AAA Attori cercasi per la rappresentazione del Re

 RE DEPRESSO

 Si cercano attori per portare in scena (o meglio, in bagno)

IL RE

Atto unico per due attori e due spettatori da rappresentare nel Bagno pulito, illuminato bene di Un posto pulito, illuminato bene

(Un bagno pulito, illuminato bene. Il Re è seduto sulla tazza del wc, chiusa. Mani in faccia. Si guarda intorno, si stira, si alza, abbozza qualche esercizio di ginnastica (pilates o yoga), sbadiglia, si rimette seduto. Prende un fumetto, lo sfoglia distrattamente. Si rialza, scruta il bagno: passa un dito sopra allo specchio, controlla gli interstizi tra una tessera e l’altra del mosaico, si mette in ginocchio per osservare il pavimento, ecc.) 

RE       (Bussano alla porta). Occupato! (gridando)

(tra sé) Ancora questa tortura…perché questa croce? Lasciatemi in pace!

(Pausa, si sente nuovamente bussare).

RE       (sempre ispezionando ogni interstizio del bagno) La pulizia è tutto. (Pausa, si sente bussare). Chi è pulito è bello. (Bussano più insistentemente). Occupato! (gridando, infastidito). Dalla pulizia della casa si conosce la buona massaia (Altri colpi. Più forte). La pulizia è mezzo nutrimento (apre il rubinetto, si sciacqua il volto) Quest’acqua è…pulita (si asciuga il volto). È tutto pulito (Altri colpi alla porta). Il pavimento è pulito, il mosaico è pulito, tutto è pulito! (Si guarda nello specchio, lo tocca con un dito) lo specchio è pulito! (Pausa). Che torpore, ci vorrebbe una corsetta. (Abbozza una corsetta sul posto, altri colpi alla porta). Pulizia, nettezza, vera bellezza. (Pausa, riflette, guarda lo specchio) Gli specchi e la copula sono abominevoli (Tira lo sciacquone). Ma la copula almeno è divertente (Apre la porta senza guardare fuori, il Segretario personale del Re entra nell’antibagno).

SEGRETARIO           (piuttosto agitato) e allora? Si può sapere che diavolo stai facendo?

RE – E da quando in qua siamo passati al tu?

SEGRETARIO – Sono venticinque anni che ti do del tu.

RE – beh, oggi vorrei che la mia persona venga rispettata.

SEGRETARIO – Venisse.

RE – chi?

SEGRETARIO – venisse rispettata. Non venga rispettata.

RE – (ironico) Il mio Consigliere personale è un esperto di grammatica!

SEGRETARIO – lascia perdere.

RE – e tuttavia non è certamente un esperto di etichetta, se dopo tutti questi anni si ostina a dare del tu al proprio re.

SEGRETARIO – lasci perdere. Va meglio il lei?

RE – (Alterato) neanche per sogno, Cristo! Che disdetta in tutti questi anni non avere imparato le formule.

SEGRETARIO – stai per caso parlando delle formule che il Gran Maestro d’Etichetta avrebbe voluto insegnarti diciotto anni fa? Quello stesso Gran Maestro d’Etichetta che è al confino in quel buco di villaggio sulle Alpi giacché, sono parole tue, “ti rompeva i coglioni”? Ti riferisci per caso a quelle formule?

RE – Credevo fosse stato mandato in un posto al mare.

SEGRETARIO – montagna.

RE – beh, meglio, in montagna ci si sente liberi! (Abbozza un paio di respirazioni pilates, un esercizio elementare, è tremendamente goffo).

SEGRETARIO – Che disdetta in tutti questi anni non essere riuscito a imparare almeno un esercizio di pilates.

RE – ah basta, taci (si siede sulla tazza, passa un dito sugli interstizi tra le tessere del mosaico). Hai notato quanto è pulito questo bagno?

SEGRETARIO – Chissenefrega! Quattro lezioni di pilates alla settimana e non hai imparato niente.

Re – Taci! Un bagno pulito, illuminato bene è fondamentale. L’indice della civiltà.

SEGRETARIO – Possiamo andare avanti?

RE – vai avanti.

SEGRETARIO – Si può sapere…

RE (interrompendolo) – Usando le formule!

SEGRETARIO (seccato) – d’accordo. Si può sapere che cosa diavolo…

RE (interrompendolo) – che cosa diavolo? Ho sentito bene? Ti sembra che le formule regali ammettano l’espressione “che cosa diavolo”?

SEGRETARIO – Non credo.

RE – mi pareva. Avanti.

SEGRETARIO (sempre più infastidito). Posso avere la compiacenza di venire messo a conoscenza della ragione per la quale siete seduto sulla tazza di un water closet, Vostra Altezza Reale? Quando più di venti capi di stato provenienti da mezzo mondo Vi stanno attendendo nel Salone Consigliare? Quando tutti Vostri sudditi stanno attendendo gli esiti di questo Gran Consiglio da cui dipendono le loro scorbutiche vite?

RE – La prima domanda è formulata malissimo, non ho capito niente.

SEGRETARIO – Cristo George, ti stanno aspettando e tu sei seduto sulla tazza di un cesso!

RE (si alza, va allo specchio)– ma guarda lo specchio, Gesù! guarda quant’è pulito!

SEGRETARIO – Diosanto George!

RE – ci tenevo solo a fartelo vedere. E va bene, va bene.

SEGRETARIO – significa che stai per uscire da questo bagno?

(Pausa, Re si alza)

RE – Dimmi: ho mai fatto del bene?

SEGRETARIO – Ma che cosa c’entra adesso? Ti supplico di uscire da questo bagno e seguirmi nel Salone.

RE (Irritato) – prima rispondi alla domanda! Ho mai fatto del bene?

SEGRETARIO – Non intenzionalmente.

RE – Ma casualmente…per sbaglio?

SEGRETARIO – quello non conta.

RE – Eppure ho sempre mangiato le migliori carni e bevuto i migliori vini, mi sono comprato una statua della madonna e una bibbia, ho anche dato dei soldi a quel pitocco del prete, quand’era vivo, e da morto gli ho fatto celebrare un funerale a mie spese. Niente di costoso, ma pur sempre un funerale. I cristiani vanno matti per queste stronzate.

SEGRETARIO – ma non conta.

RE – e come no? Mi sono fatto massaggiare, pulire, lavare, ho soddisfatto una moltitudine di femmine e mi sono fatto idolatrare, venerare. Ho perfino fatto appendere quell’orrore di crocifisso al muro della stanza. Lo sai la paura che mi mette!

SEGRETARIO – (Sta per scoppiare). Ma quello non conta, non conta!

RE – eh conta eccome. (Pausa, rimugina). Ma poi cos’è il bene? Bene, male…tutto si frulla, nello stomaco.

SEGRETARIO – sarà come dici tu. Adesso per favore possiamo andare?

RE – Formula!

SEGRETARIO (Al limite della sopportazione) – Vostra Altezza Reale, potete farmi la grazia di uscire dal bagno?

(Pausa, Re sembra uscire dal bagno. Poi si ferma)

RE – Ma in fondo cosa lascerò al mondo?

SEGRETARIO – adesso non ricomincerai mica eh?

RE – neppure un verso, una frase, che so…un motto di spirito.

SEGRETARIO – quando fai la vittima sei insopportabile.

RE – perfino il basilico sul davanzale è morto…e quante cure gli ho dato!

SEGRETARIO – ma se non l’hai mai bagnato.

RE – che, non gli bastava il mio sguardo? Tu parli di acqua, io gli ho dato i miei occhi. E adesso? Cosa sopravvivrà di me?

SEGRETARIO – Ci sono sempre i tuoi figli.

RE – Oè lascia perdere quei rompicoglioni.

(Pausa, il Re guarda la luce del bagno) Una luce calda è importante, non credi?

SEGRETARIO – George, ti prego.

RE – forse potrei lasciare questo al mondo: la mia luce.

SEGRETARIO (ghigna) – La tua luce! Ma se sembri un buco nero.

RE (eccitato) – Io come luce sono venuto nel mondo, mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce.

SEGRETARIO – ma cosa vuoi lasciare al mondo? Non ne vale la pena.

RE (torna depresso) – è che noi siamo tristi…la vita, quello che c’è dopo, questo, l’attesa di un’altra vita…tutto è triste.

SEGRETARIO – che lagna, ma ti senti? Sempre a piagnucolare. E adesso ti porto fuori di qui (prova a prenderlo per un braccio e a trascinarlo fuori, Re oppone resistenza, c’è una piccola zuffa, al termine della quale i due si ricompongono e Re si mette seduto sulla tazza).

RE – ma quando si mangia?

SEGRETARIO – si mangerà dopo il Gran Consiglio, perché quello prevedono le tue stramaledette formule. Prima si fa il Consiglio, dopo si mangia.

RE – e se avessi fame adesso?

SEGRETARIO – te la terresti.

RE – se il lavapiatti avesse fame adesso, potrebbe mangiare?

SEGRETARIO – ma cosa c’entra il lavapiatti, cristo!

RE – rispondi!

SEGRETARIO – ma certo che potrebbe mangiare.

RE – e quindi mi stai dicendo che se un lavapiatti ha voglia di mangiare alle quattro del pomeriggio può farlo mentre invece un re non può farlo?

SEGRETARIO – il lavapiatti non deve presiedere un consiglio al quale parteciperanno i capi di stato di ventiquattro paesi mondiali e che, te lo ricordo, doveva iniziare alle 16 in punto. Se il lavapiatti dovesse presiedere un gran consiglio di lavatori di piatti, pentolame e posate, allora neppure lui potrebbe mangiare adesso.

RE – siamo alla follia. Trattato a pesci in faccia dai propri sudditi. E dire che ho sempre fatto del bene.

SEGRETARIO – sì, come no.

RE – cosa vorresti insinuare?

SEGRETARIO – Insinuo che quando qualcuno ha chiesto il tuo aiuto hai sempre rifiutato.

RE – Che stai dicendo?

SEGRETARIO – durante la Crisi arrivavano da tutte le parti…ed erano ospiti rispettabili…poeti e attori, pittori e scienziati, medici…tutta gente per bene…chiedevano molto? Chiedevano un po’ di pane, un pasto caldo, un tetto.

RE – E ti par poco.

SEGRETARIO – non gli hai dato neppure una minestra.

RE – ne era rimasta poca.

SEGRETARIO – ce n’era da sfamare un esercito!

RE – eh per un po’ di minestra. L’avranno trovata da un’altra parte. Che mi devo preoccupare io di tutti i pezzenti che mi ronzano intorno?

SEGRETARIO – e tua sorella?

RE (distratto) – credi che a cena ci saranno le costolette d’agnello?

SEGRETARIO – non le servivano che pochi soldi per un viaggio. Ti chiedeva solo un biglietto del treno. Era malata.

RE – ma dove voleva andare ridotta in quello stato? Non stava in piedi! L’ho fatto per lei.

SEGRETARIO – le hai negato l’ultimo desiderio.

RE (distratto) – avrei più voglia di tacchino ripieno.

SEGRETARIO – (Esplode). Pensi solo a mangiare!

(Il Re si agita, cammina avanti e indietro)

RE – credi che mi toccherà l’inferno? (Si segna).

SEGRETARIO – inferno, paradiso. Tutto si frulla, nello stomaco.

(Pausa, rimugina)

RE – ma poi cosa vuoi che sia l’inferno? Solo qualche dannato qua e là che ti piange addosso. Certo mi guarderei bene dal consolarlo. Meglio di questa vita, comunque.

SEGRETARIO – o di starti vicino.

RE – (Si siede). Mi sto rammollendo. Cosa credi che dovrei fare?

Segretario – dovresti uscire da questo bagno e andare in quel Salone a fare gli interessi del tuo popolo.

RE – Qualcosa di più interessante non c’è?

SEGRETARIO – Forse dovresti imparare qualche preghiera e implorare il perdono di dio per quello che stai facendo.

RE – il perdono di chi?

SEGRETARIO – dio. Hai presente quella cosa in cui credono due o tre miliardi di persone? Dio. Lo chiamano così.

RE – ah intendi quello. Ma lui è vendicativo, se ne frega delle mie preghiere.

SEGRETARIO – Magari si accontenta di poco.

RE – Accontentarsi! Quello. Tu vaneggi. S’è mai visto un dio capace di accontentarsi? Ma neppure le divinità ugaritiche, neppure le chippewa, figurarsi il tuo dio. Accontentarsi…(ridacchia)…robe da pazzi. Non ci si accontenta quando si è avidi. E le divinità sono avide. Vogliono tutto. Si è forse accontentato il tuo dio quando gli è stato chiesto di non far succedere…

SEGRETARIO – cosa?

RE – …questo? Questo! Tutto questo schifo che hai intorno!

SEGRETARIO – e chi ha chiesto niente.

RE – Beh, qualcuno l’avrà pur chiesto. Cosa credi che facciano quelle vecchie in chiesa dalla mattina alla sera? E i preti, i rabbini, i muezzin, i bramini, gli sciamani? Cosa fanno? Chiedono. Sacrificano agnelli, giovani vergini, buoi, galli e galline. Postulano, mendicano, supplicano che non succedesse questo.

SEGRETARIO – Sei patetico.

RE – credi che ci sarà il pesce? (Pausa). Sei sicuro che non si possa mangiare adesso?

SEGRETARIO – Forse non ti è chiara la situazione. Ci sono gli arabi, i russi, gli ebrei, gli americani, tutti pronti a prendersi il nostro Paese.

(Pausa)

RE – (Mangiucchiandosi le unghie). Mi annoio.

SEGRETARIO – Ah ma basta, vado ad avvertire che ti sei sentito male. (Si avvia alla porta).

RE – Aspetta! (Segretario si ferma). Stavo pensando…non si può far qualcosa per le donne delle pulizie?

SEGRETARIO – cosa intendi dire?

RE – sono stufo di queste racchie.

SEGRETARIO – ma se non hai fatto altro che decantare la pulizia di questo bagno! E adesso ti lamenti che le donne delle pulizie non sono efficienti?

RE – Ma sono racchie! Non le vedi? Sono due bruttone!

SEGRETARIO – sono brave donne.

RE – sì ma sono vecchie, tolgono la pace ai vivi e ai morti!

SEGRETARIO – (Sfinito). E allora cacciamole! Chissenefrega delle sguattere!

(Pausa)

RE – no aspetta. Per ora teniamole. Saresti capace di trovarne due peggiori.

SEGRETARIO – dio, fulminami! Vado a dire che sei malato.

RE – Aspetta!

SEGRETARIO – Che altro c’è?

RE – C’è che voglio essere un re buono. Un uomo buono.

SEGRETARIO – E ti pare questo il momento di diventare un re buono? In un cesso?

RE –  Da quando in qua utilizzi un linguaggio così colorito?

SEGRETARIO – Da quando siamo rinchiusi in questo bagno!

RE – e penso di restarci. (Si siede, prende il fumetto, lo sfoglia)

SEGRETARIO – Tipico tuo.

RE – spiegati meglio.

SEGRETARIO – ne parlavo giusto ieri con tua moglie.

RE – cosa?

SEGRETARIO – anche lei ha detto che è tipico tuo.

RE (irritato) – ma cosa? Cosa?

SEGRETARIO – parlavamo del fatto che devi imparare a sacrificarti.

RE – Sacrificarmi?

SEGRETARIO – Sì, sacrificarti. Privarsi di, rinunciare a, abbandonare i, spogliarsi delle.

RE – sembra una seccatura. E poi danno la partita. (Tira fuori una radiolina che teneva nascosta, la tiene in mano abbastanza vicina all’orecchio).

SEGRETARIO – che cosa significa quella radiolina?

RE – c’è la partita. Avevo i biglietti. E invece mi tocca stare qui ad annoiarmi a morte con un glottologo della domenica.

SEGRETARIO – non ci posso credere.

RE – non ho mica capito cosa vuol dire sacrificarsi.

(Pausa, Segretario cerca un’idea)

SEGRETARIO – d’accordo, facciamo un esempio.

RE – Gli esempi no, ti supplico.

SEGRETARIO – silenzio. Ci va un esempio. (Pausa). Un bambino suona alla porta.

RE – Proprio mentre inizia la partita?

SEGRETARIO – sì.

RE – non può tornare domani?

SEGRETARIO – no, è venuto oggi.

RE – ma c’è la partita.

SEGRETARIO – cosa gliene importa a lui della partita!

(Pausa)

RE – ce ne sono ancora?

SEGRETARIO – cosa?

RE – bambini.

SEGRETARIO – non so, è un esempio. (Pausa). Non è questo il punto.

RE – e qual è?

SEGRETARIO – il bambino. Vuole che lo aiuti.

RE – ho già mangiato?

SEGRETARIO – non ci provare.

RE – ma ho mangiato o no?

SEGRETARIO – come un bue.

RE – non mi pare.

SEGRETARIO – ma cosa c’entra?!

RE – a stomaco vuoto non mi sacrifico.

SEGRETARIO – sei penoso. (Pausa). Prima si fa il Consiglio! Dopo il Consiglio, quando sarà ora, mangerai.

RE – che barba.

SEGRETARIO – dicevamo del bambino: entra. Si ferma di fronte a te. Piange. (Pausa, il Segretario finge di essere il bambino: fissa il Re che ha sempre la radiolina in mano e l’ha avvicinata all’orecchio). Allora?

RE – allora cosa?

SEGRETARIO – ma di’ qualcosa per la miseria, non vedi che il bambino pende dalle tue labbra?

RE – (non dice nulla, ascolta la radiolina con attenzione).

SEGRETARIO – George!

RE – puoi tornare più tardi bambino? C’è la partita.

SEGRETARIO – fai schifo.

RE – (Lamentoso). Ma proprio adesso deve venire! Che torni a sbavare sulle sue riviste pornografiche.

SEGRETARIO – ma ha otto anni!

RE – se ha la barba.

(Pausa)

SEGRETARIO – Chiedigli almeno cosa vuole.

RE – cosa vuoi bambino?

SEGRETARIO – Bravo. Il bambino timidamente, singhiozzando e un po’ balbettando, comincia a raccontare.

RE – cos’è questa storia del balbettio? Veloce! O lo rinchiudo in soffitta a pane e acqua.

SEGRETARIO – deve dirti cose molto importanti.

RE – tipo?

SEGRETARIO – tipo che la chiesa cade a pezzi.

RE – ma chi se ne frega!

SEGRETARIO – ma fallo parlare! (Pausa). Una delle perpetue è stata ferita da un calcinaccio.

RE – non vorrà mica dei soldi eh?

SEGRETARIO – non vuole soldi. La perpetua adesso è in ospedale.

RE – meno male.

SEGRETARIO – è in fin di vita.

RE – ci mancava solo che battesse cassa.

SEGRETARIO – è la mamma del bambino. Teme che possa morire.

RE – tout lasse, tout passe, tout casse.

SEGRETARIO – Il bambino è disperato.

RE – e cosa c’entro io?

SEGRETARIO – Vive in una baracca tre metri per tre.

RE – Che vada a casa da suo padre.

SEGRETARIO – suo padre è morto. Di claustrofobia.

RE – ma che bambino è?! Un disgraziato!

SEGRETARIO – sei pietoso.

RE – non è colpa mia se hai pensato un bambino che è peggio di Oliver Twist. Hai un’immaginazione crudele, ma neppure a un cane randagio augurerei di avere a che fare con la tua immaginazione. Gesù, mi fai paura!

SEGRETARIO – ah ma basta, sono stanco dei tuoi vaneggiamenti.

RE – non è colpa mia, è che ho un buco nella coscienza.

SEGRETARIO – ma se non ne hai mai avuta una.

RE (balzando in piedi) – Oddio! La mia coscienza è il buco!

SEGRETARIO – (Pausa. S’incammina alla porta, bofonchia tra sé e sé). Ci sono i capi del mondo…i capi del mondo! E lui è seduto su un cesso…il Paese crolla e lui sta seduto su un cesso a raccontare puttanate.

RE – (Sguardo fisso sulla radio, assorto). Da piccoli volevamo entrare allo stadio ma non ci lasciavano entrare…ci arrampicavamo, rischiavamo le chiappe ma no, sempre quella carogna di poliziotto a squadrarci dalla testa ai piedi…(voce del poliziotto)…niente partita bambocci, tornatevene a casa prima che chiami i vostri genitori…(normale)…gli altri entravano da tutti i buchi, come i topi, un vocio incessante…non volevamo mica fare delle malefatte…bastava chiudere un occhio ma no…ci toccava di coricarci nell’erba per sentire la folla…il fragore della massa…neppure i soldi per un panino…gli insetti che ti pizzicavano il culo…(urla)…neanche un panino al salame!

SEGRETARIO – Comunque non fai nessuna pena.

(Pausa)

RE – Albert.

SEGRETARIO – (Si ferma sulla soglia). Sì?

RE – da quanto tempo sei con me?

SEGRETARIO – da quando tua madre mi portò qui.

(Pausa)

RE – ci andavi a letto?

SEGRETARIO – alle volte. Mica niente di speciale. Avrei preferito tua zia.

RE – La zia Clotilde?

SEGRETARIO – no, quell’altra.

(Pausa)

RE – insieme stiamo bene?

SEGRETARIO – sì, come il mal di denti.

RE – ma con me ti annoi, vero?

SEGRETARIO – come con chiunque altro.

RE – Non sono io, è quest’epoca che ci rammollisce.

SEGRETARIO – quest’epoca ci rammollisce? Non ti bastano i russi che si vogliono prendere il Nord, gli arabi che vogliono vietare il segno della croce, gli ebrei che tirano su muri e altri muri, gli americani che sparano a qualunque cosa si muove?

RE – è che queste cose politiche mi annoiano.

SEGRETARIO – ah, il signorino si annoia. Abbiamo nove guerre intorno ai nostri confini, un Consiglio fondamentale con i capi delle potenze mondiali e lui si annoia. Chiuso in un bagno. Seduto sulla tazza del cesso. Potrebbero esserci due agenti del mossad proprio qui, in questo bagno, e si metterebbero a ridere.

RE – Ci sono?

SEGRETARIO – chi?

RE – i due del Mossad.

SEGRETARIO – ma certo che ci sono! Sono proprio qui, seduti accanto a te! Non li vedi?

(Il Re si guarda intorno, si avvicina ai due spettatori, li ispeziona con lo sguardo).

RE – ah ho capito, mi stai prendendo in giro.

SEGRETARIO – sei il Re più perspicace della storia di tutti i reami, da Camelot a Gondor.

RE – Sì! E se solo avessi qualcosa da sgranocchiare sarei anche più perspicace.

SEGRETARIO (irritato) – ma basta! Perché sei diventato…tu?

RE – non me l’aspettavo, credimi. È stato tutto un malinteso. Credo sia successo in un periodo buio della mia vita.

SEGRETARIO – ah perché hai avuto periodi di luce?

RE – di buio più chiaro.

SEGRETARIO (fa per uscire) – Vado a comunicare che sei stato internato in un Istituto.

RE – Aspetta! Non potremmo preparare una guerricciola vecchia maniera, senza tante parole, senza scoppi, (si guarda allo specchio, recita), ah il cozzare di spade contro spade! Non mi dà tanto gusto mangiare, bere o dormire, come quand´odo gridare “all´assalto!”.

SEGRETARIO – Ma a noi serve la pace! Cristo Santo, la pace!

RE – Morte all’uomo che teme la guerra! Adatto solo a marcire nella femminea pace, lungi da dove il valore ha vinto e le spade cozzano! Per la morte di tal baldracche io gioisco; sì, riempio tutta l’aria della mia musica.

SEGRETARIO – La guerra prosciuga le casse!

RE (depresso, si rimette a sedere sulla tazza) – oddio, ormai a questo mondo contano solo più i soldi. Oh come vorrei tornare ai tempi di Bertran!

SEGRETARIO – mi hai stancato. Ti staranno aspettando tutti, che imbarazzo (Sta per uscire).

RE – aspetta! (Segretario si volta).

SEGRETARIO – che c’è ancora?

RE – sbirciamo dalla porta?

SEGRETARIO – perché mai?

RE – per vedere cosa succede fuori.

SEGRETARIO – e va bene.

RE – guarda tu.

SEGRETARIO – sei tu che vuoi guardare.

RE – allora non guardiamo.

SEGRETARIO – come vuoi (Fa per uscire).

RE – Aspetta!

SEGRETARIO – Ancora!

RE – lascia che dia un’occhiata. Una sbirciatina. (Re apre la porta, guarda fuori un attimo, rimette la testa dentro, va a sedersi sulla tazza, impaurito).

SEGRETARIO – Che c’è?

RE – Gente orribile! Gente orribile…che beve e mangia!

SEGRETARIO (Sconsolato) – dirò che sei morto.

RE – Digli che sono stato un uomo buono.

SEGRETARIO – tanto si dice di tutti i morti.

RE – e pulito!

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Teatro tre metri per tre – Grafologia (1^ parte)

Pubblico la prima parte di una commedia inviatami da Guglielmo B., che vuole restare anonimo. C’è un po’ di pastiche, citazioni e rimandi, per questo mi è congeniale.

Seguiranno nelle prossime settimane gli annunci per la ricerca di persone disposte a fondare il Teatro tre metri per tre presso Un posto pulito, illuminato bene.

§

GRAFOLOGIA

 cerco_lavoro

 

La scena si apre con un uomo – Carl – seduto in terra su un marciapiede, la schiena appoggiata al muro di un palazzo e un cartello di cartone recante la scritta CERCO LAVORO. La calligrafia deve essere fatta così: i margini devono essere piuttosto ampi, deve cominciare piuttosto grande e finire piuttosto piccola. Una casa stilizzata con un paio di fiorellini è disegnata sulla parte inferiore del cartello. Rumori di città, qualche passante che non bada minimamente a Carl.

Entra il Professore. Cammina piuttosto spedito, mentre passa davanti a Carl getta un’occhiata sfuggente al cartello, prosegue, esce di scena. Dopo qualche attimo rientra, getta un’altra occhiata al cartello, stavolta con più attenzione, esce dalla parte opposta. Dopo qualche attimo rientra, si ferma davanti a Carl, che non dice nulla. Il professore legge attentamente il cartello, lo analizza, lo sfiora con le dita, guarda il volto di Carl.

 

PROFESSORE  – L’ampiezza del margine dimostra senso estetico e senso dei valori. O la loro mancanza.

CARL   –  Immobile, non dice nulla.

PROFESSORE  – Un margine molto grande rivela una persona impratica, colta e raffinata, con capacità di apprezzare il meglio in arte e in musica. (Indicando il cartello). Un margine sinistro molto ampio rivela una persona timorosa di affrontare la realtà, ipersensibile al futuro e generalmente poco socievole.

CARL  – Non ci credo.

PROFESSORE  –  Per venire al suo cartello: lei ha cominciato con una scrittura grande, enorme. Sovradimensionata. La prima “C” è quasi mostruosa, se mi si passa il termine. Ciò indica grande consapevolezza di sé. La “E” è, per così dire, figlia di questa iniziale consapevolezza, e pertanto è ancora di dimensioni ragguardevoli. Ma guardi la successiva “R”. (La indica, la tocca con un dito). Qui è successo qualcosa.

CARL – Sei sicuro di aver capito giusto?

PROFESSORE  – Assolutamente. È successo qualcosa tra la “E” e la “R”.  E’ come se il suo mondo interiore avesse preso coscienza del fatto che non esiste una consapevolezza troppo consapevole. Come se un fattore interno, subconscio, avesse preso il sopravvento su un fattore chiuso nel suo super-io e lo avesse annientato.

CARL – Non ci capisco granché.

PROFESSORE – Questo è ovvio. Se lei capisse tutto questo probabilmente non starebbe seduto in terra con quel cartello. Ma la pregherei di non interrompere ulteriormente.

CARL – Alza le mani, fa spallucce.

PROFESSORE – La seconda “C” è più grande della “R”. Vede? (Indica il cartello). Qualcosa mi dice che lei ha una confessione da fare a se stesso. (Guarda Carl). È così?

CARL – Non dice nulla.

PROFESSORE– Suvvia, so che lei ha una confessione da fare. Lei è innamorato delle “C”? Lo ammetta. Ha un debole per la lettera “C”. Vorrebbe scrivere solo parole composte dalla lettera “C”, non è vero?

CARL – è impossibile.

PROFESSORE – Cosa è impossibile?

CARL – Scrivere parole composte dalla sola lettera “C”.

PROFESSORE – E chi lo dice? Lo dice lei? Io non l’ho detto. E se non l’ho detto evidentemente non è. Io sto comunicando con lei, al di là di un vasto abisso di ignoranza e di oscurità.

CARL – Io sarei l’ignoranza?

Il Professore e Carl si guardano in cagnesco.

PROFESSORE– Guardi la “O”. Questo è un chiaro segno del fatto che lei è portato per l’aritmetica. Che tipo di lavoro cerca?

CARL – Che mi dia da mangiare.

PROFESSORE – Vede come ha scritto la “O”? (Indica la “O”). Lei è indubitabilmente un campione di aritmetica.

CARL – Se lo dici tu.

PROFESSORE – Facciamo un esperimento. Le va?

CARL – No.

PROFESSORE – Molto bene. Quanto fa 5 meno 3?

CARL – non risponde.

PROFESSORE – Andiamo, non sia timido. Quanto fa 5 meno 3?

CARL – due.

PROFESSORE – Straordinario. Cosa le dicevo? Lei potrebbe fare l’ingegnere, caro mio.

CARL (seccato) – L’ingegnere.

PROFESSORE  – Ma certo! Vuole un’altra dimostrazione? Quanto fa dieci meno otto?

CARL – Ancora due.

PROFESSORE– Magnifico! Quindici meno tredici?

CARL – Due. (Fa segno due con le dita). Due.

PROFESSORE – Venticinque meno ventitré? Ventitré meno ventuno? Sessanta meno cinquantotto?

CARL – Due, due, due!

PROFESSORE – Lei è un ingegnere fatto e finito. E due più tre?

CARL – (Riflette. Conta mentalmente. Riflette ancora, conta). Quattro?

PROFESSORE – Come quattro. No, mi spiace. Faccia attenzione. Del resto anche gli ingegneri sbagliano i calcoli, di tanto in tanto, non dico mica che sono infallibili. Ha sentito di quel ponte crollato il mese scorso? Un incidente. Un piccolo, trascurabile errore ingegneristico che è costato la vita a una mezza dozzina di persone. Adesso, concentriamoci. Due più tre, quanto fa?

CARL – (Riflette. Conta mentalmente. Riflette ancora, conta). Sette.

PROFESSORE – Mi dispiace, no.

CARL – Sei.

PROFESSORE – Non si tratta mica di indovinare. Usi il ragionamento.

CARL – Forse ci sono. (Riflette. Conta mentalmente. Riflette ancora, conta). Fa uno.

PROFESSORE – Come sarebbe uno?

CARL – Fa uno!

PROFESSORE – Nemmeno per sogno.

CARL – Uno, Uno, Uno!

PROFESSORE– Se le dico di no! Aspetti, ricominciamo da capo. Anzi, lasciamo perdere l’aritmetica per il momento. Lasciamola perdere per sempre. E comunque a lei non sarebbe piaciuto fare l’ingegnere.

CARL – Invece mi sarebbe piaciuto.

PROFESSORE– Ma si figuri! Ma quale ingegnere! Vede la “L” di lavoro sul suo cartello? (la indica). Lei è chiaramente portato per qualcosa di più astratto e deduttivo.

CARL – Non saprei davvero.

PROFESSORE – Glielo dico io! Per esempio la logica. Lei saprà certamente di cosa si tratta, non è vero? Inoltre guardi la sua “A”. Così piccina. Indica una persona umile.

CARL – A mia madre farebbe piacere.

PROFESSORE – Questo è importante. È importante la tendenza a compiacere la propria madre. D’altra parte è chiaro che sia così. Vede le sue orecchie? Certo che no, non le può vedere. Beh la punta delle sue orecchie, specialmente la sinistra, indica chiaramente che lei ha un rapporto molto buono con sua madre.

CARL  – Mia madre è morta.

PROFESSORE – Fantastico! Ciò mi porta a concludere che lei ha un rapporto molto buono con i morti.

CARL – Ah sì?

PROFESSORE – Ma certamente, è un sillogismo.

CARL – Cioè?

PROFESSORE – Lei ha un rapporto molto buono con sua madre. Sua madre è morta. Lei ha un rapporto molto buono con i morti. È un sillogismo perfetto. Conosce Aristotele? Lui era una cannonata. Il re dei sillogismi.

CARL – E quindi?

PROFESSORE – E quindi lei potrebbe avere un futuro come becchino.

CARL – È un altro sillogismo?

PROFESSORE – No. Sono affari.

CARL – Non mi pare che i becchini svolgano un lavoro astratto e deduttivo.

PROFESSORE – Ma questo è una conseguenza di quello.

CARL – Non ti seguo.

PROFESSORE – Causalità.

CARL – Casualità.

PROFESSORE – Non casualità, causalità.

CARL – Ho capito, casualità.

PROFESSORE – Non ci siamo. CAU-SA-LI-TA’. L’esatto opposto di casualità.

CARL – se lo dici tu.

PROFESSORE – non lo dico io.

CARL – e chi lo dice? Ci siamo solo io e te. E io non l’ho detto sicuro.

PROFESSORE – Lo dice la storia della Filosofia.

CARL – Lo guarda stranito.

PROFESSORE – Se lei cammina e pesta l’escremento di un cane, quella è casualità.

CARL – E’ disattenzione.

PROFESSORE – Ma la disattenzione è casuale.

CARL – Dipende.

PROFESSORE – Da cosa dipende?

CARL – (Riflette). Non mi viene neppure una idea.

PROFESSORE – Andiamo avanti. Dunque. Ho perso il filo.

CARL – Avevi pestato uno stronzo di cane.

PROFESSORE – Lei aveva pestato un stronzo di cane.

CARL – Tu avevi pestato uno stronzo di cane.

PROFESSORE – E va bene. Se io cammino e pesto l’escremento di un cane è una casualità. Ma il fatto che successivamente la suola della scarpa si inzaccheri e che emetta un cattivo odore, quella è causalità.

CARL – Basta. Ho capito. Possiamo andare avanti con la storia del becchino?

PROFESSORE – D’accordo. Peccato, avevo molte cose da dire sulla causalità. Comunque. Sarà per un’altra volta. Allora, dicevamo?

CARL – Stavi parlando di becchini.

PROFESSORE – Ma certo. I becchini. Dunque, i becchini cosa fanno? Seppelliscono i morti. Giusto? Giusto. E lei ha un buon rapporto con i morti. Giusto? Giusto. Dunque, se lei ha un buon rapporto con i morti e i becchini hanno un buon rapporto con i morti, allora se ne deduce che lei dovrebbe cercare un lavoro da becchino.

CARL – E chi lo dice che i becchini hanno un buon rapporto con i morti?

PROFESSORE– Ma è chiaro. Facciamo una dimostrazione logica. Lei è un becchino. La gente muore, questo lo diamo per dimostrato. Il becchino lavora quando la gente muore. Ma abbiamo appena ammesso che la gente muore. Più gente muore più il becchino lavora. Più il becchino lavora e più guadagna. Dunque, più gente muore e più il becchino è felice.

CARL  – Io non sono per nulla felice quando la gente muore.

PROFESSORE (eccitato) – Dovrebbe!

CARL – Ma perché?

PROFESSORE – Perché se la gente muore il becchino lavora.

CARL – Ma io non sono un becchino.

PROFESSORE – E tuttavia lei ha un buon rapporto con i morti.

CARL – Chi lo dice?

PROFESSORE– Lo dice Aristotele!

CARL – E chi è Aristotele?

PROFESSORE – Aristotele è quello che diceva che se lei ha un buon rapporto con sua madre, e sua madre è morta, allora lei ha un buon rapporto con i morti. Lei adora i morti, non è così? Le piacciono, la fanno impazzire di gioia.

CARL – Proprio per niente.

PROFESSORE – In che senso?

CARL – Io detesto i morti.

PROFESSORE – Lei dunque detesta la sua stessa madre!

 

Fine prima parte.

Teatro in Un posto pulito, illuminato bene/1. Pernod

PERNOD

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(Un bar pulito, illuminato bene. Pavimenti lucidi, bancone lucido. Tutto è perfettamente in ordine. Tutte le mensole sono vuote. Sul bancone c’è una teca linda. Vuota. Dietro al bancone, sulle mensole, numerose bottiglie di liquore impolverate. A parte le bottiglie, tutto il resto è pulitissimo.

Il barista sta annotando qualcosa su un foglio – quasi come facesse l’inventario dei prodotti.

Entra il proprietario del bar e si posiziona al bancone).

 

PROPRIETARIO        Beh come va?

BARISTA           Con lo stomaco sottosopra. E a te?

PROPRIETARIO           Non c’è male. Nessun cambiamento rilevante. A parte il foruncolo. (Scruta la teca dei croissant – vuota e linda – posta nell’angolo del bancone, passa un dito sul vetro, lo sporca di unto. Il barista osserva la scena in silenzio). Voglio che tu ripulisca questa teca. È sudicia. (Il barista non fa una piega).

BARISTA       (Avvicinandosi alla teca). Uhm. (Fa per avviarsi verso il retro)

PROPRIETARIO       Dove vai?

BARISTA         A prendere qualcosa per pulire.

PROPRIETARIO         C’è rimasto qualcosa per pulire?

BARISTA           Che io sappia no.

PROPRIETARIO       Va’ a prendere qualcosa per pulire.

(Il barista esce, rientra a mani vuote)

BARISTA       Tutti gli stracci sono lerci, l’acqua è putrida. Avevamo una scopa. Ma ora non c’è. (Alita sulla teca, accenna a strofinarla con il suo grembiule).

PROPRIETARIO       Lascia perdere.

BARISTA          (Smette immediatamente). Come vuoi.

PROPRIETARIO         E dimmi, si è poi ammazzato quel giovane cameriere?

BARISTA       Naturalmente.

PROPRIETARIO      E quello vecchio?

BARISTA       Idem.

PROPRIETARIO      Si sono ammazzati tutti?

BARISTA      Non tutti. Qualcuno non è ancora nato.

PROPRIETARIO      Beati loro.

BARISTA      Se lo dici tu.

PROPRIETARIO        (Guardando le bottiglie di liquore impolverate) Avrei voglia di un Pernod.

BARISTA      Sono le sette di mattina.

PROPRIETARIO     E allora? Dammi un Pernod.

BARISTA      Liscio o con ghiaccio?

PROPRIETARIO      Naturalmente liscio. Che domande.

BARISTA           In ogni caso non servo Pernod alle sette di mattina.

PROPRIETARIO      Non credo di aver capito.

BARISTA        Mi sa che invece hai capito.

PROPRIETARIO     Che, devo prendere ordini dal mio barista?

BARISTA      E comunque non ne abbiamo.

PROPRIETARIO      Cosa?

BARISTA        Pernod. Finito. Kaputt. A pensarci bene, forse non l’abbiamo mai avuto.

PROPRIETARIO        Ma se vedo la bottiglia proprio lì, a un braccio di distanza (si allunga sul bancone per afferrarla).

BARISTA          Sta’ fermo! (Lo ricaccia indietro) E’ solo per bellezza. Arredamento.

PROPRIETARIO     Allora dammi una Sambuca.

BARISTA      Sono le sette e un minuto di mattina.

PROPRIETARIO      Hai finito anche quella?

BARISTA        Che perspicacia. Finita. Terminata.

PROPRIETARIO     (Si guarda intorno)  C’è rimasto qualcosa?

BARISTA       Niente di niente.

PROPRIETARIO       Ma il bar è aperto?

BARISTA         Spalancato.

PROPRIETARIO          Dio mio. E cosa offriremo ai clienti?

BARISTA            Una sterminata immaginazione.

PROPRIETARIO         Bella fregatura!

BARISTA              E’ quello che dicono tutti.

PROPRIETARIO         E la commedia teatrale? Hanno portato in scena una commedia, no?

BARISTA       Ti era stato chiesto. Ma ti sei opposto.

PROPRIETARIO       Grazie al cielo, detesto il teatro.

Sipario – o meglio, luci spente.

§

Se invece voi il teatro non lo detestate:

Sabato 27 settembre, ore 21.30

in Un posto pulito, illuminato bene

gli ARCODERIVATI porteranno in scena LE FINESTRE, opera teatrale liberamente ispirata a Dino Buzzati

(Questo significa che potete stare tranquilli: non porteranno in scena la cosa che – forse – avete letto qui sopra – essa è solo da intendersi come ESEMPIO di opera teatrale) 

locandina Finestre

Stay tuned for more theater plays

in A clean, well-lighted place!