domani.
Labrador se la ride. Ha una nerchia che sarà la metà della mia, ma dura dieci volte.
E tu vedi di spalmarti il gel ritardante, cristo, che l’ho fatto arrivare dall’America apposta, o domani sei fuori.
Ma mi procura bruciori insopportabili, dico.
Per me potrebbe anche incenerirtelo, cazzo, dice Ron Auard. Non m’interessa se ti diventa viola o blu, m’interessa avere un attore che non mi spruzzi dopo dieci secondi.
Temo sia colpa della mia educazione cattolica, dico. Ha presente la paura del peccato?
Ma vaffanculo te e il peccato, dice Ron Auard. Non me ne frega un cazzo che sei andato a catichismo o che ti hanno inculato i preti, dice. Me ne frego se la tua maestra dell’esilo ti faceva venire nelle mutande leggendoti cappuccetto rosso, dice.
Si dice asilo, dico io.
Togliti dai coglioni entro tre secondi, dice Ron Auard. Ti sembra grammaticalmente comprensibile toglierti dai coglioni in tre secondi, che poi è il tempo che ci metti solitamente a sborrare?
Mi tolgo dai coglioni.
E spalmati quel gel del cazzo sul cazzo, urla Ron Auard mentre esco.

§

Se non fosse per il mio pene sovradimensionato mi avrebbero già preso a calci da tempo. Faccio l’attore porno da un anno e mezzo, da quando cioè mi sono presentato a un provino in città e mi hanno immediatamente scritturato appena ho abbassato le mutande. Mai vista una vanga del genere, è stato il commento del selezionatore.
Ci sarebbe da essere soddisfatti. Solo che il mio sogno non è certo quello di trascorrere le giornate con il pene infilato nei pertugi di estoni e bielorusse.

Il mio sogno è partecipare al raduno per Epigoni di Gadda che si tiene durante la Giornata Gaddiana presso il caffè Un Posto pulito, Illuminato bene di Montemagno, ed entrare a far parte della prestigiosa Accademia Mondiale Gaddiana, costola della celebre Associazione Epigoni Gaddiani del Monferrato.

Insomma, un giorno o l’altro saluto tutti e me ne vado a stare da solo, vicino alla sede della Scuola di Scrittura Gaddiana, in un bell’appartamento col parquet, la televisione satellitare e una libreria con i controcazzi. Ma per adesso devo inculare a sangue estoni, rumene e bielorusse, sperando di tenere, e condividere una casa di merda con mia madre, mia zia, mio fratello, mia cugina e mio nonno.

§

Quando arrivo a casa è prima del solito per cui trovo mia cugina Tere che si spacca la testa ascoltando Cesare Cremonini. Mia madre è in cucina che sfornella. Mia zia, in sala ad ascoltare Cesare Cremonini mentre legge una rivista di gossip. Mio fratello in bagno ad ammazzarsi di seghe.
Mio nonno sul divano rincoglionito sta provando a capirci qualcosa, è magro come una scopa e ha tutti i capelli sparati a destra.
Sei già a casa? Chiede mia madre.
Sono già a casa, dico.
Ciao tesoro, dice mia zia.
Poi mia madre comincia a piangere, come ogni giorno da quando ha scoperto il mestiere che faccio.
Che palle mamma, dico.
Ma quella continua a piangere.
Mio nonno non capisce un cazzo, mi allunga la mano per presentarsi.
Sono tuo nipote, dico.
Buonasera, dice lui.
Ma vaffanculo, dico io.
Non trattare così il nonno! Urla mia madre.
E non urlare, dice mia zia.
Un figlio zozzo, mi è capitato, dice mia madre.
Un figlio che almeno porta a casa qualche quattrino, dice mia zia. Non come quella debosciata di mia figlia che sta chiusa in casa tutto il giorno a fare un cazzo.
Ti sembra il caso di usare quella parola? Dice mia madre.
Quale parola? Dice mia zia.
Quella parola, dice mia mamma.
Intendi dire Cazzo? Chiede mia zia.
Ci risiamo.
Dovresti vergognarti, con quasi settant’anni, dice mia madre.
Quasi settant’anni un cazzo! Urla mia zia. Brutta vecchia rinsecchita. Per tua info: io non ho quasi settant’anni. Ne ho sessantotto a novembre, cazzo. Ho detto: cazzo, dice mia zia.
Mia madre piange.
Un figlio zozzo, dice. E pensare che sei andato al catechismo.
Ah perché i preti non sono zozzoni? Dice mia zia.
Lascia stare i preti, dice mia madre.
Ma se sono i primi a far le zozzerie, dice mia zia.
Non ti osare, urla mia madre.
Mia cugina emerge da uno stato catatonico e mi saluta. Complimenti, dice, una mia amica mi ha fatto vedere un tuo film.
Grazie, dico.
Hai una minchia notevole, dice mia cugina.
Tere! Urla mia madre. Ma come ti salta in mente?
Mia zia se la ride.
Che ho detto? Chiede mia cugina.
È quella svergognata di tua madre che ti insegna queste parole? Chiede mia madre.
Con venticinque anni non ha certo bisogno che gliele insegni io, certe parole, dice mia zia.
Oh Signore Santo, dice mia madre.
Cosa fai bestemmi? Dice mia zia.
Stai scherzando, dice mia madre.
Secondo me hai bestemmiato, dice mia zia. Vero che ha bestemmiato? Chiede.
Mi sa di sì, dice Tere.
Cosa state farneticando? Dice mia madre. Signore Santo ti pare una bestemmia?
Mi pare una bestemmia, dice mia zia.
Vado in bagno e mentre ci vado incontro mio fratello che mi dà un cinque e dice come vorrei essere al tuo posto, le sfonderei quelle topolone.
Sei ancora troppo giovane, gli dico.
Ma ho una voglia di scopare pazzesca, dice lui. A volte mi viene persino voglia di scopare Tere.
Che cazzo ti salta in testa? Vuoi far morire tua madre di crepacuore? Gli dico.
Mi dai una sigaretta? Chiede. Gli do una sigaretta.
In bagno è uno schifo senza senso, capelli grigi ammucchiati in un angolo e assorbenti dappertutto, il cerchione del water sporco di piscio.
Torno in cucina. Tere ha un provino da parrucchiera o qualcosa del genere e sta martoriando i capelli di mio nonno.
Andiamo a casa? Chiede il nonno.
Ma sei già a casa, nonno, dico.
I pasticcini? Dice lui.
Che pasticcini? Dico io.
Voglio tornare a casa, dice lui.
Sei già a casa, cazzo, dico io.
Non rivolgerti così al nonno, urla mia madre.
Mamma guarda che il nonno non capisce più niente, dico io.
Poveretto, dice Tere, mi ricorda i mongoloidi.
Cosa c’entrano adesso i mongoloidi, dice mia madre.
Volevo dire i deficienti, dice Tere.
Ma non ti vergogni di quello che dici? Dice mia madre.
E cosa ho detto? Chiede Tere.
Mia zia se la ride.
Tere mette i bigodini a mio nonno. Ha ancora un sacco di capelli.
È proprio necessario? Chiedo io.
Domani ho il provino, dice Tere.
Mio nonno allunga la mano per presentarsi.
Buonasera, mi dice.
Che cazzo, dico io.
Mia zia se la ride.
Come parrucchiera fai davvero schifo, dice a sua figlia.
Vaffanculo mamma, dice mia cugina.
Che cosa ho fatto di male, dice mia madre.
Poi è l’ora della preghiera quotidiana di ringraziamento per cui mia madre ci fa mettere seduti e attacca col suo Padre Nostro quotidiano.
Dobbiamo farlo tutti i giorni? Si lamenta mio fratello.
Dio va ringraziato tutti i giorni, dice mia madre.
E per cosa? Dice mia zia.
Zitti tutti! Urla mia cugina. Sullo sfondo la voce di Cesare Cremonini. Mamma quanto m’intrippa sta canzone! Una figata pazzesca!
La voce di Cesare Cremonini investe la casa. Mia cugina canta. Mia zia se la ride. Aaaaah da quando Senna non corre piùùù. Mia madre mi guarda e pensa a suo figlio che è uno zozzone. Oooooh da quando Baggio non gioca piùùù. Mio nonno ha due occhi grandi come due palle da tennis.
Chi sono io? Gli domanda mia zia.
Andiamo a casa? Dice mio nonno.
Mia zia se la ride. Chi sono io?
Una stronza, dice mia madre.
Ma sentila, la suora, dice mia zia.
Allora, questa preghiera, dico.
Veloce, dice mio fratello.
Momento! Urla mia cugina. Non è più domenicaaaaa.
Abbozziamo un padre nostro sul tavolo della cucina con colonna sonora di Cesare Cremonini. Quando è tutto finito filo in camera vedo il gel ritardante e decido di non spalmarlo. Mi metto al lavoro per limare il testo da presentare all’Associazione Epigoni Gaddiani. Lo rileggo ad alta voce, senza pause, come un’eiaculazione liberatoria, gaddiana, per sentire l’effetto che fa:

“Non prendeva sonno. E i mobili, vecchi e muffiti, parevano impallidire al suo passaggio, quasi come se fosse uno spettro o altra oscura figura a strascicare gli zoccoli sull’ammattonato; una candela ammollata giaceva sullo scrittoio del marito, presaga d’un futuro d’ansie e dolorî che le pizie avevano già iscritto sul brogliaccio della sua vita. Un tempo era la guerra. Ma dopo un anno, a Castrocozzo, i sibili erano cessati, cessate le ostilità e i ribelli tutti perseguitati; le rimanevano poche fotografie archiviate nella credenza e un marito con un moncherino invece d’una gamba, la sinistra, presa attanagliata dallo scoppio d’una granata. Non prendeva sonno: quella mattina s’era scordata dell’esame del figliolo, un bravaccio cialtrone da du soldi, e l’aveva lasciato uscire senza caffè, il caffè che con amorevole cura gli preparava da vent’anni, vent’anni! L’agonia si faceva lancinante mentre la notte, fuori, prillava i suoi strepiti con un tremito di labbri, mentre la luna e i pianeti tutti davano sfogo a la lor girazione, con gran furore d’andare e rivolvere, ch’ella conosceva bene. Guardò dalla finestra: il frugnolar de’ grilli e lo sbrillantar delle lucciole, le coppie d’innamorati capovolti nelle vetture tra le forre e i cespugli, di lontano, come lumicini di pescherecci a largo, nel giallore alfine di quella tremula campagna c’agli occhî si mostrava come prossima alla tenebra, non fosse stato per uno spiraglio lunare ridisceso e rifranto dalla tettoia della rimessa. Il cortile, deserto e arso, cigolava nell’austero auspicio d’un prossimo temporale, ne’ fasti de’ vecchi flagelli tumultuosi e piovosi, regno del vuoto desolante c’altri chiama solitudine del mondo. E lei era, per l’appunto, sola. E l’invidioso sgomento per la sciatteria del marito, che mariteggiàndo dormiva profondamente, aumentava il suo malanimo, imbarbarito dalla mestizia del paesaggio. Il Monferrato. Alti tremolanti cipressi e pioppi dirancati dal vento, ville e villette di svizzeri e milanesi, tombe efferate e trombe di scale vertiginose proiettate sul terreno bruciato; le vigne, pasto degli evi ormai dilapidati, mortificati dal tempo che tutto sotterra, parevan biancastre in controluce, spettrali fulgori ringalluzzivano i gatti, gongolanti sul balcone accanto ai gerani fioriti. Un tempo aveva mansioni, giù ne’ vasti campi che conducono alla città, e per un po’ il ripulir sangue e il rattoppar gambe e fronti, il cambiar garze e bende, il curare, il cucire e il ricucire la tennero occupata. Ma ora più alti e ombrosi sagrìn l’accaneggiàvano, straziandola e dimettendola dalla gioia che mai l’investì per intero; e sì ch’era stata donna e madre, sposa e infermiera, e di notti n’aveva passate più di mille, ad aggrottarsi sui tormenti dell’esistere. Più alti oltraggi s’accumulavano, come chicchi l’uno sull’altro, nel suo senno malato, e il suo animo prendeva a violentarsi, cavillando su tutte cose, fossanche l’acqua nel bacile o ‘l foco che talvolta appariva come fatuo sul crinale ovest, financo l’abbrillantar de’ trattori nell’umida valle, in lontananza; il suo respiro si faceva affannoso, ogni zuffo d’aria ch’emetteva come un tonfo di rimbombo signoreggiava nel vuoto della camera, echeggiando sui muri: e via di seguito con singhiozzi, convulsioni e borborigmi rauchi e strazianti eppur composti, ovvero esalati senza mutar di tono, affinché potessero confondersi col panorama degli attigui accordi campestri. E comunque bastavano a ottenebrare la debole spemuccia che di tanto in tanto tendeva a insinuarsi sottoforma d’effluvi melanzananti, caroteggianti, tomaticheggianti, rievocanti cioè il cuore de’ suoi amati pasti, semplici com le piaceva di farli, in compagnia de’ figli. N’aveva messi al mondo due, e un terzo le era nato morto. Ma quei disgraziati! Trattava i momenti della loro fanciullezza come cimeli, e ora? Dov’erano, i suoi due tesori, mentre lei agonizzava, sola, in quella stanza che mai, in passato, le era parsa tanto squallida? Intanto sul colle qualcuno aveva acceso un focherello, e il suo timido bagliore si faceva sempre più vicino; credette perfino di sentire il tepore della fiamma sulla pelle, mentre crepitando sprizzava spari di faville sulla terra; quei figli farabutti, prole meschina e traditrice, impegnati a gozzovigliare in qualche localaccio fuoribordo, un si sarebbero ricordati della madre nemmanco si fosse stata lì lì per crepare. Questo era solo uno de’ tanti malevoli pensieri ch’ella ricoglieva e rivoltava e rimuginava come frutto di una inesausta centrifuga. Non prendeva sonno, e il cielo, così adombrato sulle rare nuvole, la travolgeva come un fiato d’orrore all’udir fantasmi di fastose risatine: s’era fatta festa, in città, e i rimasugli del bagordo ristagnavano nel vento notturno come rinzaffi svaporati e risbuffati dagli aliti della gente festante. Il marito, col moncherino appoggiato sulla sedia, l’orinatoio svuotato da poco, cominciò a russare. L’osservò con reticenza, mentre rimovendo il ciuffo di capegli dal viso ammirava il riverbero della campagna, la forra punteggiata d’esuli cumuli di vita, ridondando chiarità ormai dissolte nella notte buia. I varî profumi della sua terra l’assalivano teneramente, gelsi e violette, creme e olii, anco vinacce e piumaggi d’oche, anitre e gallinacce. Un clacson dalla camionale la fece sobbalzare, come presa d’un improvviso guizzo d’energia, mentre camminava avanti e indietro sminuzzando pensieri come ceneri d’un falò. Poi un altro rumore, monotono, dalla cascina: un ometto la cui figura si stagliava, fumosa, nello strale della notte, inazzurrita, ordiva quietamente un quinale, torreggiando sulle cime degli alberi e sulla dentatura de’ monti. Ma questo è il Monferrato: bagliori lontanissimi moruscavano i cirri fibrillando l’aria, e tutti i rumori della stanza moltiplicavano la sua ansia e la predestinazione al dolore che fin da piccola l’avevano seguita. Una policroma intensità d’emozioni la sconquassava, infamando i suoi tentativi di prender sonno; il precipitare della notte la rendeva stizzosa e il vento, penetrato dalla finestra, gelava la sua bianca vestaglia, quasi una gellàba con tanto di merletti e pizzetti ricamati a mano. Poi il silenzio, come se tutto il Monferrato si fosse svuotato di vita, la colse colla sua lama tagliente, prepotente persuasore d’ogni spirito. Perfino i gatti, sfiniti, avevano smesso di miaulare, e anche il lungo ronzio della caldaia finì per arrestarsi. Faceva caldo in campagna, e le strade del centro erano deserte, screpolate come labbra d’asino. Immaginava i tetti dei palazzoni e un sipario color vermiglio che frangeva la tenue brezza del tramonto. Immaginava la sera lucida come la pavimentazione d’una chiesa, le giovani donne sculettavano tremando come cigli e saltabeccando eccitavano i balordi. Si coricò, attenta a non svegliare il marito, delicata e rapinosa come ai tempi de’ fasti guerrafondai, quando la limpidezza della sua pelle era specchio dei barbagli più diversi e le dita, or incavatici di vecchiezza, lungheggiavano smaltate a fendere l’aria turbinosa degli aprili rivoltosi. Si sentiva senza scampo, perduta nei gorghi dell’infinita uggia, irreparabilmente votata all’inadeguatezza, alla moribonda delusione. Or la stagione fiorifera pareva stanca, allungata nel suo romitaggio, e le sue palpebre a pampineddra parevano lentamente dischiudersi come l’hangar d’un aeroporto. Intanto l’immenso fuori aveva ripreso a essere e le cime degli alberi più alti sembravano rapite dalla vasta ellissi del sole. Finanche lo stagno assumeva un aspetto gradevole, circoscritto da licheni e fogliame sparso, aggraziato dal chiaror dei fuochi accesi dai ragazzotti, e si diceva, in notti come quella anche gli orchi facevano all’amore. Si lasciò dileggiare ancora un poco dallo strimpellìo degli uccelli notturni, del resto avrebbe voluto soffrire ancora delle guerre, delle prigionie, delle ingiustizie…avrebbe voluto gridare a perdifiato libertà! libertà!…avrebbe voluto e voluto e voluto…ma il sonno sopraggiunse, e quel ch’erano i suoi dolori, i pallori della sua negazione, s’acquietarono nel nulla del mattino sommersi da un amarulènto brividìo.

Meglio che continui a chiavare le bielorusse, dice mio fratello sulla porta della mia camera.
Vaffanculo, gli dico io, che cazzo entri senza bussare. E non usare quelle parole.
Poi mi spalmo il gel ritardante Eiaculatio Longer Pleasure e fumo una sigaretta sul balcone.

Venerdì 17 ottobre: istruzioni per scacciare la sfiga (in Un posto pulito, illuminato bene) – Reload

 

venerdì 17

Ebbene: è venerdì 17, e rifacendomi a questo articolo QUIcredo sia giusto fare un piccolo ripasso delle

istruzioni per scacciare la sfiga di venerdì 17 in Un posto pulito, illuminato bene

(potete scegliere uno – o più d’uno – dei seguenti momenti della giornata)

1. Colazione

Entrate in Un posto pulito, illuminato bene. 

Dopo aver salutato o dopo aver fatto quello che fate di solito quando entrate in un posto qualunque, ordinate un cappuccino antisfiga e una brioche.  Specificate che il cappuccino deve essere un cappuccino antisfiga e non, per esempio, un cappuccino anti-rottura-di-palle o un cappuccino anti-stress. Questi teneteli per un’altra circostanza.

Sedetevi al terzo tavolo sulla destra del bancone (quello accanto ai vini).

Prendete La Stampa: apritela, sfogliatela distrattamente, poi richiudetela e mettetela da parte.

Gustatevi la vostra colazione.

2. Pranzo

Entrate in Un posto pulito, illuminato bene. 

Ordinate una piadina. Il ripieno non è importante; potete scegliere prosciutto crudo o cotto, formaggio, speck, ecc.

Sedetevi al tavolo in vetrina. Cercate, tra quelli presenti al bar, un libro di Eugenio Montale e leggete una poesia a vostra scelta, ma che contenga almeno un anacoluto o un iperbato.

Gustatevi il vostro pranzo.

Se la piadina vi resta sullo stomaco avete certamente sbagliato qualcosa: studiato la metrica?

3. Pomeriggio

Entrate in Un posto pulito, illuminato bene. 

Ordinate un caffè. Non ha importanza chi ve lo prepara.

Mentre attendete il caffè al bancone, voltatevi: alle vostre spalle noterete il racconto di Hemingway che dà il nome al bar. Leggete ad alta voce una riga del racconto facendo le corna.

Bevete il vostro caffè al bancone.

Prima di uscire andate sotto al quadro Nighthawks di Edward Hopper. Concedete una carezza al tizio seduto da solo.

4. Aperitivo

Entrate in Un posto pulito, illuminato bene. 

Ordinate un bicchiere di Franciacorta Villa Crespia Satèn.

Sì, per scacciare la sfiga bisogna trattarsi bene, mica si può pensare di bere il bianco alla spina e farla franca.

Con il bicchiere in mano, dirigetevi verso Un bagno pulito, illuminato bene.

Entrate.

Guardatevi allo specchio; fatevi una bella linguaccia.

Gustatevi il vostro Franciacorta dove meglio credete.

5. Dopo-cena

Entrate in Un posto pulito, illuminato bene. 

Ordinate una cosa qualunque.

Cercate, tra quelli presenti al bar, il libro Conviene far bene l’amore di Pasquale Festa Campanile.

Leggete la quarta di copertina e ripromettetevi, prima o poi, di leggere l’intero libro.

Salutate tutti e, se potete, andate a fare l’amore.

Se non potete restate al bar e fatevi una birra o due.

§

facile, no?

Vi aspettiamo in Un posto pulito, illuminato bene.

Vi consiglio di non mancare.

(E soprattutto di non sbagliare bar)

§

E per finire, se proprio ritenete che venerdì 17 possa essere una giornata di merda, vi regalo un racconto anonimo imbucato nella cassetta postale letteraria, il cui titolo, manco farlo apposta, è

OROSCOPI

(il protagonista/narratore non è mai stato in un posto pulito, illuminato bene)

ASTROLABIO

L’altro giorno si è presentato questo tizio alla porta di casa mia. Portava una giacca marrone e una camicia a quadri simile a quelle che indossano gli operai della segheria in cui lavorava mio padre.
“Buongiorno” mi ha detto, mostrandomi un biglietto da visita piuttosto scadente, sul quale campeggiavano un pentacolo e il nome d’arte del tizio.
“Lei fa oroscopi?”, ho chiesto mentre leggevo il biglietto.
“È il mio lavoro”, ha risposto il tizio. “Redigere oroscopi a domicilio”.
L’ho fatto accomodare in soggiorno. Ho guardato la sua cravatta. Era una cravatta di terz’ordine, per nulla intonata allo stile della camicia.
“E in cosa consiste questo suo lavoro?”, gli ho chiesto.
“Mi pareva d’averglielo appena detto”, mi ha fatto lui.
“Redigere oroscopi”, ho detto io.
“Precisamente”, ha detto lui.
Mi sono acceso una sigaretta.
“Intendevo dire in che modo redige questi oroscopi”, ho detto. “Non so, tipo che tecnica utilizza, quale sfera della scienza, queste cose qui”.
Mi ha fatto segno di seguirlo verso il tavolo, ha aperto una ventiquattrore.
“Questa è la parte più stuzzicante”, ha detto.
Ha appoggiato un computer portatile e ha disseminato il tavolo di cartacce e attrezzi.
“Interessante”, ho detto.
“Vuole una dimostrazione pratica?”, mi ha chiesto, “è gratis”.
Ho acconsentito, per cui il tizio si è tolto la giacca e ha acceso il portatile, consultando le cartacce e maneggiando gli attrezzi. C’era uno di quegli affari per calcolare la posizione dei pianeti, un pacco di mappe celesti e una vecchia bibbia.
“Fuma?”, ho chiesto porgendo una sigaretta.
“Volentieri”, mi ha risposto, “magari più tardi, dopo la dimostrazione”.
Ho atteso che il tizio scribacchiasse qualcosa sulla tastiera versandomi qualcosa da bere.
“Sono pronto”, ha detto, “vuole cominciare?”.
“Come si chiama quell’affare per calcolare la posizione dei pianeti?”, ho chiesto.
“Vuol dire l’astrolabio?”, ha fatto lui.
“Proprio quello”, ho detto io battendomi su una gamba. “Ce l’avevo sulla punta della lingua”.
“Cominciamo la dimostrazione?”, mi ha chiesto.
“Cominciamo”, ho detto spegnendo la sigaretta nel portacenere.
“Questo è un programma che non si trova in giro”, ha detto, “è particolare, studiato ed elaborato da me e mio figlio”.
“Lei è una specie di informatico?”, ho chiesto.
“Non precisamente. Ma mio figlio è portato per questo genere di cose e di tanto in tanto mi aiuta col lavoro. Un tempo ero costretto a portarmi in giro due valigie piene di attrezzature e scartoffie; oggi è molto più semplice”.
“Vuole un drink?”, ho chiesto.
“Non mentre faccio la dimostrazione”, ha risposto.
Bene, a questo punto eravamo pronti per cominciare la dimostrazione. Mi ha fatto un sacco di domande sulla mia data di nascita, l’ora esatta, il luogo, cose così. Le solite cose che si chiedono al momento di redigere un oroscopo, suppongo. Ha inserito tutte le mie risposte nel suo programma per oroscopi e mi ha sorriso ogni volta che ho dato una risposta.
“C’è una relazione certa tra gli eventi narrati nella bibbia e il futuro di ciascuno di noi”, ha detto.
“Ah sì?”.
“Potremmo dire che la bibbia riassume in sé il futuro di tutti gli uomini dalla creazione all’apocalisse”.
“Può spiegarsi meglio?”, ho chiesto io. Era sinceramente incuriosito.
“Basta interpretare i segni”, ha detto lui. “Calcolando le congiunzioni astrali di un qualsiasi individuo, in questa circostanza lei, e connettendole a episodi biblici trascelti e decrittati dal mio programma informatico, si ottiene una divinazione minuziosa, giorno per giorno, di chiunque”.
“Mi sembra straordinario”, ho detto io per fargli sentire il mio sostegno.
“Lo è”, ha detto lui. “Sfortunatamente il Governo non mi ha ancora accordato il brevetto, per cui i miei oroscopi non hanno valore giuridico”.
“Una vera sfortuna”, ho detto io.
“Ma conto di ottenere l’avallo tra pochi mesi”, ha aggiunto.
“Me lo auguro per lei”, ho detto.
“Ecco qui”, ha detto senza staccare gli occhi dal monitor, “l’episodio biblico che il programma ha connesso ai suoi dati”.
“Qual è?”, ho chiesto. A quel punto ero abbastanza impaziente.
“Un momento per favore”, ha risposto il tizio. Poi ha ripreso a smanettare con la tastiera.
Ho osservato le sue dita mentre premeva coi polpastrelli i tasti del computer. Non ho potuto fare a meno di notare che aveva le unghie sporche. Luride.
Mi aspettavo che da un momento all’altro aprisse bocca per raccontarmi una stronzata qualunque su Ezechiele o Isaù, invece ha continuato a trafficare con i suoi strumenti per dieci minuti buoni senza dire una parola.
“C’è qualche problema?”, gli ho chiesto.
Il tizio ha tirato fuori una sigaretta e se l’è accesa senza dire niente.
Ho pensato che mia moglie si sarebbe incavolata di brutto, se fosse stata ancora qui. Ogni volta che accendevo una sigaretta in casa se ne saltava fuori con una lamentela.
Ho acceso una sigaretta anch’io mentre aspettavo che il tizio redigesse l’oroscopo.
Lui ha continuato a scrivere sul suo computer per un po’, ha consultato la bibbia, ha ripreso a premere tasti, si è tolto gli occhiali e ha cominciato a far su tutta la sua roba.
L’ho guardato in silenzio.
“Scusi tanto”, mi ha detto.
“Che succede?”, ho chiesto.
A quel punto non sapevo cosa dire.
“Mi perdoni se le ho fatto perdere tempo”, ha detto il tizio mentre sgomberava il tavolo dalla sua attrezzatura.
Lo ripeteva spesso mia moglie che quando bussavano alla porta i testimoni di Geova o gente del genere bisognava trattarli come meritano. Se bussa alla porta un rompiballe qualunque, diceva sempre mia moglie, mettigli in mano cinquanta centesimi e mandalo affanculo. Avrei dovuto fare così.
Il tizio non mi ha neppure salutato, ha infilato la porta ed è sparito dietro l’angolo. Sono rimasto senza parole.
Ho chiuso la porta, sono andato in bagno, e mentre pisciavo ho iniziato a sentire il formicolio alla spalla e al braccio.

Poesia in un posto pulito, illuminato bene

Sabato 18 ottobre 

dalle ore 18.30

lettura aperta con apericena

dalle ore 21.00

Monferrato Poetry Slam

affiche monferrato

Clicca sulla collina più alta o sulla nuvola a forma di poeta per saperne di più e scoprire – per esempio – che i poeti in gara non saranno 8, bensì 13:  CARLO MOLINARO (Torino) ANDREA FABIANI (Genova) SEBASTIANO ADERNO’ (Milano) PATRIZIA CAMEDDA (Torino) LUCA POTTINI (Milano) CARLA COLOMBO (Torino) LAURA MALATERRA (Genova) NICOLA SALVINI (Torino) GIANLUCA MANTOANI (Torino) MASSIMO BRIOSCHI (Alessandria) ZOLLA (Torino) STEFANIA CARCUPINO (Milano) LARA GALLO (Torino)

 

Vi regalo una video-poesia (se si può chiamare così) di Max Ponte, conduttore del poetry slam

 

E una poesia sonora di Bruno Rullo, l’altro conduttore dello slam

TELEFONO

Componi lo zero per uscire  e ascoltare la poesia di Bruno Rullo, oppure il 222.333.777 (telefono azzurro per poeti) se vuoi salvare qualche poeta dalle angherie della società contemporanea.

§

 E per finire vi lascio la testimonianza anonima di un cliente del Posto pulito che avrebbe desiderato fare il poeta e non ci è riuscito (ma non per colpa sua).

E’ stata rinvenuta – la testimonianza – all’interno della cassetta postale letteraria. Si intitola

SOPRACCIGLIA

Groucho-Fratelli-Marx

 

Gli studi indicano che la distanza tra le mie sopracciglia, in questa società, è problematica.
Il mio barista sostiene che sarebbero bastati alcuni millimetri in più e la mia vita sarebbe cambiata, in maniera inesorabile e vantaggiosa.

Avrei voluto essere un poeta. Scrivere poesie, recitarle, sentire quel brivido tutto particolare che provano i poeti quando parlano della loro genialità, alzarmi tardi al mattino. Insomma, cose così.

Invece, a causa delle mie sopracciglia, sono destinato a una prosa sciatta e ad alzarmi alle sette.
Cionondimeno, dice il mio barista al Posto pulito, illuminato bene, la natura percorre strade che l’intelligenza non conosce (sta sicuramente citando qualcuno, ma non so chi).

Buon dio, quanto è ingenuo. Anche se prepara un mojito imbattibile.

Ammetto che i miei metodi di stima fisiognomica siano un tantino casalinghi, ma ricordate Lombroso ai primi tempi, quando era ancora studente all’Università di Pavia; ricordate Benedict Lust, che si servì di una semplice lente d’ingrandimento per esaminare le cellule umane.
Io mi sono servito di un righello Maped da trenta centimetri; d’accordo, non sarà il massimo dell’accuratezza, ma date un righello Maped da trenta centimetri a un uomo dotato d’ingegno e tenacia, e quell’uomo vi misurerà il mondo.

Insomma gli studi sulle mie sopracciglia hanno rivelato che soffro di una spaventosa malattia mentale: la frivolezza.

Il mio sopracciglio gibboso inoltre palesa che non sono capace di concatenare versi e di toccare il nervo scoperto della gente.
Se ciò non bastasse, una ptosi della palpebra inferiore mostrava fin dalla prima infanzia che non avrei mai potuto prendermi sul serio.
Questo e un certo influsso epato-biliare che predispone all’impulsività e alla leggerezza di mente.

Ebbene, avrei voluto essere un poeta, ma la distanza tra le mie sopracciglia me lo ha impedito.
E tuttavia non mi ha impedito di conoscere poeti di prima qualità.
Ricordo le rare volte che li ho incrociati, sprofondati su comode sedie con le gambe accavallate, corazzati di un turbamento laconico.
Quanto avrei desiderato sedermi in un Posto pulito illuminato bene per scrivere poesie, fumare, mangiarmi le unghie.
Invece le unghie sono il primo posto dove la gente guarda, e non è facile essere grevi e pensierosi con le unghie curate.

Così ho deciso di riunire un gruppetto di persone – gesù, mi verrebbe da dire una vera e propria banda – la cui distanza tra le sopracciglia era ritenuta problematica. Si trattava di un bel gruppetto di persone che avrebbe voluto scrivere poesie, ma scrivere poesie gli era precluso.
Era davvero un gruppetto spassoso, anche se poi uno dei membri ha preso il cancro e un altro è finito impiccato al lampadario di casa.

Alla fine sono rimasto solo io, un’individualità malata d’inconsistenza, solo soletto nel bagno di un posto pulito illuminato bene con una camicia a righe comperata al mercato: mi guardo allo specchio cercando di comprendere meglio il significato del mio volto.
Sorseggio uno spritz e mentalmente provo a comporre una poesia che possa emozionare le persone, ma come sempre mi metto a ridere.
E rovino tutto.

Lo scommettitore in Un posto pulito, illuminato bene

Venerdì 10 ottobre

ore 21

Pee Gee Daniel presenterà il romanzo Lo scommettitore in Un posto pulito, illuminato bene.

L’attrice Alessia Giacobone reciterà alcuni brani del libro.

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Vi presentiamo in anteprima un brano tratto dal romanzo.

IL DERBISSIMO

Fffffffffffiiiii-uuuttt!!!
Fischio d’inizzzio.
Con l’enorme quantità di innovazioni e migliorie, di ordine tecnico e tecnologico, apportate via via all’agevolezza del giuoco del calcio, come alla sua riproduzione su supporti audiovisivi, nonostante i vari progressi a livello dirigenziale, finanziario e pubblicitario che quello sport aveva conosciuto nel corso degli ultimi trent’anni, pur con tutta l’accresciutissima importanza sociale e culturale che a esso era stata riconosciuta, in un aumento scalare i cui attuali picchi sembravano aver ormai raggiunto il grado massimo e insuperabile dell’umana dedizione a un’attività da diporto, per segnalare l’inizio della gara non ci si era mossi da quello: un fischietto a chiocciola dentro cui trilla un pallino in sughero completamente bersagliato dagli schizzi salivari del giudice di gara.
Tutto lì per accendere e mettere in moto questo meccanismo monstre fatto di decine di arbitri, centinaia di allenatori, migliaia di giocatori, milioni di giornalisti e quaquaraquà vari profumatamente prezzolati, miliardi di tifosi con le relative cerebrolesioni.
Tutto lì, per ridestare ogni santa domenica (senza contare ante-post, amichevoli, appuntamenti infrasettimanali e simili) questo bestione colossale, questo vigoroso Leviatano; tutto lì. Fischiargli diritto all’orecchio la bellezza di 125 decibel a propagazione pluridirezionale tratti da un cazzillo in acciaio, o in ottone cromato, con l’anima in sughero.
Come a dare a bere che mica niente è cambiato… tutt’eguale!… Il brivido della disfida… onestà decoubertiana alla base di tutto… la sana partecipazione delle parterre… tutti a comporre un solo, unico cuore! Grande… grande c-cosììì!!… non c’è soldi che tengano… lo sport è lo sport!… Malfidato, vuoi una prova?! Guarda l’arbitro: usa ancora il fischietto, proprio tale e quale a una volta. Tutto detto!… Nulla di cambiato.
Ventidue paia di gambe solide e dai polpacci acci acci, pronte a mettersi in moto in tempo zero onde sgambare a tutto stantuffo lungo l’intera area dello stadio calpestabile dalle loro salde fettone, panate dal poliammide degli spessi calzettoni termici e dalla coriacea tomaia degli scarpini chiodati: serve soltanto che il tizio zufoli.
Il fùtbol, ovvero ventidue cretini in mutande che corrono dietro a una palla, come lo si sente talvolta superficialmente liquidare. Eh, ma si fa presto a dire ventidue cretini… Con le riserve si arriva anche alla trentina…
Anche se poi quello che davvero stupisce e impressiona non è mica quella mischia di omaccioni in boxer e calzerotti che si spostano avanti e indietro per un’ora e mezza su di un quadrilatero verde-erbito senza perseguire scopo alcuno degno di tale nome… Quelli che poi ti lasciano più basito e a bocca aperta, a forza di osservarli, ponendoti pregnanti domande circa l’umana natura e le insolite pulsioni che la governano, restano i cosiddetti supporter: codeste curiose forme di vita si presentano all’occhio come tante masse elastiche dai ventri rigonfi, infagottati in magliette della salute rese ultraderenti dall’ultima scorpacciata, o tute in lycra sbiadite e fuori moda (indossate con un coraggio fantasioso sopra mocassini marroni o sandali simil-francescani), che forse portano per meglio avvalorare l’autodefinizione di sportivi, con cui tanto amano presentarsi. «Ehi, io sono uno sportivo» senti tipicamente affermare da certi personaggi ai limiti del collasso lipidico o con serie difficoltà di deambulazione da attribuire a rachitismo da sedentarietà prolungata, solo perché spendono quota parte del loro tempo libero a seguire le gesta della loro formazione calcistica preferita e quasi la totalità delle ore di lavoro a discorrere col vicino di pressa sull’errata attribuzione di un fuorigioco durante il match svoltosi la sera prima.
«Quest’anno abbiamo comprato Nesta! Sai quanti milioni ci è costato? Eh, ma ne valeva la pena…» ti senti anche dire, tutti soddisfatti, da certi soggetti in uno stato chiaramente rasentante l’indigenza, o cassintegrati all’ultimo stadio con sei figli a carico e la consorte costretta a cure costosissime che la mutua non passa.
A dirla tutta, si deve ammettere che lo sport serva anche come insostituibile valvola di sfogo, spesso salvando più di una persona da perniciose risacche di inibizione socio-familiare. Come nel caso di quel noto professionista di mia conoscenza che ogni santa domenica andava nelle parterre per seguire la squadra cui teneva. Poi, ogni volta che i suoi beniamini sbagliavano rigore o perdevano la palla, il tizio in questione si levava in piedi in fretta e furia e iniziava a apostrofarli a viva voce con frasi del genere: «Brutta stronza! Te e quella vecchia troiaccia di tua madre! Non la voglio più vedere in casa nostra quella vecchia puzzona, che gira e gira e tocca i miei incartamenti, lì a ficcanasare e cacare fuori giudizi mai richiesti in continuazione. E io che devo pure far finta di nulla e sorriderle, perché sennò te ti offendi. Ma morite in coppia, maledette! Moriteee subitooo! Ve lo ordinoooo!» Tra il silenzioso stupore degli altri tifosi accalcati tutt’intorno.
Per tornare a noi, il negozio era pieno di supporter quella sera, tutti presi dalle gesta dei loro diletti atleti, impegnati nella madre di tutti i match: il derby tra i rossoblu e i blurossi!
Prima dell’inizio però: lancio in aria della moneta. Ai lati del tizio vestito scuro, i capitani: alti, spalle larghe, mascella serrata, sguardo bovino.
Un tempo i giocatori erano piccoli, tappi dalle spallucce spioventi e sguardo perso, che ne rivelava secoli di accoppiamenti endogamici alle spalle, piedini minuti e facili da gestire, attaccamento alla maglia. Ora il calciatore tipo è un cristone muscolatissimo e, di regola, belloccio. I lunghi capelli retroflessi e impomatati a bava di lumaca. Il fisico massiccio e coltivato lo sfoggiano appena gli torna possibile: su rotocalchi rosa, manifesti pubblicitari, esultanze sportive, foto scattate durante l’udienza papale. Sono propensi ad accompagnarsi a certe strappone oche e puttanose; o perlomeno questo è quello che danno a vedere, perché quel che succede tra loro negli spogliatoi o sotto le docce poi, durante i ritiri passati – assicurano – nella più candida astinenza, hanno da sempre fatto sorgere più di un sospetto…
Fatto sta che i due capitani, piantati al centrocampo, incorniciavano l’arbitro, nell’espressione del quale sembrava peraltro di poter cogliere una certa qual sudditanza, più fisica che psicologica, collocato com’era là in mezzo, come Pinocchio tra la coppia di gendarmi, o Cristo tra i ladroni.
Senza indugiare oltre con quel genere di incombente compagnia, l’arbitro-prosciutto, schiacciato in mezzo a quel tramezzino pettoruto e iper-bombato, sparò in aria il doblone. Esso quindi, assolvendo diligentemente alle leggi di natura, ripiombava ingiù, giusto atterrando sul dorso della mano del fischietto, il quale si precipitò a coprire la moneta con una rapida manata, come si trattasse di un aspetto sconveniente. Rialzò poi la mano posta a copertura con la massima calma… Testa!
I capitani recuperarono i rispettivi team. Il carrozzone si mise in moto.
L’arbitro fischiò ancora. Due volte. Subito i due fronti contrapposti si spargono, ognuno nella propria metà di gioco, come stormi di fagianelle spaventate da quel suono.
I giocatori in campo parlottano tra loro. I mister, vestiti in completo scuro come alti dirigenti, dalle loro panchine forniscono le ultimissime dritte, piazzando le mani intorno alla bocca a mo’ di megafono.
La clientela del negozio era equamente divisa tra le due tifoserie, che riuscivano a conciliare gli opposti umori quando si trattava di venire a pretendere da me la stampa al fulmicotone delle scommesse che mi dettavano, esigendo che gliele fornissi in tempo utile. Magari subito prima che il bomber avversario gonfiasse la rete della loro squadra con un calcio di rigore, infrangendo ogni speranza che i tapini avessero in quel ticket riposto. Perché, per farla breve, l’impiego che alla fine mi era riuscito di spuntare era quello di addetto in un’agenzia di scommesse con annessa sala-slot.
A vedere tutta la gente che riempiva i supermercati in quegli anni sembrava quasi che la crisi non ci fosse. Poi però, se guardavi bene, ti accorgevi che erano tutti lì per taccheggiare… Anche l’immigrazione, dati alla mano, stava subendo un reflusso verso i paesi d’origine ancora peggiore di quello gastroesofageo che coglie me nelle notti che seguono una pizza maxi con anduja e habanero, innaffiata da una caraffa di frizzantino della casa messo a buon prezzo… Un posto di lavoro, dunque, di qualunque natura fosse, non poteva che essere benedetto a viva voce in tempi come quelli. Era già andata bene che nessuno m’avesse offerto di fare il sicario per qualche cosca del Canavese a stipendio fisso… In più, mi serviva un posto al coperto e sottopagato quanto basta, dove aver modo di continuare a scribacchiare tranquillo, in vista di rimpolpare la mia collezione personale di netti rifiuti da parte delle migliori case editrici nazionali. Quale uomo, dunque, si sarebbe mai potuto dire più felice di me?
A giocare a mio favore, agli occhi della multinazionale che mi aveva accalappiato con un contrattino a scadenza dai termini sindacali ampiamente pre-ottocenteschi, c’era quello che chiamerei il Principio dell’Eunuco: se vuoi fidarti di un tuo stipendiato, affinché non gratti né abusi del suo ruolo, o perda sconsideratamente il suo tempo ai danni dell’utenza, sceglitelo quanto più distante possibile dal genere commerciale che maneggerà.
Gestisci una biblioteca o una libreria? Assumi un analfabeta! Ci impiegherà un po’ di più a scovare il volume che gli venga richiesto e si attarderà magari quel tantino a farsi spiegare per bene che colori fregino la relativa copertina, ma non lo troverai mai rincantucciato in un angolo a sfogliare vogliosamente l’ultimo irrinunciabile capolavoro di Fabio Volo. Stesso discorso per qualunque altra attività: hai un pub? Dietro il bancone piazza un barista astemio. Se smerci stupefacenti, rivolgiti a pusher che non tocchino droga. Allo stesso modo valeva per me che in scommesse sportive e slot-machine non mi ero giammai esercitato, nemmanco per temporaneo sfizio, e che anzi schifavo apertamente.

Riepilogo delle prossime puntate in Un posto pulito, illuminato bene

Di tanto in tanto un piccolo riepilogo è utile. Così, per non scordarsi le cose.

1) Da oggi sono aperte le iscrizioni per l’Introduzione agli scacchi

Preannuncio che a novembre (data da definire) si svolgerà il primo torneo di scacchi (per “agonisti”) in Un posto pulito, illuminato bene

SCACCHI locandina

Giocare a scacchi è figo. E – a proposito di scimmie – QUI un caffè shakespeariano in tema.

 

2) Venerdì 10 ottobre, ore 21.00: presentazione del libro Lo Scommettitore, di Pee Gee Daniel; un’attrice leggerà alcune brani del romanzo.

“Il neolaureato Giulio Sterna attende un figlio dalla propria compagna e si ritrova così, in piena crisi, alla disperata ricerca di un impiego. Dopo varie avventure all’interno delle agenzie interinali colleziona una serie di lavori precari dai relativi risvolti farseschi. Deluso dal mondo del lavoro, sta per mollare, quando viene infine convocato come assistent-manager in un’agenzia di scommesse e slot-machine, appartenente alla catena Hermes Play da qui si dipana la storia di una filiale aperta in un luogo ormai saturo di centri-scommesse, che perciò sin dall’inizio si mantiene in un’ansiogena incertezza tra entrate e vincite, tra chiusura e tirare a campare.

Un romanzo eminentemente comico che, attraverso l’ampia disamina delle condizioni lavorative odierne, tenta una critica alla società moderna il più possibile spassosa e ridanciana”.

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3) Venerdì 17 ottobre, tutto il giorno: Scacciare la sfiga in Un posto pulito, illuminato bene.

venerdì 17

4) Sabato 18 ottobre: Giornata della Poesia;

 dalle ore 18.00 letture libere al Teatro-Scalinata e all’interno del bar;

 APERICENA;

 ORE 21: Monferrato Slam Poetry

affiche monferrato

Clicca sulla locandina ufficiale per maggiori informazioni sul poetry slam.

Poetry slam locandina

La locandina ideata da me e immediatamente cassata dagli organizzatori.

5) Venerdì 31 ottobre: Un posto pulito, insanguinato bene – Halloween reading & Party. (Seguiranno approfondimenti e articolo).

HALLOWEEN

6) Tutti i giorni è possibile:

Fare niente in Un posto pulito, illuminato bene;

Scrivere in Un posto pulito, illuminato bene;

– tante altre cose (caffè shakespeariano, ecc).

Per ora mi fermo qui.

Ma ce ne sono tante altre.

 

STAY TUNED FOR MORE EVENTS

Venerdì 17 (ottobre): istruzioni per scacciare la sfiga (in Un posto pulito, illuminato bene)

venerdì 17

Vi sentite un po’ sfigati?

Quando qualcuno vi passa la saliera, a cena, pretendete che prima venga appoggiata sul tavolo?

Se vi attraversa la strada un gatto nero tornate indietro?

Se rompete uno specchio vi rassegnate a 7 anni di sciagure?

Piuttosto che passare sotto a una scala entrereste in una gabbia con due leoni?

Affidate la vostra giornata all’oroscopo di Televideo, a Paolo Fox, a quello di Radio 102.5 o a qualunque altro oroscopo?

Vi fate leggere la mano? Credete ciecamente nei tarocchi?

Toccate ferro quando passa un carro funebre?

Siete un po’ sfigati per davvero?

ATTENZIONE!

Venerdì 17 ottobre (ma vale per qualunque altro venerdì 17) avrete una sola possibilità per sfuggire alla sfiga: trascorrere la vostra giornata, o almeno parte di essa, in Un posto pulito, illuminato bene.

Se non siete per niente superstiziosi, ma proprio per niente, potete fare a meno di proseguire la lettura.

Se invece in fondo al vostro cervello si annida un piccolo tarlo di superstizione, le istruzioni per scacciare la sfiga di venerdì 17 e curare la vostra eptacaidecafobia acuta e cronica sono al termine del seguente racconto, che si intitola:

Va tutto bene, Signor Makuloj

ed è stato scritto da un cliente anonimo del bar Un posto pulito, illuminato bene

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Grazie al metodo del dottor Klein
ora sono una persona felice

Bertrànd Makuloj, cinquantasette anni, esce di casa alle nove e ventitré, un’ora e quarantotto minuti più tardi rispetto a quando era impiegato presso il Ministero Suicidi e Festività®. Dopo aver tollerato il segnale della sveglia per circa sette minuti ha poggiato sul parquet prima il piede destro, apportatore di buonumore, poi quello sinistro, apportatore d’inquietudine. Ha consultato l’oroscopo di giornata su televideo e udito il pronostico ufficiale mattutino alla radio. Il primo lo ha confortato nella scelta della colazione, il secondo nell’accostamento degli abiti.

Da trentanove anni, Bertrànd Makuloj non può varcare la soglia del suo palazzo se prima non ha annaffiato i vasi davanti alla porta della vedova Iňakirre: se così non facesse dovrebbe immediatamente suicidarsi, giacché questo fu il contenuto della prima divinazione della sua vita (in verità piuttosto oscura, ma Bertrànd Makuloj pare d’averla interpretata correttamente), che subì a diciott’anni. Da quando la vedova Iňakirre è passata a miglior vita, una dozzina d’anni fa, è lo stesso Makuloj che bada alla conservazione e alla disposizione dei vasi, anche se l’appartamento oggi è abitato da due giovani coniugi, piuttosto simpatici e cordiali. Essi lo lasciano fare, del resto anche loro hanno alcune incombenze da sbrigare: prima d’uscire debbono salire insieme sul tetto del palazzo a fumare una sigaretta, diversamente sanno che la loro unione di coppia verrà traumaticamente interrotta.

Bertrànd Makuloj bagna i vasi sul pianerottolo della vedova Iňakirre reggendo l’innaffiatoio dal becco lungo con la mano destra; la quantità d’acqua utilizzata è centellinata. Terminata l’operazione egli può lasciare il suo palazzo. Uscendo deve svoltare tre volte a destra prima d’intraprendere qualunque strada.

Al bar Bertrànd Makuloj è piuttosto allegro. Ordina un cappuccino e un cornetto (rigorosamente privo di qualsivoglia ripieno) e siede al terzo tavolo partendo dall’ingresso (se è occupato attende pazientemente che si liberi), dove consulta con curiosità il quotidiano, badando di leggere attentamente la pagina degli oroscopi. Bertrànd Makuloj è sagittario ascendente sagittario, e quella, pensa col sorriso sulle labbra, è una grande fortuna, poiché se fosse sagittario ascendente toro, per esempio, non potrebbe consumare la sua solita colazione, e se fosse sagittario ascendente ariete dovrebbe attendersi una copiosa fuoriuscita di denaro nelle prossime dodici – quarantotto ore.

Bertrànd Makuloj esce dal bar alle dieci e quarantanove, dopo aver ritagliato dal quotidiano il proprio oroscopo senza farsi notare; in dieci minuti giunge nella grande piazza in cui ogni mercoledì e sabato si svolge il mercato delle religioni. Intanto discepoli togati levatisi dai pulvinari, rabbini e bramini, shivaisti e indù, testimoni di Geova, manicheisti, imam, shaykh e dervisci mevlevi, padri presbiteriani e venditori di porchetta toscana a rinzaffi e fiotti discendono dalle contrade fin sulla piazza dove sono già approntati i banchetti. Bertrànd Makuloj osserva la scena con un pizzico di malinconia; egli deve salutare ciascuno di loro prima di poter proseguire il suo cammino. Poi si avvicina al dispensatore di predizioni e inserisce i propri dati: la predizione è piuttosto nebulosa, ma egli crede di interpretarla nel miglior modo. In seguito si rivolge a una divinatrice di strada, la quale legge l’immediato futuro grazie a un mazzo di carte. Abbandona il centro, ella dice, senza aggiungere altro. Forse, prova a intendere Bertrànd Makuloj, la divinatrice si riferisce al centro cittadino, che egli non travalica mai, a causa di una vecchia predizione. Ma il suburbio è ricco di trattorie, riflette, e magari potrebbe recarcisi per un lauto pranzo.
Bertrànd Makuloj pensa allo squallore delle periferie, frigoriferi e televisori fracassati, copertoni e forni e lavatrici abbandonate sui marciapiedi, rari uccelli sui pochi alberi e lampioni arrugginiti ai bordi dei lunghi viali.
Il pensiero è breve e non privo di ripugnanza; ma ora egli osserva il trambusto del mercato: maree di mezzuzzà e menorah, crocifissi, turiboli e incunaboli d’oro e d’argento, mirre e spezie e incensi di Persia, icone e cartoline e preghiere e maquamat e taleggi e gorgonzole, capperi di Pantelleria e capponi di Grottaferrata, scope alte come palazzi e allungabili, estraibili, autopulenti, intelligenti, tallìt, spazzoloni da cesso e acchiappasogni indiani in offerta speciale. Bertrànd Makuloj sale sulla cima d’un palazzo, prende un caffè al bar. Dall’alto osserva il fiume di kippà, borsalino e mitre mentre si sbroglia come il delta del Nilo nel grande foro, ascolta le urla e i mercanteggi per vendere chi un’Havayàh chi uno Zekr, chi un Allàh chi un Buddha, chi un Padre Nostro chi un Giuda Iscariota. Bertrànd Makuloj ha fame. Passa le bancarelle degli induisti, dei chassidisti, degli gnostici; si ferma di fronte a un grosso camper: enormi rosari di salsiccia pencolano nel vuoto. Compra un panino e passeggia, rimuginando su antiche formule ascoltate distrattamente in televisione. Costui mangia e solamente avarizia e invidia ne risultano, invece costui si nutre e il risultato è la luce dell’Unico. Quest’altro mangia e gliene viene solo impurità, mentre quello nutrendosi diventa luce di Dio. La bancarella dei sufi, nell’angolo sud della piazza. Bertrànd Makuloj suda, del resto fa piuttosto caldo, e l’umidità si fa sempre più insopportabile. Cerca dell’acqua. Da lontano una fontana rimanda una leggera frescura. Bertrànd Makuloj ascolta il frastuono della folla, preghiere sussurrate, urlate, canticchiate, cantilenate. Suoni d’organi e fisarmoniche provengono da ogni dove. Accarezza un crocifisso, un Hannukkià, un cappio; non compra nulla. Con l’acqua beve un altro caffè, fuma una sigaretta. Ora può dirigersi senza timore presso un’Agenzia Divinatoria Riconosciuta (sa perfettamente che divinatori di strada, dispenser automatici e oroscopi vari non sono conformi alle norme) per il suo Aggiornamento Obbligatorio Annuale.
Bertrànd Makuloj sceglie un’agenzia pubblica situata in un viottolo buio del Centro Storico Veramente Medievale, l’Agenzia Sedici.
La divinatrice è di buonumore e gli offre la rara possibilità di scegliere tra un paio di strumenti divinatori.
Bertrànd Makuloj si decide per l’Alettriomanzia, nella quale si utilizza un gallo e dei chicchi di frumento. Makuloj pensa che le movenze dei divinatori pubblici paiono la parodia di antiche negromanzie politeiste, anche se la loro voce fredda e decisa dimostra il rigore scientifico delle loro esibizioni; ostentano grande professionalità perfino analizzando un gallo intento a cacare, beccare, agitarsi, e pronunciano la predizione con parole sibilline ma inoppugnabili.
Va tutto bene, Signor Makuloj, tutto procede nel migliore dei modi, dice la divinatrice, e Bertrànd Makuloj sente un tuffo al cuore, poiché non riesce a comprendere il significato celato in quelle parole. Cosa significa l’espressione va tutto bene? Bertrànd Makuloj se lo domanda mentre la divinatrice afferra il gallo e lo ripone in una gabbia piuttosto spaziosa.
Ricevuto lo stampato della divinazione Bertrànd Makuloj sta per tornare al suo appartamento. Il tragitto di ritorno è costellato da alcune svolte obbligatorie, cui egli deve sottostare per l’accumulo di eventi nefasti succedutisi nel corso della sua vita durante il rientro a casa: attraversamenti di spiriti maligni (perlopiù gatti neri, ma anche i temutissimi tacchini dalla caruncola amaranto), scale collocate sul marciapiede, vetri e/o specchi infranti, saliere afferrate al volo, carri funebri, suore, eccetera. Bertrànd Makuloj estrae dal taschino della giacca un Tuttocittà sgualcito; un tempo, quando la memoria lo sorreggeva, non ne aveva bisogno, ma dopo il responso del dispensatore di predizioni di qualche mese prima s’era convinto a utilizzare una cartina per annotare ogni suo spostamento.

In che modo potrebbe andare tutto bene? Ciò che Bertrànd Makuloj ritiene bene, è lo stesso bene rilevato nel responso della divinazione? Egli si strugge in questo pensiero, mentre torna col ricordo all’ultima volta che un responso era corredato dall’affermazione va tutto bene. Una volta, molti anni prima, un oroscopo gli aveva prescritto di temere i responsi corredati dall’affermazione va tutto bene.
Cosa poteva significare?
Ora Bertrànd Makuloj è terrorizzato e indeciso, compie una deviazione non programmata, per quanto consentita, sale le scale di un palazzo enorme, il cui ballatoio riecheggia di un grigio portentoso, poiché non può in alcun modo salire sull’ascensore di un palazzo diverso dal suo. Si ferma sul pianerottolo del settimo piano, getta un’occhiata fugace alla finestra, prende fiato, si asciuga la fronte; fa caldo, e la camicia comincia a bagnarsi in corrispondenza delle ascelle e lungo il dorso. La sente appiccicata alla pelle, e questa è una sensazione che, per quanto sgradevole, gli fa tornare in mente i tempi in cui saliva dodici piani di corsa per recarsi in ufficio, provando una certa felicità. Sente il battito cardiaco notevolmente accelerato, tuttavia non teme neppure per un momento che possa prendergli un attacco di cuore, giacché almeno tre oroscopi, un paio di pronostici istantanei e una divinazione ufficiale gli conferiscono la certezza che egli non avrà un attacco di cuore nei prossimi diciotto/ventiquattro mesi. Quando arriva al dodicesimo piano, Bertrànd Makuloj è stanco; si dirige lungo il corridoio incrociando lo sguardo di persone indaffarate che non badano a lui; nessuno ha mai badato a lui, pensa Bertrànd Makuloj mentre varca la soglia di un piccolo ufficio che qualche tempo prima era il suo. Un tizio sta osservando lo schermo di un computer, una donna sta pigiando i tasti di una tastiera. Nessuno dei due sembra interessato alla presenza di Bertrànd Makuloj. Egli procede con cautela, lentamente, fino alla scrivania del tizio; costui alza il volto e lo vede, gli domanda qualcosa che Bertrànd Makuloj non comprende, o non ascolta. Il tizio continua a domandare ma Bertrànd Makuloj non ascolta, o non comprende. Makuloj sussurra soltanto questo era il mio ufficio, poi torna sui suoi passi, in corridoio, si appoggia al muro, ha un trascurabile attacco di panico, la vena del collo pulsa, ha sete, prova a fermare un paio di impiegati ma nessuno bada a lui, nessuno lo guarda, nessuno lo ascolta. Va in bagno, si sciacqua la faccia, beve acqua schifosa al gusto cloro e muschio. Bertrànd Makuloj si guarda nello specchio e comprende perché gli specchi sono strumenti abominevoli.

Quando esce dal bagno, Bertrànd Makuloj sta ancora pensando all’affermazione va tutto bene. Se l’affermazione temi i pronostici corredati dall’affermazione va tutto bene è vera, allora qualcosa di terribile sta per accadere. D’altra parte, l’affermazione va tutto bene dovrebbe escludere la possibilità che possa accadere qualcosa di terribile. Ma il fatto che l’affermazione non sia stata declinata al futuro, bensì al presente indicativo, potrebbe voler significare che ad andare tutto bene fossero le cose al momento in cui la divinitrace aveva pronunciato quelle parole, mentre adesso, in questo momento, tutto poteva tranquillamente andare male. Perché la divinatrice non aveva pronunciato la frase andrà tutto bene? Bertrànd Makuloj tenta di rispondere a questa domanda scendendo i dodici piani di scale che lo separano dall’aria aperta. L’affermazione andrà tutto bene, riflette Makuloj, implica che nel momento in cui la si afferma non tutto vada bene, o niente vada bene, e che, da un certo punto situato nel futuro in poi, tutto inizi ad andare bene. L’affermazione va tutto bene, al contrario, implica che tutto stia andando bene già nel momento in cui la si afferma, e tale condizione può esaurirsi nel presente oppure estendersi al tempo futuro. Nel mio caso, si domanda Makuloj uscendo dall’enorme palazzo, si è esaurita nel momento in cui la divinatrice l’ha pronunciata oppure l’andare tutto bene, qualunque cosa significhi, deve estendersi a un futuro prossimo?

Bertrànd Makuloj è in strada, confuso e sensibilmente scosso.
Riapre la copia di Tuttocittà e prova a dipanare un tragitto percorribile a quell’ora del giorno, con quella particolare luce meridiana e quella caratteristica afa estiva.
Finalmente il palazzo di Bertrànd Makuloj. Quando vi entra deve evitare di calpestare il primo gradino dell’androne, poi finalmente può godere della breve corsa in ascensore: è tenuto a salire al quinto piano, fingendo sbadataggine, e successivamente tornare al quarto, il suo, prima di poter entrare nel suo appartamento: questa almeno è l’interpretazione che Bertrànd Makuloj ha fornito alla sua penultima divinazione. Al quinto piano, egli apre la porta dell’ascensore, picchia leggermente la fronte col palmo della mano, richiude la porta dell’ascensore e preme il tasto corrispondente al quarto piano.
Ora può inserire la chiave nella serratura, può accostare l’orecchio alla porta, può entrare nel suo appartamento.
Sono le quindici e quarantacinque.
Bertrànd Makuloj si sveste, s’infila nel letto, dorme profondamente un’ora e un quarto. Trascorre il resto del pomeriggio immerso nella lettura dei classici, attuando brevi pause per sorseggiare un caffè e fumare una sigaretta. Sono pause quantificate, le quali rispondono a un’esigenza ben precisa; il suo oroscopo odierno infatti gli aveva vietato di svolgere la stessa attività per più di un’ora continuativamente (escluso il sonno).
Tutto sta andando bene, pensa, anche se non riesce a ragionare sul significato di questa semplice e terribile affermazione. Va tutto bene significa che va tutto come al solito? Oppure significa che un fattore inatteso implicherà mutamenti sostanziali alla sua routine quotidiana?

All’ora di cena Bertrànd Makuloj prepara un piatto di tortellini in brodo, che assapora con gusto, e una omelette, ch’egli abbandona dopo averne mangiato un quarto. A parte l’acqua beve solo vino rosso, che travasa nella stessa bottiglia da ventinove anni. Non può bere altro.
Ora deve decidersi tra la lettura e la televisione, di cui peraltro è molto appassionato. Getta fuggevolmente un’occhiata alla divinazione del dispensatore, all’oroscopo che ha ritagliato dal quotidiano, rammenta la predizione udita alla radio: entrambe le scelte sono possibili. Consulta ancora il taccuino delle divinazioni passate, certi appunti annotati su tovaglioli, cartacce, pacchetti di sigarette. Libro o televisione? Tutto lascia presupporre che nulla muterebbe nella sua vita in un caso o nell’altro. Bertrànd Makuloj non ne è convinto; siede sulla poltrona all’incirca due ore, vagliando le probabilità di turbamento o d’appagamento nel caso della lettura d’un libro o della visione d’un film.
Sono le ventitré e ventuno. Va tutto bene. Bertrànd Makuloj può lavarsi i denti ed espletare alcune funzioni corporali, poi potrà coricarsi.
Prima deve sfilare il calzino destro, seguìto da quello sinistro, solo in un secondo tempo può appoggiare gli occhiali sul comodino e simultaneamente inoltrare tre metaforici atti di venerazione a una metaforica divinità. Infine può spegnere la lampada sul comodino.
Nel letto egli deve pronunciare mentalmente un’ave maria, un padre nostro e un atto di dolore. Non conosce il significato di quelle parole, che è costretto a ripetere ogni notte per evitare che il telefono squilli annunciando una disgrazia, né comprende fino in fondo la logica di quello strambo segno ch’egli ha l’obbligo di palesare prima d’addormentarsi: ne riconosce l’inutilità, ma è confortato dalla convinzione che non può farne a meno.

Prima di addormentarsi Bertrànd Makuloj si rigira un paio di volte nel letto, gli viene in mente che un tempo era felice, si rigira altre due volte in maniera da occupare la posizione originaria, rimugina sul fatto che non c’è niente di peggio, per un essere umano, che ricordarsi del tempo in cui si era felici; d’improvviso rammenta di non aver riacceso e spento la luce sul comodino, si aspetta che accada qualcosa di terribile e stringe l’orlo del lenzuolo come se si aggrappasse al bordo di un precipizio, o a un quadro svedese, poiché attende una telefonata nefasta o un terremoto da un momento all’altro. Bertrànd Makuloj crede fermamente che qualcosa di terribile accadrà, ma dopotutto non accade un bel niente, va ancora tutto bene.

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Calendario dei prossimi venerdì 17 (così vi preparate per tempo)

venerdì 17 ottobre 2014 (ci siamo quasi)

venerdì 17 aprile 2015

venerdì 17 luglio 2015

venerdì 17 giugno 2016

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Istruzioni per scacciare la sfiga di venerdì 17 in Un posto pulito, illuminato bene

(potete scegliere uno – o più d’uno – dei seguenti momenti della giornata)

1. Colazione

Entrate in Un posto pulito, illuminato bene. 

Dopo aver salutato o dopo aver fatto quello che fate di solito quando entrate in un posto qualunque, ordinate un cappuccino antisfiga e una brioche.  Specificate che il cappuccino deve essere un cappuccino antisfiga, non, per esempio, un cappuccino anti-rottura-di-palle o un cappuccino anti-stress. Questi teneteli per un’altra circostanza.

Sedetevi al terzo tavolo sulla destra del bancone (quello accanto ai vini).

Prendete La Stampa: apritela, sfogliatela distrattamente, poi richiudetela e mettetela da parte.

Gustatevi la vostra colazione.

2. Pranzo

Entrate in Un posto pulito, illuminato bene. 

Ordinate una piadina. Il ripieno non è importante; potete scegliere prosciutto crudo o cotto, formaggio, speck, ecc.

Sedetevi al tavolo in vetrina. Cercate, tra quelli presenti al bar, un libro di Eugenio Montale e leggete una poesia a vostra scelta, ma che contenga almeno un anacoluto o un iperbato.

Gustatevi il vostro pranzo.

Se la piadina vi resta sullo stomaco avete certamente sbagliato qualcosa: studiato la metrica?

3. Pomeriggio

Entrate in Un posto pulito, illuminato bene. 

Ordinate un caffè. Non ha importanza chi ve lo prepara.

Mentre attendete il caffè al bancone, voltatevi: alle vostre spalle noterete il racconto di Hemingway che dà il nome al bar. Leggete ad alta voce una riga del racconto facendo le corna.

Bevete il vostro caffè al bancone.

Prima di uscire andate sotto al quadro Nighthawks di Edward Hopper. Concedete una carezza al tizio seduto da solo.

4. Aperitivo

Entrate in Un posto pulito, illuminato bene. 

Ordinate un bicchiere di Franciacorta Villa Crespia Satèn.

Sì, per scacciare la sfiga bisogna trattarsi bene, mica si può pensare di bere il bianco alla spina e farla franca.

Con il bicchiere in mano, dirigetevi verso Un bagno pulito, illuminato bene.

Entrate.

Guardatevi allo specchio; fatevi una bella linguaccia.

Gustatevi il vostro Franciacorta dove meglio credete.

5. Dopo-cena

Entrate in Un posto pulito, illuminato bene. 

Ordinate una cosa qualunque.

Cercate, tra quelli presenti al bar, il libro Conviene far bene l’amore di Pasquale Festa Campanile.

Leggete la quarta di copertina e ripromettetevi, prima o poi, di leggere l’intero libro.

Salutate tutti e, se potete, andate a fare l’amore.

Se non potete restate al bar e fatevi una birra o due.

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facile, no?

Vi aspettiamo venerdì 17 ottobre in Un posto pulito, illuminato bene.

Vi consiglio di non mancare.

(E soprattutto di non sbagliare bar)