Cicloturistica Monferrina Diversamente Abili

Resoconti da bar/1

Un resoconto orale di un frequentatore del bar Un posto pulito, illuminato bene

trascritto (male)

da un altro frequentatore (dotato di macchina da scrivere) del bar Un posto pulito, illuminato bene

 cicloturistica

E come tutti gli anni si va lungo le strade impervie del Monferrato per la classica cicloturistica che ti porta a zonzo come un deficiente per le strade sterrate e asfaltate del marchesato, mentre la gente che guarda si accampa ai bordi delle strade o  nei campi o in tende canadesi e si sbronza o fa l’amore ascoltando Battiato e i Ricchi e Poveri e stasera la luna ci porterà fortuna.

Ai vecchi tempi, mi ricordo, si faceva tanto l’amore.

Per il resto, non c’è altro che strade rotte e un freddo pungente che anche d’estate ti entra nelle ossa mentre si pedala giorno e notte su e giù sotto alberi secolari e si rischia davvero il culo, perché sfido chiunque, e una volta avrei sfidato Indurain e Chiappucci, adesso non so più, a stare sul sellino di una bici per quarantotto ore dormendo due o tre ore al massimo per notte.

Ci sono molte cicloturistiche ma la cicloturistica monferrina è la più dura di tutte.

Parte da Asti e arriva a Montemagno dopo un tragitto infinito tra boschi e colline e discariche e steppe immaginarie e anche qualche deserto, sempre immaginario; forse non tutti sanno che da qualche anno comprende una nuova categoria, quella dei diversamente abili. Era stato il Sindaco di Pizzengo a volerla, quel grand’uomo, per dare un premio di consolazione al figlio corridore che si tranciò la gamba sinistra con una falciatrice professionale negli anni cinquanta.

E comunque i diversamente abili corrono alla grande, questi diavoli storpi, ed è un piacere vederli, tant’è vero che molti smettono di far l’amore per seguire le imprese dei nuovi idoli delle corse e quasi quasi direi che la cicloturistica monferrina è diventata celebre proprio grazie ai rachitici e agli storpi e a tutta questa gente qui, che pedala con le braccia o con una gamba sola o aiutata da attrezzi che non saprei minimamente descrivere.

Io non ho mai fatto la cicloturistica; mica me ne frega qualcosa di farmi rompere lo sfintere e le palle dal sellino di una Bianchi. E comunque visto che è una tradizione mi apposto ogni anno dalle parti della Cisterna perché è un posto elevato e si fuma in santa pace e si fanno molte cose tra amici senza bisogno di mandare al diavolo i più scalmanati o i più bigotti, specialmente stavolta che c’è Ada e Ada è una gran pezzo di figa.

Tuttavia tra un bicchiere e l’altro si tifa per i diversamente abili. Tra tutti Jimmy Menegazzi, nostro compaesano e becchino comunale, è il più simpatico, ha una faccia che sembra totò e gli manca mezzo braccio anche se sopperisce alla grandissima con una specie di avambraccio bionico. La sua gara è cominciata alle prime luci dell’alba, insieme ad altri millecinquecento cicloamatori giunti da ogni dove, qualcuno addirittura anche da Mezzarengo, fatto questo che ha stupito davvero tutti, perché tutti sanno che a Mezzarengo si lavora dal mattino alla sera sette giorni su sette. Anche per questo motivo quei là di Mezzarengo ci stanno a tutti sulle palle.

Ma torniamo a noi: ora le luci del sole s’affievoliscono, un tetro tramonto ricopre i barbecue della gente e il volto opaco da totò del Menegazzi: mentre pedala s’annotta, e il cielo s’illuna sui comignoli del paese, su le punzecche dei vicoli, alla strada ghiacciata corrisponde il furor de le stelle.
Ha sempre pedalato svelto, il Menegazzi, non già per qualche forma di paura morbosa, come accadeva per le cimici e gli scarafoni, ma così per passo innato, per abitudine. Poiché gli accadimenti del suo lavoro erano già dimenticati, dimenticato il tristo amico Mario (ch’egli aveva seppellito il giorno prima), dimenticati tutti i Polpettoni, i Nascimbeni e gli spettri della terra monferrina. Era a tal punto ipocondriaco, il poveraccio, che gli pareva d’aver contratto malattie in ogni contesto, perfino in chiesa, dove per opinione comune, e specialmente dei reverendi, è impossibile contrarre qualsivoglia malattia. E se ne pedalava avvilito nel gruppone dei disabili, tormentato dal foruncolo spuntato sulla chiappa e dal fiato corto che gl’impediva di emulare gli scatti e i guizzi che erano stati proprietà indiscusse dei suoi miti giovanili. E non stiamo parlando di grimpeur d’alto livello, si badi bene, non di un Anquetil o di un Gaul, non di un Gimondi, quanto piuttosto del Biasin e del Gaiòt, due tipetti nervosi di Castrocozzo ai quali era toccata la sorte di rappresentare i rinomati, e onorati, altroché, colori biancorossi della polisportiva locale alla prima cicloturistica monferrina di mezzo giugno aperta ai diversamente abili. E per quanto si fossero impegnati, i nostri portacolori, erano riusciti al massimo in un settimo e in un ventiquattresimo posto, in quel lontano millenovecentocinquantanove, l’unico anno, peraltro, in cui la squadra castrocozzese si classificò tra i primi dieci. Facevano parte della squadra due zoppi, un monco, un tale senza un braccio e un altro che per motivi sconosciuti aveva brillantemente superato il meticoloso test di disabilità, scatenando le proteste di tutte le altre squadre e classificandosi peraltro al terzultimo posto (tra i sospiri di sollievo dei dottori incaricati del test, che già si pavoneggiavano).
E tanto era bastato, ai castrocozzesi, per condurli in trionfo, o se non proprio in trionfo, almeno per condurli nel vecchio cantinone comunale per un pantagruelico banchetto a base di peperoni quadrati e ovoidali, topinambur, cardi gobbi e dritti, rape rosse e bianche, carne cruda battuta e tritata, acciughe, aglio olio e sale. Qui si usa così. Specialmente il Gaiòt, che correva con una protesi rigida alla gamba sinistra (e aveva fatto il settimo assoluto) era stato accolto come un re, lui che incarnava la rivincita di tutti gli storpi e gli sciancati del paese. Ma pedalava, quel cristo, e a veder come. Portava la prima gamba, quella buona, fino a che il ginocchio giungeva quasi a toccare la spalla, e con una tal forza propulsiva, quasi esplosiva direi, facendo forza con le braccia sul manubrio, compiva un giro di trecentosessanta gradi con l’altra gamba, quella della protesi, springando un colpo tremendo sul pedale. Era uno spettacolo, a vedersi, per quei pochi, tra i quali il Menegazzi, che ebbero la fortuna di vederlo. Non si curava certo della folla, il Gaiòt, ma avanzava per piani aridi e illuni, nell’aggrovigliata paura di forre immense e boschi, sciabordando fino a veder le rame e gli steli divelti, lasciandosi alle spalle arpie affamate e idre infuocate, jene, pecore, sanguinolenti sciacalli e asini con crine di leoni e gran baffi. Si lasciò alle spalle tutto, il Gaiòt, tranne naturalmente i sei che lo precedettero all’arrivo. Fu comunque un evento, tanto per la menomazione dell’eroe, tanto più per la durezza della corsa, che come vi ho già detto è infinita, quasi cinquecento chilometri giorno e notte lungo le carreggiate del Monferrato. Un’impresa che gli costò almeno dieci anni di vita e un culo quasi da buttar via, oltre a una forma precoce d’impotenza, ma pur sempre una grande impresa. Divenne addirittura sindaco di Castrocozzo, il Gaiòt, grazie a protezioni e raggiri elettorali, e si arricchì grandemente, tanto da diventare noto per la sua avidità. Morì giovane, qualche anno dopo, coi baffi e una gamba nuova di legno pregiato, da tutti odiatissimo.
Ma non certo dal Menegazzi. Il quale, come si dice, avrebbe voluto vestir il fulgore della sua giovinezza, guizzare su quei pedali e scattare come una molla verso Tonco, Frinco e più in là Piovà Massaia e Cocconato e Zannareto, col suo moncherino e gli applausi della folla delirante giungendo al traguardo di Piazza Umberto I almeno tra i primi dieci, pigliandosi i baci delle hostess al Posto pulito, illuminato bene, dove si tiene la premiazione. Non avrebbe mai voluto fare meglio del suo idolo, lui indegno e misero al cospetto della genialità ciclistica del grande Gaiòt, e neppure eguagliarlo; avrebbe desiderato un ottavo posto. Questo nonostante le ultime prestazioni, se così si può dire, fossero state pesantemente inficiate, se così si può dire, dal terrore notturno sopravanzante. Il Menegazzi aveva infatti una paura tremenda del buio. Finì così per pedalare, pedalare, e fumare, non si sa per quanto tempo, cercando di onorare nel miglior modo la memoria del suo idolo d’infanzia. Gli era impossibile dimenticare, almeno quanto il suo nome o il nome dei suoi figli, la volta in cui seminò, con la sua tecnica unica, tutti gli avversari, proprio nella salita che ora stava affrontando. Che importava se poi fu raggiunto e superato, se poi divenne un amministratore ladro e ingiusto. Che diamine, si disse, un guizzo come il suo non l’aveva nessuno tra i sani, figuriamoci tra gli storpi.
E comunque adesso era il diciotto giugno, stava passando il gruppo della cicloturistica monferrina e stavano succedendo tante altre cose ma a me non me ne importava un fico secco, perché la Ada s’era imboscata con un tipo di Pizzengo mentre io ero lì sul tetto della cisterna a bere e fumare come fate voi di solito, e mi sentivo un gran coglione.

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