Prima di tacere

I racconti del Posto Pulito/13

Rubrica del lunedì (eccezionalmente di martedì)

 Un racconto di un anonimo frequentatore del bar Un posto pulito, illuminato bene

Mantegna_Andrea_Dead_Christ

Mec entrò nella cappella, fece ordine, si fermò a guardare il crocifisso. Uscì dalla cappella, prese la carriola piena dei resti umani mezzi decomposti catalogati con il codice FD4497H e s’incamminò verso il bollitore industriale. A metà strada si fermò. Vide il collega intento a imprecare con la vanga in mano a pochi metri da lui. Guardò il cadavere mezzo decomposto nella carriola.

Poi lui – o qualcun altro per lui – proferì le seguenti parole, pronunciando le quali non mollò mai l’impugnatura dai manici della carriola:

“Povero Cristo, era un cadavere d’una esuberanza infinita, aveva un aspetto trasandato e guasto. E poi la vita, di nuovo. Ho immaginato le sue mani liquefarsi, i suoi capelli infiammarsi come capocchie di fiammiferi. Nemmeno la sua ossessione più cupa, la sua vertigine…Adesso…proprio in questo momento…starà respirando affannosamente, tra santi e cherubini, cercando di urlare: lasciatemi morto ancora un momento, solo un momento, fatemi godere dei benefici dell’oblio…E pensare che era conservato perfettamente, la pelle corificata, l’espressione seria sul volto asciutto…adagiato su un catafalco profumato, la pietra pulita, i piedi e le mani lavate con l’aceto. Tempo qualche mese e avrebbe fatto i vermi, l’ipofisi e la lingua gli si sarebbero atrofizzate, i denti sarebbero tutti caduti! Ah la meraviglia! L’orrore! Lo sbalordimento!

Ah se avessi il coraggio, o la fortuna, ma chi ce l’ha? Verrà la fine del mondo e io ripulirò le tombe dalle ossa. Oh mondo! Che divertimento struggersi! Sì, voglio tormentarmi per il mondo, svenire incosciente e risvegliarmi sconosciuto, voglio abolire rinascite e resurrezioni, mantenere il mio cadavere giovane e allegro, informarmi di tutti i più adamantini processi di mummificazione! Ah, quanto si stava meglio senza di te, Dio! Ah come morirò, superiormente! Con quanta grazia, quanto imputridimento! Sì, d’accordo, perderò i capelli…le unghie…ma con un entusiasmo senza eguali! Morte, morte, morte! Addio Paradiso, addio discepoli, addio dolci signore, addio notte, addio, addio, mille volte addio!

E allora dio quanto mi è lontano, se mi ha dotato di una salute di ferro e di un corpo perfetto? Sybilla! Sono in balia delle tue parole; e allora avanti, mia simile, mia consciagurata, prendiamo fiato e strilliamo insieme la nostra battuta!”

C’era un campo di grano, lì vicino. Mec mollò le impugnature della carriola, fece cinquantasette passi, si fermò, accese una sigaretta, penetrò nel mare giallo sullo sfondo di un temporale primaverile; le onde gli arrivavano alle ascelle. Si guardò intorno, sperimentò una sensazione di galleggiamento, pensò che i colori della natura potevano rendere incredibilmente bello un qualunque posto di merda. Abbassò la cerniera della tuta da lavoro, pisciò sulle spighe; in quel momento decise che non avrebbe parlato mai più.

Impressioni sul punto di nascere

Da’ a noi, tu lucente, tu luminoso, Horhorn,
spirto vitale e frutto del ventre.

feto

Ludgard e Krissy stavano parlando di reincarnazione.
Non dovresti essere così agitato, disse Krissy.
Ah no? disse Ludgard.

Si trovavano all’interno della clinica ostetricia Horhorn, a Sabbione, in un corridoio attiguo alla sala parto dove la moglie di Ludgard avrebbe messo al mondo il suo primo figlio.

Durante il periodo di preesistenza, disse Krissy, i feti possono pensare, ragionare. Riflettono senza sosta sulla loro esistenza anteriore e immaginano quella che sta per venire.

Il corridoio era illuminato da un’infinità di neon, le pareti erano costellate di fogli A4 con disegni bambineschi rappresentanti alberi, stelle, gabbiani sul mare, cose così.

Quindi, disse Ludgard, quando ci troviamo nell’utero di nostra madre siamo coscienti della nostra esistenza precedente?
Proprio così, disse Krissy. Ma l’atto del parto ci sprofonda in un profondo oblio.
E perché? domandò Ludgard.
È una cosa inspiegabile, disse Krissy.
La filodiffusione iniziò a produrre una musica che Ludgard riconobbe, era l’Inverno di Vivaldi.
In quel momento due uomini conversavano tranquillamente a poca distanza da Ludgard.

Quando devi scrostare una superficie cementificata da sangue coagulato l’idropulitrice è indispensabile, disse l’Ispettore Traumerei al tizio tremolante rannicchiato sulla sua sedia, il cui nome era Jaro Gutrojn.
Ludgard notò che Traumerei era un ispettore di Nettezza Umana per via della divisa e del contrassegno ricamato sulla camicia.
È il suo primo figlio? chiese Traumerei a Gutrojn.
Gutrojn non disse niente, teneva tra le mani un libretto dal titolo Manuale di Metafisica della Venuta al Mondo per Padri alle Prime Armi e stava pensando che quando si presentò al colloquio preliminare in uno studio luminoso del Centro Sterilità e il dottor Forkuloj gli redasse un programma di rapporti sessuali prestabiliti in specifici giorni al fine di preservare e selezionare gli spermatozoi, egli lo informò che di mestiere faceva l’attore pornografico, che il suo nome d’arte era Brad Pittbull e che si trovava nell’imbarazzante situazione di essere impossibilitato a centellinare e/o selezionare i propri spermatozoi, in quanto per contratto doveva raggiungere un orgasmo ogni tre ore circa, sei giorni su sette, undici mesi e mezzo l’anno.
Io sono al quarto, disse Traumerei. Fare figli è una cosa portentosa!
La sua voce echeggiò nel corridoio e raggiunse un gruppetto di uomini e donne accalcati attorno a un uomo in camice bianco.

Il forcipe, disse il dr. Buskoj detto il Mago del Forcipe al gruppo di turisti, è uno strumento ostetrico mediante il quale, secondo precise indicazioni scrupolosamente osservate, si procede all’estrazione del feto.
L’ospedale aveva varato un piano turistico denominato Turismo dei parti per raccogliere fondi.

Un ragazzo richiuse un libro dalla copertina rossa e bianca e disse ai suoi due amici: il significato della citazione, o della parodia, è che le nostre madri preferirebbero di gran lunga farsi fottere da un branco di negri col cazzo mezzo moscio piuttosto che farsi ingravidare dai nostri padri col cazzo duro.
Interessante, disse uno dei due amici.
E ancora più interessante è notare il pensiero dell’autore relativo alla nascita, disse il ragazzo.

La nascita, disse il dr. Buskoj, è il movimento di entrata, o caduta, in vita di un essere. Generalmente si considera nascita il momento in cui un essere vivente viene espulso dal corpo della madre.
Stava citando Wikipedia. Tuttavia c’era qualcosa, nelle sue parole, un certo modo di pronunciarle, che le faceva sembrare incredibilmente autorevoli.

Il ragazzo aprì il libro a una pagina a caso e lesse: gestazione ovoblastica nell’utricolo prostatico o utero mascolino.
Che significa? Chiese uno dei suoi amici.
Non ne ho la più pallida idea, disse il ragazzo, ma questo libro mi sembra una cannonata.
Nonna Corgan era una delle creature più sensuali e dolci che avesse conosciuto, peccato fosse una baldracca. Partorì tredici figli con tredici padri.
Talis ac tanta depravatio hujus seculi, o quirites.

Cosa state leggendo? Domandò Ludgard ai ragazzi.
Che te ne frega? Rispose il ragazzo col libro in mano.
Ludgard finse di colpire il ragazzo, il quale si ritrasse intimorito, poi alzò il dito medio in direzione di Ludgard.
Arte, non vi (con arte, non con forza).

I feti hanno un’anima? Si domandò Sant’Agostino di Ippona, teologo e padre della chiesa.
Krissy rispose che i feti possedevano indubbiamente un’anima. Molto più che un’anima, disse.

Quanto essere mi dovrò fare prima di tornare a non essere? Pensò un cittadino anonimo sul punto di nascere.

Quindi siamo costretti a nascere e rinascere per sempre? Domandò Ludgard. È questo che mi stai dicendo?
Precisamente, rispose Krissy. Non è magnifico?
Ludgard non rispose.

Il mio cognome in tedesco contiene la parola incubo, o sogno, disse Traumerei. Poi si stravaccò su una sedia e si preparò a sorseggiare una tisana ai frutti di bosco dalle proprietà rilassanti.
Adoperando gli strumenti manuali puoi scrostare una superficie dal sangue coagulato, proseguì Traumerei, ma un alone di sporco persiste sempre, soprattutto quando è mescolato con tessuti corporei come per esempio capelli, frammenti di cranio, cartilagini e robe simili.
Jaro Gutrojn si mordicchiò le unghie e cominciò a sfogliare il Manuale di Metafisica della Venuta al Mondo per Padri alle Prime Armi.

Il forcipe è costituito essenzialmente da due branche, disse il dr. Buskoj, della lunghezza di una quarantina di centimetri, facilmente articolabili tra loro. In ciascuna di esse, la parte destinata alla presa della testa fetale (cucchiaia) è formata da un anello di metallo appiattito, che delimita uno spazio aperto (finestra), della larghezza di circa 5 centimetri.

Quando il dottor Forkuloj gli prospettò una cura a base di un intruglio giallognolo in grado di accrescere a dismisura la motilità e la fertilità degli spermatozoi, avvertendolo che si trattava di una cura sperimentale e non del tutto priva di effetti collaterali, Jaro Gutrojn rispose che avrebbe acconsentito a fare da cavia, per così dire, se quel termine poteva essere utilizzato in un simile frangente.

Il modo migliore per venire al mondo, disse il dr. Buskoj, è un bel forcipe.
Non è pericoloso? domandò un’allieva del terzo anno.
Tra i turisti c’erano anche alcuni studenti del terzo anno.
Trovatemi qualcosa che la gente non giudichi pericoloso e sarete persone ricche, rispose il dr. Buskoj.
Altri sostengono che sarebbe preferibile utilizzare una ventosa, disse un’allieva.
Come se una ventosa sturacessi potesse sostituire il glorioso forcipe, disse il dr. Buskoj piuttosto adirato.

L’Inverno di Vivaldi inondava il corridoio di un vento gelido e travolgente.

Dopo che il dottor Forkuloj annuì, confermando che certo, il termine cavia, in quel frangente, era decisamente appropriato, Jaro Gutrojn avvertì un brivido provocato dal pensiero dei possibili effetti collaterali dell’intruglio giallognolo.
Traumerei si commuoveva ogni volta che ascoltava l’azione della pioggia che cade lenta sul terreno ghiacciato nel secondo movimento dell’Inverno di Vivaldi, e quella volta non fece eccezione.
Le lacrime iniziarono a scivolare sulle pareti del naso e raggiunsero il labbro inferiore. Con la lingua ne assaporò una, provando la netta sensazione che il gusto fosse quello delle pile alcaline al contatto con la lingua.

In tutti i casi il forcipe non mi pare una grande soluzione, sia per il feto sia per il corpo femminile, disse una turista al dr. Buskoj.
Il corpo femminile, da un punto di vista scientifico, è del tutto irrilevante, disse uno degli allievi del terzo anno.
Continuate pure a considerare il corpo femminile come una mercanzia, disse la turista.
Il principio secondo il quale il corpo femminile è da sempre oggetto di mercificazione è un principio rivedibile, certo, ma grazie a dio è ancora così, disse il dr. Buskoj.
Per dio, dottore! urlò una turista.
Amore amaro! | La libertà dell’uom vale un tesoro, | E quella della femmina un denaro, canticchiò il dr. Buskoj.
Gli allievi del terzo anno e alcuni turisti risero. Le allieve del terzo anno e alcune turiste si schermirono.

Il corso di Metafisica della fisica della venuta al mondo studia le inerenze con le quali l’essere umano oppugna la caduta in vita o venuta al mondo (nascita) al contrario non disdegnando affatto le circostanze antecedenti alla fecondazione di un nuovo essere umano (scopàte), incoraggiandole incessantemente, ricercandole ovunque, propugnandole stentatamente.

Da quando in qua sono ammessi turisti all’interno della clinica ostetricia? domandò Ludgard.
Da quando ha bisogno di soldi, rispose Krissy.

Per tornare al forcipe, disse il dr. Buskoj, i manici sono diritti, mentre le cucchiaie presentano una duplice curvatura; esse, le cucchiaie, a strumento montato, dapprima divergono l’una dall’altra, poi convergono, fino quasi a toccarsi (curvatura cefalica, che è destinata ad accogliere la convessità della testa fetale).

Ludgard Hordegaz, quarantatré anni, gli occhi verdi e i capelli castani, era in attesa di abbracciare il suo primo figlio, e la tensione lo stava consumando.
In realtà tuo figlio ha già vissuto innumerevoli vite, è già nato decine di volte, disse Krissy.
Ma io le altre volte non c’ero, disse Ludgard.
Pensa che costruendo un apparecchio adatto si potrebbero persino raccogliere le osservazioni dei feti sul punto di nascere, disse Krissy.
Credi davvero a queste stronzate? domandò Ludgard brutalmente.
Un tale di nome Dagoberto Kopius ha dimostrato che la preesistenza è uno stato di coscienza, disse Krissy scocciata.
Riflessioni sul punto di diventare padri: se esce mongoloide mi rovina la vita. Ma se uscisse comunista? Gli piaceranno le cose che piacciono a me? Mi renderà fiero di lui? Quanto tempo passerà prima che mia moglie vorrà di nuovo fare sesso?
Ludgard desiderò entrare in sala parto e fermare tutto, poi si sollevò dalla sedia e cercò la sala fumatori.

Se si appoggia il forcipe su un piano, disse il dr. Buskoj, si osserva che le cucchiaie non sono allineate con i manici, ma descrivono una curva, denominata curvatura pelvica, destinata ad adattarsi alla curvatura del canale del parto.

Op-là maschietto op-là!

Con la Metafisica della fisica della venuta al mondo assistiamo quindi alla fondazione di una dialettica non più intesa aristotelicamente (tesi-antitesi) né hegelianamente (movimento a spirale con ritmo triadico a tre lati) ma a una dialettica elicoidale in cui il movimento tesi-antitesi viene sostenuto e disgregato continuamente da una sintesi e da una dieresi. Abbiamo tesi-antitesi tra l’efferata opposizione dell’essere-in-potenza (feto), perfettamente cosciente in quello che Kopius definisce andròne d’aspettazione, e l’effimera voluttuosità (libidine) dell’essere produttore (genitòre), il cui comportamento si presta a una duplice interpretazione: nella prima alternativa egli, immemore, oblia il proprio sentimento fetale e anzi lo ribalta, essendo egli certo che tutti gli esseri pre-esistenti (non ancora nati) siano desiderosi di cadere in vita (nascere). Questa prima alternativa si definisce alternativa innaturale o ingenua.

In principio era il verbo, disse il dr. Buskoj, ma subito dopo venne il forcipe. In buona sostanza le motivazioni che spingono due adulti a desiderare di mettere al mondo un figlio non sono affar mio. Ciononostante ritengo che farebbero meglio a riflettere sul significato di queste parole: rabbrividisco al pensiero del futuro d’una razza in cui siano stati seminati i germi di una simile malizia.
Quale malizia? Domandò una turista.
Buskoj non lo disse.
Ma considerate che: vostro figlio potrebbe essere un uomo di merda, disse Buskoj.
Buon dio, dottore! Esclamò un’allieva.

Nella seconda alternativa l’essere produttore (genitòre), ben conscio della volontà di non cadere affatto in vita (non nascere) di chi deve ancora cadere in vita (nascere) agisce di proposito, per ripicca o vendetta ancestrale, perpetrando così una finalità doppia (due piccioni con una fava): gustare quell’effimera ma divertente voluttuosità (libidine) mediante circostanze antecedenti alla fecondazione di un nuovo essere umano (scopàte) e negare a un essere pre-esistente (non ancora nato) il piacere della non caduta in vita (non nascita), trascinandolo in questo stato aggrovigliato e viscido delle cose (mondo). Questa seconda alternativa, detta alternativa naturale o premeditata, è la più accreditata tra gli studiosi.

Traumerei guardò fuori e vide che stava spuntando il sole.
Che significa mettere al mondo un figlio? gli domandò Jaro Gutrojn.
Un figlio è il singhiozzo di una creatura egoista, rispose Traumerei.

Op-là maschietto op-là! Op-là maschietto op-là! Op-là maschietto op-là! Ovvero ciò che succedeva nel frattempo alla moglie di Ludgard Hordegaz.

I muscoli lunghi dell’utero si contrassero, dall’alto verso il basso, fino alla fine. Quando la contrazione terminò, i muscoli si rilassarono e diventarono più corti di quanto erano all’inizio della contrazione stessa. La cervice si alzò al livello della testa del bambino e si dilatò completamente, causando la rottura spontanea delle membrane amniotiche. La signora Hordegaz fu colta da un forte dolore lombosacrale e cominciò a urlare, a gridare, a dimenarsi, e insomma a fare tutte quelle cose che debbono fare le donne che hanno letto la bibbia.
Ludgard piombò in sala parto ma era troppo tardi, gli addetti si stavano già adoperando per espellere dal corpo di sua moglie qualcosa che avrebbe dovuto assomigliare a un essere umano.
Ludgard non sapeva bene come reagire.

Impressioni sul punto di nascere: Emil Cioran, filosofo e saggista rumeno, “Vorrei tanto non nascere mai”, e nacque; Adolf Hitler, politico austriaco naturalizzato tedesco, “Se non nascessi qualcuno noterebbe la mia assenza?”; Gesù Cristo, “Credetemi, non ne posso proprio fare a meno”; James Joyce, scrittore irlandese, “La pitta è piena. La via è libera. La sorte è segnata. Come chi è venuto ritorna. Farvel, Farerne. Addio, abbuonabarca!”; Henri Robert Marcel Duchamp, pittore francese, “D’altronde, sono gli altri che nascono”; Filippo Tommaso Marinetti, poeta italiano, “Adesso o mai più!”.

Ludgard Hordegaz squadrò il feto che era suo figlio sconfinare da questa parte della vagina di sua moglie, in questa vita, ebbe una fugace e incomprensibile sensazione di felicità, poi svenne.

Ecologia estrema per umani insensibili

Un racconto di un cliente anonimo del bar Un posto pulito, illuminato bene

Attenzione!

Racconto ecocompatibile e biodegradabile

ECOLOGIA ESTREMA

“Ebbene”, disse lo sceriffo Huber, “questa è la nostra città completamente ecologica”.
Agnes annuì osservando gli edifici dal finestrino dell’automobile, seguendo con lo sguardo ciò che lo sceriffo Huber indicava. Sulla destra c’era la sede della Lega Ambiente Monferrina, a sinistra un grande palazzo sormontato dalla riproduzione pantagruelica di un fucile a pallettoni.
Agnes guardò il palazzo stupita.
“Quella è la sede dell’Associazione Libera Caccia”, disse Huber.
“I cacciatori vanno d’accordo con gli altri ecologisti?”, domandò Agnes.
“Dipende”, rispose Huber. “Non con gli Animalisti Liberati, sì con i Verdi Episcopali”.
“Verdi Episcopali?”, domandò Agnes.
“I Verdi Episcopali rivendicano il primato del mondo vegetale senziente sul mondo animale privo del dono della parola”, disse Huber.
Accostò l’automobile, si voltò verso Agnes.
“Dopo decenni di scaramucce i Verdi Episcopali e l’Associazione Libera Caccia hanno firmato un’intesa: i Verdi Episcopali hanno ottenuto il permesso di costruire dodici palafitte biodegradabili all’interno della loro Azienda Venatoria e i cacciatori possono fare piazza pulita di tutti gli animali privi del dono della parola nei territori dei Verdi Episcopali”.
Huber ripartì.
“Ci sono animali a parte l’uomo dotati del dono della parola?”, domandò Agnes.
“Assolutamente sì”, rispose Huber. “Il merlo indiano, per esempio. Per non citare il parrocchetto cornuto, il kakapo, il pappagallo superbo, l’ara militare; ai cacciatori è tassativamente proibito cacciare queste specie animali”.
“C’è qualcuna di queste specie da queste parti?”, domandò Agnes incuriosita.
“Certo che no!”, disse Huber trafficando con il cruscotto. “Le spiace se fumo?”.
Si accese una sigaretta.
“Faccia pure”, disse Agnes.
La via terminava a un incrocio a T, e Agnes poté ammirare di fronte a sé due costruzioni simili, oblique in senso contrario l’una dall’altra.
“Quelle sono le sedi degli Antispecisti della Grande Scimmia e degli Utilitaristi di Singer”, disse Huber.
Agnes guardava le costruzioni che si susseguivano con forme diverse.
“Quella invece è la sede dell’Alleanza Homaranista”, disse Huber.
Rallentò affinché Agnes potesse guardare il palazzo. Aveva la forma di una gigantesca capanna.
“Qual è l’ideologia degli homaranisti?”, domandò Agnes.
“Di preciso non saprei”, rispose il signor Huber, “ma so che nessuno di loro può professare una religione”.
Agnes lo guardò piuttosto stupita.
“In che senso?”.
“Nel senso che gli homaranisti professano una libertà assoluta di interconnessione religiosa, purché rivolta al mondo vegetale”.
“Cioè?”.
“Cioè pregano gli alberi”, disse Huber. “Ma a un certo punto si resero conto che la maggior parte degli affiliati era solita farsi il segno della croce al cospetto del Sacro Tiglio”. Si fermò a un semaforo rosso.
“Qualcuno protestò, così decisero di vietare qualunque atto religioso”.
“Quindi”, disse Agnes, “per consentire a tutti la libertà assoluta di professare la propria religione hanno proibito ogni forma di religione?”.
“Esattamente!”, disse il signor Huber, “non è geniale?”.
Scattò il verde e Huber ripartì. Appena oltre l’incrocio entrambi i lati della strada erano fiancheggiati da edifici stravaganti, costruiti secondo stili architettonici che Agnes non conosceva.
“Quella è la sede degli Ecologisti del Settimo Giorno”, disse Huber.
L’edificio era formato da cinque o sei cubi addossati spalla a spalla, completamente edificati con sterco di vacca.
“Gli Ecologisti del Settimo Giorno manifestano il proprio ecologismo solo di venerdì”, disse Huber.
“Venerdì non è il quinto giorno della settimana?”, domandò Agnes.
“Dipende”, rispose Huber.
“Dipende sempre tutto?”, domandò Agnes.
“Dipende”, rispose Huber. “A entrambe le domande. Per quanto concerne la prima, il venerdì è il settimo giorno della settimana per gli Ecologisti del Settimo Giorno, per gli Anti Vivisezionatori Equilibrati e per i Secessionisti del Fiore di Loto; per gli Scissionisti del Nuovo Ordinamento Naturale il settimo giorno della settimana è il martedì; per gli Smarcatori Contro-Antropocentrici è il mercoledì”.
“Curioso”, disse Agnes.
“Ma per la maggior parte delle persone il settimo giorno della settimana è la domenica”, disse Huber.
Percorsero una rotatoria e tornarono in direzione della sede degli Ecologisti del Settimo Giorno.
“Vuole visitare la sede?”, domandò Huber.
“Che giorno è oggi?”, domandò Agnes.
“Mercoledì”, disse Huber.
“Ci sarà qualcuno?”, domandò Agnes.
“Lorna, la segretaria degli Ecologisti del Settimo Giorno, c’è tutti i giorni da mezzogiorno alle quattro del pomeriggio, tranne il venerdì. Il venerdì è dedicato alle azioni ecologiste”.
“Naturalmente”, disse Agnes. “Posso farle una domanda?”.
“Mi domandi tutto ciò che vuole”, disse Huber.
“Negli altri giorni della settimana cosa fanno gli Ecologisti del Settimo Giorno?”.
“Quello che vogliono. Una volta ho incontrato il signor Blumfoj, vicesegretario dell’associazione, che scaricava una lavatrice in un fosso. Ho frenato, ho tirato giù il finestrino e gli ho chiesto cosa stesse facendo, e sa che cosa mi ha risposto lui?”.
“Ho il sospetto di saperlo”, disse Agnes.
“Mi ha risposto: oggi è giovedì. Proprio così mi ha risposto. E pensi che il venerdì fanno le ronde per acchiappare quelli che gettano un mozzicone di sigaretta per strada. Allora, vuole visitare la sede?”.
“Magari un’altra volta”, disse Agnes.
Huber prese un’altra rotatoria e tornò indietro.
“Capisco che il primo impatto con la nostra città può essere un tantino, come dire, disturbante”, disse Huber. “Ma col tempo si abituerà, non ho dubbi”.
Agnes si guardava intorno con una punta di preoccupazione.
“Da queste parti siamo piuttosto interessati alle questioni ecologiche”, disse Huber. “Siamo, per così dire, ambientalisti”.
Accese un’altra sigaretta.
“E lei, signorina?”, domandò. “Qual è il suo grado di ecologismo? Si sente ecologista?”
Agnes tentennò qualche secondo.
“Devo per forza essere ecologista per abitare qui?”, domandò.
“In qualche modo”, rispose Huber, “in qualche modo”.

Agnes era stata selezionata per gestire la prima agenzia di viaggi della città.

“Non so se sono capitata nel posto giusto”, disse.
“Lei è capitata nel posto perfetto!”, disse Huber.
“Gli abitanti della città viaggiano spesso?”, domandò Agnes.
“Beh”, disse Huber, “anche questo dipende”.
“Da cosa dipende?”, domandò Agnes.
“I Mimetici Unitari della Vegetazione rinnegano ogni mezzo di trasporto alimentato con sostanze nocive per la flora, quali per esempio benzine, gpl e metano, i Migratoristi Antiochiani viaggiano solo secondo i ritmi delle migrazioni degli uccelli, i Fondamentalisti Scismatici Della Bestia da Soma sono contrari all’utilizzo degli animali con finalità pragmatiche, dunque vietano di cavalcare cavalli, di salire su carri e carretti, carrozze, eccetera”.
“Ho capito”, disse Agnes perplessa.
“Ma sono sicuro che lei riuscirà a trovare qualcosa di buono per tutti”, disse Huber.
“Ah sì?”.
“Ma certo! Per esempio potrà organizzare romantici viaggi in carrozza per i Mimetici Unitari, crociere che seguano l’itinerario delle gru cenerine per i Migratoristi Antiochiani, e per gli Eucaristici della Foglia d’Eucalipto viaggi su misura in Tasmania, o Nuova Guinea. È precisamente di un’organizzatrice di viaggi che abbiamo bisogno”.
Huber parcheggiò l’automobile in un grande spiazzo.
“Non le sembra eccitante?”, domandò.
“Più o meno”, disse Agnes.
“Ricordi soltanto di non nominare mai a un Eucaristico della Foglia d’Eucalipto i membri dei Koalisti Metodici Dell’Apocalisse”, disse Huber scendendo dall’automobile.
Camminarono verso una costruzione sferica completamente in cristallo, o vetro. Sulla destra si estendeva un quartiere all’apparenza normale, con villette a schiera e al centro un edificio lungo e basso.
“Che posto è quello?”, domandò Agnes.
“Questo è il mio quartiere”, disse Huber indicandolo, “e quella è la sede dei Veementi per l’Estinzione Volontaria del Genere Umano”.
“Cioè allineati con la legge governativa”, disse Agnes.
Huber scosse la testa.
“Signorina”, disse, “non confonda il Programma Governativo con il nostro. Noi professiamo l’estinzione pacifica del genere umano. Il Governo pretende che si facciano più figli, noi pretendiamo che non se ne facciano più”.
“Quindi nessuno di voi ha figli?”, domandò Agnes.
“Io sono il quint’ultimo nato del quartiere, cinquantasette anni orsono”, disse Huber.
“Sconvolgente”, disse Agnes.
“Non così tanto”, disse Huber. “La invito a pranzo. Il Palazzo dell’Ecosistema è territorio franco, adibito a ciascuna delle ideologie cittadine”.
All’interno del grande palazzo sferico c’erano numerosi ristoranti.
“Qui ha sede la più grande food court della città”, disse Huber. “Può trovarci ristoranti adatti per chiunque, dai Vegani Neocatecumenali ai Pacifisti Anabattisti, che mangiano soltanto cibi prodotti da esseri morti pacificamente”.
Si decisero per un ristorante vegetalianista.
“Cosa desidera?”, domandò Huber, “qui può mangiare solo verdure raccolte senza traumatizzare la pianta”.
“Non sono sicura”, rispose Agnes.
“Vuole consultare un menù?”, disse Huber. “Lo strudel di mele cadute dall’albero naturalmente è magnifico”.
Ordinò due strudel.
“Intendevo dire: non sono sicura di potermi trasferire nella vostra città”, disse Agnes.
“Questo è fuori discussione”, disse Huber, “a noi tutti serve qualcuno che organizzi i nostri viaggi nel modo corretto”.
“Non mi sento così ecologica”, disse Agnes.
“Non adesso, forse”, disse Huber, “Non ancora. Ma vedrà che col tempo riuscirà a integrarsi a meraviglia. Dapprima avevamo pensato che la sua agenzia poteva risiedere nel quartiere della Confraternita Trinitaria dei Latto-Ovo-Vegetariani, intendendo per terzo elemento della Trinità il miele, ma poi abbiamo trovato un posto che è un vero gioiello, si trova nel centro del quartiere dei Naturisti Riformati Levigati; per la sistemazione invece le ho trovato un appartamentino nel quartiere dei Carnivori Evangelici Ultraortodossi, si troverà bene”.
“Vuol dire che a casa non potrò mangiare verdure?”, domandò Agnes.
“No, tassativamente. I Carnivori Evangelici Ultraortodossi vietano qualunque forma di nutrizione vegetale. C’è una pena di dodici anni di carcere per i trasgressori. Ma stia tranquilla, quando è a lavoro potrà mangiare soltanto prodotti vegetariani”.
Una cameriera servì i due strudel.
“Ma non carne”, disse Agnes.
“Impossibile”, disse Huber. “Inoltre deve sapere che i Naturisti Riformati Levigati non indossano mai vestiti”.
“Vuol dire che dovrò stare in agenzia nuda?”, domandò Agnes.
“Completamente nuda”, disse Huber, “e completamente depilata; secondo i Naturisti Riformati Levigati il corpo va spogliato non solo dei vestiti, ma anche dei peli: per questo si chiamano Riformati Levigati; i Naturisti Pudici degli Ultimi Giorni, al contrario, indossano vestiti ma non li lavano mai, sarebbe antiecologico”.
Agnes guardò lo strudel di mele cadute naturalmente dall’albero. Aveva un aspetto invitante.
“Credo che rinuncerò, sono spiacente”, disse.
“Non è previsto che lei rinunci”, disse Huber portandosi alla bocca una forchettata di strudel. “Come le ho già detto, a noi serve un’agenzia di viaggi e un’addetta all’agenzia. E quell’addetta è lei, signorina”.
“Trovatene un’altra”, disse Agnes.
“Impossibile”, disse Huber masticando, “lei è stata selezionata tra dodicimilanovecentodiciotto richieste di lavoro. Non c’è nessun altro”.
Huber fece per accendersi una sigaretta, poi si ricordò che la food court era territorio franco e la ripose nel pacchetto. Lì vicino c’erano al tavolo due Ecosistemisti Congiunturali pronti a denunciarlo non appena avesse acceso l’accendino.
“Mi rifiuto di lavorare nuda. E anche di depilarmi”, disse Agnes con tono brusco.
“È un vero peccato, non farebbe per nulla brutta figura”, disse Huber. “Ho notato che ha le misure e le forme giuste per lavorare nel quartiere dei Naturisti Riformati Levigati”.
“Mi dispiace”, ribadì Agnes.
“Non dirà sul serio”, disse Huber inghiottendo un’altra porzione di strudel.
“Sono serissima”, disse Agnes.
“Ma non può andarsene”, continuò Huber masticando, “noi glielo impediremo”.
Agnes fu colta da un’emozione strana, come inquietudine mista a terrore.
“Quand’è così”, disse Agnes, “adotterò uno stile di vita contrario a qualunque vostra ideologia”.
“Non glielo permetteremo mai”, disse Huber fermamente.
“Getterò le pile alcaline nei bidoni della carta”, disse Agnes.
“La smetta”, disse Huber.
“Fumerò in negozio, mangerò formaggio, uova e legumi a casa”, disse Agnes.
“Non aggiunga altro”, disse Huber, visibilmente irritato.
“Lascerò i rubinetti aperti tutto il giorno e le luci accese tutta la notte”.
Huber armeggiò con il suo telefonino.
“Mi farò penetrare da diversi uomini senza alcuna protezione”, proseguì Agnes, “finché non sarò gravida; e quando sarà il momento verrò a partorire nel vostro stupido quartiere”.
Un paio di guardie in borghese si posizionarono alle spalle di Agnes.
Huber si calmò. Mangiò una fetta di strudel, guardò la giovane dritta negli occhi.
“Quand’è così”, disse, “si prepari a trascorrere un bel po’ di tempo insieme a noi”.
Le guardie afferrarono Agnes per le braccia e la sollevarono.
“Inizierà il percorso educativo domani alle nove”, disse Huber.
Agnes non capì.
“Peccato che non abbia assaggiato lo strudel”, disse Huber, “era delizioso”.

Lezione di scrittura per bambini delle elementari in Un posto pulito, illuminato bene

Resoconto di un anonimo insegnante di scrittura

NIETZSCHE

  1. Ero stato contattato per tenere una lezione di scrittura per bambini delle elementari in un bar che si chiama Un posto pulito, illuminato bene. C’era una giornata particolare, i bambini svolgevano numerose attività, e la scrittura era una di queste.
  2. La preside della scuola locale disse che ero il più qualificato a tenere questa lezione.
  3. Baricco costava troppo.
  4. Nori e Cognetti erano andati a pesca.
  5. Mozzi aveva la febbre.
  6. Manganelli, qualcuno avvertì la preside che era deceduto.
  7. Alla lezione parteciparono tutto il corpo docente delle scuole limitrofe e moltissimi genitori.
  8. Le mamme dei bambini del Monferrato sono magnifiche.
  9. Nel locale c’era una grande attesa, quasi un tifo da stadio.
  10. Così cominciai la lezione.
  11. “Uccidete la realtà e nutritevi di sogni”.
  12. “Niente è più difficile se volete misurarvi con il mondo”.
  13. Notai alcuni individui molto distinti in giacca e cravatta che mi guardavano attentamente. Non sembravano genitori o docenti. Neppure alunni.
  14. “Imparate a truffare in modo da non essere sorpresi”.
  15. “Mentite sovente”.
  16. All’inizio della lezione questi tizi in giacca scura erano due o tre, agli angoli del locale.
  17. “Più sarete bugiardi meno dovrete immaginare. Entrate in empatia con gli assassini, i pazzi, i reietti”.
  18. Genitori e professori mostrarono una certa approvazione.
  19. “Che diavolo dice?”.
  20. “Questo è imbecille”
  21. Indossavo una giacca di velluto marrone con le toppe sui gomiti e una camicia azzurra.
  22. Notai che i tizi in giacca scura fecero un passo verso di me. Tuttavia proseguii la lezione.
  23. “Siate come il mondo: cinici e distaccati”
  24. “E tagliate qualunque dolore con la vostra ironia, non c’è nulla di più comico dell’infelicità”.
  25. Ancora gli adulti dimostrarono un certo consenso.
  26. “Coglione pervertito”.
  27. “Idiota”.
  28. Molti di loro annuivano mentre i tizi in giacca scura cercavano di avvicinarsi senza essere notati.
  29. Ero piuttosto soddisfatto e la voce mi usciva cristallina.
  30. “Gli altri impareranno che essere profondi è un privilegio”.
  31. Notai che gli individui in giacca e cravatta erano quattro o cinque.
  32. “Non date retta alla cultura”.
  33. “Vi porta dove vuole lei, nelle secche della vita, e i suoi ambasciatori hanno letto troppi libri per giocare con voi”.
  34. “La letteratura è nel cortile di casa vostra, sul vostro balcone; soffia nei capelli della vostra ragazza, nel pelo del vostro cane, nelle rughe di vostra madre. È una piantina di plastica screpolata, uno strano oggetto ricoperto di pelo che vi spezza il cuore”.
  35. Ci furono alcuni commenti positivi.
  36. “Che diavolo va farneticando questo idiota?”
  37. “È completamente sbronzo”.
  38. La sala non era immensa, ma c’erano tante persone. Aveva tre finestre, alcuni quadri, un bancone.
  39. L’acustica non era molto buona. Il microfono fischiava frequentemente.
  40. Mi schiarii la voce una o due volte.
  41. “Inventate sempre nuovi giochi”.
  42. “La gente vi schernirà, perché nulla la spaventa di più di un nuovo mondo, una nuova idea, un nuovo gioco”.
  43. Lentamente gli individui in giacca e cravatta si avvicinarono alla mia postazione.
  44. Non avevo idea di chi fossero.
  45. “Fregatevene della gente: quando scrivete non dovrete essere quello che vogliono gli altri. La gente è meschina, intimorita, stanca, acquitrinosa, stagnante, mentre voi dovrete essere un torrente di Montagna”.
  46. Alcuni tra i genitori gradirono molto la metafora, e cominciarono a confabulare tra loro.
  47. Si compiacevano l’un l’altro.
  48. “Fate smettere questa testa di cazzo”.
  49. “Che intervenga la sicurezza”.
  50. Mi guardai attorno per gustare i commenti e persi il filo del discorso.
  51. Poi lo ritrovai.
  52. “La gente non è il vostro padrone. Le parole vi salveranno dai vostri insegnanti, dai vostri capi”.
  53. Al termine di questa frase specificai di non essere comunista. Fu una battuta di spirito.
  54. I presenti, comunque, colsero senza indugio l’ironia e risero di gusto.
  55. “Sembra proprio un comunista”.
  56. “È un dannato comunista!”.
  57. Mi sembrò che gli individui in giacca e cravatta si fossero sensibilmente avvicinati al mio tavolo.
  58. Mi accesi una sigaretta.
  59. “Fate l’amore bene, generosamente, profondamente. Niente di più difficile in questo mondo selvaggio.”
  60. La preside ammiccò.
  61. La preside era una bella signora dai capelli biondi, tinti, fluenti.
  62. Molti dei genitori convennero.
  63. “Parla proprio come un omosessuale”.
  64. “Oddio è un omosessuale!”.
  65. C’era davvero un ambiente bendisposto.
  66. “Se non ci riuscite andate a guardare l’erba nei prati, ammirate un tramonto, guardate le persone mentre fanno le loro cose da persone”.
  67. Questa figura impressionò tutti.
  68. “Siate uomini e donne che non vorreste mai essere, siate vecchi moribondi senza gambe, siate re mascalzoni e regine puttane, siate politici corrotti e uomini depravati, siate dolci e delicati e cercate di meravigliarvi sempre, in ogni momento. Niente di più difficile”.
  69. I presenti erano rapiti dalla mia lezione.
  70. “È sicuramente un omosessuale”.
  71. Mi fecero spegnere la sigaretta.
  72. Spensi la sigaretta.
  73. Dissero che il fumo nuoce gravemente alla salute. Inoltre nei locali pubblici è vietato fumare.
  74. Accettai di buon grado l’invito a spegnere la sigaretta.
  75. “E se non ci riuscite o non lo volete siete come tutti gli altri”
  76. “È sicuramente un comunista”.
  77. “E allora abbandonate la scrittura e sparatevi un colpo”.
  78. A questo punto probabilmente patii un lieve malessere. Sembrava quasi una botta in testa. Se non svessi saputo che non poteva trattarsi di una botta in testa avrei scritto che si trattava di una botta in testa.
  79. Probabilmente doveva trattarsi di un capogiro, o un mancamento.
  80. Gli individui in giacca e cravatta mi sorressero per le braccia.
  81. Credo fossero medici, o infermieri.
  82. Provai a terminare la lezione mentre mi conducevano fuori dall’aula.
  83. Credevo di sentirmi bene, ma evidentemente non era così.
  84. “Inventate parole, nomi, città. Odiate col sorriso sulle labbra e amate con un po’ di diffidenza”.
  85. I presenti si preoccuparono per le mie condizioni fisiche.
  86. “Era ora”
  87. “Maniaco”.
  88. “Scrivete di superuomini postmoderni, grotteschi e meschini”
  89. Il filo del microfono non bastava più, così chiesi agli infermieri vestiti con le giacche scure di fermarsi.
  90. Mi rassicurarono con alcuni pugni nel costato.
  91. Anche uno sul naso.
  92. Sanguinavo dalle narici.
  93. Urlai per farmi sentire meglio.
  94. I bambini erano molto preoccupati.
  95. “La letteratura è fatta di dolci baldracche”
  96. Qualcuno mi colpì in bocca.
  97. “che smussano gli angoli della solitudine”
  98. I bambini seguivano attentamente e in silenzio.
  99. “per renderci unici”.
  100. Quando mi risvegliai scoprii che l’ospedale di Asti ha letti davvero comodi.

Test d’ammissione

Un racconto scritto da un frequentatore anonimo del bar Un posto pulito, illuminato bene

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Patrick stava preparando il concorso d’ammissione al Corpo dei Baristi Governativi, che consisteva in una selezione preliminare basata su requisiti psico-fisici, seguìta da un complicato test di ottantaquattro domande.
Quando studiava prima di cena, generalmente se ne stava rinchiuso nella sua stanza, fumando e bevendo qualcosa. Questa volta invece era seduto in salotto, con la madre affaccendata nelle caratteristiche mansioni domestiche: in quel momento stava fastidiosamente passando un apparecchio rumoroso sul pavimento di legno.
“Credo che finalmente ci siamo”, disse Patrick. La madre non rispose. “Credo di sentirmi preparato”. Quando la madre terminò di passare l’apparecchio rumoroso Patrick ripeté: “Credo di sentirmi preparato”. Lo fece alzando leggermente il tono di voce. “Questa storia l’ho già sentita troppe volte”, rispose la madre. “Stavolta è diverso”, disse Patrick con un tono di supponenza che denotava una certa sicurezza nei propri mezzi.
Si fece interrogare per la dodicesima volta, ottenendo un risultato piuttosto buono. La madre sembrava fiera del suo unico figlio.
“E per il problema alla faccia?”, gli domandò.
“Sto intensificando le cure”, rispose Patrick.
Aveva un disgustoso problema epidermico, conosciuto col nome di dermatite seborroica, per cui il suo volto (come anche le mani e il cuoio capelluto) era ricoperto di funghi e croste.
“Non credo che possa comportare un’esclusione a priori”, sentenziò Patrick.
La sua più grande ambizione era quella di entrare a far parte del Corpo dei Baristi Governativi del Gerarcato di Sabbionasso, abbandonare il suo bar di provincia ed entrare nello staff dei Baristi Ufficiali al Bar del Ministero Suicidi & Festività, dove non avrebbe più dovuto servire vino bianco alla spina buono per sturare le condutture a individui rozzi e pitocchi, ma avrebbe potuto preparare cocktail raffinati per gli esponenti di spicco del Governo e ai loro importanti ospiti.
Per questo tentò di curare la propria pelle con zinco piritione, solfuro di selenio, octopirox e altri farmaci sperimentali.
Ciononostante la situazione non era migliorata granché, e l’espressione sui volti degli interlocutori di Patrick era sempre la stessa: disgustata e infastidita.
Tentò numerose altre cure prima di scoprire che la forma di dermatite seborroica di cui soffriva era di origine psicosomatica. Poiché non sarebbe stato possibile in alcun caso riportare allo stato originario i vasi sanguigni atrofizzati, si decise a imbottirsi di psicofarmaci antidepressivi per non peggiorare la situazione.

Il giorno dell’iscrizione alla selezione attitudinale dei requisiti psicofisici Patrick si presentò al Palazzo Ottagonale (sede del Ministero) indossando l’abito che sua madre gli aveva acquistato per l’occasione, composto da pantaloni di velluto marrone, una giacca di velluto a coste marrone, una camicia azzurra e un papillon giallo.
Quando arrivò fu subito costretto a sottoporre il suo volto invaso da funghi e croste all’attenzione degli altri candidati. Nella sua ottica il primo impatto sarebbe stato decisivo per stabilire se la complicazione epidermica avrebbe potuto compromettere la sua arruolabilità presso il Corpo.
Come al solito dovette confrontarsi con una serie disparata di reazioni, suddivisibili principalmente in tre classi: alcuni lo osservavano con curiosità, quasi studiassero il suo problema secondo un’ottica medico-scientifica. Altri finsero di non accorgersene neppure, specie quelli con cui scambiò qualche chiacchiera inerente le domande del test attitudinale.
Alcuni, per la verità non troppi, manifestarono un grado molto elevato di schizzinosità, ed evitarono accuratamente di stringergli la mano o di guardarlo negli occhi, cercando anzi di non entrare in contatto con le zone del suo corpo maggiormente esposte al problema epidermico, forse per paura che potesse rivelarsi contagioso.
Una delle poche ragazze presenti scambiò con lui qualche opinione sulla terza sezione del test, Procedure e Sistemi Operativi, che a detta di tutti era la più complicata insieme a quella denominata Preparazione e Servizio Cocktail. Patrick ebbe l’impressione che la ragazza evitasse accuratamente di fissarlo in volto, sia per disgusto, sia per senso di pudore.
Non aveva idea di come il suo problema epidermico avesse potuto raggiungere lo stadio di gravità in cui versava in quel periodo. Da piccolo aveva sofferto di una forma lieve di acne, era stato costretto a sottoporsi a lunghe e noiosissime cure a base di un sapone specifico; la malattia era evidente anche durante gli anni dell’università, ma niente che fosse anche solo lontanamente comparabile alla fase attuale.
Una mattina si era alzato, era andato in bagno e si era accorto che il suo volto era completamente ricoperto da funghi ed escoriazioni, che col tempo avrebbero generato croste e perdite di pus. Inoltre, come se non bastasse, il corso da parrucchiere cui la madre lo aveva iscritto, e che gli era costato notevoli sforzi in termini di tempo e volontà, aveva accentuato una patologia alle mani, causata probabilmente dai prodotti utilizzati nei lavaggi e nelle tinture, quali shampoo, balsamo e tinte, che gli avevano deturpato le dita fino a trasformarle in dieci ossa scheletrite impalpabili e francamente orrende.
La ragazza gli domandò se fosse preparato sulla sezione 5, Poeti Romantici Anglosassoni, e lui rispose che quella era la sezione su cui si sentiva maggiormente preparato. Snocciolò una serie di dati su Keats, Shelley e Byron che avvalorarono la sua affermazione.
Del resto è risaputo che un Barista Governativo deve poter interloquire con i clienti di Finanza, Sport, Letteratura, Donne e Puttanate Varie.
~
L’iscrizione alla valutazione dei prerequisiti si svolgeva al quattordicesimo piano del Palazzo Ottagonale, da cui si poteva godere di una splendida vista sulla città – se solo le vetrate non fossero state barricate da impenetrabili tapparelle, pensò Patrick –, in uno studio sanitario enorme e piuttosto caotico.
Erano presenti centotrentaquattro candidati, ma nel conteggio di Patrick poteva esserne sfuggito qualcuno.
Quando un candidato veniva chiamato all’interno dello studio sanitario dalla porta si poteva scrutare la sala, in cui svariati dottori in camice bianco attendevano dietro un bancone di alluminio che il candidato si presentasse per iscriversi e ottenere l’appuntamento per il tour de force delle analisi mediche.
I requisiti necessari per procedere alla fase successiva, ovvero il concorso vero e proprio, erano considerevoli.

Quando chiamarono Patrick fu subito evidente che la dermatite seborroica poteva rappresentare un serio ostacolo al superamento della selezione. Ciononostante, i medici decisero di sottoporre Patrick a tutte le visite del caso, riservandosi di prendere una decisione soltanto al termine del check up completo, che sarebbe durato all’incirca otto ore e si sarebbe svolto nove giorni dopo, in coincidenza con la Giornata Wow Experience Oral-B OxyJet 3000™.
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Il giorno della visita attitudinale Patrick si presentò in perfetto orario al dodicesimo piano del Palazzo Ottagonale.
Prima di salire diede un’occhiata fugace al Bar del Ministero, e gli sembrò meraviglioso, con il suo bancone curvo e le sue finiture barocche.
Poi i cinque medici lo sottoposero a test psicologici, analisi, esami clinici, radiografie, tomografie assiali.

“Non so”, disse il dottore col camice bianco luminoso, “il caso potrebbe rientrare nel paragrafo cinque sulle malformazioni e gli esiti di patologie o lesioni di labbra, lingua, tessuti molli della bocca, o di malformazioni, lesioni o interventi chirurgici correttivi le patologie del complesso maxillo facciale o dell’articolazione tempora-mandibolare che producano gravi disturbi funzionali…anche se…”.
“Non sono completamente d’accordo”, disse il dottore col camice bianco appena appena meno luminoso; “ritengo che una deturpazione simile affondi le radici in qualche patologia sommersa”.
“Per esempio?”
“Per esempio potrebbe derivare da difetti del metabolismo glicidico, lipidico o protidico”.
“Intendi diabete mellito di tipo I e di tipo II?”
“Non solo. Anche ipercolesterolemie, ipertrigliceridemie, iperlipidemie miste, fenilchetonuria, alcaptonuria, omocistinuria, ossaluria e simili”.
“In ogni caso rientrano nel novero delle cause per cui si deve respingere il candidato”
“Andiamoci piano”, intervenne un terzo dottore; “nello specifico della colesterolemia, vi ricordo che il totale deve essere maggiore a 280 mg/dl. con indicazione al trattamento con statine e/o altri ipocolesterolemizzanti orali”
“Il collega non ha tutti i torti”.
“E nel caso della trigliceridemia il totale deve superare i 250 mg/dl”.
“Dovremo rivedere tutti i test”.
“Scusate se vi interrompo”, disse un quarto dottore, “ma avete visto la faccia di quel poveretto? È completamente deturpata da una forma acuta di dermatite seborroica”.
“Dovrebbe essere sufficiente a scartarlo”.
“Cristo, ve lo immaginate mentre serve un caffè?”
“Avrei soltanto paura a ordinarlo, il caffè”.
“La dermatite seborroica è compresa nell’elenco?”, domandò.
“Non la trovo”, rispose.
“Impossibile, cerca meglio”.
“Ti dico che non c’è”.
“Ma ci sono le malformazioni e alterazioni congenite e acquisite dell’orecchio esterno, dell’orecchio medio, dell’orecchio interno; e ci sono le malformazioni e alterazioni acquisite del naso e dei seni paranasali, di faringe, laringe e trachea”.
“E qui siamo in presenza di una malformazione, o quantomeno, di un’alterazione del naso e dei seni paranasali, e anche dell’orecchio”.
“Mi pare una motivazione alquanto debole”.
“Non mi verrete a dire che siamo costretti ad accettarlo”
“Sei pazzo? Se lasciamo che uno con la faccia di questo qui superi la visita attitudinale il Ministro ci esonera in tre minuti”.
“Ciononostante dobbiamo per forza scartarlo attenendoci alla Normativa”.
“Dobbiamo trovare qualcosa che sia ufficiale”.
“Leggete qui”, disse il dottore con il camice verde mostrando l’Enciclopedia delle Malattie alla voce dermatite seborroica, “la forma acuta può causare otite purulenta cronica”.
“Mi sembra magnifico”
“Hai centrato il bersaglio”
“Non ne sono ancora convinto”
“L’otite purulenta cronica può causare ipoacusie monolaterali anche permanenti”.
“Quanto deve essere la soglia audiometrica media per respingere il candidato?”
“Sulle frequenze 500-1000-2000-4000 Hz?”
“Esatto”
“Superiore a 30 decibel”.
“La normativa dice così?”
“Devo leggertela? 30 decibel nel caso dell’ipoacusia monolaterale”
“E nel caso di una ipoacusia bilaterale?”
“Non ci spero proprio, comunque nel caso di ipoacusie bilaterali permanenti deve essere superiore a 30 decibel dall’orecchio che sente di meno, oppure superiore a 45 decibel come somma dei due lati (perdita percentuale totale biauricolare superiore al 20%)”
“E nel caso di deficit uditivi da trauma acustico con audiogramma con soglia uditiva a 4000 Hz, deve essere superiore a 50 decibel (trauma acustico lieve secondo Klochoff)”.
“I dati non sono confortanti”.
“Ci sente benissimo”
“Per ora”.
“Già, per ora. L’ipoacusia potrebbe intervenire in un secondo momento”.
“Come a chiunque tra i candidati”.
“Com’è possibile che una patologia tanto schifosa non sia contemplata nella Normativa?”
“Che so, sbadataggine, distrazione, negligenza”.
“Può capitare a tutti”.
“Io dico di ammetterlo”.
“Vorrai scherzare? Ricorda che se il Ministro si ritrova a ordinare un cocktail a un tizio con una faccia simile come minimo ci strozza”.
“A denti come stiamo?”.
“Gliene mancano un paio”.
“Siamo lontani”.
“Distanti anni luce”.
“Quelli che ha sono tutti sani? Cosa dice la Normativa?”
“Il paragrafo 7 parla di mancanza o inefficienza (per parodontopatie, carie distraente o anomalie dentarie) del maggior numero di denti, o di almeno otto tra incisivi e canini, e parla di malocclusioni dentali con segni clinici o radiologici di patologia dentale o paradentale”.
“Gli facciamo un bel test odontoiatrico?”
“Tempo perso”
“Perché?”
“Ha allegato il referto del suo dentista”
“E allora?”
“E allora, a parte i due denti estratti, gli altri sono in forma smagliante”
“Cristo”.
“Un momento. La dermatite seborroica non può essere accomunata a un’allergia?”
“Che stupidi”
“Non direi”
“Come no?”
“Leggo sulla Normativa: asma bronchiale allergico e altre gravi allergie, anche in fase asintomatica”.
“Com’è andata la prova di funzionalità respiratoria?”.
“La cerco”
“Potrebbe essere una soluzione”
“Ecco qui, cattive notizie ragazzi”
“Cristo”
“Valori di VEMS al 76% teorico, e la soglia per superare la valutazione sarebbe all’80%, ma il test di stimolazione bronchiale aspecifico con metacolina che avrebbe dovuto dare PD 20% FEV1 < 800 microgrammi è di 973 microgrammi”.
“Per poco”.
“Già”.
“Inoltre al test di broncoprovocazione la metacolina è risultata abbondantemente superiore ai limiti”.
“Non ci posso credere”.
“Altre analisi?”
“Negativo al morbo di Hansen, alla sifilide, all’HIV; negativo per HBV o per HCV accompagnata da epatopatia cronica”.
“Peso e altezza?”
“Dove abbiamo i dati?”
“Non ci saremo per caso fatti sfuggire la cosa più ovvia?”
“Altezza e peso sono i primi due dati da prendere in considerazione”.
“Altezza un metro e settantasette centimetri. Rientra nel limite minimo di un metro e settantacinque centimetri”.
“Che palle. Peso?”
“Sessantadue chilogrammi”.
“Quali sono i requisiti per una disarmonia costituzionale?”
“La Normativa fissa la gracilità costituzionale con IMC < 20 Kg/m2”.
“C’è dentro per poco”.
“Dannazione”.
“Aspettate un momento”.
“Che c’è?”
“Non ha assunto farmaci per curare la dermatite seborroica?”
“Credo di sì”.
“Rivediamo la quantità di farmaci nel sangue”.
“Buona idea”.
“Non c’eravamo concentrati su questo aspetto”.
“Comunque c’è traccia di numerosi farmaci”.
“Allora siamo a posto”.
“In che senso?”
“Guarda qui: cinque farmaci diversi per curare la dermatite. Ce n’è abbastanza per una mezza intossicazione”.
“Se non altro per allentare i riflessi”.
“Tutti questi farmaci stenderebbero un cavallo”.
“Abbiamo la nostra motivazione”.

Seguì un lungo momento di eccitazione collettiva.

“Lascia che mi complimenti con te”.
“Davvero complimenti”.
“Stiliamo il referto”.
“È stato un caso difficile”.
“Sono piuttosto esaltato”.
“Brillante risoluzione davvero”.

Quando ricevette la busta gialla della Commissione di Valutazione, Patrick stava leggendo un quotidiano mentre la madre era immersa nei preparativi per il pranzo. Patrick osservò lo stemma del Ministero Suicidi & Festività impresso in alto a destra e fu colto da un orgoglio innaturale, solo per il fatto di possedere qualcosa che riportasse lo stemma del Governo.
“Dovrei aprirla subito?”, domandò impaurito alla madre.
“E cosa accidenti dovresti aspettare?”, rispose la madre. Stava pelando una patata molto grossa. Una patata di dimensioni davvero eccezionali. Grande quasi quanto un cocomero di piccole dimensioni.
“Non potresti aprirla tu?”, domandò Patrick alla madre.
“Credo sia ora che tu ti assuma le tue responsabilità”, rispose fermamente la madre.
“Il fatto è che sono terribilmente agitato”, disse Patrick.
“Smettila di comportarti da femminuccia”, sentenziò la madre.
“Non so che fare”, disse Patrick.
Appoggiò la busta sul divano e uscì sul balcone per prendere una boccata d’aria.
La madre sbuffò, appoggiò il coltello che stava utilizzando per pelare la grande patata sul piano della cucina, si ripulì le mani e afferrò la raccomandata.

“Sebbene il problema epidermico noto come dermatite seborroica non sia contemplato nel testo della Normativa per l’Ammissione al Corpo dei Baristi Governativi, dagli esami del sangue si riscontrano tracce consistenti di cinque diversi farmaci utilizzati dal candidato per curare la propria patologia (patologia che di per sé non giustificherebbe un’esclusione); tali tracce, combinate tra loro, contravvengono il paragrafo e) comma 1 della Normativa, alla voce alcoolismo, tossicomanie, intossicazioni croniche di origine esogena, in quanto causa di un’evidente contaminazione ematica capace non solo di limitare, ma piuttosto di annullare, le facoltà psicofisiche primarie e secondarie del candidato. Si consiglia di ripresentare domanda l’anno prossimo e di non assumere medicinali nei quindici giorni precedenti la visita medica”.

“In pratica mi hanno scartato”, disse Patrick con tono sommesso.
“Vai a tavola”, disse la madre, “è pronto”.

Lettera – I racconti del Posto Pulito/11

Rubrica del lunedì

Un racconto di Robysan

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Caro Gian Marco;
come saprai, ormai da settimane accompagno Giulio a zonzo quasi tutte le sere. Lo faccio perché si abitui a quelle situazioni, per noi normalissime, che lui si ostina a considerare strampalate e assurde. Impossibili, dice. Ieri sera, per esempio, l’ho portato al Gaviar House. Non è che sia un locale di lusso, però si spende qualche tallero in più che nella solita birreria. Il posto è bello, prevalgono toni di verde e giallino. Non so se ci sei mai stato. Se no, te lo consiglio caldamente. Vai oltre la terza traversa della Teheran Avenue e svolti in quel vicolo a sinistra, giusti cento metri dopo il Monkey’s Bar. Pensa che Giulio, visti gli stessi paraggi, ha cominciato a pensare che l’avrei riportato proprio lì. Ero tentato di farlo ma, improvvisamente, mi sono ricordato del vicino Gaviar House e gli ho detto: “Giulio, stasera ti diverti. Di più dell’altra volta.” E’ diventato pallido come se gli avessero bucata l’arteria femorale. Gli ho ripetuto che proprio non c’era un solo motivo per preoccuparsi e che, data la mentalità corrente, il suo atteggiamento sarebbe potuto essere scambiato per quello di un neo-razzista. O perlomeno, quello di un inadeguato. Ecco, un inadeguato. Ho spesso l’impressione che Giulio lo sia. Non è mica stupido, però ha la testa cinquant’anni indietro. Come farà a cavarsela quando io avrò altro da fare e lui non troverà nessuno a fargli da guida, in giro. Corre dei rischi, ‘sto ragazzo. Comunque, pallore a parte, non ha aggiunto un solo commento alla mia idea di portalo al Gaviar. Perché, vedi, Giulio è fatto così; ciò che si oppone a quel che gli si propone è il suo essere preriflessivo. Se si fermasse a ragionare, dovrebbe ammettere che frequentare un bar di scimmie o di coccodrilli è tale e quale al frequentare un bar di umani. Ma no. Lui lascia che sia l’adrenalina a parlare. C’è qualcosa del XX secolo, in lui. E’, a dispetto d’anagrafe, un uomo del secolo scorso. In casi come questo Giulio impallidisce, suda freddo per un po’ ma poi annuisce e ti segue. Certo deve fare uno sforzo su di sé. Ma se non lo facesse sarebbe perso. Proprio perso. Allora, varchiamo la soglia del Gaviar House. Giulio entra tenendo semichiusi gli occhi e rigido il collo, come a impedirsi di guardare attorno. Gli appioppo una gomitata in un fianco, ripetendogli di rimanere rilassato. I coccodrilli sono molto più snob e permalosi delle scimmie. Non piacerebbe loro, quel suo atteggiamento. “Mica ti vogliono mangiare”, gli dico. E subito mi mordo la lingua, ché lo vedo impallidire ancora più profondamente, ma si riprende in fretta, pronunciando alcune di quelle sue omelìe che sembrano tratte di peso da una rivista giovanile fin de siecle. E’ curioso come la libertà del suo linguaggio contrasti con la rigidità di tutto il suo corpo. Come un voler essere sciolti e liberi e non trovare la strada per esserlo. Ci sediamo al bancone, come mia consuetudine (l’ho presa, questa abitudine, guardando e riguardando un vecchissimo film: Blade Runner. Me lo fece conoscere mio nonno, quando ero ragazzino). Subito il barman, e padrone del locale, ci si fa incontro con il suo solito sorriso. E’ un bellissimo Gaviale del Gange, snello ed elegante. Sua è la concezione degli arredi del locale, sue le idee sull’uso delle luci, soffuse, verdi e gialle, la disposizione delle piante e dei cespugli e la mirabile combinazione di piante vere e piante artificiali. Sue, pure, le idee da bartender di gran scuola. E’ vero, il Gaviar House è un po’ caruccio ma, un Blue Camargue – preparato come si deve – lo bevi solo lì. Giulio mi chiede che razza di cocktail sia e io, con il Gaviale che annuisce accondiscendente, gli spiego che si tratta di una miscela di vodka, curaçao blu e acquavite di riso in parti uguali, tenuti per un mese in una vasca in cui macerino alghe d’acqua dolce. Ci si pesca con un mestolo e si raffredda il tutto rapidamente con l’abbattitore a CO2. Se vuoi fare il raffinato ci metti una fogliolina di menta piperita e tre uova di raganella. Giulio si manifesta allibito di come un gaviale, e tutti quegli alligatori e alligatrici li attorno, coltivino di queste finezze. Lo prego di non fare dell’ironia gratuita, il perché già glielo avevo spiegato. Allora, Blue Camargue per due e, come pousse-Camargue, birra del Caucaso. E’ straordinario come questo barman sappia combinare gusti, aromi e colori. Un genio. Il secondo barman, coccodrillo del Nilo, sta sperimentando miscele con foglie di papiro, rarissimo, ma non pare all’altezza del suo maestro indiano. Giulio cerca d’interessarsi all’attività della gente, cioè dei coccodrilli, intorno a lui. Immaginava, con quel testone prevenuto che si ritrova, di trovare musi lunghi e gente triste. In pena per qualcosa. Gli spiego che questi luoghi comuni sono roba vecchia e ricusata dal sentire collettivo, oramai da lustri, ben prima della Direttiva Comunitaria sulla Tolleranza Inter-Specifica. Ma Giulio sembra portato qui dalla macchina del tempo, certe volte. Del tempo passato, intendo. Alle volte lo vedi perso, altre in ammirazione, davanti alla cosa più usuale. Pensa che guardava stupito un tizio che, con un notebook in mano, girava tra i tavolini e parlava all’orecchio degli avventori (benché riconoscere l’orecchio di un coccodrillo richieda occhio) e ne riceveva una risposta che, puntualmente, annotava. Giulio pensava fosse un addetto del barman, che facesse statistiche sul gradimento del pubblico nei confronti del locale. Ora io mi chiedo come possa venire, a certuni, un’idea così scema. Chi non gradisce se ne va, semplicemente. Ché diavolo devi spendere tempo e fatica per fare una statistica? Il Gaviale barman ha una memoria prodigiosa, e ricorda chi ha già visto, e una pazienza da asceta; non s’inquieta per quelli che non tornano. Come abbia di ‘ste trovate, Giulio, è un mistero. Il tizio col notebook si avvicina al bancone e Giulio, ovviamente, non riesce a contenere la sua inquietudine. Per fortuna è curioso, e ciò lo aiuta. Con un’iniziativa che non mi aspettavo, infatti, chiede all’alligatore che cosa stia facendo e questi gli risponde che lui, da anni, fa l’allibratore al Gaviar House. Raccoglie scommesse sul sesso dei nascituri delle coccodrille ballerine. Non quelle in servizio al palco, così ben dissimulato nei giochi di ombre e luci verde scuro, no: quelle che si sono messe in aspettativa per gravidanza. Le indica a Giulio; sono tutte sedute o sdraiate languidamente vicino alla pozzanghera del Blue Camargue. Continuano a frequentare il locale e ricevono lo stesso stipendio di ballerina in servizio. Fatti quattro conti, sulla massa degli scommettitori, si capisce come la cosa sia ancora conveniente. Per il gaviale naturalmente. Quello spiritoso della malora, Giulio intendo, si mette a fare giochi di parole sull’alligatore allibratore e, accidenti a lui, se ne viene fuori con la storia che il sesso dei coccodrilli è perfettamente determinabile a priori. Posto che sia conosciuta la temperatura d’incubazione. Faccio appena in tempo a rifilargli una pedata negli stinchi. Quando, per la miseria, quando capirà che tutte le interpretazioni del mondo sono accettabili? E che non bisogna imporre la propria opinione come verità scientifica? Nata, cresciuta e sviluppata per l’uso e il consumo degli umani, insomma. E soprattutto che non bisogna farlo con un allibratore alligatore nel pieno delle sue forze?

Si metterà nei guai, prima o poi. L’ho preso per un gomito, mentre il Gaviale ritirava il mio denaro e scuoteva, disilluso, il suo lungo testone. L’ho portato fuori, l’aria della notte era decisamente più fredda e secca del clima del locale, e gli ho detto: “Sei un rompiscatole, Giulio. Qualunque alligatore sa questa faccenda della temperatura dalla notte dei tempi. Sono i coccodrilli a non saperlo. E se tu fossi capace di vedere le differenze, un coccodrillo è un coccodrillo e non un alligatore, ti saresti reso conto che l’allibratore, da bravo alligatore, faceva domande solo ai coccodrilli. Ciascuno si guadagna da vivere come può e i coccodrilli ne patiscono pochissimo. Nemmeno piangono sul denaro perso in scommesse“.
Be’, caro Gian Marco, nonostante la quasi disavventura di ieri (credevo che l’alligatore volesse mordergli una chiappa, da come lo guardava) non ho perso la speranza di rendere Giulio un po’ meno rigido. E’ proprio un testone d’altri tempi. Chissà che studi ha fatto, da ragazzo. E tu, come va? Hai ancora quei piccoli attacchi brevi e dolorosi? Microcoliche li hai chiamati. Pure tu, sei un bel tipo. Inventi parole e termini che vorrebbero essere analitici. Somigli un po’ a Giulio. Se, quando ti sarai stufato del bar che frequenti così assiduamente – come si chiama, Un posto pulito, illuminato bene, mi pare – pure tu vorrai fare un salto al Gaviar House, forse è bene che ti ci accompagni io. I locali con luci tenui non vi si addicono.
Ciao e a presto.

Un posto brutto, illuminato male – I racconti del Posto Pulito/10

Rubrica del lunedì

 Un racconto di un altro anonimo frequentatore del bar Un posto pulito, illuminato bene

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L’addetto si è presentato a casa nostra per riscuotere l’assegno mensile dell’assicurazione proprio nel bel mezzo di un litigio.
Non ricordo di preciso quale fosse l’oggetto della discussione, ma non doveva essere niente di che.
Claudia ha fatto appena in tempo a tirare su il copridivano da terra ed è corsa in bagno per darsi una sistemata.
Io ho aperto la porta e ho fatto accomodare il tizio in soggiorno. Stava per fare buio, così ho acceso la luce.
Il tizio non ha detto molte parole. Ha trafficato un po’ con la sua valigetta e si è schiarito la voce come se stesse per dire qualcosa, ma poi non ha detto niente.
Comunque sembrava che filasse tutto liscio.
“Prende un drink?”, ho chiesto.
Lui mi ha sorriso e mi ha fatto cenno di no.
Quando è tornata, Claudia si è seduta al tavolo con noi è s’è messa a rovistare nella sua borsetta per cercare il libretto degli assegni. Non ha neppure salutato il tizio, che nel frattempo aveva appoggiato una cartellina nera sul tavolo e la stava sfogliando senza dire una parola.
Ho provato a fare un po’ di conversazione.
“Fa molto freddo?”, ho chiesto.
“Non particolarmente”, ha risposto il tizio senza abbassare lo sguardo dalla cartellina.
“Oggi sono di riposo e non ho ancora messo piede fuori casa”, ho detto; così, per rompere il ghiaccio.
Claudia stava ancora rovistando nella sua borsetta.
“Capita sempre così”, ho detto, “quando cerchi qualcosa”.
Il tizio ha smesso di sfogliare la cartellina, ha controllato il numero di polizza, ha staccato un tagliandino e ha guardato Claudia alle prese con la sua borsetta.
“È colpa di questa dannata luce”, ha detto Claudia.
Il tizio si è guardato un po’ intorno.
“Cosa vuoi dire?”, ho chiesto io.
“Voglio dire che questo posto è triste”, ha detto Claudia. “È un posto brutto, con questa luce triste che rende ogni cosa triste”.
L’addetto dell’assicurazione ha ritirato la cartellina nella sua valigetta ventiquattrore.
“Come possiamo pretendere di essere felici quando ogni cosa che tocchiamo è illuminata da questa luce orribile?” ha chiesto Claudia. E poi ha aggiunto: “Quando ogni nostro gesto è illuminato da una luce tanto fredda e grigia?”.
“Non mi pare il momento di discutere del nostro lampadario, tesoro”, ho detto.
“Non è mai il momento per discutere della nostra bruttezza”, ha detto Claudia.
Il tizio ha spostato leggermente la sedia all’indietro. Le gambe della sedia hanno sfregato sul pavimento. Non sembrava un rumore particolarmente fastidioso, ma in quel momento mi è parso intollerabile.
“Guardati intorno”, ha detto Claudia. “C’è una ragione per cui niente di tutto ciò funziona”.
“E quale sarebbe?”, ho chiesto io. Mi sentivo un groppo in gola. “Quale sarebbe questa ragione?”, ho ribadito.
Claudia è rimasta in silenzio.
Mi sono alzato per prendere un bicchiere e qualcosa da bere.
“E a cosa ti riferisci quando parli di tutto ciò? Tutto ciò cosa?”, ho chiesto mentre mi versavo un goccio.
“La ragione è il luogo in cui viviamo”, ha detto Claudia. “Nessuno potrebbe essere felice in un simile posto”.
“Non ti pare di esagerare”, ho detto.
“E tutto ciò sono le nostre vite”, ha detto Claudia. “Tutto ciò di cui abbiamo sempre pensato di non poter fare a meno. Le nostre vite intrecciate insieme. Noi siamo questo soggiorno, siamo questo lampadario”.
Non riuscivo a capire dove volesse andare a parare.
“D’altra parte non è colpa di nessuno”, ha detto. “Non te ne do colpa. La colpa è del destino”.
Ha provato ad accendersi una sigaretta, ma non ci è riuscita. Quel suo accendino dava sempre delle noie.
“Sarebbe meglio pagare l’assicurazione”, ho detto io.
“Adesso ti interessi della mia assicurazione. Ma quando mi hai umiliata davanti ai miei amici non ti interessava nient’altro che te stesso, come sempre”, ha detto Claudia.
“Tesoro, di cosa stai parlando?”, ho chiesto.
“Credevi che me ne sarei dimenticata?” ha detto lei; “c’era questa stessa luce orribile. Una luce che ti entra nel midollo del cuore, ti trafigge la carne. Eravamo seduti qui. E mi hai umiliata proprio di fronte ai nostri amici, ingoiando una tartina, bevendo quello stupido vino”.
Il tizio dell’assicurazione ha guardato in direzione del lampadario. Un’occhiata fuggevole, per non farsi vedere. Poi è rimasto con lo sguardo incollato al tagliandino che aveva appoggiato sul tavolo. Si vedeva che stava provando a far finta di niente.
“Il fatto è che qui dentro è tutto orribile. Mi metto un chilo di trucco per sembrare ancora desiderabile, ma non ci riesco, questa casa mi imbruttisce”, ha continuato Claudia.
“Non sarà la casa che avresti voluto”, ho detto, “ma è pur sempre una casa”.
“Mi vergogno a far venire mia madre”, ha detto Claudia. Poi ha guardato il tizio dell’assicurazione e ha provato di nuovo ad accendersi la sigaretta.
“Una volta ero talmente sciocca che questo soggiorno mi sembrava accogliente”, ha detto, “e si guardi un po’ in giro adesso: sembra la corsia di un ospedale, o la sala d’aspetto di un pronto soccorso. Non mi viene in mente un solo posto accogliente sulla faccia della terra che potrebbe essere illuminato da una simile luce”.
Il tizio dell’assicurazione non ha detto niente. Ha annuito, per cortesia, senza proferire parola.
“Tesoro”, ho detto.
“Non chiamarmi tesoro”, ha detto Claudia. “Guarda il soffitto, cazzo”.
Finalmente è riuscita ad accendersi la sigaretta. Mi sembrava le tremasse la mano.
“Che cos’ha il nostro soffitto?”, ho chiesto.
“Non lo vedi? È marcio. La luce lo rende marcio. L’umidità ci sta consumando il colore. Perfino la mia voce è roca, con questa luce del cazzo”.
“Adesso calmati”, ho detto.
“Non mi calmo per niente”, ha detto lei. “Cosa ne pensa di questa luce?”, ha poi chiesto al tizio dell’assicurazione.
Si vedeva benissimo che il tizio non aveva neppure un’opinione, sulla nostra luce. Lì per lì ho perfino creduto che volesse alzarsi e andarsene. Avrebbe fatto bene. Invece si è di nuovo schiarito la gola, poi ha detto: “Forse non è proprio il massimo”.
Fino a quel punto non avevo notato quanto fosse giovane. Cristo santo, avrà avuto vent’anni. Ho cominciato a pensare cosa potesse passare nel cervello di un giovane di vent’anni alle prese con quella discussione assurda sulla luce del nostro soggiorno.
Claudia ha fatto un lungo tiro di sigaretta, poi ha ricominciato a rovistare nella borsetta. Sembrava che volesse piangere, e forse sarebbe stata la cosa più conveniente.
“In che modo ti avrei umiliata?”, ho chiesto a Claudia.
“Ormai non te ne rendi più nemmeno conto”, ha detto lei. “È questa luce. Ogni cosa che ci diciamo è avvolta dalla sua bruttezza; è come se la luce si attaccasse alle parole per renderle pesanti”.
Il tizio dell’assicurazione ci stava guardando. Non sembrava particolarmente turbato dalla nostra conversazione. Ogni tanto alzava lo sguardo e ogni tanto lo abbassava. Aveva cominciato a giocherellare con una penna a sfera che aveva tirato fuori dal taschino della giacca.
Mi sono acceso una sigaretta e ho buttato giù un bel po’ di scotch.
Laura aveva cominciato a svuotare la sua borsetta sul tavolo.
“Ci vorrebbe così poco”, ha detto.
“Ci vorrebbe così poco per cosa”, ho chiesto.
“Ci vorrebbe così poco”, ha ripetuto. “O almeno è ciò che pensavo. Ma sono i particolari più banali a essere i più difficili da aggiustare”.
“Non ti ho chiesto io di venire a vivere in questa casa”, ho detto.
“No”, ha detto lei, “è questa casa che ci ha inghiottiti”.
Ha spento la sigaretta in una tazzina da caffè.
“Questo incessante riverbero smorto si è mangiato la nostra vita”.
Ci siamo messi a guardare le cose che uscivano dalla borsetta di Claudia.
Sul tavolo c’erano un set di trucchi, una spazzola, uno specchietto, il portafoglio, dei kleenex, un pacchetto di fazzoletti, il tubetto del burrocacao, le chiavi della macchina. Ho fatto per fermarla, ma non c’è stato verso.
Ha continuato a svuotare quella dannata borsetta sul tavolo, proprio davanti al naso del tizio.
“Si può sapere cosa stai facendo?”, le ho chiesto.
“Mi svuoto”, ha risposto.
C’è stato un momento di silenzio piuttosto lungo. Ho sentito il cane dei vicini guaire, l’ascensore mettersi in funzione. Poi ho cominciato a fissare il lampadario.
“L’unica cosa che è davvero illuminata è la nostra ombra”, ha detto Claudia.
Non ne potevo davvero più di questa storia.
“Se preferite posso passare un’altra volta”, ha detto il tizio dell’assicurazione.
Lo ha detto in maniera molto delicata, come se fosse molto imbarazzato.
“Certo che no”, ho risposto io.
“Guardami le mani”, ha detto Claudia. “Avanti, guardatemi le mani”. Le ha messe in bella mostra, tenendo le braccia distese sul tavolo con i palmi sul ripiano.
Sia io che il tizio abbiamo guardato il dorso delle sue mani.
“Sono mani consumate dalla bruttezza. La mia pelle fa schifo. Non c’è un solo lembo del mio corpo che non sia invaso dalla banalità di questa luce bianca e sporca”.
“Adesso falla finita”, ho detto io.
Lei non ha detto niente. Si è versata qualcosa da bere, ha acceso un’altra sigaretta.
Sono andato in camera a prendere il mio libretto degli assegni; avevo una cosa da dire ma non riuscivo a trovare le parole adatte per dirla.
Quando sono tornato mi sono fermato a osservare il tavolo del soggiorno, il tizio dell’assicurazione che giocherellava con la penna a sfera, mia moglie che aveva cominciato a piangere. Su di loro gravava il peso di quella stramaledetta luce opaca, ospedaliera, che era rimasta la stessa dal giorno in cui avevamo trovato questo appartamento in affitto; il fumo della sigaretta aveva formato un secondo soffitto morbido e malleabile, e il nostro soggiorno non mi era mai sembrato così tranquillo e gelido.
“Quanto fa?”, ho chiesto al tizio.
“Non voglio che paghi la mia assicurazione”, ha detto Claudia.
“Vuoi far restare qui questo ragazzo per cena?”, ho chiesto. “E magari anche a dormire? Credo che abbia voglia di andarsene”.
Lei si è alzata, ha aperto il cassetto della credenza, ha tirato fuori il suo libretto degli assegni.
L’abbiamo guardata mentre scriveva la data, la cifra, mentre firmava l’assegno.
“Adesso vorrei stare un po’ per i fatti miei”, ha detto.
Il tizio dell’assicurazione ha preso l’assegno e l’ha messo nella valigetta.
Siamo usciti insieme.
Mentre eravamo in ascensore mi ha chiesto se conoscessi la strada più breve per tornare in centro, e io ho pensato di andare con lui: avrei fatto una tappa in quel caffè letterario che si chiama come il mio racconto preferito, mi sarei fatto un bicchiere di qualcosa, poi sarei andato al centro commerciale per comperare un dannato lampadario con le lampadine calde e confortevoli.
Se fossi tornato a casa con un nuovo lampadario forse da un certo punto di vista le cose sarebbero cambiate, ma da un altro punto di vista non sarebbero cambiate affatto.

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Vedute della mia città che esiste altrove – I racconti del Posto Pulito/10

Rubrica del lunedì

Un racconto di un anonimo frequentatore del bar Un posto pulito, illuminato bene

La città che esiste altrove

Acquerello di Beppe Soligo. In esposizione in Un posto pulito, illuminato bene.

Sono uscito a fare due passi per le strade della mia città e mi sono ritrovato in un luogo che non era propriamente la mia città.
Insomma, quest’altra città non è la città che esiste sulle carte stradali. Non è la città situata in un’area geografica corrispondente al sud Europa; non è una suddivisione amministrativa della Regione Piemonte, né l’ente locale autonomo e indipendente con una popolazione di settantatremila novecento settantré abitanti (dato Istat), celebre per lo spumante e la parata del Palio.
Questa città è una nuova città fondata e sorta altrove.

 

Indice generale delle cose di città

Gli alberi, in questa città, sembrano più alti, anche se di poco. Le specie non sembrano dissimili da quelle esistenti nella mia città; tuttavia profumano in maniera differente. Non saprei stabilire con certezza tale diversità.
I parcheggi non offrono apprezzabili differenze.
L’asfalto e il porfido delle strade, nella città che esiste altrove, accolgono suole di scarpe e pneumatici con la stessa frequenza della mia città; lo stato di erosione, se mi si può passare il termine, o di usura, del manto bituminoso e dei sampietrini, pare identico.
I semafori rispettano le usuali regole cromatiche in vigore in qualunque altra parte del mondo.

 

Umidità

Non ho notato apprezzabili variazioni al tasso di umidità tra la mia città e questa città che esiste altrove. Anche in questa città l’umidità relativa dell’aria supera abbondantemente i valori medi di una situazione di benessere.

 

Cimitero

Cammino in direzione del cimitero. La collocazione dei principali edifici e dei monumenti è identica. Tuttavia il cimitero della nuova città è molto più grande rispetto a quello della mia città. Sterminato. L’ingresso è enorme, costruito affinché possa transitare il cadavere di un gigante. Le tombe sono collocate secondo una disposizione prestabilita, seguendo l’ordine cronologico. Non esistono cappelle famigliari. I fiori della città che esiste altrove sono più profumati rispetto ai fiori della mia città. I cognomi delle persone morte sono tradotti in una lingua che non conosco.

 

Lorna Bosch

All’uscita dal cimitero sono avvicinato da una bella donna con i capelli scuri, vestita con una gonna colorata.
“Buongiorno”, mi ha detto; non conosco la lingua nella quale mi sta salutando. Sono stato condotto in un bar, e successivamente in una camera d’albergo. Gli alberghi della città che esiste altrove sono costruzioni leggermente meno confortevoli rispetto agli alberghi della mia città.
“Mi chiamo Lorna Bosch”, ha detto la signorina vestita con gli abiti piuttosto colorati. “Piacere di conoscerla, Lorna Bosch”, ho detto io. A quel punto non riuscivo a comprendere quale lingua stessimo parlando, né se la scena si stesse svolgendo in quel momento o in un passato prossimo e imperfetto.
“Faccio una doccia”, ha detto Lorna Bosch.
La pressione dell’acqua, al rumore, sembra identica alla pressione dell’acqua della mia città.
Quando è uscita dalla doccia, completamente nuda, avvolta in un dozzinale asciugamano bianco in dotazione all’albergo, ho cominciato a domandarmi se tradire mia moglie nella città che esiste altrove fosse una grave mancanza di rispetto nei confronti dei vincoli matrimoniali. Mi sono domandato se i vincoli matrimoniali potessero vincolarmi, tecnicamente, anche in una città che non è la mia città.
Ho chiesto a Lorna se fare l’amore nella città che esiste altrove fosse una cosa stupenda come lo era nella mia città.
“Non saprei”, ha risposto, “ho fatto l’amore soltanto in questa città”.

 

Prendere un caffè e fumare una sigaretta

Prendere un caffè nella nuova città non sembra un’operazione complicata. Ogni singolo gesto, dall’atto di ordinare a quello di mettere due cucchiaini di zucchero a quello di girare lo zucchero nella tazzina a quello di bere il caffè sono perfettamente identici sia nella mia città che nella città che esiste altrove. Il gusto del caffè è leggermente diverso; più penetrante e forte in questa città rispetto alla mia città.
Allo stesso modo i cittadini della città che esiste altrove fumano con maggiore voluttà, come se stessero davvero godendo la propria sigaretta.

 

Una panchina nel parco

Noto una panchina nei pressi di un parco cittadino. Il parco mi sembra identico a quello della mia città, se non fosse per la panchina. Da lontano sembra una panchina di legno dipinto, con alcune scritte prodotte dai ragazzini della città che esiste altrove. Da vicino si rivela esattamente ciò che sembra da lontano: una panchina di legno dipinto. Nella mia città non potrebbe trovarsi una panchina in quella particolare posizione. Mi siedo e tocco con le dita la superficie per tastarne la consistenza; la consistenza delle panchine, nella città che esiste altrove, è completamente diversa dalla consistenza delle panchine nella mia città.

 

Vedute di una donna che piange

Dalla mia posizione riesco a scorgere una donna, seduta su una delle panchine del parco. Sta piangendo. A una prima grossolana analisi pare che stia piangendo esattamente nello stesso modo in cui piangono le donne della mia città.
Mi avvicino.
A una veduta più approfondita mi sembra che stia piangendo in modo diverso dal modo in cui piangono le donne della mia città; i brevi intervalli, il singhiozzare, c’è qualcosa di indubbiamente estraneo alle posture tipiche delle donne della mia città quando piangono sole sedute su una panchina del parco.
A pochi centimetri dal suo volto posso apprezzare la differenza sostanziale tra le lacrime di una donna che piange nella città che esiste altrove rispetto alle lacrime di una donna che piange nella mia città. È una questione di compattezza e corposità. Il tragitto che le lacrime seguono in questa città è più diretto; scendono dagli occhi e si scaraventano al suolo direttamente, senza scivolare lungo le guance e raggiungere le parti del naso o le labbra; sono sicuramente lacrime più pesanti, di una composizione chimica diversa rispetto alle lacrime delle donne nella mia città, simili forse al mercurio, ma rimbalzano al tocco col suolo, trasformandosi in minuscole biglie matte che compiono traiettorie imperscrutabili. Osservo le lacrime rimbalzanti dirigersi verso luoghi misteriosi, in silenzio.

 

Le mamme caricano in auto i bambini che escono da scuola

Le mamme caricano in auto i bambini che escono da scuola in maniera molto più ordinata nella città che esiste altrove rispetto alla mia città; anche qui sono per la maggior parte giovani e carine, guidano automobili di una certa cilindrata e si muovono con fattezze piuttosto aggraziate. Forse si potrebbero trovare differenze a proposito della cilindrata delle automobili.
Le uniformi dei vigili che permettono ai bambini di attraversare la strada per raggiungere i sedili delle automobili materne sono completamente diverse dalle uniformi dei vigili che svolgono la stessa importante mansione nella mia città. Sono uniformi perfettamente lustre. Pulitissime.
Saluto un bambino mentre attraversa la strada e lui risponde al mio saluto. Questo fatto mi porta a sospettare che gli alunni della città che esiste altrove godano di un’educazione maggiore (meglio somministrata) rispetto agli alunni della mia città.

 

Misurazione degli ANGOLI

Col termine ANGOLO si intende una porzione di piano delimitata da due semirette aventi origine comune. L’ampiezza di un ANGOLO è rappresentata dalla rotazione ORARIA di una semiretta intorno all’origine, fino al sovrapporsi all’altra semiretta (cit. da Hans Helmander, Corso di Topografia e Trigonometria per Corrispondenza).
La piazza più importante della città che esiste altrove, allo stesso modo di quella della mia città, ha forma triangolare; ma gli angoli della piazza triangolare più famosa della mia città non coincidono con quelli di questa città.
Gli angoli, nella città che esiste altrove, hanno un ampiezza inferiore di circa zero virgola otto gradi, cioè sono più acuti rispetto agli stessi angoli presenti nella mia città. Tale maggiore spigolosità degli angoli nella città che esiste altrove mi turba e suscita in me numerose domande a proposito del carattere e della predisposizione d’animo dei costruttori stessi della città.

 

Sugli ANGELI

Il Centro Congressi della città che esiste altrove è situato esattamente dove è situato il Centro Congressi della mia città. Gli alberi (leggermente più alti) che lo circondano muovono al vento in modo più uniforme rispetto a quanto non muovano al vento nella mia città. Un lungo viale alberato conduce al Centro Congressi; ai lati del viale sono poste alcune panchine (di consistenza differente rispetto a quelle della mia città), e alti pali di color verde (nella mia città sono di color marrone), recano enormi stendardi pubblicitari riportanti la conferenza in corso al Centro Congressi. Il titolo della conferenza è: Sugli ANGELI. C’è da essere davvero orgogliosi di vivere in una città che si premura di fornire ai propri abitanti risposte circa questioni tanto spinose quali esistono gli ANGELI? Che forma hanno? Hanno fattezze umane? Qual è il loro scopo? Perché dovrebbero esistere?

 

Una conversazione in un bar dal nome curioso

Lei è orgoglioso di vivere in una città che si premura di fornire risposte circa questioni spinose quali esistono gli angeliChe forma hanno? Hanno fattezze umane? ecc.
Crede che dovrei esserlo?
Credo proprio che dovrebbe.
Allora credo di esserlo.
Il nome del bar è Un posto pulito, illuminato bene e sono convinto che tutti i clienti di un simile posto hanno a cuore la tematica riguardante gli angeli.
Mentre sorseggio un caffè nello stesso identico modo in cui sorseggerei un caffè nella mia città mi avvicino a un signore con folta barba, una camicia a quadri. I tizi con barba e camicia a quadri hanno un volto molto cordiale nella città che esiste altrove, mentre hanno un’espressione scortese nella mia città.
Sa che lei ha un volto molto cordiale?
Dovrei saperlo?
Credo dovrebbe saperlo.
Allora sì, lo so.
Gli angeli sono come gli uomini, in un certo senso, dico.
È tutta una questione di purezza e contaminazione, dice lui.
Purezza e contaminazione sono elementi comuni della vita umana, dico io.
Ma nella vita umana c’è un grado di purezza inferiore alla contaminazione, mentre nella vita angelica c’è un grado di purezza superiore alla contaminazione, dice lui.
Purezza e contaminazione sono quantificabili? Domando io.
Credo di sì, risponde il tizio con barba e camicia a quadri ordinando una birra.
Ecco un sintomo di civiltà: un uomo con barba e camicia a quadri che sostiene una conversazione sugli angeli.
Nella mia città probabilmente mi avrebbe mandato al diavolo.
E quindi esiste un’unità di misura della purezza e un’analoga unità di misura della contaminazione? Domando ancora.
Sì, risponde lui.
Contaminazione è contrario di purezza?
Contaminazione è la vita umana, purezza è la vita angelica.
Non crede che la purezza allo stato puro sia consonante con la follia?
Non esiste una purezza che non sia allo stato puro.
Pertanto crede che la purezza equivalga alla follia?
Adesso credo che vorrei bere la mia birra in santa pace, dice l’uomo con barba e camicia a quadri.
Non gli do torto, e lo saluto cordialmente.
Posso offrirle la birra? Chiedo.
Preferirei di no, risponde lui.
Uscendo dal Posto pulito, illuminato bene non mi volto indietro a guardare l’espressione del tizio con barba e camicia a quadri, ma sicuramente sarà stata un’espressione molto cordiale.

 

Il Palazzo più grande della città

Il palazzo più grande della città sorge su un lato della piazza più importante della città.
Esso è completamente diverso nella città che esiste altrove. Ha forma ottagonale, mentre nella mia città è squadrato. Ha numerosi piani aggiuntivi rispetto a quello della mia città. È altissimo, come se avessero disposto uno sopra all’altro quindici palazzi della mia città. Mi fermo impressionato a contemplare un palazzo tanto alto.

 

Amare la vita

Anche nella città che esiste altrove ragazzi e ragazze amano la vita. Sorridono, ridono, si scambiano baci e carezze. Tuttavia c’è qualcosa, nella maniera in cui sorridono i ragazzi della città che esiste altrove, qualcosa, nei loro baci e nelle loro carezze, qualcosa, nelle loro occhiate fuggenti e furtive, qualcosa che davvero non saprei descrivere, eppure qualcosa di profondamente diverso dalle azioni omologhe che si verificano continuamente nella mia città.
Amate la vita? Domando a un gruppo di ragazzini appollaiati su un muretto poco distante dalla cattedrale che esiste in entrambe le versioni della città.
Nessuno mi risponde, e io rimango tormentato dal mio dubbio.

 

Il nostro lavoro e perché lo facciamo

Apparentemente la gente della città che esiste altrove lavora allo stesso modo della gente nella mia città. Piccoli minuscoli omini entrano ed escono da officine e uffici. Più sporchi e trasandati i primi, più puliti e ordinati i secondi. Ma perché lo fanno? Le motivazioni che conducono piccoli minuscoli uomini (dalla mia prospettiva sono piccoli e minuscoli, mi trovo all’ultimo piano di un palazzo dotato di ristorante panoramico con vetrate cielo terra, identico sia nella città che esiste altrove che nella mia città) a entrare e uscire da luoghi adibiti al lavoro possono essere terribilmente, tremendamente, diverse in questa città rispetto alla mia città. Motivazioni nobili, prevalentemente, ma anche basse, popolane. Sostentamento. Libertà di espressione. Ordino un piatto di qualcosa e questa cosa, che mi viene servita da un cameriere più sorridente in questa città rispetto alla mia città, è una cosa indubbiamente uguale, cioè, che possiede lo stesso nome sul menù in questa e nella mia città, eppure il suo sapore è impercettibilmente diverso.

 

Una bambina viene verso di me portando fiori

Un simile evento mi stupisce tanto nella città che esiste altrove quanto mi avrebbe stupito nella mia città. Non so che genere di fiori stia tenendo in mano la bambina. Comunque viene verso di me sorridente, con le trecce ai capelli, un vestitino rosso e verde. Nella mia città avrebbe sicuramente indossato un vestitino giallo e avrebbe portato fiori diversi.
Quando è a meno di due metri da me mi chino, sorridendo; lei aumenta la velocità della corsa (una velocità diversa da quella che avrebbe tenuto nella mia città, un’andatura indubbiamente più sostenuta), mi supera col suo bellissimo sorriso da bambina e gli occhi pieni e grandi delle bambine e mi supera ancora, se tale fatto è fisicamente possibile, come se adesso procedesse al rallentatore. Mi volto; vedo che si getta tra le braccia di un uomo che nella mia città non potrei essere io, ma che in questa città che esiste altrove forse avrei potuto esserlo; i fiori sono in terra, sul porfido consumato in egual misura in questa città e nella mia città, e l’uomo che non potrei essere io prende in braccio la bambina come si prenderebbe in braccio una bambina nella mia città. Rimango a guardare l’uomo e la bambina che si allontanano; i fiori sono in terra, non li raccolgo.

 

Questioni climatiche

Nella città che esiste altrove è una bellissima giornata di sole non dissimile da una qualunque bellissima giornata di sole che potrebbe capitare nella mia città. Eppure in questa particolare giornata, oggi, questa bellissima giornata di sole è una bellissima giornata di sole diversa da una qualunque bellissima giornata di sole che potrebbe capitare nella mia città.
Se paragonassi le ombre degli edifici, delle persone, alla stessa ora in questa città e nella mia città, riuscirei a dimostrare che le ombre delle persone sono più lunghe di qualche centimetro in questa città rispetto alle ombre delle persone nella mia città. Il sole filtra tra i cornicioni di due palazzi in modo trasversalmente disuguale. Non è soltanto una questione di punti di vista, bensì anche qualcosa di più, più profondo, ma non saprei dire cosa.

 

Persone che aspettano altre persone

Nella città che esiste altrove le persone aspettano altre persone con un atteggiamento più propositivo rispetto alle persone che aspettano altre persone nella mia città. Guardano l’orologio, fumano, discorrono con altri passanti, si riparano dal sole sfruttando le rientranze dei palazzi o cercando di ottenere il massimo vantaggio dalle pensiline degli autobus. Mi sono quasi convinto che aspettare una persona in centro città, nella città che esiste altrove, sia quasi un’esperienza piacevole, a differenza della mia città, dove aspettare qualcuno anche per pochi minuti è una vera rottura.

 

Scaraventarsi di sotto dal cavalcavia dell’autostrada

Camminando sulle rive del fiume, a poca distanza dall’autostrada: una figura indistinta passeggia sul cavalcavia; la saluto, e lei risponde al mio saluto (cosa che non avrebbe fatto nella mia città); il sole è ancora abbastanza alto, in un modo che potrei definire simile ma non uguale al modo in cui il sole è abbastanza alto nella mia città (quando nella mia città il sole è abbastanza alto); la figura indistinta si ferma, annusa l’aria; è un annusare tipico di questa città che esiste altrove; la figura indistinta si leva le scarpe, sale sul guard-rail; ci sono altre persone che passeggiano lì vicino; comincio a intuire qualcosa sulle intenzioni della figura indistinta; nessuna delle persone che passeggiano a poca distanza si avvicina alla figura indistinta in piedi sul guard-rail scalza; perché nessuno fa niente? Che razza di città è una città in cui nessuno fa un passo per salvare la vita di un’altra persona? Non saluto più la figura indistinta; il mio respiro è affannoso come potrebbe esserlo soltanto nella mia città; mi sbraccio; la figura indistinta mi saluta; mi sbraccio con maggiore insistenza; la figura indistinta si scaraventa di sotto, sull’autostrada (perfettamente uguale sia nella città che esiste altrove sia nella mia città). Si odono frenate di automobili, ma sono frenate meno convinte e decise delle frenate che si potrebbero udire nella mia città in un simile contesto; non sono frenate isteriche e disperate, sono frenate abitudinali. Mi sforzo di produrre lacrime per scoprire se anche le mie lacrime risultano lacrime di densità diversa in questa città rispetto a quelle della mia città. Comincio a piangere, e anche le mie lacrime rimbalzano sul terreno (indubbiamente dotato di maggiori proprietà elastiche rispetto a quello della mia città) come piccole biglie impazzite; rimbalzano, rimbalzano, e si dirigono verso luoghi misteriosi, in direzione dell’imperscrutabile, dell’ignoto, mentre le osservo in silenzio.

 

Incontro con gli angeli

Noto due angeli avvicinarsi al luogo in cui si è gettata la figura indistinta.
Mi avvicino.
Nessuno sembra accorgersi di loro. Posso vederli soltanto io?. Sembrerebbe di sì.
Buongiorno, dico.
Buongiorno a lei, dice l’angelo con la divisa blu.
A prima vista hanno fattezze umane. I loro occhi sono occhi umani.
Non hanno ali, o io non riesco a vederle.
Qual è il vostro compito, qui? Domando.
Gli angeli sono interdetti.
Intendo con il cadavere del suicida. Prelevate la sua anima, lo benedite, robe così?
Constatiamo, dice l’angelo con la divisa blu.
L’altro angelo sta annotando qualcosa su un taccuino dalla copertina rossa.
Constatate? Domando io.
Precisamente, risponde l’angelo che sta scrivendo sul taccuino.
E cosa constatate?
Questo, dice l’angelo con la divisa verde indicandomi il cadavere.
Fatto, dice l’angelo che stava scrivendo sul taccuino.
Arrivederci, mi dice l’altro angelo.
Tutto qui? Domando io. Il compito degli angeli è quello di constatare quello che succede agli uomini?
Solo le cose sgradevoli, dice l’angelo con la divisa blu.
E quelle gradevoli? Domando io.
Non c’è bisogno di constatarle, risponde l’angelo in divisa verde.
Dunque la constatazione di cose sgradevoli fa parte del vostro lavoro? Domando.
No, risponde l’altro angelo lasciando un biglietto da visita sul corpo del suicida, la constatazione di cose sgradevoli è precisamente il nostro lavoro.

Smaltimento Cari Estinti – I racconti del Posto Pulito/9

Rubrica del lunedì

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L’ottantasette è stato l’inizio della fine.
Dal millenovecentotrenta fino al giugno dell’ottantasette le cose marciavano che era una meraviglia.
Sai come funzionava? Intendo prima dell’ottantasette. Ma cosa diavolo vuoi sapere tu, ragazzo. Tu hai fatto la tua domandina d’assunzione e sei capitato quaggiù. Beh te lo dico io come funzionava prima dell’ottantasette. Tanto per cominciare i cadaveri si decomponevano regolarmente, secondo i ritmi naturali, come il Signore ha voluto. E non t’azzardare a contraddirmi perché sono pronto a tirarti un cazzotto sul grugno. Comunque dopo trent’anni non puzzano più. Sono quelli più recenti che ti stendono. Quello là, guarda quello, codice GMR81554HJ, tredici anni di giacenza, femmina. Scoperchiò l’ennesima bara. Una volta duravano al massimo un otto, nove anni, prima di decomporsi del tutto. Oggi apri una bara e sei capace di trovarci dentro un paio di tette in silicone perfettamente integre. Robe da matti. E pretendono che sia Isaia Wernikoff, a smaltirle. Fanculo, dico io, che vengano loro a prendere in mano queste schifo di tette ammuffite. Guarda un po’ che schifo del cazzo, ragazzo. Almeno ci dotassero di un paio di guanti davvero impermeabili. Passo due ore al giorno a disinfettarmi le mani. Mostrò le mani. Vedi queste mani? Sono mani da becchino. Mani infestate dai germi della morte, porcaccia boia. Tre ore di vita, mi ci vuole, per strofinarle. Indicò le protesi siliconiche col suo enorme indice, poi tornò in direzione della bara già aperta e caricò sulla carriola i resti del cadavere da smaltire. Scalciò un ratto, o qualcosa del genere. Questi fottuti ratti, disse. E non sono neppure il peggio; l’anno scorso ci siamo ritrovati muso a muso con un procione. Io e Mec. Non è vero, Mec? Finse un montante al mento di Mec, il quale si scansò senza aprire bocca. Racconta al ragazzo di quando ci è capitato il procione.

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Mec non aprì bocca.
Non parla più da un anno e mezzo. Ci ha fregati tutti, questo figlio di cane. Comunica solo scrivendo su pezzi di carta rancida. Tanto per quello che c’è da dire. E comunque stavamo tirando fuori i cadaveri da smaltire e non ci salta fuori un cazzo di procione? Prova a vedere i denti di un procione, ragazzo; affilati come lame giapponesi, porcaccia schifosa. Ci abbiamo messo un’ora, per prenderlo; sembrava un demonio, che cristo, un demonio peloso e schifoso. L’ho fatto secco a badilate, ti ricordi Mec? Tre o quattro mi pare, non voleva saperne di tirare le cuoia. Mec l’ha smaltito nel bollitore insieme ai cadaveri. Ma ti assicuro, ragazzo, che un procione da queste parti non s’era mai visto. Si accese una sigaretta continuando a ripetere la parola badilate. Cos’hai combinato, tu, per ritrovarti in questo posto di merda? Non rispondere, ragazzo; a che serve rispondere? Gli agenti di Nettezza Umana hanno tutti i privilegi, l’attrezzatura, e noi cos’abbiamo? Fece una smorfia, si pulì le mani sulle braghe putride, scatarrò in terra. Noi abbiamo una carriola e un piede di porco mezzo arrugginito; e un distributore automatico di intrugli schifosi che si ostinano a chiamare bevande. Fece cenno di seguirlo verso il distributore automatico di caffè. Sai quanti cadaveri può ospitare il cimitero gestito dalla nostra Azienda? Non ne ho la minima idea, ma più dei vivi, ragazzo, questo è sicuro; eppure lo spazio non basta mai, e dopo un po’ bisogna pur smaltirne qualcuno. Del resto di questi cadaveri non gliene frega più niente a nessuno; trascorso il periodo di giacenza gli rifilano un calcio in culo e li sbriciolano come grissini, oppure li bollono come una rapa muffa. E chi glielo deve dare, il calcio in culo? Chi li deve sbriciolare come grissini o bollire come rape del cazzo? Sempre noi, ragazzo: tu, alla tua fottuta postazione computer, Mec e il sottoscritto a sporcarci le mani in mezzo alla fanghiglia. E per di più ci tocca prendere in mano quelle cazzo di tette di gomma. I tempi delle tette di Sabrina Salerno sono finiti, ragazzo. Sai cosa succedeva ai tempi delle tette di Sabrina Salerno? Ma certo che non lo sai, eri ancora impegnato a scaccolarti. Di sicuro all’epoca non avresti pensato che un giorno ti saresti ritrovato in mezzo a questi zombi del cazzo indossando quella camicia a quadretti. Stai tranquillo, ragazzo, ci sono qua io. Fece una pausa per inserire la propria chiavetta all’interno del distributore di caffè. La cercò brevemente nella tasca della giacca. La estrasse e la inserì nell’apposita fessura. Sul display comparve la scritta credito residuo 2,33. Questa fottuta tecnologia, disse. Premette il pulsante del caffè nero senza zucchero e il distributore fece le sue tipiche operazioni da distributore. Prese il bicchiere di plastica e iniziò a sorseggiare il caffè. Ai tempi di Sabrina Salerno succedeva che le tette si decomponevano in quattro e quattrotto, e finché erano montate su una donna viva era un piacere palparle, che cazzo. Mec sosteneva che le tette di Sabrina Salerno erano di gomma. Porca puttana ti rendi conto di quel che sosteneva sto figlio di cane? Finse di tirare un destro a Mec, che si scansò senza dire una parola. Figuriamoci. Buttò giù un sorso di caffè. Questo caffè è sempre la solita merda; ogni volta spero che come per magia durante la notte un ipotetico genio del caffè sia penetrato nel distributore aumentandone la gustosità, ma ogni volta non faccio altro che constatare che è irrimediabilmente identico al giorno precedente: una vera merda. Un caffè deve possedere alcune caratteristiche indispensabili di cremosità e viscosità. Non credo sia tanto complicato intuire che un buon caffè aumenta le capacità di concentrazione di chi lo beve; ma i vertici dell’Azienda se ne fregano. Sono stati svolti studi scientifici che provano senza ombra di dubbio che un caffè gustoso aumenta le facoltà dei dipendenti del trentuno percento. Stesso discorso vale per le tette delle colleghe: tette vere più armonia, tette di gomma più tensione. Ma tanto a me tocca bere questa brodaglia insulsa e lavorare con voi due teste di cazzo.
Fece una pausa per continuare a bere il caffè.
E vuoi saperne una, ragazzo? Il giorno dopo la faccenda del procione si presenta qui un tizio e mi chiede se abbiamo visto il suo procione. Ma non lo chiede a me, capisci, lo chiede a quell’idiota di Mec. E sai cosa fa quel troglodita di Mec? Annuisce. Capisci, ragazzo? Ammette di averlo visto, e mi costringe a raccontare la faccenda. Quella bestia demoniaca era un animale domestico, capisci? Così ci tocca passare un guaio per colpa di un procione del cazzo. Ma ti pare che una persona normale possa tenersi a casa un procione? Morale, il tizio ha fatto causa all’Azienda, l’Azienda ci ha aperto il culo e trattenuto un mese di paga, io ho mollato un gancio sulla mascella a Mec, perché dico io, non si può essere tanto imbecilli, non ti pare, ragazzo?
Fece una pausa, andò nei pressi di un cespuglio di buganvillea, tirò fuori l’arnese e fece una pisciata. Sabrina Salerno con le tette finte, disse. Solo un rozzo come Mec poteva sostenere una roba del genere.
Tornò in direzione delle bare da smaltire, ne scoperchiò un’altra col piede di porco, fece una smorfia, si coprì la bocca e il naso con il lembo della camicia.
Guarda qui, ragazzo. Lesse la targa sulla bara. HJK1928G81FF, in giacenza dal millenovecentoerotti. Indicò l’interno della cassa. Quando le casse da morto sono difettose il risultato è questo. Vermi, orcoìo, vermi e larve. Ziocristo mi viene il voltastomaco. Se devi vomitare fallo lontano da me, ragazzo, che mi suggestiono. Afferrò la vanga e la introdusse nel groviglio di vermi avvoltolati sopra le ossa. Guarda qui che schifìo, si sono ciucciati fino all’ultimo cencio di tessuto.
E poi pretendono di trovarci l’anima, in mezzo a questo disgusto, orcomondo lurido; l’anima è un groviglio di vermi che squartano la carne, ragazzo, prendi nota, accamaiala. Vermi onesti, vermi dotati di spirito santo: eccola qui, la vostra anima. Chiamò Mec perché venisse con l’antiparassitario. Mec ne spruzzò una quantità industriale. Spruzza, catroia, spruzza. Sto prodotto non è buono manco per i pidocchi, cristo. A noi solo prodotti di seconda scelta. Non funziona più niente, ragazzo. L’anima la estirpiamo io e Mec con l’antiparassitario, ragazzo, è per questo che in paradiso si sente profumo di pulito, porcaccia vacca schifosa. Altro che fiori, sto parlando di disinfettante al pino silvestre e gardenia nebulizzata, ristosanto.
Più segreti degli angeli sono i suicidi. E va bene, orcoìo, ma che poi finisci in questo schifo di posto mica te lo dice nessuno; mica te lo raccontano che il paradiso è un bollitore industriale che ti spedisce dritto nel culo del nulla, accaéva impestata. Mi capisci, ragazzo? Più segreti degli angeli sono i suicidi. Ma gli angeli si fanno gli affari loro ragazzo, mica possono perdere tempo con gente come noi. E allora se la gente potesse vedere lo schifo che li aspetta, malora boia, ci penserebbe due volte prima di crepare. Si mettono lì a pregare, a supplicare, ma alla fine è un buco nell’acqua. E dell’anima cosa rimane, poi? Un grumo di vermi di merda rimane, ecco cosa, risto schifoso.
Mec spruzzò il disinfettante.
Quando le cose funzionavano, in questa dannata azienda, e mi riferisco a prima del fatidico millenovecentoottantasette, c’era un archivio cartaceo sul quale si scrivevano le date di smaltimento cadaveri, così sapevamo che oggi toccava a uno, domani all’altro, eccetera. Alle volte si accumulava un po’ di lavoro, ma mai come adesso. Facevamo una telefonata in Sede e l’azienda ci confermava lo smaltimento del dato cadavere. Le cose funzionavano a meraviglia, ragazzo; fatta eccezione per il caffè, quello è sempre stato una merda.
Terminò il caffè, poi lanciò il bicchiere in direzione del cestino. Lo mancò. Disse: catroia. Si chinò per raccogliere il bicchiere, poi si accese una sigaretta.
Nel giugno del millenovecentoottantasette un tale di nome Grandét, quel figlio di buona donna, un cornuto di dipendente del Settore Informatico, propose la sua invenzione ai piani superiori. La sua invenzione, come la chiamava. Quel povero coglione. E così inventò il fottutissimo Metodo di Trasmissione Telematico che ancora oggi crea sconquassi nell’organizzazione del nostro lavoro.
In pratica dal giugno di quell’anno buono soltanto per il disco d’esordio di Sabrina Salerno uno schifido calcolatore incamera i dati e in base calcoli imbecilli ci invia i codici dei cadaveri da smaltire. Ma questo lo sai già, ragazzo, dato che sei appena stato assunto per ricevere i dati schifidi di quello schifido calcolatore. Ne sono passati tanti, di ragazzotti rincoglioniti con le camicie a quadretti, prima di te. D’altronde io non ci ho mai capito una mazza di computer, e Mec non ne parliamo. Ma te lo vedi Mec al computer? Non saprebbe neppure accendere una televisione, quel rozzo. È solo capace a scarabocchiare su quei foglietti idioti.
E comunque ogni volta che c’è un po’ di traffico pum, salta tutto. Il Computer Centrale va in tilt e noi dobbiamo sorbirci turni massacranti per ovviare alle lacune della telematica. E va a finire che ci fanno smaltire cadaveri che non erano da smaltire. Cos’era, il duemila o giù di lì. Un avvocato di grido, mi sfugge il nome, ma il caso ha fatto scalpore.
Spense la sigaretta nel portacenere del cestino, ne accese meccanicamente un’altra.
Beh, questo tizio, l’avvocato di grido, ha una moglie che si impicca. Fin qui niente di straordinario, dirai tu. Le fanno una sepoltura con i controcazzi, ragazzo, chiedi a Mec se non ti fidi, e la tumulano nella terra, come aveva chiesto. Se non fosse che dieci giorni dopo quel cazzo di calcolatore invia tredici codici per altrettanti cadaveri da smaltire. Uno dei codici era il 331B47RF, me lo ricorderò finché campo.
E allora io e Mec cosa facciamo, secondo te? Diede una lunga boccata alla sigaretta. E cosa vuoi che facciamo, abbiamo preso il piede di porco, i guanti, la vanga e siamo andati a scoperchiare le bare per smaltire i cadaveri. E secondo te a quale cadavere corrispondeva il codice 331B47RF? Hai già capito, ragazzo. Proprio alla fottuta moglie del fottuto avvocato. Appena scoperchiamo la bara me ne accorgo subito, per la puttana, mica siamo idioti; bestemmio un quarto d’ora, poi mi attacco al telefono. Dico qui ci deve essere un errore cristo, il codice 331B47RF è stato seppellito dodici giorni fa. E lo sai cosa mi rispondono in Sede? Catroia maledetta, sai cosa mi rispondono? No che non lo sai. Si bloccò. Te lo dico io; mi rispondono primo veda di non bestemmiare, secondo moderi il linguaggio, terzo pensi a fare il suo lavoro. Orcoìo ragazzo, ti rendi conto cosa mi rispondono? Pensi a fare il suo lavoro. E io gli dico se volete venire a smaltire un cadavere seppellito da quindici giorni prendete un paio di guanti e venite voi, accamaònna di una eva sfondata. Dico proprio così. Chiedi a Mec se non ho usato precisamente queste dannate parole. Vide un paio di nutrie. Queste nutrie fottute. E comunque quello della Sede, intendo quello al telefono, mi risponde può attendere in linea, e io attendo in linea. Ascolto musica per ragazzi strafatti all’incirca per un quarto d’ora, che avevo l’orecchio destro in fiamme. Poi mi risponde una voce femminile e mi dice qual è il problema. Voleva sapere qual era il problema, capisci ragazzo? Il problema è che c’è un cadavere di quindici giorni che il vostro cervellone del cazzo ha indicato come da smaltire, vacca boia, ecco qual è il problema. Sai cosa mi risponde la voce femminile? Mi risponde primo moderi il linguaggio, secondo il calcolatore centrale non può sbagliare, controllate che il codice inviato dal calcolatore centrale coincida con quello riportato sulla bara in questione e, se coincidente, procedete allo smaltimento. Se coincidente? Ragazzo, cosa potevo rispondere a una che ti parla di codici coincidenti? A una che come minimo avrà avuto le tette di plastica, altro che Sabrina Salerno. Secondo te cosa potevo rispondere? Le ho risposto di fottersi, che venisse lei a controllare i codici, e, se coincidenti, venisse lei a smaltire un cadavere seppellito da neanche quindici giorni. Ho riattaccato e mi sono fatto un panino con Mec; quel vecchio cavernicolo prepara dei panini che sono la fine del mondo. E così ci siamo mangiati i panini e abbiamo riflettuto su quel calcolatore del cazzo. Mec ha anche controllato per scrupolo che i codici fossero coincidenti. E coincidevano, accamaònna, coincidevano come due gocce d’acqua. Così ci siamo messi a smaltire gli altri dodici cadaveri, e mentre smaltivamo il penultimo sentiamo il telefono squillare.
C’era una voce maschile. Dice lei è il signor Wernikoff? Dico sì, sono io. Ci è stato comunicato che c’è un problema inerente lo smaltimento di un cadavere, precisamente del cadavere 331B47RF; il 331B47RF dai nostri archivi risulta femmina, in giacenza da trentanove anni e sei mesi, per cui da smaltire entro oggi mediante bollitore industriale per cadaveri.
Merda secca, rispondo, statemi bene a sentire, caproni elettronici: il 331B47RF risulta femmina anche a me, ma è in giacenza da due settimane, cristo. Praticamente è ancora caldo, catroia maledetta.
Le informazioni a nostra disposizione presso l’archivio telematico indicano che il cadavere codice 331B47RF è in giacenza da trentanove anni e sei mesi. Ora, dice quel calibano imbecille, se la targa posta in basso a sinistra della bara riporta il codice 331B47RF significa che il cadavere contenuto in quella bara è da smaltire entro oggi, senza ulteriori discussioni. Le chiedo, mi chiede quello stronzetto, la targa posta in basso a sinistra della bara riporta il codice 331B47RF? Che cosa avrei dovuto rispondergli, ragazzo? Il codice corrispondeva, così ho risposto sì, catroia maledetta, la targa posta in basso a sinistra della bara riporta il codice 331B47RF. E sai cosa mi sento ribattere dall’altra parte? Primo, dice lo stronzetto, moderi il linguaggio; secondo, aggiunge lo stronzetto, procedete allo smaltimento. Hai capito cosa mi dice quel collo di bue? Procedete allo smaltimento.
Ci sono notti in cui perfino questo campo cadaverico puzzolente sembra immagazzinare l’energia della bellezza. La notte in cui abbiamo prelevato il 331B47RF e lo abbiamo ficcato nel bollitore cadaverico era una notte fantastica, ragazzo. Mec ci ha pure scritto una poesia. Come l’hai chiamata, Mec, la poesia? Amore all’ombra del bollitore industriale per cadaveri. Il titolo è da perfetti idioti, ma la poesia non era malaccio. È crepuscolare, come dice Mec, qualunque cosa significhi. Parla di due ragazzini che vengono a fare le loro zozzerie qui, al cimitero, proprio sotto al Bollitore. Ci pensi, ragazzo? Scopano nel campo di decomposizione, accanto al bollitore. E la cosa peggiore è che si tratta di una storia vera: sai quanti ne becchiamo, di questi pervertiti? Un’infinità. Diglielo, Mec, quanti ne hai già beccati. Ma mica solo ragazzini eh; porco cazzo abbiamo beccato anche donne e uomini sposati, se capisci cosa intendo. Ma cosa vuoi capire, ragazzo, tu ti rinchiudi ancora in bagno per farti seghe dalla mattina alla sera; chiudi a chiave la porta, quando ti smanetti qui a lavoro, non voglio sorprenderti con il pisello in mano. Sarebbe imbarazzante, ragazzo, capisci?
Accese una sigaretta, si avvicinò al distributore automatico di bevande. Voglio offrirti un caffè, ragazzo.
La verità è che nessuno ha rispetto del nostro lavoro, disse. Credono sia facile ramazzare il marcio da sotto il tappeto.
E comunque quando il marito del 331B47RF venne quaggiù per cambiare i fiori sulla tomba e al posto della fotografia della moglie ci trovò quella di un camionista di Scandeluzza morto il giorno prima, prima chiese spiegazioni, poi, quando vuotai il sacco, si incacchiò di brutto. Dovevi vederlo, ragazzo. Non toccare mai i morti ai cattolici. Toccare i morti dei cattolici è una gran brutta faccenda. Io lo sapevo, e anche Mec lo sapeva. Non so quanti soldi è costato all’azienda lo smaltimento di quella povera donna; ben gli sta, ragazzo, per quanto sono imbecilli gliene avrei fatti spendere anche di più.
Spense la sigaretta, fissò il ragazzo negli occhi, gli porse il bicchierino col caffè. Ma tu sei troppo giovane, ragazzo. Tu certe cose non puoi mica capirle. Si avvicinò a una bara, notò qualcosa che fuoriusciva dall’intercapedine del coperchio, lì per lì non comprese di cosa si trattasse. Che cazzo è sta roba? Sembra…sembra…un germoglio. Cristosanto, guarda queste bare schifose comprate per due soldi, ragazzo, gli cresce dentro perfino l’erbaccia. Chiamò Mec perché venisse con il disinfestante. Questa non si era mai vista, un germoglio che spunta da una bara. Fece cenno a Mec affinché cominciasse a spruzzare il disinfestante. Spruzza, orcoìo, spruzza. Fanculo all’erbaccia. Fece per accendere un’altra sigaretta, poi decise di no. E fanculo alle tette di plastica. Prese il caffè del ragazzo, bevve un sorso.
Ma come cazzo fai a bere questo caffè merdoso? I vigili urbani, i cantonieri e i dipendenti comunali hanno un tagliando sconto per il caffè al Posto pulito, illuminato bene di Montemagno, e lì fanno il caffè più stramaledettamente buono di tutto questo buco di mondo, e noi dobbiamo bere questa schifezza. Ti sembra giusto, ragazzo? Lascia perdere.
Lanciò il bicchiere in direzione del cestino. Lo mancò, e dovette chinarsi per raccoglierlo. Fanculo, disse, torniamo a lavoro, e accese una sigaretta.

Gli Ipocondriaci – I racconti del Posto Pulito/8

 Rubrica del lunedì

Un racconto di gian marco griffi

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Uno studio sull’ipocondrismo in relazione alla meteopornografia

I nostri spassi sono finiti

Dopo l’aperitivo c’è LEI.
I SUOI capelli leggermente mossi, lucidi.
Il SUO volto simmetrico.
Il SUO collo alto, proporzionato.
I SUOI seni morbidi.
Il SUO corpo filmico.
I SUOI costumi da sexy-mamma.

LEI è Giuditta. SUE sono le previsioni meteo. Niente altro ha importanza.

§

Quando al Posto Pulito, Illuminato bene arriva l’inverno ci ripariamo come possiamo. Abbiamo coperte calde, dozzine di pacchi di antivirali e una saletta del bar su misura per noi cinque. Siamo Ruben, Dan, Gad, Efraim e Issachar. Tutte le mattine a colazione cambiamo il pannolone a Ruben e riempiamo la pera a Dan, imbottiamo di antidolorifici Gad e parliamo del più e del meno. Io e Dan cerchiamo di inspirare con cautela. Per via di certi disturbi gastrointestinali causati da germi stantii nell’ossigeno in cui siamo avvolti. In principio ci riunivamo in dodici per discutere, andare in bagno e guardare la televisione. Ma gli altri hanno cambiato aria. Per farla breve, siamo rimasti noi cinque.

Dopo l’aperitivo aspettiamo Giuditta osservando i bacilli contenuti in un raggio di luce filtrato dalle imposte. Fuori sembra una giornata luminosa. Un cielo terso oltre a procurare notevole fastidio alle iridi può colmare l’animo dell’ingannevole sensazione che l’essere umano sia perfettibile. Ma noi sappiamo che nella scala verso la perfezione non possiamo fare altro che discendere inesorabilmente. Oltre a tutto ciò, l’insopportabile rifrangersi del sole sulle vetrate del bar può causare seri danni alla vista. Per questo evitiamo di alzare troppo la tapparella e cerchiamo di abituare gli occhi alla penombra, ben consci dei rischi che corre la pelle quando subisce una sovraesposizione a qualunque fonte luminosa. Non possiamo accettare che queste lampadine vecchie e impolverate causino seri problemi alla nostra epidermide, impomatata ogni giorno perché risulti profumata, ma anche, nell’eventualità, piacevole al palmo di una mano che l’accarezzasse. La mano può essere ad esempio quella di Giuditta mentre ci prova la febbre oppure mentre cambia la pera a Dan o aiuta Efraim a levarsi la maglietta intima.

§

Spesso abbiamo riflettuto sul fatto che il nostro quadro clinico possa offrire a un osservatore esterno l’ingannevole impressione che la nostra età sia avanzata. Non è così. Il più giovane di noi, Gad, ha quarantaquattro anni. Il più vecchio (Ruben), ne ha cinquantasette. Nondimeno siamo vessati da problemi fisici che logorano la nostra facoltà di ponderazione e ci costringono a lunghe sedute di riabilitazione in questo bar ubicato in un paese sperduto del Monferrato. Il dr. Robinson sostiene che i nostri disturbi abbiano una natura psicosomatica. Il dr. Mabuse gli attribuisce una struttura ansiogena. Il dr. Ross ci ha diagnosticato una rarissima patologia i cui prodromi sarebbero da rintracciarsi in una concatenazione di cause, la prima delle quali è l’utilizzo da parte del governo di sostanze proibite. Sostanze dannose. Anche la dr.ssa Pompeo concorda con questa analisi.
Abbiamo intentato una causa contro il Governo e riceviamo quotidianamente l’incitamento dei nostri innumerevoli avvocati, tra cui: l’Avv. Mason, l’Avv. McBeal, l’Avv. Lomax, l’Avv. McCoy, l’Avv. Dixon.

§

Ruben ultimamente è preoccupato per il suo rapporto con Giuditta.
In particolare, ogni volta che Giuditta sorride, Ruben rischia seriamente di farsela addosso. Per questo ha bisogno di un pannolone per adulti. Riteniamo che un pannolone indossato da un adulto possa suscitare una serie di complicanze a livello subconscio. Abbiamo discusso a lungo su quali complicanze potesse subire la psiche di Ruben. Qualcuno ha sostenuto che un evento edipico primordiale, come il ghigno della baby-sitter a una sua neanche tanto velata incontinenza, potesse aver ingigantito il problema. E che oggi, Ruben, soffre di una forma patologica di vergogna, un’insoddisfazione perenne e metafisica rappresentata dalla figura sorridente di Giuditta. Gad non concorda con questa tesi. Lo fa capire tossicchiando qualcosa e subito affrettandosi a buttare giù un cicchetto di sciroppo.
E comunque abbiamo notato quanto Ruben sia triste. Impedire a Giuditta di sorridere significa sopprimere buona parte della sua propensione umoristica. Perciò Ruben è visibilmente contrariato e depresso. Tutti siamo depressi, ma non come Ruben. Da lui non ce lo saremmo mai aspettato. Ruben è sempre stato solito giocare col rimescolamento del linguaggio, compiendo azioni disarticolanti rispetto al gesto quotidiano. Reputavamo impossibile da scalfire il suo distacco ironico, la sua capacità di gelare il sorriso mentre lo provocava, graffiando la crosta della società. Ci sbagliavamo.

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Rispondiamo alle obiezioni degli altri clienti del bar snocciolando dati precisi sulla rilevanza delle previsioni meteorologiche sul fisico e sulla psiche dell’essere umano. Abbiamo demandato a Issachar la risposta a ogni obiezione. In lui l’intreccio tra gioco illusorio e perturbazione emotiva riesce talvolta a esecrare l’attesa della morte. “Sto guardando fuori dalla finestra”, dice per esempio, “non riesco a comprendere con certezza se il grigio del cielo sia causato dalla nebbia o dalle nuvole. Quello che posso dire con certezza è che si tratta di una giornata di merda”. Ma Issachar utilizza freddezza, indifferenza e distacco a fini difensivi. “Ci accusano di perpetrare l’erotismo a fini terapeutici, ma non è del tutto vero”, ripete Issachar a chi ci domanda il perché della costante presenza di Giuditta.
Abbiamo anche qualche istinto sessuale, chi lo nega, qualcosa di eroticamente scorretto, ma la consapevolezza delle malattie veneree è tale che nessuno di noi osa perdersi in pensieri tanto turbinosi.
Tutti tranne Ruben, che ha letto qualcosa a proposito della gonorrea. La gonorrea, dice Ruben, impedisce di pisciare. Sì ma il dolore fisico dove lo mettiamo? Domandiamo noi. Non è forse dolore fisico impedire al mio sguardo di osservare Giuditta mentre sorride? Non è forse dolore fisico celare la mia ironia, il mio tagliente sarcasmo nei vostri confronti?
Non lo riconoscevamo più, ed eravamo preoccupati.

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Quando Giuditta entra nella nostra saletta ha un paio di gambe lunghe due metri e un paio di tette da infarto. A tutto ciò siamo abituati, lo accettiamo, anche se dobbiamo inghiottire numerose pillole per lo stress e per la sudorazione ogni volta che la aspettiamo. Oggi però ci sembra più sexy del solito, poiché indossa un tailleur grigio e calza un paio di tacchi alti. Porta senz’altro calze autoreggenti, ma non riusciamo ad appurarlo con certezza. Inoltre indossa una camicetta bianca e noi temiamo la camicetta bianca. In una delle sue previsioni meteo-erotiche più frequenti la protagonista indossa una camicetta bianca e viene sorpresa da uno scroscio di pioggia, rifugiandosi ogni volta in un appartamento spazioso e confortevole con un negro (talvolta il negro può essere sostituito da uno studente di filosofia o da un attore da filmetti di serie B), per una seduta di sesso selvaggio. Simili espressioni – sesso selvaggio – ci disturbano non poco, specialmente Issachar e Gad che sono i più sensibili ad aritmie, arterie rimpicciolite, eccetera. Preferiremmo espressioni più delicate.
Lo facciamo notare a Giuditta. “Gradiremmo che nelle prossime previsioni meteo utilizzassi termini ed espressioni più, come dire, cautelativi. Meno invasivi, ecco”. Giuditta ci prega di farle un esempio. “Per esempio, anziché dire: seduta di sesso selvaggio, perché non utilizzare l’espressione fare l’amore liberi da preconcetti ?”, dice Dan.
Dan è il più riservato di noi. Giuditta glielo fa presente. “Smettila di rinchiuderti in gabbie intellettualistiche ed estetiche prefissate, Dan”, gli dice. “Penso dipenda dal mio essere cresciuto nella generazione del dopoguerra”, risponde Dan. “Crescendo si è acuito lo sbilanciamento tra le prime avvisaglie del benessere e un completo smarrimento morale”. “Come immaginavo”, dice Giuditta.
LEI ci ha completamente in pugno.
Persino Efraim sembra soffrirne la personalità. E dire che lui è figlio di una borghesia che ha perduto nell’ozio incruento ogni valore morale. Sebbene sappiamo che per lui sia una ferita aperta, non perdiamo occasione per ricordarglielo. “Efraim, hai perduto i valori morali. Tocchi il bene e il male abbandonato ai capricci di una coscienza in piena bonaccia”, gli diciamo. “Questa, io credo, è una specie di disperazione”, dice Efraim fissando Giuditta seduta sulla scrivania con le gambe accavallate in un atteggiamento super sexy. “Mi sento senza strutture, senza appoggi; sto sperimentando l’inaderenza alla realtà. Ma chissà se mi condurrà alle soglie di una tragedia o se invece mi dirigerà verso il conforto di un’illuminazione morale”.
È questa la tortura psichica con cui tutti noi dobbiamo fare i conti.

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In buona sostanza, e per fornire ulteriori informazioni alle pressanti richieste dei clienti del bar, spieghiamo che Giuditta ci legge previsioni meteorologiche fornite dall’Aviazione Militare corredate da favole erotiche al limite della perversione. Di tanto in tanto ci serve anche un caffè d’orzo o un Crodino senza ghiaccio. Fa parte del programma per il nostro pieno recupero. In particolare le favole erotiche, dov’è che l’abbiamo letto, favoriscono la circolazione sanguigna e aumentano la produzione di endorfine, globuli bianchi, anticorpi naturali, riducendo lo sviluppo di radicali liberi. Giuditta è una brava ragazza. Non ha dimenticato i valori universali che regolano i rapporti tra esseri umani, né manca di puntualizzare chi è e da dove viene: è figlia di allevatori con l’unico immenso sogno di mostrare la sua avvenenza in televisione. È così che l’abbiamo conosciuta, amata, scritturata, la prima volta: su un canale locale. Nondimeno ELLA non ha grilli per la testa. Eppure è in grado di travestirsi da sexy-tennista o da cat-woman con la stessa spontaneità con cui riceve l’ostia la domenica mattina. Il nostro costume preferito è quello da Madre Natura. O perlomeno il preferito da me, Ruben e Dan. Efraim va pazzo per il travestimento da poliziotta. Issachar dice di sentirsi male al solo pensiero del vestito da segretaria direzionale con tanto di auricolare. È una brava ragazza.

“Previste precipitazioni di carattere nevoso nelle prossime ventiquattro – trentasei ore”, dice Giuditta.
Le precipitazioni nevose solitamente sono il campanello d’allarme che indica la descrizione di un’orgia.

Ruben non riesce a trattenere una battuta. A prima vista non sembrerebbe una battuta particolarmente divertente, ma basta a far sorridere Giuditta. Ruben arrossisce. Nessuno di noi sa se è riuscito a non pisciarsi addosso. “Andiamo, ragazzi”, dice Giuditta. “Non vi preoccuperete mica per qualche termine fuori posto”. Lo dice con una purezza ottenebrata dalla sua bellezza. Come quando descrive le impronunciabili fasi dell’accoppiamento maschio-femmina: pronuncia sempre le parole con purezza, con ingenuità. Ha ventidue anni. “Dove hai imparato queste storie?”, domandiamo spesso. “La natura mi ha dotata di fervida immaginazione, e della capacità di elaborare i costrutti che grazie ad essa riesco a formulare”, risponde ogni volta.

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Nelle accoglienti tenebre della nostra sala riservata del Posto pulito, Illuminato bene ci interroghiamo se sia possibile cambiare argomento. Vogliamo sempre le previsioni meteo, ma gradiremmo anche ascoltare qualche favola dell’orrore, oppure qualcosa di sentimentale. Anche se siamo ben consci del fatto che la specialità di Giuditta restano le favole erotiche. Hanno qualcosa di non so che o non so cosa. Giuditta preferirebbe continuare a raccontare le sue favole erotiche. Sappiamo che preferirebbe continuare a travestirsi da sexy suora o da donna delle pulizie mentre ci illustra la situazione delle isobare sul Mediterraneo.

§

E allora ci riunimmo per discuterne.

“Mi pare che qui si stia scherzando col fuoco”.
“Dobbiamo pensare a noi”.
“Come facciamo a dirglielo?”.
“La nostra salute viene prima di tutto”.
“E l’ultima favola è stata davvero troppo spinta”.
“Un dottore con una bambina!”.
“Una dodicenne non è propriamente una bambina”.
“Ah no?”.
“Sono d’accordo. A dodici anni ormai sono donne”.
“Ma stiamo scherzando?”.
“Dobbiamo dirglielo”.
“Diciamoglielo”.

Incontrammo Giuditta. Nonostante la temperatura interna della sala fosse di circa ventisette gradi centigradi, faceva piuttosto freddo.
Indossava un pesante soprabito ma si spogliò quasi subito. Sotto il soprabito era vestita da Madre Natura. Coscia in primo piano, giarrettiera bianca, calze a rete rosse. Minigonnellino sotto il culo e un top che mostrava il ben di dio di Giuditta. Ruben si trattenne dal pronunciare qualcosa che l’avrebbe certamente fatta sorridere. Disse invece qualcosa a proposito della sua devastante emicrania. Noi non avevamo possibilità di suscitare il suo sorriso. Eravamo antiquari, commercialisti, ragionieri. Ed eravamo letteralmente tartassati da dolori articolari che ci impedivano di pensare a qualcosa di ironico. L’unico che riusciva a trovare la forza per costruire una battuta di spirito era Ruben. Nonostante le emorroidi. Nonostante l’ossessione per una leggera forma di diabete mescolata a una strana febbre emorragica del Nilo. Qualcuno si sentì male. Non era una novità. C’era comunque da fare una comunicazione.

Nessuno di noi ebbe il coraggio di profferire parola. Ci guardavamo l’un altro, tentennando. Scoprimmo, se ce n’era bisogno, quali drammatici effetti ha la donna sulla salute dell’uomo.
Ruben prese la parola. “Vorremmo cambiare un po’ genere”, disse.
Non riusciva a guardare Giuditta negli occhi.
“Davvero?”, domandò lei.
“Davvero”, disse Efraim, seguito da Dan e da Issachar.
“Pensavo che le favole erotiche vi divertissero”, disse Giuditta.
“Oh, ci divertono moltissimo”, disse Gad. “Ma sentiamo il bisogno, come dire, di prefigurarci una scena priva di adoni e fotomodelle. Qualcosa di più terra-terra. Qualcosa di più rocambolesco, in cui i personaggi denotino una certa, come dire, tendenza alla normalità. Qualcosa di più come viene viene”, aggiunse Ruben.
Temevamo che Giuditta potesse prenderla male. Eppure nutrivamo il desiderio di sprofondare in una banalità accogliente.

“Va bene”, disse lei. “Ma lasciate almeno che vi illustri le isobare di domani corredate da un’ultima storiella erotica”.

Ci consultammo. Efraim e Gad avrebbero preferito cambiare subito genere, passando a una storia dalle tinte più lievi. Io, Dan e Issachar concordammo sulla necessità atarassica e diuretica di ascoltare un’ultima favola erotica. Decisi di tornare a essere il vecchio leader che tutti si aspettavano che fossi. Pur conoscendo i rischi che correvo levai il pannolone. Avrei accettato la vita in maniera più spontanea.

A chi insistentemente ci domandava quale fosse la ragione del nostro comportamento rispondevamo che avevamo paura. Ciò che più ci allarmava del mondo, oltre al nostro quadro clinico del tutto deficitario, era la certezza che qualcuno ci avrebbe derubati, avrebbe stuprato le nostre mogli, incendiato i nostri negozi di antiquariato stracolmi di dipinti e candelabri, comò Impero e divani Luigi XIV. E quel qualcuno avrebbe tentato di impoverirci, di arraffarci i gioielli, le fedi, i soldi, le monete. E ci avrebbe confinati in recinti buoni per i porci, torturandoci con la corrente elettrica per ottenere la combinazione della nostra cassaforte.
“Vada per un’ultima favola erotica”, disse Ruben.
“Stavolta sarà più forte. Quasi pornografica”, disse Giuditta.
Ci consultammo di nuovo.
Decidemmo che per l’ultima volta poteva starci.

§

Giuditta si avvicinò alla lavagna. Avevamo predisposto una splendida mappa delle isobare sulla zona di Montemagno e dintorni.
“Stiamo vivendo una tendenza a contesto barico di tipo spiccatamente invernale”, iniziò Giuditta. La sua pronuncia era priva di inflessioni, caratteristica di chi ha frequentato un corso di dizione. Eravamo molto attenti. “Ci sono i presupposti affinché l’attività vorticosa in sede sub-polare abbia a subire un disturbo per opera di un sollevamento meridiano dell’Alta pressione delle Azzorre verso le latitudini britanniche o nord Europee”, proseguì Giuditta.
Ruben sedeva sulla sua poltrona. Io e Gad eravamo in piedi accanto alla finestra. Efraim e Issachar giacevano sui rispettivi letti, ciucciando il lecca-lecca d’ordinanza.
“La giornata era dunque fredda, invernale”, disse Giuditta.
I flashback, congiuntamente a notevoli oscillazioni temporali futuro-passato, erano specifici del suo metodo narrativo.
“Fiona stava ultimando le spese natalizie dalle parti dell’Hofgarten. Adorava quel periodo dell’anno, caratterizzato dalla discesa di aria fredda lungo i meridiani centrali o centro-orientali col possibile isolamento di un vortice semistazionario proprio in area monferrina”.
Pensammo a quanto fosse un privilegio udire quella voce. Persino i postumi di una brutta influenza potevano mitigarsi. Qualcuno di noi dovette addirittura pensare che il sangue dalle emorroidi fosse un dono di Dio, in quel frangente. Ma tutto sommato non era così. Il suono di una voce, per quanto bella, se protratto lungamente, può provocare disturbi alla tromba d’Eustachio. Dan soffriva di questi disturbi.
“Fu sorpresa da uno scroscio improvviso di pioggia mista a neve mentre si trovava lungo le rive dello Starnbergersee. Fiona adorava la neve, ma detestava il primeggiare della figura anticiclonica di blocco, lungo il cui bordo orientale scendono correnti polari. In altre parole detestava che d’inverno facesse caldo e d’estate facesse freddo. Bruno la vide da lontano, scorgendola tra mille volti senza nome. Le portò in dono un mazzo di giacinti”.
L’introduzione del personaggio femminile nei racconti erotici d’inizio ‘900 avviene sempre secondo standard prestabiliti, i quali tracciano un profilo spirituale della protagonista a ricalcare quello fisico. Le favole di Giuditta erano molto più dirette.
“Una storia simile mi pare di conoscerla. Quantomeno i luoghi”, disse Gad.
In lui ogni sintomo interno rifletteva la condizione di aridità del mondo esterno, in un continuo gioco di rimandi.
Poi Giuditta proseguì.
“Fiona e Bruno si ritrovarono nell’appartamento di lui, uno splendido loft di duecento metri quadrati con un morbido letto Queen Size ideale per incontri di questo genere. Si erano incontrati due giorni prima al Teatro dell’Opera durante una notte in cui l’alta pressione oceanica trovava terreno abbastanza favorevole per espansioni verso nord, a causa di un forcing sub-polare a largo di Terranova”.
Le previsioni meteorologiche ci danno sicurezza. Siamo cresciuti in un mondo compromesso da virus, batteri, streptococchi, tossine, insetti e parassiti veicoli di malattie e sciagure anche peggiori. Viviamo in una società di starnuti al cinema, strette di mano, bicchieri non lavati. In un simile luogo la meteorologia riempie il futuro di certezza e i nostri cuori dell’ambizione di conoscere in anticipo la sostanza degli accadimenti. È una questione di programmazione.

Giuditta proseguì con la sua pronuncia priva di intonazioni: “Si distesero sul letto. L’appartamento di Bruno era caldo e accogliente. Un camino emanava un gustoso tepore frammisto a sapori lignei. Fuori dalla finestra uno spalmamento verso est dell’alta pressione oceanica con induzione a riassorbimento dell’onda stessa, ma con cut-off (isolamento vortice semistazionario in quota) proprio sopra il tetto del palazzo, generava una resezione della saccatura artica. Adesso Bruno monta su Fiona e la bacia, slinguazzandola tutta”.

Il passaggio dal passato remoto al presente indicativo è sintomatico di un repentino cambio nel registro narrativo.

Ruben alzò un sopracciglio. Gad scosse il capo. Giuditta continuò.
“Bruno bacia il collo di Fiona, il decolleté, le labbra. Nel frattempo il porco struscia il suo cazzo contro l’inguine e le cosce. Fiona nota come sia durissimo e la sua fica inizia a bagnarsi. Né Bruno né Fiona prestano attenzione al fatto che pur palesandosi un taglio all’alimentazione fredda, su Montemagno è presente un’area depressionaria isolata con caratteristiche fredde e con tempo piuttosto instabile, anche per possibili influenze atlantiche”.
Gad interruppe la narrazione per domandare che si facesse ritorno al passato remoto, o quantomeno all’imperfetto. Il presente indicativo, disse, è troppo coinvolgente, troppo scurrile, troppo diabolico. Concordammo tutti con l’obiezione di Gad.
Giuditta acconsentì. Poi domandò: “Come vi pare l’inizio?”.
“Troppe parole sconce”, disse Dan. Tentammo di epurare nella nostra memoria le parole sconce secondo un meccanismo di autocensura del ricordo. Lo usavamo spesso per i dolori che ci assillavano.
“Che parole suggerite?”, domandò Giuditta.
“Sarebbe meglio qualcosa di più figurativo”, disse Issachar. “Più metafore, più allegorie”, aggiunse Ruben.
“Non stiamo bene per niente”, intervenne Efraim. “La sessualità manifestata tanto esplicitamente potrebbe causare problemi al sistema nervoso”.
“Il nostro punto di vista è quello dell’indagatore, dello studioso”, disse ancora Ruben.
Giuditta comprese il nostro punto di vista e cambiò repentinamente registro narrativo.

“Fiona aveva voglia di sentire l’incursore calvo (Arbasino, A. (1998) Paesaggio Italiano con zombi, Milano, Adelphi, pag. 107 e passim) di Bruno anche sulla sua fessurina magica, sul suo affare (Volponi, P. (1962) Memoriale, Torino, Einaudi, passim), sul suo campo di fiori (Poliziano, A. (1814) Rime, Firenze, Niccolò Carli, passim), così gli allargò le cosce, avvinghiando le gambe attorno alla sua schiena, proprio mentre un’onda depressionaria più incisiva si faceva strada sull’Atlantico. Lei gli tirò fuori l’uncino (Boccaccio, G. (1997), Ninfale Fiesolano, Milano, Mondadori, pag. 121 e passim) e lo prese in mano. Non era superdotato, superava di poco il palmo, eppure era grosso come la testa di un gatto (Aretino, P. (1995) Ragionamento delle Corti, Milano, Mursia, pagg. 103-104 – (1999) Lettere, Roma, Carocci, passim, passim)…Fiona riusciva appena a prenderlo, a chiudergli le dita attorno”.
Fummo rapiti con violenza da una sensazione di sconforto. Spesso lo sconforto è scambiato per eccitazione. In realtà si tratta di sconforto. Lo sconforto, in certi casi, è più opportuno dell’eccitazione.
“Fiona iniziò a masturbarlo, anche se non ce n’era bisogno perché aveva un cavaliere purpureo (Kramsaseddinsh Virajjakam, M. (1979) Emmanuelle, Milano, Sonzogno, passim) già molto duro, e intanto lui le aveva abbassato la maglietta e le stava leccando avidamente i morbidi capezzoli. Sentirlo così rigido…tutto scappellato…fece venire a Fiona una voglia matta di sentirlo tutto in bocca. Fece distendere Bruno a pancia insu e scivolò su di lui maliziosa…strofinandogli il cibo d’amore bagnato (Moravia, A. (1968) La Noia, Milano, Bompiani, pag. 199) sul suo guerriero atomico (A.A. V.V. (2000) Improvvisamente ho voglia di fragola, Modena, Borelli, pag. 71, passim) e poi scendendo…massaggiandolo su tutto il corpo che ancora era coperto. Fiona non amava spogliarsi tutta, durante l’amore. Le piaceva scoprire solo il necessario, dava l’idea di incontro sessuale molto più trasgressivo e porco. Un uomo vestito di tutto punto con la vanga di fuori (Maraini, D. (1963) L’età del Malessere, Milano – 1ª ed. originale con sovraccoperta, Einaudi, passim), la eccitava tremendamente”.

Giuditta fece una pausa. Efraim si affrettò a porgerle un bicchiere d’acqua.
“Vi sta piacendo?”, domandò Giuditta.
“Troppe immagini allusive”, disse Gad.
Ruben era messo piuttosto male. Si reggeva lo stomaco. Efraim aveva un’espressione orribile. Cattiva digestione, disse. Dan sembrava piuttosto eccitato.
“Ci vorrebbe qualcosa di meno trascinante”, disse Ruben.
“Di più, come dire, scientifico, tecnico”, disse Gad.
“Ma le citazioni bibliografiche sono buone”, disse Dan.
“Una bibliografia ben curata è fondamentale”, disse Efraim.
“Grazie”, rispose Giuditta.

Fu un momento toccante.
Poi Giuditta riprese, ancora una volta comprendendo il nostro stato d’animo. È una ragazza straordinaria.

“Mentre il flusso perturbato a carattere freddo si esprimeva con maggiore vigoria sull’est del continente, in corrispondenza delle pianure, Bruno condusse Fiona in bagno, aprì l’acqua nella vasca, la fece appoggiare al lavandino, e all’improvviso introdusse il suo pene in posizione eretta nell’orifizio vaginale di Fiona, fino a raggiungere l’orifizio uretrale. Ci fu un gemito. Bruno afferrò i capelli di Fiona e cominciò a penetrarla violentemente. Questa operazione durò all’incirca tre minuti. Nel frattempo le ghiandole di Bartolino di Fiona sprigionarono la loro tipica lubrificazione. L’aumento di apporto di sangue arterioso ai corpi cavernosi del pene di Bruno – per effetto della guaina fibrosa che li avvolge, detta albuginea – era imponente e inarrestabile. Quando Bruno le afferrò i seni e il suo pene raggiunse lo spazio fra la parete anteriore della vagina e la parete posteriore della vescica, a una profondità di sei-otto centimetri rispetto all’ingresso del canale vaginale – nella stessa zona dove era già nota la presenza di un tessuto ritenuto essere il residuo di una primordiale ghiandola prostatica femminile –, la vagina di Fiona cominciò ad allungarsi velocemente di 8,5 cm (valore medio). Seguirono altri, numerosi, gemiti. “Guardati allo specchio come mi fai godere”, disse Bruno a Fiona. Le sue mani si issarono sui fianchi di Fiona per facilitare la penetrazione. I gemiti si fecero urla di piacere. Il pene di Bruno raggiunse la parete anteriore della vagina, nel suo terzo inferiore, laddove risiede un manicotto di tessuto erettile cingente l’uretra. A questo punto la vagina di Fiona si gonfiò a mo’ di tenda mentre la cervice si ritrasse. Seguì una secrezione di liquidi. Il tutto mentre una depressione isolata proveniente da nord-ovest avanzava lentamente verso lo spazio aereo di Asti e la temperatura atmosferica a livello del mare rimaneva stazionaria. Fine”.

Eravamo soggiogati dalla limpidezza della pronuncia di Giuditta. La sua ingenuità era palese. La osservammo mentre ondeggiava sensualmente di fronte alla lavagna.
Procedemmo con l’abituale dibattito. È nostra consuetudine dibattere le previsioni meteo e le relative favole erotiche. Un modo come un altro per confrontarci.

Chiese Efraim: “Sarebbe questo che ci rimane?”
Rispose Gad: “Non ci è stato tolto”.
“Ogni cosa si autoelimina, si autoestingue, ci costringe”.
“Esiste d’essenza altra e si esprime in sé”.
“Le cose non hanno ritegno. Ci sopravvivono”.
“On-to-lo-gi-a”.
“Por-no-gra-fi-a”.
“Il bisogno metafisico dell’uomo è illimitato”.
“Stomaco, stomaco, stomaco!”
“Tutto è, in memento mori”.
“Il regno della parola per un rognone sanguinante!”
“Ein Mal ist kein Mal”.
“Tò òn. Pragmata. E poi cosa resta?”
“Ciò che resta lo istituiscono i poeti”.
“Non ci sarà mai più un colloquio”.
“Mi fa male il gomito”.
“Quello che è possibile accadrà”.
“Sarà perché il tempo si sta guastando”.
“Quello non è il gomito”.
“Nuvole scure all’orizzonte…”
“Svaniranno presto”.
“…tempesta in arrivo”.
“Non pioverà”.
“Ma in fondo chi può dirlo?”
“Viviamo nel terrore dell’incerto”.
“Pioverà”.
“Non lo farà”.
“E perché mai?”
“Perché dovrebbe?”
“Sta già piovendo”.
“Smetterà”.

Giuditta ascoltava silenziosa i nostri dibattiti. Era solita non domandarci nulla a proposito delle sue performance, ma quella volta, poiché doveva trattarsi dell’ultima, fece un’eccezione.
“Allora? Non mi dite nulla? Vorrei sapere cosa ne pensate della favola”, disse.
Ci fu un silenzio piuttosto imbarazzato.
I nostri erano pensieri vergognosi.
Seguì un altro silenzio imbarazzato.
“A domani”, disse Giuditta mentre usciva dalla sala.
“Fermati”, disse Ruben.
Eravamo in subbuglio. I nostri organi interni non dovrebbero mai essere costretti a subire pressioni tanto forti.
Giuditta si voltò verso di noi. Aveva occhi di un blu insuperabile.
“Hai mai frequentato un corso di dizione?”, le domandò Ruben fissandola negli occhi.
Giuditta sorrise.
Ruben si pisciò addosso.