Un posto pulito, insanguinato bene – storie ai confini della realtà

 

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storie ai confini della realtà e oltre

HALLOWEEN

Il party di Halloween più trendy, chic, cool d’Europa. Ma soprattutto il party di Halloween più spaventoso del mondo.

Inviateci le vostre storie ai confini della realtà e oltre – anche se non c’è sangue va bene lo stesso – e le leggeremo durante la notte di Halloween in un Posto pulito, insanguinato bene.

Venerdì 31 ottobre in un Posto pulito, illuminato bene

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Durante il party di Halloween in un Posto pulito, illuminato bene potrete incontrare Dracula (firmerà autografi col sangue), numerosi vampiri minori, zombie, vari personaggi letterari (per esempio il mostro di Frankenstein, Mr Hyde, il Corvo, ecc) e una nutrita schiera di quei tipi che, si dice, durante le notti di luna piena si trasformino ne

GLI UOMINI-LUPO

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Bene, avevamo questi uomini-lupo che nelle notti di luna piena uscivano in strada per sbranare i cittadini. Faceva parte della loro educazione: mordere, ululare, disperarsi; cose così. Vivevano in periferia, nei palazzi anni ’60, nelle case abbandonate e pronte per la demolizione. Era una bella colonia di uomini-lupo: di tanto in tanto pregavano e si riunivano per eleggere un capo, adoravano feticci e predicavano l’abbattimento della borghesia, prospettando la liquidazione degli antagonismi di classe. Avevano codici, attitudini e un dialetto particolare; naturalmente c’erano anche alcune donne-lupo, ma erano un po’ selvagge, difficili da inquadrare in uno schema. Ad ogni modo durante le notti di plenilunio facevano un bel po’ di baldoria: si incontravano intorno a un fuoco (questo perlopiù accadeva d’inverno, d’estate non ne avevano bisogno) e chiacchieravano del più e del meno, bevendo lattine di birra e fumando qualche spinello. Poi uscivano in macchina completamente sbronzi per sbranare qualcuno, ululando e disperandosi. Avevano un problema di etica, ma lo mascheravano piuttosto bene.

Mandammo un gruppo di antropologi a studiare gli uomini-lupo. “Sembrava un’esperienza così eccitante”, disse  una delle antropologhe. Gli antropologi ebbero una discussione con gli uomini-lupo.
“E per quanto riguarda il vostro modo di vivere”, disse l’antropologo responsabile della spedizione, “stavamo pensando a qualcosa di meno, come dire, intrusivo; qualcosa del tipo voi state quaggiù in periferia, lasciate in pace la brava gente del centro, e loro in cambio vi mandano qualcuno ogni tanto”. Si aspettavano una reazione da parte degli uomini-lupo.
“Ci mandano qualcuno?”, domandò uno degli uomini-lupo. “Precisamente”, rispose l’antropologo. “D’altro canto cos’avete da rimetterci? Giù in centro preparano una lista di nomi, piena di disadattati, qualche barbone, qualche delinquente, qualche prostituta; prima potreste addirittura divertirvi un po’”.
“Bellissima idea! Davvero bellissima!”, disse il capo degli uomini-lupo, “ma non vorrei che la nostra specie perdesse la propria identità, capite cosa intendo?”.
Il capo degli uomini-lupo si chiamava Katalin.
“Potreste introdurre nella vostra cultura di base qualcosa di più creativo. Per esempio il concetto di gioco”, disse l’antropologo.
Dalla spedizione tornò solo Katie.
Gli altri furono sbranati dagli uomini-lupo; faceva parte della loro identità etnica, non avevano mai pensato di introdurre nella loro cultura di base qualcosa di più creativo.
Mandammo una delegazione di politici, ma non andò bene. Erano politici di secondo piano, non rivestivano un ruolo essenziale negli affari pubblici.
“Beh, di cosa vi lamentate?”, domandò il sindaco. “Non facciamola più grande di quel che è”.
Ciononostante gli tributarono un funerale di stato con drappello e colpi di cannone.

Un’altra tragedia occorse durante una notte senza luna: gli uomini-lupo uscirono e sbranarono una mezza dozzina di cittadini. Il sindaco convocò un’assemblea straordinaria.
“E come la mettiamo con quella storia della luna piena?”, chiese.
“Non sappiamo, probabilmente si sono evoluti”, risposero gli assessori.
“Ci vorrebbero delle ronde”, disse un assessore, “delle ronde di bravi cittadini che veglino sui nostri sonni”.
Il problema delle ronde di sicurezza all’interno dei confini della città fu il primo punto dell’ordine del giorno per le successive settimane. I fautori di una condotta politica più reazionaria e cruenta prevalsero nei confronti dei sostenitori di una linea filosofica più mite e ponderata, le cui basi affondano nel terreno fertile della sovranità popolare. Da queste parti la democrazia ha già lasciato cicatrici indelebili.
Ad ogni modo le ronde non durarono molto. I cittadini più reazionari e cruenti s’incontrarono coi cittadini più miti e ponderati e si accapigliarono fino quasi a uccidersi. I cittadini miti e ponderati possono diventare reazionari e cruenti se sentono vacillare le loro idee.
“Bene, a questo punto ci vorrebbe qualcuno che ci protegga dalle ronde, ma chi?”, si chiesero il sindaco e gli assessori.
Non avevano mai letto i fumetti, e decisero di abolire le ronde.
Recintarono la zona per trasformarla in un parco tematico. Qualcuno tra i cittadini miti e ponderati contestò la decisione: non vi dice niente la parola ghetto? Risposero che non c’era alternativa. Inoltre ai bambini piace un sacco, dissero, e contribuisce a generare posti di lavoro; i posti di lavoro, dissero, sono un grave problema con il quale ogni amministrazione comunale dovrebbe confrontarsi. Noi abbiamo deciso di confrontarci.
La prima scolaresca, composta da trentacinque alunni delle medie e da due insegnanti, venne completamente sbranata dagli uomini-lupo.
Non credo che gli alunni fossero delle nostre parti, più probabilmente erano stati invitati da qualche posto fuori del Monferrato. Ma insomma, sono cose che capitano.

Però avevamo questi trentacinque alunni delle medie sbranati. A nessuno, o quasi a nessuno, piace seppellire trentacinque bambini fatti a pezzi da una comunità di uomini-lupo. C’erano state sparatorie e guerre, ma insomma, questa era un’altra faccenda.
“Bene”, disse il Sindaco, “sembra che qui abbiamo un problema con questi uomini-lupo”.
Cercarono di costringere gli uomini-lupo a frequentare un programma di inserimento culturale e integrazione razziale; scuole serali, insegnamento della lingua, full immersion in costumi del luogo. Cose così.
Per contro il Comitato per l’Ospitalità e l’Accoglienza dei Diversi divulgò alcune informazioni base sulla cultura e sulle caratteristiche degli uomini-lupo.
Fu pagato un attore per fare questo genere di cose. Era gente molto impegnata, non aveva tempo da perdere.
“Dicono che il morso degli uomini-lupo trasformi chiunque in un uomo-lupo”, disse l’attore, “ma questa non è la verità”.
Il nome dell’attore era Rod; “Con chi diavolo credete di avere a che fare, con degli stramaledetti zombi? Con dei vampiri?”; Rod era un gran bel ragazzo, dotato di una voce cavernosa.
“Come fate a non capire? Sono voci false e tendenziose messe in giro da Hollywood e dalla propaganda xenofoba e razzista del Monferrato”, disse Rod.
Si stava un po’ surriscaldando, così gli ricordarono che era pagato dalla fetta di cittadinanza moderata.
“Certo, si rischia di beccarsi il tetano, ma le fattezze umane sono salve”, disse.
Intervistarono il sindaco per il telegiornale della sera.
“Non ho assolutamente niente contro gli uomini-lupo”, disse, “ma oggigiorno uno viene nella nostra città e sente solo parlare il loro dialetto. Quale dialetto, mi chiedete? Non ne ho idea, dal momento che conosco solo l’italiano e un po’ di francese. E certamente il loro dialetto non è né italiano né francese. È come se gli uomini-lupo si aspettassero che noi, bravi e onesti cittadini, prendessimo e parlassimo il loro dialetto, ci adattassimo alla loro cultura, mentre dovrebbe toccare a loro integrarsi. Dobbiamo fare qualcosa, o di questo passo ci ritroveremo ad avere intere città in cui la gente non fa altro che sbranare, ululare, disperarsi”.
Gli uomini-lupo sembrarono piccati per le dichiarazioni del sindaco. I cittadini erano certamente piccati per il comportamento degli uomini-lupo.
Mandarono un sociologo in periferia, nei palazzi abitati dagli uomini-lupo.
“Dovete integrarvi con la brava gente”, disse l’assistente sociale, “così non possiamo andare avanti. Questo vostro modo di comportarvi non sta bene, è contrario alla nostra comprensione. Siamo gente evoluta ma la pazienza ha un limite. E poi, tutto questo sbranare, ululare, disperarvi, deve cessare una buona volta. La tolleranza ha un limite, come la pazienza”.
“Abbiamo un problema di colpa, intesa atavicamente e moralmente”, disse Katalin, “fa parte della nostra natura”.
“Ma la natura si può curare, noi possiamo guarire tutto”, disse il sociologo.
“Può darsi che dipenda da un trauma infantile archetipico”, disse l’uomo-lupo.
“Se vi integrerete e smetterete di fare quello che fate il vostro senso di colpa svanirà. Avete mai pensato realmente alle implicazioni che può comportare l’atto di sbranare un essere umano? È illogico ed eticamente scorretto”.
Il sociologo si accese una sigaretta. “Abbiamo avuto un’idea”, disse. “C’è un posto, in campagna. È un bel posto, lontano dal caos della città. Questo posto ha una caratteristica: la maggior parte delle donne è vedova. Pensate alla praticità della cosa, voi vi trasferite laggiù e vi accasate con le ragazze. Potrete ululare quanto vi pare”.
“Sembra stuzzicante”, disse Katalin. “Come si chiama il posto?”.
“Pizzengo. Vi abbiamo riservato tutte le stanze nell’unico albergo dei dintorni. Fate una settimana di prova e ne riparliamo”, disse il sociologo.
Gli uomini-lupo accettarono; si trattava di andare su, in campagna, in un paese in cui le donne erano sole e gli uomini erano morti come mosche. Il tutto a causa del loro lavoro nella fabbrica di arsenico.
A cosa diavolo serviva una fabbrica di arsenico? Nessuno seppe dirlo, ma non ci misero molto a convincere gli abitanti a fornire prova della loro ospitalità.

Quando gli uomini-lupo arrivarono a Pizzengo furono accolti dalla corale della chiesa di San Giovanni il Precursore e da una delegazione della pro-loco. Ci tenevano a fare bella figura.
La piazza principale traboccò emotività, esplodendo in una moltitudine di suoni e colori.
“Questa sì che è un’accoglienza come si deve”, disse Katalin. Nonostante tutto i più giovani della comunità mannara non sembrarono entusiasti.
“Abbiamo un bel po’ di ragazze single, da queste parti”, disse il presidente della pro-loco; “il droghiere ha due gemelle illibate, il falegname ha una figlia sui venticinque. Non saprei dire con certezza se sia illibata o no, ma guardatela, è una cannonata, boccoli rossi e un culo da cinema”.
I giovani uomini-lupo cominciarono a interessarsi della questione.
“E poi ci sono le nostre vedove. Molti sostengono che siano le più belle del Monferrato. Certamente sono le più giovani”.
Le vedove di Pizzengo gridarono: “Siate i benvenuti! Benvenuti! Benvenuti!”, erano la personificazione dell’eccitamento.
“Qualcuna di loro è illibata”, disse il presidente della pro-loco.
“Ci state prendendo in giro?”, domandò uno degli uomini-lupo.
“Alcune non fecero in tempo a consumare il matrimonio che il marito ci lasciò le penne”, disse il presidente della pro-loco.
Katalin disse: “Bellissimo! E vorranno donare la loro verginità a noi? Lo faranno? Chi lo sa! Ma adoriamo le sfide!”.
L’atmosfera si fece pesante, nell’aria c’era una carica intraducibile ma esplicitamente sessuale.
“Questo è il posto che fa per voi”, disse il presidente della pro-loco.
“Sento odore di maschio!”, urlò una delle vedove.
Un debole spettro di virilità si trascinava ancora per le strade del paese, ma i maschi erano quasi tutti morti nella fabbrica di arsenico. Iniziò un lungo periodo di corteggiamenti e lusinghe vicendevoli. Le vedove si raccoglievano al cimitero una volta al giorno, al tramonto, per pregare sulle tombe dei loro mariti.
Il cimitero di Pizzengo era grosso il doppio del paese.
Gli uomini-lupo si radunavano nella piazza accanto alla fontanella e parlottavano di vedove: “Vorranno donare la loro verginità a noi?”, “Lo faranno?”, “Chi lo sa!”, “Ma adoriamo le sfide!”.
Convocarono una riunione per discutere dei loro costumi.
Le abitudini, dissero, come i costumi, possono cambiare, ed è giunto il momento che le nostre cambino. Emanarono alcune leggi che proibivano di sbranare le vedove. Era permesso loro ululare e disperarsi.
Le vedove si radunarono per discutere in Un posto pulito, illuminato bene. Erano tutte, o quasi tutte, stanche di penetrarsi a vicenda in qualche modo.
Chiacchierarono un bel po’, a proposito degli uomini-lupo, davanti a tazze di caffè e pasticcini.
“Sembrano dei maschioni niente male”, disse Anna.
“Anche se i canoni contemporanei di bellezza specificherebbero una connotazione estetica completamente diversa”, disse Silvia.
“Meglio di niente”, disse Brenna.
Brenna era la più anziana delle vedove di Pizzengo.

Nel nebbioso tramonto collinare le ossa cricchiarono e il sole tossì deboli raggi autunnali.
Gli uomini-lupo attendevano le vedove all’uscita del cimitero.
“Vorranno donare la loro verginità a noi?”, “Si lasceranno corteggiare?”, “Chi lo sa!”, “Ma adoriamo le sfide!”.
Si corteggiarono a lungo. Seguì un profondo silenzio carico di endorfine.
I bambini, sconcertati, sbeffeggiarono l’idea stessa dell’Amore con i loro pensieri da bambini. Erano pensieri denigratori, fragorosi, sarcastici.
All’improvviso una folata di vento spazzò alcune foglie sul piazzale del cimitero, e le vedove furono preda di un ragionevole dubbio.
“Ci sarà intesa sessuale?”, si chiesero.
Concordarono sul fatto che l’intesa sessuale sarebbe stata fondamentale, poiché spia di altre sottili intese relazionali. La frequenza, la lunghezza d’onda e la misura dei campi elettrici emanati dagli uomini-lupo indicarono una travolgente carica procreativa.
Katalin osservò Brenna. Si trovava all’incirca sulla porta del camposanto, fasciata in un paio di jeans strettissimi.
Lui rimase in silenzio.
Lei guardò un punto indefinibile nello spazio.
Chiese: riuscirai a mantenere viva la relazione?
Katalin rispose: non ho mai seriamente valutato il problema.
Lei disse: ho bisogno di un uomo che sappia farmi ridere, ho pianto così tanto. Questo e qualcuno con cui condividere tutto.
Lui disse: pregheremo insieme ogni giorno, al tramonto, per favorire la redenzione di tuo marito.
Tornarono a casa pensierosi, mano nella mano, scambiandosi reciproche effusioni.
Lei infilò la mano nella tasca dietro dei jeans di lui, mentre il tramonto raggelava le foglie dei tigli lungo la piazza di Pizzengo.
Lui era combattuto tra il desiderio di fare l’amore e il desiderio di sbranarla.
Avrebbero potuto essere felici, suppongo.