L’ottimismo del Vicolo XI

Una favola per bambini di Sabbione e dintorni

vicolo XI

L’ottimismo, dopo essersi generato durante la notte in forma di bozzolo, divampò per tutto il vicolo XI come un virus incontrollato, di porta in porta, di bocca in bocca, silenziosamente, un giorno che era cominciato con una pioggia battente. Lì si profuse attraverso le condutture, aderì ai muri e irrorò gli orti, si distese sulle strade e occupò i pensieri degli abitanti. All’alba un netturbino rumeno, forse presagendo la portata dell’evento, scardinò tre cassonetti e poggiò la prima pietra di un tempio in suo nome, un mattone rosso su cui incise le iniziali A. M. Alle nove i primi studiosi cominciarono ad analizzarne la composizione e la struttura: scoprirono che l’ottimismo era costituito di un materiale intelligibile composto da tutto ciò che non può essere percepito nel mondo sensibile. Decine di studiosi intervennero, convocati dalle autorità o dai semplici cittadini; prelevarono campioni di capelli e di epidermide, terriccio e fili d’erba, gatti e insetti. La relazione stilata in tempo di record stabiliva che l’ottimismo era ciò che in senso proprio non si può conoscere ma che tuttavia è necessario pensare come concetto limite del nostro conoscere; non se ne poteva avere un’intuizione pura poiché la sua essenza, per natura naturata, era sconosciuta e inconoscibile. Pensammo che fosse una spiegazione esaustiva e plausibile; quando resero noti i risultati molti tessero le lodi della preparazione scientifica dei nostri accademici. Quella mattina la gente cominciò a bagnarsi, per via della pioggia. “Che pioggia meravigliosa”, dissero gli abitanti del vicolo XI. “E l’umidità è ancora meglio, se ti aiuta a respirare e a depurare la pelle”, disse la Signora Busĉo, che abitava al numero 7 del vicolo XI. Ora forse avvertendo un vago senso di idiozia nell’ambiente circostante, forse per paura che qualcuno dei cittadini potesse compiere gesti sconsiderati, l’ottimismo non si svelò interamente ma si barricò in parte nei cuscini e tra le lenzuola delle abitazioni, e quello già profuso evaporò lentamente verso l’atmosfera per divenire tutt’uno con le nubi e ridiscendere come pioggia. Questo processo di transustanziazione avvenne alle undici di quella stessa mattina. Poi l’ottimismo piovve su tutto il vicolo per due ore incessanti, penetrando nelle case attraverso gli interstizi tra i coppi e le canne fumarie, contaminando ogni essere umano, artificiale e inumano. Verso mezzogiorno era uscito il sole e uno stupendo profumo di viole invase i vicoli di Sabbione. “Che sole meraviglioso”, pensarono gli abitanti del vicolo XI. “E asciuga l’umidità, che per quanto faccia bene dopo un po’ penetra nelle ossa e causa problemi alle articolazioni”, aggiunse la Signora Busĉo. Questa dunque era la situazione. Ma le circostanze erano molteplici, perché l’ottimismo si fece sempre più invadente e contagiò anche un regista locale di nome Golz, celebre per i suoi cortometraggi contraddistinti da una tensione e da una tragicità dell’esistere, che di lì a poco si tolse la vita. Lasciò un biglietto struggente che le case editrici si contesero a suon di quattrini e recensioni. La spuntò una multinazionale dell’Editoria appoggiata dal Gerarca, che commissionò a una serie di giovani scrittori l’interpretazione dello scritto. Attorno al biglietto d’addio costruirono un romanzo post-moderno e isterico che nessuno lesse ma fu un caso letterario molto alla moda. La questione s’accese negli ambienti che contano; come faremo a disperarci, si chiedevano gli intellettuali, a provare quel sentimento di depressione e fallimento che caratterizza le nostre vite? La vicina di casa – S.ra Maleo – raccontò alcuni retroscena della vicenda. Subito si fece strano, disse la S.ra Maleo, dubitò di Kierkegaard e Schopenhauer, di Francois Truffaut e della storia dell’umanità, dubitò persino del suo materialismo. Uscì sul terrazzo e guardandomi negli occhi, con l’aria trasandata, chiese: “Se disperarsi non ha più significato, a cosa serve vivere?”, disse proprio così. Gli abitanti del vicolo XI si sentivano meravigliosamente, i calli dell’Avv. Flagoj sembrarono ammorbidirsi, i reumatismi della S.ra Ronkioj si diluirono con un bicchiere d’acqua fresca e ottimista. In generale era davvero una giornata meravigliosa, e nessuno, tra gli abitanti del vicolo XI, aveva voglia di andare a lavorare. Gli abitanti del Vicolo XI erano:

La famiglia Busĉo
La famiglia Farioj
La famiglia Ronkioj
I coniugi Nikteroj
La famiglia Kuseno
La vedova Curlikoj
La famiglia Flagoj
I coniugi Iombuleo
La famiglia Kurtaj
La famiglia Fertiroj
La famiglia Galopi
I coniugi Maleo
La famiglia Domaĉoi
Il ragionier Kanutoj
La famiglia Iompiroj

Quella stessa mattina invitarono tutti gli amici e i parenti affinché anch’essi potessero condividere il fenomeno e beneficiarne.
In breve tempo la notizia dell’ottimismo si diffuse un po’ dappertutto. Qualcuno raccontava di aver visto uomini volare sul cielo del vicolo XI, altri canticchiare e fischiettare, altri giocare allegramente coi bambini, ma questo non impressionò nessuno. Qualcun altro raccontò di aver visto gli abitanti del vicolo immersi in monili e cornucopie piene d’oro, diamanti, aspirapolveri ad acqua, telefonini touch screen e televisori al plasma con abbonamento a Sky gratuito per i primi sei mesi. La gente allora cominciò a incuriosirsi. Gli abitanti di Sabbione e dei comuni limitrofi cominciarono a trovare interessante il fenomeno: “andiamo a vedere com’è sto ottimismo”, si dissero, e si diedero appuntamento al vicolo XI. In due ore una grande folla si radunò nella stretta strada. C’erano i soliti uomini donne e bambini e anche qualche vecchio, e tutti volevano i telefonini e le tv al plasma con l’abbonamento a Sky. “Benvenuti nel vicolo XI!”, annunciò con un megafono il commendator Fertiroj, responsabile del comitato di benvenuto. “Vogliamo i telefonini touch screen!”, urlavano gli avventori. “Qui non ne troverete, ma troverete serenità”, rispose il comm. Ronkioj. Si accese un parapiglia. Dovettero intervenire i vigili per allontanare i facinorosi e i volontari della croce verde per soccorrere quelli colti da cali di pressione e lipotimie; gli abitanti del vicolo XI cominciarono a pensare in grande. Qualcuno considerò di progettare un grattacielo per ospitare quante più persone possibili. Un altro sfruttò l’occasione per invitare la gente in casa a provare l’ottimismo, sotto ricompensa di 150 euro. Ci furono molti altri progetti, ma nessuno fu realizzato. Dopo pranzo il diacono del quartiere, che abitava nel confinante vicolo X, osservò la situazione e si preoccupò; convocò alte sfere ecclesiastiche, tra cui un vescovo e un cardinale, che esaminarono attentamente la situazione e si preoccuparono. Intanto la costruzione del tempio era proseguita e verso le tre del pomeriggio fu ultimato, costruito con mattoni a vista nel centro del vicolo XI, proprio di fronte alla vecchia cappella cattolica, dedicata a un santo minore dal nome impronunciabile; era un tempio molto ben fatto, e molte persone fecero un’interminabile coda per portare onori e doni all’ottimismo. Poi ci furono più che altro reazioni. Alcuni abitanti definirono la cosa in termini radical chic e presero a leggere Wittgenstein, Viktor Frankl e Max Stirner, relegati negli angoli scarsamente illuminati di locali psichedelici o di abitazioni eco-compatibili. Altri si dimostrarono scettici e restarono a casa a guardare la televisione. La cosa sconcertante, perlomeno da una prospettiva per così dire provincialistica, fu che l’ottimismo, generatosi nel vicolo XI, non si estese ai vicoli confinanti, suscitando invidie e gelosie; inoltre, poiché aveva intaccato ogni centimetro quadrato del vicolo XI, chiunque entrasse nella strada ne era investito come da una piacevole brezza subitanea. Chi ci abitava, ormai impregnato, ne subiva i benefici anche quando lasciava la strada per andare al lavoro o a comprare il pane. Viceversa chi passava in automobile o a piedi, quando usciva dal vicolo veniva immediatamente colto da depressione e ansia, entrambi sentimenti confluenti in durature crisi di astinenza. Gli abitanti del vicolo XI, e con loro tutti gli amici e i parenti, erano felici e fiduciosi. Smisero di pregare e reclamare e cominciarono a suonare Outlandos d’Amour nel cortile del Geometra Baruch, conosciuto da tutti per via delle sue manie musicali. Verso le tre e un quarto il cardinale passeggiò lungo i marciapiedi del vicolo, camminando da una parte all’altra della strada quattro o cinque volte. Il vicolo XI è lungo all’incirca trecentotrenta metri. Ordinò che si preparasse una funzione. Fu fatta messa dopo tre quarti d’ora, ma non presenziò nessuno. Magliette di Kierkegaard e Leopardi furono bruciate, bavaglini, perizomi e tutine di Schopenhauer e Feyeraebend furono gettati nella spazzatura, crocifissi e madonniere furono asportati e sostituiti da adesivi dell’UniEuro. Qualcuno la buttò sulla psicologia. “Quali saranno le conseguenze?”, “Ci saranno delle conseguenze?”, “Saranno conseguenze positive o negative?”, “La gente andrà ancora al cinema?”; erano queste le domande più frequenti. Altri rispolverarono teorie darwiniane sull’evoluzione delle specie. Si prospettarono grandi mutazioni fisiche in relazione al mutamento d’umore: quattro polmoni come minimo per far fronte alla corruttibilità dei primi due, forse la forma del cranio allungata o appiattita, un paio di peni per gli uomini e un paio di uteri per le donne; l’ottimismo, si disse, vorrà molti più figli. Anche la lingua si sarebbe modificata in funzione di nuove parole quali fiducia, speranza, certezza, verità, parole abbandonate per le quali la pronuncia richiede una particolare conformazione biologica del palato. Si faceva un gran parlare davvero.
Parlavano tutti. Poi, verso le cinque di pomeriggio un fatto sconcertante si verificò ai confini del vicolo XI: protagonisti furono due bambini candidamente appartati dietro a una siepe e intenti a coccolarsi gioiosamente.
“Cosa diavolo state facendo?” Chiese un vigile di presidio sul luogo.
“Ci stiamo toccando”, rispose il bambino.
I due bambini (un bambino e una bambina, appartenenti rispettivamente alle famiglie Flagoj e Galopi) erano appartati e ci davano dentro, davvero una scena disgustosa.
“Ma che cristo, avrete sì e no dieci anni”, disse il vigile. Parlava guardandosi bene dall’entrare nei confini del vicolo XI.
“Io ne ho dodici. E lei ne ha undici”, rispose il bambino. Naturalmente i bambini erano dentro i confini del vicolo XI.
Nel frattempo arrivarono altre persone tra cui la bellissima Sonia F., giornalista e conduttrice televisiva di chiara fama, in compagnia del suo maturo e ricco compagno.
“Che carini”, disse Sonia, “dovremmo farci un servizio. Si vogliono così bene”.
“Chi lo dice?” Chiese il bambino.
“Intendevo, beh, questo è amore, l’Amore”.
“Figuratevi se ci lasciamo rincoglionire da queste sciocchezze da pessimisti”, disse il bambino.
“Questo non è amore, è divertimento”, disse la bambina. “L’amore è pessimismo!”, urlò ancora.
Ci furono alcune esclamazioni.
“Per la miseria!”
“Orcoboia!”
“Diavolo!”
Eccetera.
La situazione era molto tesa.
“Ma non è tua sorella?” chiese uno del vicolo X che li conosceva.
“Ma quale sorella”, rispose il bambino. “È mia cugina”.
Seguirono giudizi morali.
“Tutto questo è disgustoso”.
“Increscioso”.
“È inammissibile”, disse Sonia. “Cioè, voglio dire, se fosse stato amore allora. Ma questo”.
“Con dieci anni sì e no!”, urlò il vigile. “Non avete niente da dire? Non vi insegnano niente a scuola?”
“Penso che ce la stavamo spassando, qui, e ci avete interrotti”, rispose il bambino.
“Oh ma non ci posso credere, tutto ciò è intollerabile”, disse il maturo imprenditore.
“Per dirla secondo le pagine dell’Etica Nicomachea potreste definirla l’atto di un abito che non è conforme a natura”, disse il bambino.
“Siate ottimisti e vedrete”, aggiunse la bambina.
“Qui è il caso di scomodare un assistente sociale”, disse Sonia.
“I padri della chiesa”
“Sant’Agostino!”
“Sant’Anselmo!”
“Ma Darwin!” disse il vigile.
“Con dieci anni!”
“Dodici!”, urlarono i bambini
“E i vostri genitori cosa dicono?”, chiese il maturo imprenditore.
“L’aspetto tutoriale e parentale della vicenda è del tutto irrilevante”, disse la bambina.
“Irrilevante un cazzo!”, esclamò il vigile.
“Il vigile ha detto cazzo ah-ah-ah il vigile ha detto cazzo ah-ah-ah!”, esclamò il bambino. Il vigile fece per avventarsi sul bambino ma fu trattenuto da alcune persone.
“Ma poi cosa c’entra questa vostra cosa con l’ottimismo?”, chiese Sonia.
“L’ottimismo è accettazione della vita”, disse il bambino.
“L’accettazione della vita non è amore?”, domandò Sonia.
“L’accettazione della vita è vita”, disse la bambina, “senza prigioni o costrizioni”.
“Il piacere è vita, il sesso è vita”, aggiunse il bambino.
“Ma il sesso andrebbe fatto sempre, o quasi sempre, in maniera altruistica”, disse il maturo imprenditore.
“Basta con queste stupidaggini, ho ancora un bel po’ di lavoro da fare, qui”, disse il bambino.
A quel punto in assenza dei padri della chiesa e di Darwin furono costretti a chiedere l’intervento di un plotone di assistenti sociali. Gli assistenti sociali interrogarono i bambini e li fecero salire su un’automobile blu. Fu un’operazione necessaria, dissero. Li portarono in un collegio alla periferia di Sabbione dove i muri sono bianchi e asettici, i neon sciatti e lividi, c’è odore di bavaglini immerdati e i bambini sono tutti drogati, analfabeti, assassini. Era necessario.

Una cosa certa è che nessuno si chiese da dove venisse l’ottimismo, neppure quando fu chiaro a tutti che gli abitanti ne erano stati completamente contagiati. Ci furono molti incidenti. Molti abitanti del vicolo caddero da cornicioni o terrazzi, altri furono investiti da automobili, fulminati o affogati nelle loro stesse vasche. “Andrà bene”, dicevano, e morivano come mosche. Si concepirono molti bambini, cui sarebbero stati imposti nomi improbabili. “Non poniamoci domande”, dissero gli abitanti del vicolo XI, e nessuno se ne pose. Le corde flessuose dell’ottimismo legarono gli edifici del vicolo in un groviglio di tensione ed eccitabilità. Vennero schiere di ecclesiastici. “Perché non pregate più?” chiese il portavoce degli ecclesiastici, “Dovete pregare!”. “Confidiamo nella benevolenza di Dio”, risposero quelli del vicolo XI. “Dimenticate la collera divina!”, tuonò il portavoce. “Si aggiusterà tutto!”, risposero in coro gli abitanti. I più intraprendenti tra gli ottimisti scolpirono statue rappresentanti l’ottimismo, dipinsero volti di donna, scrissero odi e sonetti, canzoni e melodie, amarono profondamente. Agganciarono lanterne magiche alle finestre, svuotarono zucche e le usarono da portacandele, e chi non era impegnato a concepire un figlio si abbuffò e bevve tutta la notte. Arrivarono altri psicologi. Molti psicologi esaminarono gli abitanti del vicolo XI con test ideati nelle più rinomate università americane; distribuirono molte copie del test stampate su moduli in cartoncino azzurro e ogni abitante del vicolo fu chiamato a compilarne una:

Iniziando qualcosa di nuovo, di solito penso di avere successo
a) completamente vero – b) abbastanza vero – c) abbastanza falso – d) completamente falso

Le dimensioni del pene umano, mediamente, arriveranno a superare i cinquanta centimetri
e per le donne
Prendo atto che l’orgasmo femminile sarà una realtà di massa
a) completamente vero – b) abbastanza vero – c) abbastanza falso – d) completamente falso

Constato che con il passare del tempo le cose vanno sempre peggio
a) completamente falso– b) abbastanza falso– c) abbastanza vero– d) completamente vero

Gli uomini moriranno sempre, non importa quanto la ricerca medica si sforzi di lavorare
a) completamente falso– b) abbastanza falso – c) abbastanza vero– d) completamente vero

Le preghiere non serviranno più a nulla, poiché qualcosa di positivo accadrà comunque
a) completamente vero – b) abbastanza vero – c) abbastanza falso – d) completamente falso

Il futuro mi appare triste
a) completamente falso – b) abbastanza falso – c) abbastanza vero– d) completamente vero

Hai fiducia nell’umanità?
a) sempre – b) di tanto in tanto – c) solo prima di andare a dormire – d) no

La maggioranza delle risposte indicò che l’ottimismo aveva contagiato tutta la popolazione del vicolo. Erano test molto attendibili e nessuno si sognò neppure di metterli in discussione.
Venne l’esercito. Gli ecclesiastici e gli editori, appoggiati dall’industria cinematografica, fecero venire l’esercito. Il vicolo fu transennato e fu proibito ai numerosi curiosi di entrarvi; furono lanciati molti lacrimogeni e la calca in un primo momento si disperse. Chi si trovava all’interno del vicolo cominciò a piangere per via dei lacrimogeni; sgorgarono molte lacrime, ma erano lacrime di felicità ed entusiasmo. Nel vicolo XI l’ottimismo era alle stelle. I vecchi raccontavano ai bambini la parabola del ranocchio sordo. Il ranocchio sordo divenne un eroe. “Se siamo arrivati alla parabola del ranocchio sordo la circostanza è davvero grave”, disse il cardinale. Provarono a fare arrabbiare gli abitanti del vicolo XI; “non c’è futuro! Morirete tutti! Non c’è consolazione!”, disse qualcuno agli abitanti, e un gruppo di urlatori professionisti fu ingaggiato per urlare frasi del tipo:

“La verità è una contraddizione penosa!”
“Morirete eternamente, morirete e tuttavia non morirete, morirete la morte!”
“L’ipocrisia è morale!”
“Per non diventare molto infelici non pretendete di essere molto felici!”
“Considerate la cosa in sé!”

e molte altre. Diffusero canzoni di Aznavour ventiquattrore su ventiquattro, ma l’ottimismo non conobbe cedimenti o flessioni; la gente suonò Regatta de Blanc nel cortile del Geom. Baruch e tutte le donne danzarono, le più giovani sensualmente, le più vecchie saggiamente. All’alba del terzo giorno l’ottimismo assunse la forma di un maiale, forse per rendere più accettabile agli umani la sua parousia. Gli costruirono un recinto e lo accudirono, nutrendolo e lavandolo diverse volte al giorno, poiché emanava un odore davvero sgradevole. “Se l’ottimismo deve essere un maiale allora deve puzzare come un maiale, defecare come un maiale, vivere da maiale”, si dissero gli abitanti. L’esercito cinse il vicolo con due mura alte tre metri alla cui sommità furono posti aguzzi cocci di bottiglia; lasciarono uscire gli abitanti del vicolo solo con permessi speciali. Quelli del vicolo X e quelli del vicolo XII, che avevano schiumato rabbia, sghignazzavano davanti ai televisori e alle radio, oppure andando al cinema o al ristorante. Anche gli ecclesiastici sghignazzavano. Sghignazzavano tutti. Mandarono dei missionari a portare la passione e la sofferenza: “la disperazione è tutto! disperatevi! Senza disperazione non c’è religione!”, gridavano; “ma leggete Giobbe, lo Zibaldone!”, dicevano, ma dopo qualche ora nel vicolo iniziarono a gridare frasi come “perché disperarsi se dio esiste!”, e ancora “perché pensare male?”; si dovette recuperarli a forza e se ne persero due o tre, imbavagliati dalle note di euforia e fiducia. Alle canzoni di Aznavour gli abitanti risposero mostrandosi nudi e recando scritte sulla pelle simili a tatuaggi: “Amiamo ciò che è da amare perché è!”, “Il pensiero è potere!”, “Viva la Weltanschauung positiva!”, “La Soggettualità matura pensa il Bene sempre!”. Poi iniziarono i baci. Gli abitanti del vicolo XI cominciarono a baciare. Baciavano davvero tutti, sulle labbra, sulla fronte, sulle guance, sul collo. Baci eccitanti e austeri, affettuosi e nostalgici. Coloro che erano stati baciati venivano contagiati dall’ottimismo. Alcuni studiosi catalogarono circa sessantacinque specie di bacio diverse, alcune rarissime altre già classificate come estinte. Furono revocati i permessi speciali e agli abitanti del vicolo XI non fu più permesso di uscire, almeno fino a quando non fosse stato trovato un vaccino. Raccontarono molte barzellette sugli ottimisti, ma nessuna fece ridere. Nessuno rise. Per le strade c’era un profumo di arance e gli abitanti del vicolo XI cominciarono a provocare la folla che si era radunata all’esterno, sciorinando sentenze e proverbi. Qualcuno da fuori urlò: “ma non vi interessa sapere dove andremo? Perché soffriamo? Non vi interessa sapere perché c’è l’uomo?”. “Di che v’impicciate?”, ribatté il portavoce del vicolo. Sospesero l’invio delle derrate alimentari. Scarafaggi e ratti ottimisti imperversavano lungo il vicolo, le case ne erano piene. Il quinto giorno l’ottimismo assunse una nuova forma, e nella nuova forma tutti poterono mangiarne. Poi, lentamente, quando tutti furono sazi, l’ottimismo assunse la forma di case e palazzi, alberi e strade, fino a confondersi col vicolo stesso: l’ottimismo divenne il vicolo XI. Arrivarono con bulldozer e ruspe. Molte persone giunte da ogni angolo del Sabbionasso si incatenarono a lampioni e alberi, chiedendo di entrare nel vicolo; “vogliamo essere ottimisti!”, urlavano, ma la polizia gerarcale, armata di cupezza e inquietudine, strinse un cordone invalicabile. Molti tentarono di scavalcare le mura e si ferirono. Intervennero il Gerarca e il Sindaco di Sabbione; la questione era spinosa. Gli esperti individuarono una falla nell’ottimismo rappresentata da una galleria sotterranea ignota agli abitanti; “è l’unica possibilità”, si disse, e si pensò di far sprofondare il vicolo in un baratro di nervosismo e angoscia. Questa ipotesi tramontò. Gli abitanti si fecero sempre più ottimisti. Poi sopraggiunsero alcuni cedimenti strutturali. Fu un falso allarme, ma l’ottimismo, probabilmente presagendo la sua vulnerabilità in questa veste architettonica, cominciò a stancarsi di essere esposto alle intemperie e dopo circa tre settimane si fece uomo. “Voglio comunicare il mio messaggio”, disse. Fu organizzata una conferenza stampa in diretta tv. C’erano molte televisioni e molti quotidiani. Anche quelli delle radio. “Io non sono un ottimista”, dichiarò ai microfoni, “io sono l’ottimismo”. Poi, un venerdì, gli abitanti del vicolo XI cominciarono a mormorare, focolai di gelosia e invidia arsero la gente, si verificarono i primi casi di perdita d’ottimismo; questi elementi deviati vennero barbaramente uccisi o relegati nelle umide cantine del vicolo XI. L’ottimismo aveva capelli castani mossi e occhi sul verde. Molte donne s’innamorarono di lui. Le telecamere cominciarono a riprenderlo insistentemente. “Buca il video”, dissero i produttori. Altre donne si innamorarono, altri abitanti s’ingelosirono e fecero una brutta fine nelle cantine del vicolo; le cantine del vicolo XI sono basse e umide. Mandarono le teste di cuoio. Prelevarono l’ottimismo durante la notte e lo rinchiusero in una cella due metri per due in materiale isolante; gli concessero un po’ d’acqua e una telefonata. “Posso essere quello che voglio”, disse. “Vediamo che sai fare”, gli risposero. La gente del vicolo XI ricominciò a lamentarsi e a disperarsi, a insultarsi e a pregare. Per molti fu un gran sollievo. Dopo due giorni l’ottimismo si deteriorò e divenne una vecchia testa rinsecchita, neppure brutta a vedersi, disse qualcuno, tanto che per qualche giorno venne esposta al padiglione della fiera d’autunno nel settore delle cianfrusaglie curiose. “E così questo sarebbe l’ottimismo”, dicevano i soliti cinici, “sembra una cipolla”. “Sembra proprio una cipolla!”, dicevano le solite donne. L’ottimismo deperì ancora, fino a diventare poco più grande di una cipolla. “Sembra un fico”, disse qualcuno. “Sembra proprio un fico!”, esclamarono altri. Poi un sabato pomeriggio che molti ricordano come Giornata della Vocazione al Precipizio Nike l’ottimismo fu rinchiuso in una teca anticontaminazione e portato nei sotterranei del museo archeologico, dove deperisce inerme protetto da guardie svizzere equipaggiate con bibbie e rosari.

Cicloturistica Monferrina Diversamente Abili

Resoconti da bar/1

Un resoconto orale di un frequentatore del bar Un posto pulito, illuminato bene

trascritto (male)

da un altro frequentatore (dotato di macchina da scrivere) del bar Un posto pulito, illuminato bene

 cicloturistica

E come tutti gli anni si va lungo le strade impervie del Monferrato per la classica cicloturistica che ti porta a zonzo come un deficiente per le strade sterrate e asfaltate del marchesato, mentre la gente che guarda si accampa ai bordi delle strade o  nei campi o in tende canadesi e si sbronza o fa l’amore ascoltando Battiato e i Ricchi e Poveri e stasera la luna ci porterà fortuna.

Ai vecchi tempi, mi ricordo, si faceva tanto l’amore.

Per il resto, non c’è altro che strade rotte e un freddo pungente che anche d’estate ti entra nelle ossa mentre si pedala giorno e notte su e giù sotto alberi secolari e si rischia davvero il culo, perché sfido chiunque, e una volta avrei sfidato Indurain e Chiappucci, adesso non so più, a stare sul sellino di una bici per quarantotto ore dormendo due o tre ore al massimo per notte.

Ci sono molte cicloturistiche ma la cicloturistica monferrina è la più dura di tutte.

Parte da Asti e arriva a Montemagno dopo un tragitto infinito tra boschi e colline e discariche e steppe immaginarie e anche qualche deserto, sempre immaginario; forse non tutti sanno che da qualche anno comprende una nuova categoria, quella dei diversamente abili. Era stato il Sindaco di Pizzengo a volerla, quel grand’uomo, per dare un premio di consolazione al figlio corridore che si tranciò la gamba sinistra con una falciatrice professionale negli anni cinquanta.

E comunque i diversamente abili corrono alla grande, questi diavoli storpi, ed è un piacere vederli, tant’è vero che molti smettono di far l’amore per seguire le imprese dei nuovi idoli delle corse e quasi quasi direi che la cicloturistica monferrina è diventata celebre proprio grazie ai rachitici e agli storpi e a tutta questa gente qui, che pedala con le braccia o con una gamba sola o aiutata da attrezzi che non saprei minimamente descrivere.

Io non ho mai fatto la cicloturistica; mica me ne frega qualcosa di farmi rompere lo sfintere e le palle dal sellino di una Bianchi. E comunque visto che è una tradizione mi apposto ogni anno dalle parti della Cisterna perché è un posto elevato e si fuma in santa pace e si fanno molte cose tra amici senza bisogno di mandare al diavolo i più scalmanati o i più bigotti, specialmente stavolta che c’è Ada e Ada è una gran pezzo di figa.

Tuttavia tra un bicchiere e l’altro si tifa per i diversamente abili. Tra tutti Jimmy Menegazzi, nostro compaesano e becchino comunale, è il più simpatico, ha una faccia che sembra totò e gli manca mezzo braccio anche se sopperisce alla grandissima con una specie di avambraccio bionico. La sua gara è cominciata alle prime luci dell’alba, insieme ad altri millecinquecento cicloamatori giunti da ogni dove, qualcuno addirittura anche da Mezzarengo, fatto questo che ha stupito davvero tutti, perché tutti sanno che a Mezzarengo si lavora dal mattino alla sera sette giorni su sette. Anche per questo motivo quei là di Mezzarengo ci stanno a tutti sulle palle.

Ma torniamo a noi: ora le luci del sole s’affievoliscono, un tetro tramonto ricopre i barbecue della gente e il volto opaco da totò del Menegazzi: mentre pedala s’annotta, e il cielo s’illuna sui comignoli del paese, su le punzecche dei vicoli, alla strada ghiacciata corrisponde il furor de le stelle.
Ha sempre pedalato svelto, il Menegazzi, non già per qualche forma di paura morbosa, come accadeva per le cimici e gli scarafoni, ma così per passo innato, per abitudine. Poiché gli accadimenti del suo lavoro erano già dimenticati, dimenticato il tristo amico Mario (ch’egli aveva seppellito il giorno prima), dimenticati tutti i Polpettoni, i Nascimbeni e gli spettri della terra monferrina. Era a tal punto ipocondriaco, il poveraccio, che gli pareva d’aver contratto malattie in ogni contesto, perfino in chiesa, dove per opinione comune, e specialmente dei reverendi, è impossibile contrarre qualsivoglia malattia. E se ne pedalava avvilito nel gruppone dei disabili, tormentato dal foruncolo spuntato sulla chiappa e dal fiato corto che gl’impediva di emulare gli scatti e i guizzi che erano stati proprietà indiscusse dei suoi miti giovanili. E non stiamo parlando di grimpeur d’alto livello, si badi bene, non di un Anquetil o di un Gaul, non di un Gimondi, quanto piuttosto del Biasin e del Gaiòt, due tipetti nervosi di Castrocozzo ai quali era toccata la sorte di rappresentare i rinomati, e onorati, altroché, colori biancorossi della polisportiva locale alla prima cicloturistica monferrina di mezzo giugno aperta ai diversamente abili. E per quanto si fossero impegnati, i nostri portacolori, erano riusciti al massimo in un settimo e in un ventiquattresimo posto, in quel lontano millenovecentocinquantanove, l’unico anno, peraltro, in cui la squadra castrocozzese si classificò tra i primi dieci. Facevano parte della squadra due zoppi, un monco, un tale senza un braccio e un altro che per motivi sconosciuti aveva brillantemente superato il meticoloso test di disabilità, scatenando le proteste di tutte le altre squadre e classificandosi peraltro al terzultimo posto (tra i sospiri di sollievo dei dottori incaricati del test, che già si pavoneggiavano).
E tanto era bastato, ai castrocozzesi, per condurli in trionfo, o se non proprio in trionfo, almeno per condurli nel vecchio cantinone comunale per un pantagruelico banchetto a base di peperoni quadrati e ovoidali, topinambur, cardi gobbi e dritti, rape rosse e bianche, carne cruda battuta e tritata, acciughe, aglio olio e sale. Qui si usa così. Specialmente il Gaiòt, che correva con una protesi rigida alla gamba sinistra (e aveva fatto il settimo assoluto) era stato accolto come un re, lui che incarnava la rivincita di tutti gli storpi e gli sciancati del paese. Ma pedalava, quel cristo, e a veder come. Portava la prima gamba, quella buona, fino a che il ginocchio giungeva quasi a toccare la spalla, e con una tal forza propulsiva, quasi esplosiva direi, facendo forza con le braccia sul manubrio, compiva un giro di trecentosessanta gradi con l’altra gamba, quella della protesi, springando un colpo tremendo sul pedale. Era uno spettacolo, a vedersi, per quei pochi, tra i quali il Menegazzi, che ebbero la fortuna di vederlo. Non si curava certo della folla, il Gaiòt, ma avanzava per piani aridi e illuni, nell’aggrovigliata paura di forre immense e boschi, sciabordando fino a veder le rame e gli steli divelti, lasciandosi alle spalle arpie affamate e idre infuocate, jene, pecore, sanguinolenti sciacalli e asini con crine di leoni e gran baffi. Si lasciò alle spalle tutto, il Gaiòt, tranne naturalmente i sei che lo precedettero all’arrivo. Fu comunque un evento, tanto per la menomazione dell’eroe, tanto più per la durezza della corsa, che come vi ho già detto è infinita, quasi cinquecento chilometri giorno e notte lungo le carreggiate del Monferrato. Un’impresa che gli costò almeno dieci anni di vita e un culo quasi da buttar via, oltre a una forma precoce d’impotenza, ma pur sempre una grande impresa. Divenne addirittura sindaco di Castrocozzo, il Gaiòt, grazie a protezioni e raggiri elettorali, e si arricchì grandemente, tanto da diventare noto per la sua avidità. Morì giovane, qualche anno dopo, coi baffi e una gamba nuova di legno pregiato, da tutti odiatissimo.
Ma non certo dal Menegazzi. Il quale, come si dice, avrebbe voluto vestir il fulgore della sua giovinezza, guizzare su quei pedali e scattare come una molla verso Tonco, Frinco e più in là Piovà Massaia e Cocconato e Zannareto, col suo moncherino e gli applausi della folla delirante giungendo al traguardo di Piazza Umberto I almeno tra i primi dieci, pigliandosi i baci delle hostess al Posto pulito, illuminato bene, dove si tiene la premiazione. Non avrebbe mai voluto fare meglio del suo idolo, lui indegno e misero al cospetto della genialità ciclistica del grande Gaiòt, e neppure eguagliarlo; avrebbe desiderato un ottavo posto. Questo nonostante le ultime prestazioni, se così si può dire, fossero state pesantemente inficiate, se così si può dire, dal terrore notturno sopravanzante. Il Menegazzi aveva infatti una paura tremenda del buio. Finì così per pedalare, pedalare, e fumare, non si sa per quanto tempo, cercando di onorare nel miglior modo la memoria del suo idolo d’infanzia. Gli era impossibile dimenticare, almeno quanto il suo nome o il nome dei suoi figli, la volta in cui seminò, con la sua tecnica unica, tutti gli avversari, proprio nella salita che ora stava affrontando. Che importava se poi fu raggiunto e superato, se poi divenne un amministratore ladro e ingiusto. Che diamine, si disse, un guizzo come il suo non l’aveva nessuno tra i sani, figuriamoci tra gli storpi.
E comunque adesso era il diciotto giugno, stava passando il gruppo della cicloturistica monferrina e stavano succedendo tante altre cose ma a me non me ne importava un fico secco, perché la Ada s’era imboscata con un tipo di Pizzengo mentre io ero lì sul tetto della cisterna a bere e fumare come fate voi di solito, e mi sentivo un gran coglione.

Con questi frammenti ho abbozzato la mia gente

I racconti del Posto Pulito/14

Rubrica del lunedì

Un racconto di “ha davvero importanza chi l’ha scritto?”

frammenti

resoconto a frammenti illustrati di una famiglia della campagna sabbionassa (o monferrina)

C’È UN’INVOCAZIONE PRELIMINARE

“Questi venditori di salute che si svegliano la mattina presto e mi vogliono salvare la vita con la ginnastica e la meditazione, con divieti di fumo e depilazioni, questi mangiatori di lattuga, io non li posso proprio accettare.

Io per me voglio la carne, l’ozio, l’orgasmo bruto e ignorante! E non chiedetemi di annoverare tra gli umani i maniaci della pulizia e i fanatici della morale, gli schiavi della fede e gli psicologi, i lavoratori e gli idealisti, i sessuologi, i pensatori e le donne, poiché la mia tolleranza ha un limite. E adesso chiamatemi xenofobo, razzista, sciovinista e improbo. Mi reputo io la bestia, il margine del genere umano, il capro espiatorio da sacrificare. Mi assumo io tutta la robaccia, tutta la rassegnazione, basta che mi si asciughi la saliva  una volta ogni tanto e mi si faccia morire comodo, in una stanza con finestra e bagno, fumando e tossendo e masturbandomi fino a svenire, ma asmatico, infelice e pudico anche sotto le lenzuola, dove nulla puzza di marcio quanto i propositi per il giorno dopo.

E allora vieni avanti, orrore di sempre, mi faccio beffe di te!”.

C’È UNA DESCRIZIONE DEL PODERE DELLA FAMIGLIA UMBILK

Al podere ci si arrivava per una strada di campagna impervia, con l’erbaccia di lato e in mezzo, impraticabile quando pioveva, con pietre taglienti come lame che scoraggiarono nel tempo anche i postini più ardimentosi (almeno fino a quando le poste non dotarono i propri dipendenti di automezzi, abbandonando l’uso della bicicletta). E quando ci si arrivava, se per caso fosse capitato a qualcuno di arrivarci girando inavvertitamente a sinistra al km 3 della provinciale che collega Pizzengo a Sabbione, lo spettacolo era onestamente atroce, eterogeneo, insudiciato da barattoli vuoti, vasi vasetti e lattine, vanghe e attrezzi deteriorati, cartacce, piume di polli e merde di ogni genere e consistenza che lordavano il cortile al centro del podere, dominato a sinistra da una specie di albero bitorzoluto (e dal traliccio dell’enel) e a destra da un pollaio e dal recinto dei maiali, che con la sua poltiglia putrida aveva già condotto a morte l’attiguo ciliegio (macilento, stecchito da almeno sette anni eppure mai abbattuto). Più oltre, sulla collinetta, la vecchia cappella s’ergeva spettrale come incricchiata in un’immensa ragnatela che dall’alto del crocifisso arrugginito scendeva ad accalappiare i muri scalcinati e gli affreschi grattati via dall’umido, fino al terreno squarciato di netto dalle radici incarnite di un tiglio enorme. E poi orti e campi, agri e agri di gerbido, cespugli gelsi e vigne a perdita d’occhio, vigne verdeggianti e nauseanti confuse in un mare di ragnetti e vermi, di cimici e scarafaggi. In tutto ciò, non di rado ci poteva imbattere in cinghiali, tassi, ratti, nutrie e altri animali ripugnanti attirati dal vicino laghetto o stagno o acquitrino che dir si voglia, celeberrimo per gli effluvi maleodoranti sprigionati dall’acqua.

Ma si faceva amare, un tale luogo, nella sua inospitalità, almeno nel modo e nella misura in cui potreste amare una donna brutta grassa e sudicia.

 C’È UNA MADRE CHE SI SPAVENTA NEL CUORE DELLA NOTTE

Vedea riflesso nella bozze il suo corpo abraso confuso come uno spettro sbrigliato, e poco più in là, in un angolo, le regarelle muffite che formavano la sportella colma di coliandre (per la digestione del marito). Avrebbe giurato di averla veduta l’ultima volta nella canepa, ricoperta di polvere. Bramò un infuso, un calmante che le concedesse il privilegio del sonno. Si strinse allo scialle di beretinazzo, verdognolo e usurato, buono per i pidocchi e i caroceri, e guardando dalla finestra le sembrò di vedere una figura agganciata tra il finto passadizzo e l’albero delle ciliegie (trattavasi dello spaventapasseri). Soffocò un urlo.

 C’È LA DESCRIZIONE DI UN MEMBRO DELLA FAMIGLIA UMBILK

Era un ragazzo di intelligenza prudente, Steno Umbilk. Ma cagionevole, inadatto ai climi freddi. Ed era davvero brutto, il poveretto, con quella bestia di apparecchio e tutte le ferraglie, un alito fetido e una violenta forma di acne giovanile che lo martoriava da sempre. Temeva tutto: scarafoni, cimici, batacchi e bacherozzi, zanzare falene e caccole di mosca.

Inoltre la nonna gli aveva lasciato in eredità una terribile paura per l’acqua che lo fece crescere con quella puzza di sporco e di pelle fritta che l’aveva ormai contraddistinto presso i compagni di scuola, lurido dalla testa ai piedi, nella più totale solitudine: imparò a coniugare il verbo ózein meglio di quanto non sapesse contare fino a dieci. Passava le giornate dal vecchio Gorgoj, lo Steno, per farsi leggere dal greco, specie Callimaco ed Esiodo, qualche volta anche Omero e Tucidide, Aristotele e Alcmane. E quando il vecchio Gorgoj morì, quel gesùmmaria si trovò a lavorare la terra, dopo la scuola, come faceva tutta la sua famiglia. Fu verso i diciotto che, nell’isolamento, cominciò a coltivare una rara disfunzione per la lingua italiana, col solo intento, se mai ci fosse un cristo d’intento, di crearsi una sfera privata di comunicazione, e col solo risultato, alla mercé di tutti, di non essere compreso da alcuno.

 C’È UNA SCOPERTA INATTESA

Trascorsero un lunedì notte in cerca di prostitute per Isola, Pizzengo, Sabbione sud, infreddoliti e fumati con la puzza di fritto sulle giacche della domenica (tenute su per comodità).

E per quanto fossero gentiluomini, vestiti di tutto punto, non riuscirono a evitare i commenti della distinta comunità sabbionassa (ma guardali, i puttanieri, come se la spassano…).

Tagliamo corto. Passarono il cerchio delle nere, quello delle bionde, quello dei trans.

Per ultimo venne il cerchio delle vecchie. Lì incontrarono la Carla chinata, brutta e sporca, con le calze strappate e il freddo nei denti. “Ricordo di averla proprio vista dietro il bidone mezza ibernata, con la gonna sporca di fango, la pancia scoperta e le poppe avvizzite, quasi scientifica nel suo perfetto squallore”. “Cosa vuoi farci…sono cresciuto con la puzza dei suoi amanti sulle lenzuola”.

“Ma Carla, almeno copriti, o ti prenderai un raffreddore”.

(Che poi la si era notata a pagina 34 del Corriere, nei trafiletti delle curiosità, come dire, arrestata prostituta nei pressi di […] urlando e bestemmiando, mentre farneticava apologie del dolore: “se lo tenesse stretto, il dolore” diceva “e che lo guardi bene, lo rivolti tra le mani, gli parli, prima di buttarlo via”).

Parlare, raccontarsi. “Mi sognassi almeno una volta”. Io, tu…“Bocca culo terenta mila”. “Guarda qui, ho una sintassi in tasca”. “Bocca culo terenta mila”. Avevo quasi temuto ci fosse dell’amore in questa bagascia. Fortuna che continuava a pungolare il mio male, e la sua puttanaggine era il moscone verde che la nonna tirava ad accoppare tre giorni fa. Vedevo il Butirro più in là nell’ambascia di un linguaggio primitivo. E il Vanni che spogliatosi saltava sui pantaloni urlando “mo-morite vestiti! morite!”.

Entrammo nella roulotte coi vestiti che sapevano già di cane bagnato. “Lo senti l’amore, Steno? O forse è solo questo schifo che abbiamo addosso? Sapessi quanto, Steno, sapessi quanto”. Si parlò di quel tizio evirato da una puttana tre sere prima come se niente fosse. “Allora, Butirro, che ne pensi delle puttane? Ti piacciono?” – Come no, disse, certo che mi piacciono. E poi guarda qui, avvicinati, disse, ho tre capelli bianchi poco sopra all’orecchio e una ruga che mi solca la fronte proprio tra l’attaccatura dei capelli e il naso. Ormai sono un uomo, disse, mi cresce perfino un po’ la barba. –

“Io preferirei stare tranquillo. Lasciare le unghie a prendere aria, con l’odore di casa mia quando c’è il camino acceso. Non chiedo altro. Starmene lì bello spaparanzato coi miei libri, con Hemingway, Steinbeck, i classici greci e latini, i fumetti argentini della rivoluzione. E invece no, malora vacca. Sto parlando dell’animale. E dire che a momenti mi sposavo. A Parigi. Con quella ballerina. Ma poi sono cambiate le cameriere, al bar, e avevo come un male alle parole, una paresi alla mandibola. Mi dicevo Faust, i sogni non fanno per te”.

“Ca-cazzate” disse il Vanni “pri-prima o poi tro-trovo u-una do-donna che mi tenga la cu-cucina l’orto e il lee-letto e e vi-vi sa-saluto a tu-tuu-tutti quanti, voi puttanieri che non siete altro”.

Poi ce ne andammo, dopo gli orgasmi e la contabilità tenuta per tutti dal Gèp, dopo le sigarette rituali fumate nudi di fronte alle vigne, dopo la cattiveria lustrata per il giorno a venire. Ce ne andammo a Sabbione a mangiare hamburger e patatine.

hamburger

 VANNI UMBILK, INNAMORATO DI UNA DONNA SPOSATA, COMPONE UNA CANZONE PER LEI

Una canzone farò di puro nulla:

non si stupisca nessuno di me

se in questo gioco del tutto uterino

ho conquistato so-solo l’affanno

con il tribolare, se se ba-balbetto

e m’agito e fremo per amor di lei

che si mostra senza onore

e puttana provata

dentro il paltò di suo marito.

La sentivo così snella e liscia e piena

sotto la mia ca-camicia sdrucita

che che me la sogno nu-nuda anche in bagno

o quando incontra le sue amiche:

mi sembrano ranocchie latrando

nel riunirsi a mo’ di cani idrofobi.

Colpevole davanti al mo-mondo

mi riconosco del troppo pa-parlare,

ma io ve-vedo e credo e son certo ch’è vero

che a-amore ingrassa, sicché mi piace

più che non essere re di tutti i contadini.

Io po-posso andare senza abbigliamento,

nudo nella camicia, come Tristano

mo-morire d’amore e di freddo.

Consigliatemi dunque, a-amici,

essendo io avvolto da follia,

meglio l’amore che rende co-cornuti

o l’addio che prolunga il dolore?

Enquer me lais Dieus viure ta-tan

affinché abbia il tempo di maledirla:

vengano compìti giu-giullaretti

per augurarle chascus en lor lati

iatture e to-tormenti anche peggiori.

 C’È LA DESCRIZIONE DI UN ALTRO MEMBRO DELLA FAMIGLIA UMBILK

Il Vanni è un Modigliani, ma più bello.

Almeno sul superotto (fermo immagine), le mani immense e il naso finto, impossibile, i capelli sparsi azzurrognoli di verderame, le braccia lunghissime, storte.

Ritrovato nel ciarpame tra cineprese, pizze, rullini, ossi del cane, trappole per topi e treppiedi mentre ficca un dito nello sfintere di una gallina per l’ispezione uova (il 21 maggio ’78, alle 19 e ventuno).

– ma proseguendo nella pellicola–

Sullo sfondo la stuoia delle pietre e la casa abbandonata, dove non ci lasciavano andare. La grande villa buttata nell’erbaccia dove stavano i rapitori di bambini: folletti del bosco, babau, uomini neri o qualcosa del genere, che so, un ragno gigante (e intelligente, a quanto pare). E, per dire, avevamo sentito di quel bambino caduto in un pozzo, di quell’altro seviziato, violentato, ucciso; ma non era lì…Quella era solo una frontiera come un’altra (a paure, piccole fobie, spaventi).

Prendeva una cimice con due dita e fingeva di mangiarla, poi masticando, un po’ carogna, me la passava: “ora fallo tu”.

Ma ora so perché cresce l’ombra dagli alberi morti, perché la luce è il colore sprigionato da un volto.

Questa riga è una casa abbandonata.

 FAUST UMBILK RIFLETTE SULLA PATOLOGIA DI SUA MADRE

La chiamavano la ciucca, la fola, la zarina, la slavaia, ecc. I più maligni nientemeno che l’infestata, la strega. Ma io la chiamavo sempre come ero abituato, come non l’avrei mai potuta confondere: mamma.

***

Strano trovarti laggiù, mamma, nuda nell’inferno dei vivi, goccia di sangue gramo nell’oceano dei tuoi cristiani, dove vale più un pezzo di legno che un fiume di morti.

***

Oggi mia madre è russa, ha ventiquattro anni del ‘700 e sta per andare in sposa a un possidente di Minsk. L’abito è già pronto, dice,   e qualcuno la vorrebbe ballerina.

Ha le unghie sporche di terra e un dente rotto, ma non lo sa. Non marchiatela come demente, voi che non sarete mai altro che voi stessi.

Viele versuchten umsonst, das Freudigste freudig zu sagen,
Hier spricht endlich es mir, hier in der Trauer sich aus.
 

 C’È UN SORRISO E C’È UN SUICIDIO

1. Il luogo certamente il bar. Ma sporco…non vi dico. Coi mozziconi in terra e il rossetto sulle tazzine poi…Presa l’utilitaria x guidato per pochi chilometri fino al punto y.

“Ma guardale le mucche, così pacifiche, così incoscienti…” […]. Oppure sceso per pisciare e vomitare, dopo quattro sambuche e due mezzi litri di birra…rintracciato verso le tre  tre e un quarto sulla provinciale 24, diretto a Sabbione. “Mi ci vorrebbe un bagno, una ripulita…altrimenti cosa dirà la gente…cosa dirà chi mi troverà, con la camicia imbrattata di vomito, la giacca sgualcita, i jeans unti di grasso…”

2. Da non crederci. Poco prima pareva un bambino, “è quasi un’ora che sta trafficando con la sorpresa del kinder”…dato poco peso all’uomo con la sacca fermo all’incrocio, lo sguardo fisso sui girasoli…o al benzinaio con la sigaretta accesa, azionando la pompa…e non capisco il perché di questo tic che mi fa strizzare l’occhio nelle situazioni più impensate (una volta alla vecchia maestra, nell’ora di catechismo…subito a darmi dello scostumato, o peggio, del pervertito…) e mi rende buffo, nudo agli scherni dei compagni, dei bambini più grandi…non dico l’imbarazzo, la vergogna…

3. Era forse tutto buio, per un temporale. Ma ripensandoci poteva anche essere sereno, col sole baluginante sulla fronte, appena deglutita la pasticca per il mal di denti […] Così prendo spunto, forza e coraggio per dire peste e corna della lattaia cicciona singhiozzante nell’ombra, del sindaco o della signora scoppiata a piangere senza un motivo valido.

4. Appena uscito di casa, camminato un po’ per riprendere i sensi, smaltito il sonno perduto la notte prima.

“A cosa penserà la gente prima di dormire?”

“Alla donna di fianco, che puzza di vecchio e russa?

Al ronzio del lampione in strada?

A non svegliarsi l’indomani? ( ma impaurita? Speranzosa? )

Alla ciccia, all’ufficio, al vicino di casa?”

Ancora l’occhio che sbatacchia, nefasto (come prima delle interrogazioni, degli esami, delle sentenze di donne, studiosi, lettori…), mentre parla qualcuno, mentre il Vanni lo guarda ondeggiare da lontano…aiutato dalla sbronza della sera prima, con lo stomaco in disordine (diciamo per via di un pasto fuori orario, di una nausea stramba, di una lettera scritta e mai spedita…), potendo così confabulare con la madre, il padre e i parenti più intimi dall’alto di un volto funereo, arido, all’apparenza disperato. “Sembrava scosso, quasi morto, lo sguardo perso nel vuoto…a chi lo guardava bene negli occhi pareva gli si fosse spenta una luce”.

5. [ma eccolo, l’impareggiabile attorucolo, il ruffiano semisvenuto per il sonno, le occhiaie spesse pendule]

Un sorriso…macabro certo…amaro certo…ma pur sempre un sorriso. Intendo quando il nonno entrò in cucina per comunicare la notizia…

“L’è mort. L’ha faticà in poc ma l’è mort. S’è appeso al pruno, come previsto”.

E pensare che aveva anche guardato gli orari dei treni, dato da mangiare ai maiali, messo ordine tra le cartacce. Verso mezzogiorno dicono fosse passato dal calzolaio per le espradillas rabberciate, parlando della casa al mare. Poi il buio. Nessuno spostamento nel primo pomeriggio. Forse un caffè al bar della piazza con i bari delle cascine, forse una puttana sulla statale per Sabbione. Quando l’abbiamo trovato aveva le dita dei piedi blu, la lingua di fuori e l’uccello quasi duro, ma il medico legale non volle spiegarci il perché.

 C’È UN’IMMAGINE BEN PRECISA

Il fosso crivellato da immondizie, coni gelato, profilattici e “guardati, sembri una troia”.

Sulle ambulanze della notte costretti a tenerci per mano come fidanzati o bambini, additati dal diluvio dei passi lungo i canali di scolo; ancora un poco e poi il condominio degli occhi naufragherà nella cipria e non puoi farci davvero. Siamo entrati in area di rigore coi muscoli a pezzi e le ginocchia sfinite, crollati sulla moquette umida accanto alle cimici spappolate sulla carta da parati. “Non andiamo a letto, ancora”. Ho il male nei movimenti e il labbro inferiore tagliato, le mani spaccate di un tale morto sotto una di queste panchine coi lacci attorno al collo e la testa come un pallone.

 C’È UNA SECONDA IMMAGINE, RIFERITA ALLA MADRE

In un angolo le rose secche appese alla sbarra, un battitoio zodiacale buttato lì sul divano. Sulla panca il quadernetto, gli abissi della sua mente e pensieri sconclusionati, mezze frasi, parole a caso: “sei una ragazzina del millenovecentoventiquattro e hai l’aria di chi è morto di epatite, guerra, inesistenza o dissenteria.”

“Mi vieni incontro giocosa e spettrale. T’attendo nel soffio muggente delle note di Mozart, con il Vanni e tutto il corteo degli impressionisti:”

“Trovavo gustoso il caffè al bar della piazza…ottima crema, sapore forte ”.

“Smettere di fumare si potrebbe. Dimenticare tutto, finirla una buona volta.”

 C’È LA PATOLOGIA DI METILDE UMBILK, MADRE DI FAUST

Ma continuava a concionare e sciaberrare, claudicante, sembrando una menade senza occhi (ma con le mani possenti, altroché, che se ti afferrava pareva di esser presi da una morsa).

E urlava per avvertire i famigliari “por el periglo che si annida nei materassi” (e questa cosa qui, questa degli acari della polvere, era divenuta un’ossessione pura, per la Metilde, tanto che si era deciso in sua presenza di impacchettare i letti col cellophane, e si era ordinato alle donne di servizio di pulirli scrupolosamente).

Ma intanto erano cortei.

Poiché in un eccesso d’ira aveva usato violenza sul figlio più piccolo dei vicini di casa, usando una ciabatta come arma impropria. Non che fosse un dramma, va bene, o che il piccolo ne avesse sofferto più di tanto (nonostante c’è chi racconta si trattasse di una zoccola, non di una ciabatta), ma tant’è: lo aveva braccato in cortile, accanto al caco, sorpreso a catturare grilli-talpa da ghigliottinare con il modellino avuto in regalo per l’esame di quinta. “Questo piccolo insolente d’un ragazzino screanzato. Come si permette di entrare nelle mie proprietà, lo sfrontato, di calpestare la mia erba, di seviziare i miei insetti”.

     ghigliottina

Ma il bello è che di colpo si credeva dama di corte, ora belga ora francese, o peggio ancora amante e concubina dell’illustre Dottor Guillotin “benemerito cavaliere del lavoro a Parigi e dintorni”. “Si sapesse quanto bene ha fatto, lui, quanta gente ha smesso di soffrire nel suo nome…”. “Questi sine Dio, non li spaventa più niente”. C’era sempre un viavai di persone e qualcuno che portava il caffè, e spesso piombavano in casa con la famiglia al completo (e sempre portavano lattuga, pomodori, patate e i soliti impagabili cardi del Sabbionasso, buoni da fare su con la bagna caoda). “Se avessi il coraggio…se avessi…bisognerebbe ammazzarli tutti, questi fannulloni.

Ma il problema qui è che nessuno più vuole morire, neppure il Bragoj (che mi ha un cancro nel cervello grosso come una mela e spende tutti i suoi risparmi per prostitute e cavalli), o il Grabock, che si sveglia tutte le mattine per andare in fabbrica e torna a casa con la voglia di sterminare la famiglia…persino il Pajnoj l’ho sentito fare progetti per l’anno prossimo…e sta solo come un cane in un capanno tra le vigne, abbandonato anche dalle pulci…ma poi, tutti, capite, tutti! Mi s’inventano le cose più balorde, le idee più insensate, e tutto pur di continuare a spargere letame e raccogliere uva, tutto per uscire la sera a sbronzarsi, per trovarsi al bar per una briscola, per portarsi a letto una femmina calda. E quando lo trovano il tempo per pregare? Quando? Questi contadini scorbutici, queste mezze tacche”.

Poi fu un attimo.

Il giorno prima era lì barcollante al funerale, sorretta dal Vanni, vestita a lutto e singhiozzante come una bambina. E a chi l’avesse vista (e a chi l’ ha vista) non poteva sembrare altro che una madre disperata per la dipartita del figlio.

Seguirono le condoglianze, le partecipazioni.

E lei sconfortata a toccare mani a destra e sinistra, a sbaciucchiare tutti qua e là. E il giorno dopo te la ritrovi con lo sguardo ghiacciato mentre racconta di come ha ucciso il suo amato figlio, “proprio strozzandolo con queste mani, soffocandolo fino a fargli schizzare fuori la lingua dai denti, gli occhi dalle orbite, fino a procurargli una profonda ecchimosi bluette sul collo…”; e parlava segnando il punto sul collo del dottore, “proprio qui, poco sopra il pomo d’Adamo, con una pressione violenta delle mani, con una corda robusta, o una catena…”.

Ma come riusciva? Come, diavolo di una cane bastardo! Mai un incespico, mai una parvenza di cedimento. Pareva piuttosto una fredda calcolatrice d’interesse, una vera e propria donna killer. Ma la Metilde! Con settantaquattro anni! Ma adesso che ci penso, aveva avuto una tresca col dottore, poco tempo prima, uno di quegli inghippi amorosi che inzeppano paesi come Castrocozzo (e che danno da parlare per mesi e mesi).

Ed ecco che si comprese chi era, nella testa malata della Metilde, il famigerato dottor Guillotin di cui era stata amante.

E tutti a dire: “ma la Metilde! Con settantaquattro anni! E con il dottore poi, grassoccio e pelato, d’accordo, ma l’avrà sì e no una cinquantina d’anni”.

Si parlava davvero del come e del perché, tanto più durante la nevicata di marzo, quando si stava rintanati al bar a bere fino a tardi.

Faust no. Non poteva pensare alle mani del dottore che esplorano la schiena nuda della madre sovrastando le asperità della pelle raggrinzita, le scapole che spuntano fuori dalla carne…quelle stesse mani che sfiorano le poppe avvizzite, le chiappe flaccide, le unghie incarnite e sporche dei piedi (“eppure l’ho vista proprio con questi occhi, truccata da far schifo, con cipria rossetto e fondotinta, fard, rimmel e le altre porcherie che trasformano le femmine in pagliacci tragicomici, l’ho vista davvero”). Va bene che la madre potesse avere una vita sessuale. Ma essere costretti a immaginarsi la madre nuda, leccata dal dottore, palpata, penetrata…questo lo faceva impazzire.

Viveva così, la Metilde, sporca e matta come un cavallo, nella coscienza di aver ucciso il suo figlio più caro. “È un fardello necessario, il male che non può essere vinto. E cosa siamo noi, se non gli artefici di una volontà più alta, microbi di una malattia universale che coinvolge ogni cosa?”. Poi, rivolta alla nonna: “Penso che ogni madre dovrebbe avere in cuor suo la forza di donare la pace ai propri figli, se li ama davvero”. A fine settembre fu internata nel reparto malattie mentali della clinica San Martino di Pizzengo, stanza 71, e nessuno trovò mai il coraggio di dirle che suo figlio l’avevano trovato il nonno e il Vanni, una mattina, impiccato.

 C’È UNA CONSTATAZIONE

Uscita dal baco della grazia cadendo hai versato inchiostro sulla schiena del mondo, vomitato gli ultimi amanti, ripudiato il tuo dio impagliato, e ora ritorni da questa parte nel buio logico di un vestito da sera, danzando tra gli dei di un Whalalla di infermiere, tirando gli ultimi. O forse era il paesaggio di tralicci e fili a sentenziare ancora un poco “mezza nuda, all’angolo della corsia, quanto ti ho amata”, o le punte dei piedi sottili, i muscoli duri tesi alla farina della strada, la flebo, l’auto che luccica da lontano, come una carrozza. È una stupida follia vivere, e morire la saggia consuetudine.

 C’È UNA CARATTERISTICA FARNETICAZIONE DI METILDE UMBILK

(o morte!)

non muoiono (né vivono), ebbene no, sciocchissimi umoni, razzia di mylordi, scibecche e gualdrappe di lino cinnano i piedi, sfrangiano e sirigirano: allora io, compita, io mesco i pianti e fraternizzo con la morte umanamente (ut mortaliter), penombreggiando in thou foooggyyy sky. Vengono per commiserarmi, vengono a ungermi, a benedirmi. E mi sigillano nella terra, già pronti con insensi e crosifissi kuesti skifosi parenti e io, io sciabordo i tinnuli orifizi del mio corpo, vagina compresa, e mostro il culo!

 C’È LA RICHIESTA DI UN GRUPPO DI BAMBINI A UN VECCHIO, AFFINCHE’ GLI ILLUSTRI LA GUERRA

Oh raccontaci ancora della guerra, dei morti e delle resurrezioni fallite di christi stramazzati e baionettati come fossero spettri nei nostri sogni come fossero bambini timidi e vigliacchi riscattati dal coraggio che rende idioti e prossimi alla morte raccontaci ancora della prima guerra della guerra civile e di come la nostra terra fu squassata dall’impeto delle parole.

 C’È NONNO UMBILK CHE ILLUSTRA LA SUA GUERRA

Come si cuopre e discuopre il cielo con le nuvole infinite io non vidi li Ughi né i Catellini, i Filippi, i Greci, ma sentii per anni l’ultracotata schiatta dei teutoni (e aggiungerei che quello era un paradiso, miei cari, un paradiso fatto di bestioni uno e novanta per cento chili fatti secchi dalle nostre baionette). E vidi gli Arisaka, gli Enfield e i Mauser e i Mosin-Nagant spargere il sangue dei giovani, vidi i Fokker levarsi nel cielo infuocato e il fiume Atanor insanguinato. Non fui con Blériot sulla Manica per la coppa Schneider né guardai Richthofen esanime nella carlinga del Sopwith Camel che Roy Brown abbatté il ventuno aprile del ’18.

Io vissi l’Aprile di sangue dal buco che mi ero costruito nella terra, codardo e impaurito come una bestia zoppa (fece una pisciata lunga da qui a domani, contro il muro, nell’angolo, chiedendo scusa a tutti): si stava rintanati nella poltiglia, nel fango, nello sterco delle bestie coi mosconi che flagellavano la pelle e peraltro infreddoliti, coi piedi ghiacciati, lividi, ma pur sempre si trattava della guerra, porco il diavolo e l’infernaccio suo!

“Pigghiati dui o tri ziovinozz ’ imbecilli e vai”, disse il capitano, mezzo morto per la dissenteria, bianco cadaverico, con un occhio che guardava sempre a sud. E si cantavano inni manichei per quelli a cui veniva assegnato il pretivendolo per l’abluzione o l’estrema unzione (“io non sono cattolico, razza di un becchino con le gengive arrossate, babbuino mortifero e claudicante, non sono ortodosso né ebreo, io sono un contadino, un vero infedele”). E si tirava a campare per spassarsela con le prostitute (si leccò la mano mettendosi il sigaro in bocca e disse merda quanto siamo invecchiati). E si parlava di babbei e mammalucchi che si sfiancavano nei campi mentre noi si faceva il lavoraccio latrinoso per tutti, “se c’è da dare una bella ripulita a questo mondo di merda chiamano quelli come noi, e ci strappano dalle campagne, e ci promettono che saremo noi i figli gloriosi della Patria”. Ma che poi le punture degli insetti ti squartavano il culo mica lo dicevano. E me ne tornai a casa da vincitor, prode della patria, nella luce della gloria etterna che mi consegnò alla storia, prima che quei miserabili preparassero un’altra guerra.

 C’È UNA POESIA GUERRESCA ANONIMA

mappa_citera

Chiamavamo a raccolta le voci dissipate

sulle sponde brulle e insettivore degli stagni,

nei campi gracidanti canzoni sgraziate

(e sulle vostre pietre, perduti compagni)

dove gli stenti delle torce tenute dalle madri

ricordano fantasmi di trattori e aratri

abbandonati nei fossi della mulattiera

che da Sabbione conduce alle forche di Citera.

 C’È UN INCENDIO AL PODERE

Non le dico la disdetta, la stizza. Mi sembra ancora di sentirla, mia mamma: “Comunque ho vissuto la cosa con serenità, magari piangendo un po’ facendo l’inventario col perito dell’assicurazione…”

Si figuri che l’avevamo appena fatta benedire…qualcuno l’aveva anche detto che porta scalogna toccandomi la cerniera della giacca, sbattendo la palpebra sudata, raccontando particolari commoventi: eccola qui com’era, nell’ultima fotografia, con la palma, il pollaio nuovo e i bambini che giocano (cercando giustificazioni per l’intonaco rovinato, la ringhiera del balcone arrugginita, il cortile immerdato che non ci siamo mai curati di ripulire).

***

A destra gli omini ancora appesi nell’armadio nel profumo di pollo fritto, d’incenso (ah,sacrum). Lì vicino brandelli di orsacchiotti, tende, tappeti mai visti…sulla sbarra dimenticato il solito ombrello, un mazzo di chiavi (e dire che quando le cercavo io potevo girare un’ora, rovistando tra caramelle, stracci, chiodi…imprecando…).

***

Le carte da scopa quasi tutte bruciate (riconoscibili solo un settebello e un mezzo re di coppe accartocciato) insieme al vestito della cresima, il giorno più brutto della mia infanzia (“ma non mi dica…davvero…pensi che per la comunione di mio figlio eravamo trenta, a tavola, e mia moglie cucinò un bel bollito misto…dopo un’ora si era già tutti ubriachi, a cantare…”).

***

Dietro la carcassa dell’armadio un 45 giri del ’67 ancora integro, solo un po’ piegato dal calore (e una sciarpa rossa, che ormai mi ero convinto di avere smarrito).

***

E quella poltiglia lì, nei resti del comodino, era una Madonna di Lourdes con acqua benedetta. – Ma pensi che bravo il nostro Butirro, si è ricordato di noi…dalla gita ci ha portato un bel crocifisso, due ceri rossi, una bellissima immagine di un santone indiano e una preghiera in sanscrito (che non c’entravano molto…) (…comunque…vede queste tre parole?…queste qui, mezze ingiallite? significano “pace che sorpassa l’intelligenza”; nessuno di noi aveva pensato seriamente di tradurle…). E quelli sono i bulletti che lo tormentano, gli scemi del bar. È vero che sembra un po’ deficiente, coi pinocchietti e i capelli rasati a metà, ma ha un gran cuore. È davvero un bravo ragazzo lui, di quelli puri.

***

Ma guarda…avevamo anche tenuto la fotografia della nostra prima gallina, quellacattiva, mentre i bambini la rincorrono in cortile…non ho vergogna di dire che sono attaccato ai ricordi. Guardi, ho conservato per dodici anni il biglietto del primo film visto insieme a mia moglie, proprio qui, nel portafoglio…

***

Questa è la cucina, là stava il frigorifero, nell’angolo la televisione. In mezzo il tavolo e sopra il cesto con la frutta. Se osserva lì in basso ci può ancora trovare le bucce annerite, i semi di mandarino, una mezza banana…

***

Il perito dell’assicurazione è quell’uomo sulla cinquantina che cammina sul mio letto annotando cose.

***

La nostalgia non sarà da uomini, come diceva mio nonno, eppure mi sembra ancora di vedere la mia stanza chiara come il giorno in cui il Vanni la imbiancò (e non è un solo fatto di nostalgia o di piagnucolare, sa, ma i dipinti, i quadernetti, i libri, i soldi nel cassetto…). E poi guardi qua, venga un po’ a vedere, il ciliegio morto scampato alle fiamme accanto ai quadri inceneriti…Non le sembra crudele?

***

Va bene che la Vostra Compagnia…i vostri, come dire…soldi…eppure vederla così, uno scheletro nero, mezzo carbonizzato…e poi non ho mai capito chi fosse tutta quella gente che andava e veniva ciarlando con mio nonno di galline, pomodori, mucche, cavalli, peperoni…né ho mai sopportato i muratori attorno, buoni solo a battere colpi e strillare subito dopo pranzo, quando avrei voluto scrivere, leggere, dormire in santa pace…

[A dire il vero sono già impaurito dall’idea della nuova casa in città, col parquet chiaro e l’art decò, che sentirò davvero mia dopo morto.]

 C’È UN FLASHBACK SULL’INCENDIO

Qui brucia tutto, c’è un cazzo da fare. E io già mi vedo rovistare nella cenere per trovarci parole carbonizzate di frasi spezzate a metà, il ciarpame del Vanni, la sedia a dondolo della nonna e le statuette della mamma, per le quali posso dire di aver penato inutilmente. Già mi vedo ritrovare oggetti creduti dispersi: penne stilografiche, armi klingon, scarpe da calcio, bottiglie vuote, parastinchi e cavigliere. E non si tratta di essere bambinoni o immaturi…“Guarda, sto già pensando alle persone bruciate nelle agende, che non rivedrò mai più, e alla letteratura che aleggia nell’aria: ha figura di nevischio nero, ma lento, dondolato in cielo per posarsi sull’orto o sui tetti dei capanni”.

***

Il giovane bracciante nero un podista, un maratoneta, fradicio per lo sforzo immane della corsa, però schizzando a razzo come un centometrista dai blocchi al colpo di pistola, negli sterrati fino in paese, per avvertire qualcuno.

***

I polmoni accesi, saturi di napalm…e pietre, pezzi d’inferno o campagna, la fiaccola che si smorza, nel buio agonizzante (lo scarto tra l’idea e la resistenza, il lattico, l’asfissia…); lascia che altri raccontino della perdita, di quanto la sconfitta incuta. E delle maledizioni sulle scarpette, dei chiodi, delle medaglie…poi quando la morte apparente esplode in gola le prime baracche di Atene…le grida…il terriccio che raccoglie lo svenimento, l’impronta. La natura che si spezza come il nastro, al traguardo.

 SOUVENIR DALL’INFERNO

Sono riemersi i playmobil. Però neri e spettinati, coi vestiti stropicciati dall’usura e il cordoglio nei polsi rotti (forse il Vanni col rastrello, o il vento forte…). Io tornato da poco…cinema-trattoria-birreria…ancora un po’ profumato, i capelli a posto rigidi per il gel (dolcemente allibito dalla scena, come frastornato dopo quattro o cinque birre). Tenerli sulla mensola? Inumarli? Già belli intirizziti per il freddo, carbonizzati, col fortino livellato al letto del rogo, l’indiano e l’operaio fusi in un’unica matassa…“almeno il cow-boy senza testa e il nordista con la gamba scollata…”; difficile ammetterlo ma ecco sulla guancia un lacrimone, inatteso. Ma che vero. Perché adesso sembra facile fare i duri,  gli omaccioni, i senza cuore, sembra facile perdersi in ricordi  spleen  boiate da fotoromanzo…ma qualche decisione, anche sui playmobil, bisogna prenderla. Fare un bel respiro, assumersi le proprie responsabilità, premere la barra del cassonetto…

 C’È IL VECCHIO UMBILK CHE CONVERSA COL PERITO

Mi facesse la gentilezza di controllare, musù, che qui non troverà traccia alcuna di frode. È stata una miserabile disgrazia, musù, di quelle che né io né tantomeno lei avremmo potuto prevedere. Glielo dicesse, ai suoi superiori, che qui si è brava gente di campagna, che lavora la terra e non conosce la sicumera, specie adesso che ci è venuto a mancare uno dei figliuoli più affezionati. Glielo facesse sapere, che non abbiamo intenzione di rubare niente a nessuno, menchemeno a rispettabilissimi signori quali voi sareste se vi guardassi da un altro punto di vista. Gradirebbe un caffè, un tè, un vermut? Guardava tra le macerie, specie nel cumulo di cenere che erano i mobili della cucina.

Se volesse farmi l’accortezza di seguirmi…ecco guardi, è bruciato tutto, persino il ferro. Li vedesse, il dondolo, le statuette che mia figlia amava tanto, i crocifissi di mia moglie, sui quali tanto abbiamo pregato. Ah, l’incendio. L’avesse visto musù, come un mare di vetro mescolato al fuoco, e sul mare di vetro quelli che sembravano morti e ora son vivi. Quelli che cantavano canzoni andando per i campi a raccoglier fiori, li avesse visti musù, correre con i secchielli d’acqua, gridare, piangere. So cosa pensa. Che ora prenderemo i soldi e metteremo su una cascina più grande. Ma vede, io sono troppo vecchio per pensare di rimettere in mare questa barca in malora. E poi nessuno mi potrà restituire la mia poltrona, il mio tavolo.

Capisce musù? Qui non si tratta di una poltrona o di un tavolo qualsiasi, ma della miapoltrona, con l’odore che mi piaceva di sentire, del mio tavolo, con i segni che lo Steno aveva intarsiato con un cacciavite da piccolo (lo sapesse, musù, quanto lo abbiamo sgridato, lo sapesse. Ci vuole disciplina per i giovani d’oggi. Insegnargli a comportarsi, altroché. Ma guardi qui, una p e una m, papà e mamma, capisce? Ci si affeziona, a queste cose). E poi mia moglie! Lo sapesse quanto ha pianto. Glielo dicesse ai suoi superiori che ha pianto tutto ieri, e che poco ci mancava che bastassero le sue lacrime a spegnere il fuoco. Mi creda musù, mai vista una moglie piangere tanto. Ma io musù sono cresciuto nel fango, tra gli stenti, lo sapesse che ho acquistato il mio primo bancone per gelati senza una lira in tasca, firmando pagherò su pagherò. Eppure ho sempre pagato fino all’ultimo soldo. E adesso si figuri se mi metto a piangere. Piangono le donne. Ma gente come noi. Illustrissimo Dottore, gente come noi non può piangere, perché ne va della nostra pubblica attendibilità. Nevvero musù? Mi dia ascolto, qui proprio si tratta senza dubbio di una disgrazia…guardi pure, controlli, rovisti tra i tizzoni, la cenere, vedrà che si sarà trattato di un cortocircuito, una sigaretta lasciata accesa sul divano, una candela…(Anche se a volte, glielo dico sottovoce, ho avuto come l’impressione che i vicini fossero invidiosi di noi, dei nostri campi, delle nostre vigne. Lei mi capisce, vero musù?).

 C’È UN FRAMMENTO DI DIFFICILE ATTRIBUZIONE

Fuggito // ma dove? // gli occhi spalancati, a guardare // ma chi? // uscito una mattina senza salutare, la pancia gonfia di qualcosa, già sbronzo a mezzogiorno, a vomitare nel capanno degli attrezzi. “Non ti riconosco più, ma guardati…” mi sono perso nelle strade di città, tra la folla…gli uomini, sempre loro…scodinzolando, gli eroi, i passanti distratti, i due tipacci che mi prendono a botte…mi gonfiano, mi conducono di fronte alla mia cattiveria, mi guardano lì, pietrificato dalla paura, atterrito…non ho più causa, razionalità, in un metro di marciapiede verniciato di piastrine, globuli rossi, ossigeno. Momento senza umanità o l’umanità ci ha lasciati, una volta per sempre.

La morte è semplice,
il difficile è morire.
Antica massima Jedi

 C’È UN RESOCONTO DI CIO’ CHE SUCCESSE DURANTE IL SUICIDIO DI FAUST

1. Per cominciare tornare indietro, al mattino del giorno dopo, al momento di organizzare le idee. Qualcuno corre nudo in bagno…un’ombra, un padre…mal di testa incalzante, pruriti ovunque, specie nelle parti basse. (Ripensato alla fine, all’arrivo, come a un momento distante). Fuori odori cattivi di primavera, grugniti. Sentori di dimenticanze, assenze, barcollando dal soggiorno in cucina. Ma le galline! Farle prendere aria, nutrirle, ripulire il pollaio sporco, lurido…poi accendere la tv, la radio, mettersi a leggere il giornale, un libro…a metà mattina che noia (il Vanni che mi chiede di aiutarlo, il nonno che mi costringe a caricare la verdura sul camioncino). Ancora da sbrigare le questioni essenziali: fare colazione, rovistare qua e là, vestirsi di tutto punto per uscire.

Uscire esco, ma per andare dove? Certo si potrebbe passeggiare un po’, girare per le strade del centro, guardare vetrine, spingersi fino alla piazza…non si sa mai chi si può incontrare, verso sera, sotto i portici.

(Mi dicevi preferisco morire, crepare come un piccione, annegare nella merda, nella cocaina, nelle poesie d’amore).

Ma guardalo, il deserto che incalza tra le rocce, il cemento che brucia le foglie degli alberi…qualcuno che vende la droga della buonanotte, quell’altro che muore troppo tardi (e senza pagare il conto), i turisti che perdono il tram…(cosa siamo noi, a cosa sembriamo, adesso?)

Più spesso ascoltavo Butirro commentare l’arrivo della primavera con le rondini, gli insetti, le api sull’albero (col fastidio del ronzio e tutto il resto)…“si potrebbe riconsiderare il mondo col metro dei bambini…questo è un cavallo molto grande, questo è un campo da calcio immenso…ecc…”.

Intorno a mezzogiorno è ora.

Il bello è che niente sembra cambiato. Neanche la sedia vuota, i vestiti ancora caldi, il bicchiere con le iniziali o la sambuca lo ricordano. Neppure la poltrona col mezzo pacchetto di marlboro e i fiammiferi, il calendario con la semina del mese, il fazzoletto con le sue iniziali.

2. Verso sera la spesa…in verità non vedendo l’ora di tornare a casa, credo per via del neo spuntato sulla guancia, qualche colpo di tosse, l’amaro in gola…(un tumore…una malattia fulminea…) (ma guarda te cosa vado a pensare mentre compro una camicia azzurra da abbinare ai pantaloni per il matrimonio di una cugina di terzo grado). Provato, stanco, debilitato. Testando il respiro con lunghe boccate di Muratti trovate sul tavolino del bar, accanto a una bottiglia di china martini lasciata aperta, col tappo in terra (questo non so come c’entri…).

3. Alla fine deciso per la città. Passeggiare in centro può risultare diabolico: qualcuno che chiama, fermarsi a fare conversazione…“Non è scortesia, sa, ma davvero non so perché l’abbia fatto…io…mi creda, gli siamo stati vicini fino all’ultimo” – giocherellando col braccialetto, i cerini, i baffi, passandomi goffamente la mano fra i capelli. “Ma così all’improvviso, così solo…” – sperando addirittura nella pioggia, confidando in una domanda meno imbarazzante, magari sul perché ridendo tenessi una mano di fronte alla bocca (per via dei denti, della vergogna).

[…]

Inevitabile poi incontrare parenti e amici, i colleghi, le amanti…“tu devi essere l’amico…il cugino…il compagno di sbronze….”. Può sembrare strano ma non mi toglievo dalla mente il nostro cane investito, rimasto tre ore sul ciglio della strada: in primo luogo non riuscivo a spiegarmi come non l’avessero notato, schiacciato sull’asfalto col cranio rotto… e poi come  avessero potuto chiamare la madre, il padre, lo zio, lasciare che lo vedessero in quello stato…lo confesso, avrei più vomitato che pianto. A noi soltanto una telefonata (e meno male che ero nella vigna).

 CI SONO I PREPARATIVI PER UN FUNERALE

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Di un triste, il circolo parenti & vicini. Tutti agghindati con le facce caritatevoli, i capelli scarmigliati (una zia o una cugina persino col mascara colato insieme alle lacrime, ma macabra…). Un commercio di pacche, abbracci, baci repellenti sulle guance (proprio di quelli lumacosi…della zia della nonna, della cugina della nipote, della suora). Coi vicini premurosi, servizievoli, “se avete bisogno di qualcosa…qualunque cosa…” e i giocolieri, i saltimbanchi, i clown tremendi in giacca e cravatta, i ballerini e Butirro che urla “c’è del lavoro da fare, sveglia pigroni, sveglia!”…

Ma che strano vederli parlottare tra il water e il bidet, scuri, mentre preparano il caffè.

Quasi comico e tenero, poi, osservare il giovane Butirro consolare la mamma trattenendo il fiato, sbattendo le braccia.

“Oh ma che buono…sarà per via della moka…della miscela, dell’acqua, dei fornelli, della mano sapiente…” e avanti col chiacchiericcio, le lacrimucce, le soffiate di naso.

 C’È UN ROSARIO

Alle otto nella cappella. Ma schifosa e in rovina, con l’erbaccia e il puzzo di chiuso. I vestiti imbrattati per la pioggia. E quel tipo col naso grosso, il reverendo scuro che ciarlava con un piccolo crocifisso luccicante tra le mani. Un po’ d’aria alle otto e un quarto. E se smette di piovere, una resurrezione alle nove. “Lo metteremo nella tomba di famiglia, nel piccolo cimitero di San Paragorio, come ha deciso la madre” (Lui dice) Poi ascoltare il programma del prevosto, lo “state tranquilli avrà un’omelia come si deve, era un bravo ragazzo, il Faust” giocherellando col braccialetto, la catenina…“ma veramente io…” col Vanni ad annuire, il Gèp cupo col volto tirato. E poi via col rosario, con le parole sprecate che ricordano gli sproloqui di un vecchio pazzo.

Si può dire tutto il peggio di una tomba,
ma almeno è un posto riparato. 

 C’È UN FUNERALE

Il corteo è partito alle quattro col prete in testa e i parenti stretti, il sindaco e l’assessore, qualcuno dei conoscenti (ho rivisto la signorina F. e le ho portato il tuo saluto, come avevi chiesto). In terra la nausea delle foglie marce raccolte dalle suole dure è per il cielo e le bestie lo stesso male di sempre, la primavera importuna che stravolge le cose (e le fa sembrare stupidamente belle, quasi armoniose).

Comunque vieni giù al riparo dallo schifo verso di noi, il Vanni col cappello Borsalino del nonno e la giacca grigio topo, io nel mio orrendo pullover Galles sdrucito e umido appoggiato al palazzo di cemento sporco. Illogica la porcheria delle villette in collina con la piscina hollywoodiana luccicante quando c’è il sole, illogica la grazia di un funerale a Castrocozzo, semplice com’è semplice la morte (ho anche disdetto con la banda, ho chiesto per quanto possibile di non singhiozzare, di non parlottare).

pullover

***

Certo è orribile la litania, la sbrodoleria, la bava giallognola che gorgoglia dal labbro inferiore del prevosto mentre bofonchia l’eterno riposo tossendo, ma l’immondizia che fiancheggia il marciapiede di fronte alla Cassa di Risparmio, il mezzo pino morto, il vaso di fiori e l’aiuola assassinata dalle carte del Maxibon sono cose vere che galleggiano nel vuoto come dune sporgenti nel deserto del pomeriggio e lo fanno nostro. Quello che era il Sabbionasso, quello che sembrava prima del postmodernismo e degli albanesi, prima della Tim e della Vodafone (quello che era sulle scarpate del vecchio tranvai) è oggi francamente uno schifo di cassonetti e troie, un asilo di bambini denudati dal vento e rivestiti dalle madri in fondo alla piazza. Non c’è neppure più il tuo amico Elia, che d’inverno scendeva dalla chiesa con gli sci per andare al bar. Che cos’era il Sabbionasso.

 C’È UN CIMITERO

Il cimitero è per noi presunti vivi un posto da tenere d’acconto (coi giardinieri e i fiori e altre cose mai viste). Ma il bello è che mi piace. Non per le fotografie (che m’inorridiscono) o per il marmo (monotono). Neppure per le cappelle che portano i segni dei tossici (i lacci, le siringhe, ecc.) e dei ragazzini (qualcuno si è firmato Bin Laden sulla tomba del bisnonno, un altro ha cambiato il nome del Gino in Jim Morrison). Certo non per i cognomi e le date scritte col ferro (che ti costringono a essere quello che sei). Mi piace perché ci sono i rastrelli e le vanghe, e i maiali lì vicino che mi ricordano casa mia.

***

Comunque alle cinque cinque e un quarto era tutto finito. Sembrerà strano, ma quasi quasi mi è dispiaciuto.

***

Poi per l’aperitivo ci siamo trovati al Bar della Pesa, semichiusa in segno di lutto (le serrande abbassate, le cameriere taciturne e sciatte). Il barista ci ha accolti col suo grugno da lupo coperto dal pizzetto lusitano meno curato del solito, in piedi in fondo al bancone con gli zoccoli bianchi da infermiere e la sigaretta accesa nascosta nella mano. Abbiamo giocato a ramino e scopa insieme ai vecchi del paese, bevuto un po’ e fumato molto mentre il Gèp trovava nelle carte il senso di ogni cosa: “questo è il morto che parla, o dovrebbe farlo. In realtà vedi, è silenzioso e pensa alle cose sue”.

“E questo qui, fammi un po’ guardare – infilandosi gli occhiali, strabuzzando gli occhi, spegnendo la cicca –, questo qui è un cinque di picche, buono solo per far numero (al massimo, raramente, per la primiera)”.

Solo il settebello sembrava dare cenni di vita, agonizzante tra le dita luride del Vanni.

In fondo non ci eravamo mai curati di considerare quanto le carte fossero propriamente inutili.

CI SONO I SALUTI PRIMA DI ANDARE VIA

Oh,

hai salutato per me la vecchia Ada la Maria la Sandra i parenti di Scurzolengo le cugine gli zii il sindaco e tutti gli assessori hai salutato il maresciallo il console il proboviro  la Giorgia il Walter quel buon cristiano (che vada all’inferno)  hai avvertito il commercialista il notaio il prevosto il vescovo il macellaio? Che stiano alla larga da me  fino a quando non sarò un cavallo un cane un ratto un insetto un pelo incarnito una pustola.

No perché adesso dormo dove Sabbione piantò l’albero senza foglie, in cima alla collina, giù nella terra senza  nome e più sotto oltre le radici, nell’utero buio di acquamarcia che fu la dimora dei miei padri.

E gli altri che vadano dar via il culo.

albero

Prima di tacere

I racconti del Posto Pulito/13

Rubrica del lunedì (eccezionalmente di martedì)

 Un racconto di un anonimo frequentatore del bar Un posto pulito, illuminato bene

Mantegna_Andrea_Dead_Christ

Mec entrò nella cappella, fece ordine, si fermò a guardare il crocifisso. Uscì dalla cappella, prese la carriola piena dei resti umani mezzi decomposti catalogati con il codice FD4497H e s’incamminò verso il bollitore industriale. A metà strada si fermò. Vide il collega intento a imprecare con la vanga in mano a pochi metri da lui. Guardò il cadavere mezzo decomposto nella carriola.

Poi lui – o qualcun altro per lui – proferì le seguenti parole, pronunciando le quali non mollò mai l’impugnatura dai manici della carriola:

“Povero Cristo, era un cadavere d’una esuberanza infinita, aveva un aspetto trasandato e guasto. E poi la vita, di nuovo. Ho immaginato le sue mani liquefarsi, i suoi capelli infiammarsi come capocchie di fiammiferi. Nemmeno la sua ossessione più cupa, la sua vertigine…Adesso…proprio in questo momento…starà respirando affannosamente, tra santi e cherubini, cercando di urlare: lasciatemi morto ancora un momento, solo un momento, fatemi godere dei benefici dell’oblio…E pensare che era conservato perfettamente, la pelle corificata, l’espressione seria sul volto asciutto…adagiato su un catafalco profumato, la pietra pulita, i piedi e le mani lavate con l’aceto. Tempo qualche mese e avrebbe fatto i vermi, l’ipofisi e la lingua gli si sarebbero atrofizzate, i denti sarebbero tutti caduti! Ah la meraviglia! L’orrore! Lo sbalordimento!

Ah se avessi il coraggio, o la fortuna, ma chi ce l’ha? Verrà la fine del mondo e io ripulirò le tombe dalle ossa. Oh mondo! Che divertimento struggersi! Sì, voglio tormentarmi per il mondo, svenire incosciente e risvegliarmi sconosciuto, voglio abolire rinascite e resurrezioni, mantenere il mio cadavere giovane e allegro, informarmi di tutti i più adamantini processi di mummificazione! Ah, quanto si stava meglio senza di te, Dio! Ah come morirò, superiormente! Con quanta grazia, quanto imputridimento! Sì, d’accordo, perderò i capelli…le unghie…ma con un entusiasmo senza eguali! Morte, morte, morte! Addio Paradiso, addio discepoli, addio dolci signore, addio notte, addio, addio, mille volte addio!

E allora dio quanto mi è lontano, se mi ha dotato di una salute di ferro e di un corpo perfetto? Sybilla! Sono in balia delle tue parole; e allora avanti, mia simile, mia consciagurata, prendiamo fiato e strilliamo insieme la nostra battuta!”

C’era un campo di grano, lì vicino. Mec mollò le impugnature della carriola, fece cinquantasette passi, si fermò, accese una sigaretta, penetrò nel mare giallo sullo sfondo di un temporale primaverile; le onde gli arrivavano alle ascelle. Si guardò intorno, sperimentò una sensazione di galleggiamento, pensò che i colori della natura potevano rendere incredibilmente bello un qualunque posto di merda. Abbassò la cerniera della tuta da lavoro, pisciò sulle spighe; in quel momento decise che non avrebbe parlato mai più.

AAA Attori cercasi per la rappresentazione del Re

 RE DEPRESSO

 Si cercano attori per portare in scena (o meglio, in bagno)

IL RE

Atto unico per due attori e due spettatori da rappresentare nel Bagno pulito, illuminato bene di Un posto pulito, illuminato bene

(Un bagno pulito, illuminato bene. Il Re è seduto sulla tazza del wc, chiusa. Mani in faccia. Si guarda intorno, si stira, si alza, abbozza qualche esercizio di ginnastica (pilates o yoga), sbadiglia, si rimette seduto. Prende un fumetto, lo sfoglia distrattamente. Si rialza, scruta il bagno: passa un dito sopra allo specchio, controlla gli interstizi tra una tessera e l’altra del mosaico, si mette in ginocchio per osservare il pavimento, ecc.) 

RE       (Bussano alla porta). Occupato! (gridando)

(tra sé) Ancora questa tortura…perché questa croce? Lasciatemi in pace!

(Pausa, si sente nuovamente bussare).

RE       (sempre ispezionando ogni interstizio del bagno) La pulizia è tutto. (Pausa, si sente bussare). Chi è pulito è bello. (Bussano più insistentemente). Occupato! (gridando, infastidito). Dalla pulizia della casa si conosce la buona massaia (Altri colpi. Più forte). La pulizia è mezzo nutrimento (apre il rubinetto, si sciacqua il volto) Quest’acqua è…pulita (si asciuga il volto). È tutto pulito (Altri colpi alla porta). Il pavimento è pulito, il mosaico è pulito, tutto è pulito! (Si guarda nello specchio, lo tocca con un dito) lo specchio è pulito! (Pausa). Che torpore, ci vorrebbe una corsetta. (Abbozza una corsetta sul posto, altri colpi alla porta). Pulizia, nettezza, vera bellezza. (Pausa, riflette, guarda lo specchio) Gli specchi e la copula sono abominevoli (Tira lo sciacquone). Ma la copula almeno è divertente (Apre la porta senza guardare fuori, il Segretario personale del Re entra nell’antibagno).

SEGRETARIO           (piuttosto agitato) e allora? Si può sapere che diavolo stai facendo?

RE – E da quando in qua siamo passati al tu?

SEGRETARIO – Sono venticinque anni che ti do del tu.

RE – beh, oggi vorrei che la mia persona venga rispettata.

SEGRETARIO – Venisse.

RE – chi?

SEGRETARIO – venisse rispettata. Non venga rispettata.

RE – (ironico) Il mio Consigliere personale è un esperto di grammatica!

SEGRETARIO – lascia perdere.

RE – e tuttavia non è certamente un esperto di etichetta, se dopo tutti questi anni si ostina a dare del tu al proprio re.

SEGRETARIO – lasci perdere. Va meglio il lei?

RE – (Alterato) neanche per sogno, Cristo! Che disdetta in tutti questi anni non avere imparato le formule.

SEGRETARIO – stai per caso parlando delle formule che il Gran Maestro d’Etichetta avrebbe voluto insegnarti diciotto anni fa? Quello stesso Gran Maestro d’Etichetta che è al confino in quel buco di villaggio sulle Alpi giacché, sono parole tue, “ti rompeva i coglioni”? Ti riferisci per caso a quelle formule?

RE – Credevo fosse stato mandato in un posto al mare.

SEGRETARIO – montagna.

RE – beh, meglio, in montagna ci si sente liberi! (Abbozza un paio di respirazioni pilates, un esercizio elementare, è tremendamente goffo).

SEGRETARIO – Che disdetta in tutti questi anni non essere riuscito a imparare almeno un esercizio di pilates.

RE – ah basta, taci (si siede sulla tazza, passa un dito sugli interstizi tra le tessere del mosaico). Hai notato quanto è pulito questo bagno?

SEGRETARIO – Chissenefrega! Quattro lezioni di pilates alla settimana e non hai imparato niente.

Re – Taci! Un bagno pulito, illuminato bene è fondamentale. L’indice della civiltà.

SEGRETARIO – Possiamo andare avanti?

RE – vai avanti.

SEGRETARIO – Si può sapere…

RE (interrompendolo) – Usando le formule!

SEGRETARIO (seccato) – d’accordo. Si può sapere che cosa diavolo…

RE (interrompendolo) – che cosa diavolo? Ho sentito bene? Ti sembra che le formule regali ammettano l’espressione “che cosa diavolo”?

SEGRETARIO – Non credo.

RE – mi pareva. Avanti.

SEGRETARIO (sempre più infastidito). Posso avere la compiacenza di venire messo a conoscenza della ragione per la quale siete seduto sulla tazza di un water closet, Vostra Altezza Reale? Quando più di venti capi di stato provenienti da mezzo mondo Vi stanno attendendo nel Salone Consigliare? Quando tutti Vostri sudditi stanno attendendo gli esiti di questo Gran Consiglio da cui dipendono le loro scorbutiche vite?

RE – La prima domanda è formulata malissimo, non ho capito niente.

SEGRETARIO – Cristo George, ti stanno aspettando e tu sei seduto sulla tazza di un cesso!

RE (si alza, va allo specchio)– ma guarda lo specchio, Gesù! guarda quant’è pulito!

SEGRETARIO – Diosanto George!

RE – ci tenevo solo a fartelo vedere. E va bene, va bene.

SEGRETARIO – significa che stai per uscire da questo bagno?

(Pausa, Re si alza)

RE – Dimmi: ho mai fatto del bene?

SEGRETARIO – Ma che cosa c’entra adesso? Ti supplico di uscire da questo bagno e seguirmi nel Salone.

RE (Irritato) – prima rispondi alla domanda! Ho mai fatto del bene?

SEGRETARIO – Non intenzionalmente.

RE – Ma casualmente…per sbaglio?

SEGRETARIO – quello non conta.

RE – Eppure ho sempre mangiato le migliori carni e bevuto i migliori vini, mi sono comprato una statua della madonna e una bibbia, ho anche dato dei soldi a quel pitocco del prete, quand’era vivo, e da morto gli ho fatto celebrare un funerale a mie spese. Niente di costoso, ma pur sempre un funerale. I cristiani vanno matti per queste stronzate.

SEGRETARIO – ma non conta.

RE – e come no? Mi sono fatto massaggiare, pulire, lavare, ho soddisfatto una moltitudine di femmine e mi sono fatto idolatrare, venerare. Ho perfino fatto appendere quell’orrore di crocifisso al muro della stanza. Lo sai la paura che mi mette!

SEGRETARIO – (Sta per scoppiare). Ma quello non conta, non conta!

RE – eh conta eccome. (Pausa, rimugina). Ma poi cos’è il bene? Bene, male…tutto si frulla, nello stomaco.

SEGRETARIO – sarà come dici tu. Adesso per favore possiamo andare?

RE – Formula!

SEGRETARIO (Al limite della sopportazione) – Vostra Altezza Reale, potete farmi la grazia di uscire dal bagno?

(Pausa, Re sembra uscire dal bagno. Poi si ferma)

RE – Ma in fondo cosa lascerò al mondo?

SEGRETARIO – adesso non ricomincerai mica eh?

RE – neppure un verso, una frase, che so…un motto di spirito.

SEGRETARIO – quando fai la vittima sei insopportabile.

RE – perfino il basilico sul davanzale è morto…e quante cure gli ho dato!

SEGRETARIO – ma se non l’hai mai bagnato.

RE – che, non gli bastava il mio sguardo? Tu parli di acqua, io gli ho dato i miei occhi. E adesso? Cosa sopravvivrà di me?

SEGRETARIO – Ci sono sempre i tuoi figli.

RE – Oè lascia perdere quei rompicoglioni.

(Pausa, il Re guarda la luce del bagno) Una luce calda è importante, non credi?

SEGRETARIO – George, ti prego.

RE – forse potrei lasciare questo al mondo: la mia luce.

SEGRETARIO (ghigna) – La tua luce! Ma se sembri un buco nero.

RE (eccitato) – Io come luce sono venuto nel mondo, mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce.

SEGRETARIO – ma cosa vuoi lasciare al mondo? Non ne vale la pena.

RE (torna depresso) – è che noi siamo tristi…la vita, quello che c’è dopo, questo, l’attesa di un’altra vita…tutto è triste.

SEGRETARIO – che lagna, ma ti senti? Sempre a piagnucolare. E adesso ti porto fuori di qui (prova a prenderlo per un braccio e a trascinarlo fuori, Re oppone resistenza, c’è una piccola zuffa, al termine della quale i due si ricompongono e Re si mette seduto sulla tazza).

RE – ma quando si mangia?

SEGRETARIO – si mangerà dopo il Gran Consiglio, perché quello prevedono le tue stramaledette formule. Prima si fa il Consiglio, dopo si mangia.

RE – e se avessi fame adesso?

SEGRETARIO – te la terresti.

RE – se il lavapiatti avesse fame adesso, potrebbe mangiare?

SEGRETARIO – ma cosa c’entra il lavapiatti, cristo!

RE – rispondi!

SEGRETARIO – ma certo che potrebbe mangiare.

RE – e quindi mi stai dicendo che se un lavapiatti ha voglia di mangiare alle quattro del pomeriggio può farlo mentre invece un re non può farlo?

SEGRETARIO – il lavapiatti non deve presiedere un consiglio al quale parteciperanno i capi di stato di ventiquattro paesi mondiali e che, te lo ricordo, doveva iniziare alle 16 in punto. Se il lavapiatti dovesse presiedere un gran consiglio di lavatori di piatti, pentolame e posate, allora neppure lui potrebbe mangiare adesso.

RE – siamo alla follia. Trattato a pesci in faccia dai propri sudditi. E dire che ho sempre fatto del bene.

SEGRETARIO – sì, come no.

RE – cosa vorresti insinuare?

SEGRETARIO – Insinuo che quando qualcuno ha chiesto il tuo aiuto hai sempre rifiutato.

RE – Che stai dicendo?

SEGRETARIO – durante la Crisi arrivavano da tutte le parti…ed erano ospiti rispettabili…poeti e attori, pittori e scienziati, medici…tutta gente per bene…chiedevano molto? Chiedevano un po’ di pane, un pasto caldo, un tetto.

RE – E ti par poco.

SEGRETARIO – non gli hai dato neppure una minestra.

RE – ne era rimasta poca.

SEGRETARIO – ce n’era da sfamare un esercito!

RE – eh per un po’ di minestra. L’avranno trovata da un’altra parte. Che mi devo preoccupare io di tutti i pezzenti che mi ronzano intorno?

SEGRETARIO – e tua sorella?

RE (distratto) – credi che a cena ci saranno le costolette d’agnello?

SEGRETARIO – non le servivano che pochi soldi per un viaggio. Ti chiedeva solo un biglietto del treno. Era malata.

RE – ma dove voleva andare ridotta in quello stato? Non stava in piedi! L’ho fatto per lei.

SEGRETARIO – le hai negato l’ultimo desiderio.

RE (distratto) – avrei più voglia di tacchino ripieno.

SEGRETARIO – (Esplode). Pensi solo a mangiare!

(Il Re si agita, cammina avanti e indietro)

RE – credi che mi toccherà l’inferno? (Si segna).

SEGRETARIO – inferno, paradiso. Tutto si frulla, nello stomaco.

(Pausa, rimugina)

RE – ma poi cosa vuoi che sia l’inferno? Solo qualche dannato qua e là che ti piange addosso. Certo mi guarderei bene dal consolarlo. Meglio di questa vita, comunque.

SEGRETARIO – o di starti vicino.

RE – (Si siede). Mi sto rammollendo. Cosa credi che dovrei fare?

Segretario – dovresti uscire da questo bagno e andare in quel Salone a fare gli interessi del tuo popolo.

RE – Qualcosa di più interessante non c’è?

SEGRETARIO – Forse dovresti imparare qualche preghiera e implorare il perdono di dio per quello che stai facendo.

RE – il perdono di chi?

SEGRETARIO – dio. Hai presente quella cosa in cui credono due o tre miliardi di persone? Dio. Lo chiamano così.

RE – ah intendi quello. Ma lui è vendicativo, se ne frega delle mie preghiere.

SEGRETARIO – Magari si accontenta di poco.

RE – Accontentarsi! Quello. Tu vaneggi. S’è mai visto un dio capace di accontentarsi? Ma neppure le divinità ugaritiche, neppure le chippewa, figurarsi il tuo dio. Accontentarsi…(ridacchia)…robe da pazzi. Non ci si accontenta quando si è avidi. E le divinità sono avide. Vogliono tutto. Si è forse accontentato il tuo dio quando gli è stato chiesto di non far succedere…

SEGRETARIO – cosa?

RE – …questo? Questo! Tutto questo schifo che hai intorno!

SEGRETARIO – e chi ha chiesto niente.

RE – Beh, qualcuno l’avrà pur chiesto. Cosa credi che facciano quelle vecchie in chiesa dalla mattina alla sera? E i preti, i rabbini, i muezzin, i bramini, gli sciamani? Cosa fanno? Chiedono. Sacrificano agnelli, giovani vergini, buoi, galli e galline. Postulano, mendicano, supplicano che non succedesse questo.

SEGRETARIO – Sei patetico.

RE – credi che ci sarà il pesce? (Pausa). Sei sicuro che non si possa mangiare adesso?

SEGRETARIO – Forse non ti è chiara la situazione. Ci sono gli arabi, i russi, gli ebrei, gli americani, tutti pronti a prendersi il nostro Paese.

(Pausa)

RE – (Mangiucchiandosi le unghie). Mi annoio.

SEGRETARIO – Ah ma basta, vado ad avvertire che ti sei sentito male. (Si avvia alla porta).

RE – Aspetta! (Segretario si ferma). Stavo pensando…non si può far qualcosa per le donne delle pulizie?

SEGRETARIO – cosa intendi dire?

RE – sono stufo di queste racchie.

SEGRETARIO – ma se non hai fatto altro che decantare la pulizia di questo bagno! E adesso ti lamenti che le donne delle pulizie non sono efficienti?

RE – Ma sono racchie! Non le vedi? Sono due bruttone!

SEGRETARIO – sono brave donne.

RE – sì ma sono vecchie, tolgono la pace ai vivi e ai morti!

SEGRETARIO – (Sfinito). E allora cacciamole! Chissenefrega delle sguattere!

(Pausa)

RE – no aspetta. Per ora teniamole. Saresti capace di trovarne due peggiori.

SEGRETARIO – dio, fulminami! Vado a dire che sei malato.

RE – Aspetta!

SEGRETARIO – Che altro c’è?

RE – C’è che voglio essere un re buono. Un uomo buono.

SEGRETARIO – E ti pare questo il momento di diventare un re buono? In un cesso?

RE –  Da quando in qua utilizzi un linguaggio così colorito?

SEGRETARIO – Da quando siamo rinchiusi in questo bagno!

RE – e penso di restarci. (Si siede, prende il fumetto, lo sfoglia)

SEGRETARIO – Tipico tuo.

RE – spiegati meglio.

SEGRETARIO – ne parlavo giusto ieri con tua moglie.

RE – cosa?

SEGRETARIO – anche lei ha detto che è tipico tuo.

RE (irritato) – ma cosa? Cosa?

SEGRETARIO – parlavamo del fatto che devi imparare a sacrificarti.

RE – Sacrificarmi?

SEGRETARIO – Sì, sacrificarti. Privarsi di, rinunciare a, abbandonare i, spogliarsi delle.

RE – sembra una seccatura. E poi danno la partita. (Tira fuori una radiolina che teneva nascosta, la tiene in mano abbastanza vicina all’orecchio).

SEGRETARIO – che cosa significa quella radiolina?

RE – c’è la partita. Avevo i biglietti. E invece mi tocca stare qui ad annoiarmi a morte con un glottologo della domenica.

SEGRETARIO – non ci posso credere.

RE – non ho mica capito cosa vuol dire sacrificarsi.

(Pausa, Segretario cerca un’idea)

SEGRETARIO – d’accordo, facciamo un esempio.

RE – Gli esempi no, ti supplico.

SEGRETARIO – silenzio. Ci va un esempio. (Pausa). Un bambino suona alla porta.

RE – Proprio mentre inizia la partita?

SEGRETARIO – sì.

RE – non può tornare domani?

SEGRETARIO – no, è venuto oggi.

RE – ma c’è la partita.

SEGRETARIO – cosa gliene importa a lui della partita!

(Pausa)

RE – ce ne sono ancora?

SEGRETARIO – cosa?

RE – bambini.

SEGRETARIO – non so, è un esempio. (Pausa). Non è questo il punto.

RE – e qual è?

SEGRETARIO – il bambino. Vuole che lo aiuti.

RE – ho già mangiato?

SEGRETARIO – non ci provare.

RE – ma ho mangiato o no?

SEGRETARIO – come un bue.

RE – non mi pare.

SEGRETARIO – ma cosa c’entra?!

RE – a stomaco vuoto non mi sacrifico.

SEGRETARIO – sei penoso. (Pausa). Prima si fa il Consiglio! Dopo il Consiglio, quando sarà ora, mangerai.

RE – che barba.

SEGRETARIO – dicevamo del bambino: entra. Si ferma di fronte a te. Piange. (Pausa, il Segretario finge di essere il bambino: fissa il Re che ha sempre la radiolina in mano e l’ha avvicinata all’orecchio). Allora?

RE – allora cosa?

SEGRETARIO – ma di’ qualcosa per la miseria, non vedi che il bambino pende dalle tue labbra?

RE – (non dice nulla, ascolta la radiolina con attenzione).

SEGRETARIO – George!

RE – puoi tornare più tardi bambino? C’è la partita.

SEGRETARIO – fai schifo.

RE – (Lamentoso). Ma proprio adesso deve venire! Che torni a sbavare sulle sue riviste pornografiche.

SEGRETARIO – ma ha otto anni!

RE – se ha la barba.

(Pausa)

SEGRETARIO – Chiedigli almeno cosa vuole.

RE – cosa vuoi bambino?

SEGRETARIO – Bravo. Il bambino timidamente, singhiozzando e un po’ balbettando, comincia a raccontare.

RE – cos’è questa storia del balbettio? Veloce! O lo rinchiudo in soffitta a pane e acqua.

SEGRETARIO – deve dirti cose molto importanti.

RE – tipo?

SEGRETARIO – tipo che la chiesa cade a pezzi.

RE – ma chi se ne frega!

SEGRETARIO – ma fallo parlare! (Pausa). Una delle perpetue è stata ferita da un calcinaccio.

RE – non vorrà mica dei soldi eh?

SEGRETARIO – non vuole soldi. La perpetua adesso è in ospedale.

RE – meno male.

SEGRETARIO – è in fin di vita.

RE – ci mancava solo che battesse cassa.

SEGRETARIO – è la mamma del bambino. Teme che possa morire.

RE – tout lasse, tout passe, tout casse.

SEGRETARIO – Il bambino è disperato.

RE – e cosa c’entro io?

SEGRETARIO – Vive in una baracca tre metri per tre.

RE – Che vada a casa da suo padre.

SEGRETARIO – suo padre è morto. Di claustrofobia.

RE – ma che bambino è?! Un disgraziato!

SEGRETARIO – sei pietoso.

RE – non è colpa mia se hai pensato un bambino che è peggio di Oliver Twist. Hai un’immaginazione crudele, ma neppure a un cane randagio augurerei di avere a che fare con la tua immaginazione. Gesù, mi fai paura!

SEGRETARIO – ah ma basta, sono stanco dei tuoi vaneggiamenti.

RE – non è colpa mia, è che ho un buco nella coscienza.

SEGRETARIO – ma se non ne hai mai avuta una.

RE (balzando in piedi) – Oddio! La mia coscienza è il buco!

SEGRETARIO – (Pausa. S’incammina alla porta, bofonchia tra sé e sé). Ci sono i capi del mondo…i capi del mondo! E lui è seduto su un cesso…il Paese crolla e lui sta seduto su un cesso a raccontare puttanate.

RE – (Sguardo fisso sulla radio, assorto). Da piccoli volevamo entrare allo stadio ma non ci lasciavano entrare…ci arrampicavamo, rischiavamo le chiappe ma no, sempre quella carogna di poliziotto a squadrarci dalla testa ai piedi…(voce del poliziotto)…niente partita bambocci, tornatevene a casa prima che chiami i vostri genitori…(normale)…gli altri entravano da tutti i buchi, come i topi, un vocio incessante…non volevamo mica fare delle malefatte…bastava chiudere un occhio ma no…ci toccava di coricarci nell’erba per sentire la folla…il fragore della massa…neppure i soldi per un panino…gli insetti che ti pizzicavano il culo…(urla)…neanche un panino al salame!

SEGRETARIO – Comunque non fai nessuna pena.

(Pausa)

RE – Albert.

SEGRETARIO – (Si ferma sulla soglia). Sì?

RE – da quanto tempo sei con me?

SEGRETARIO – da quando tua madre mi portò qui.

(Pausa)

RE – ci andavi a letto?

SEGRETARIO – alle volte. Mica niente di speciale. Avrei preferito tua zia.

RE – La zia Clotilde?

SEGRETARIO – no, quell’altra.

(Pausa)

RE – insieme stiamo bene?

SEGRETARIO – sì, come il mal di denti.

RE – ma con me ti annoi, vero?

SEGRETARIO – come con chiunque altro.

RE – Non sono io, è quest’epoca che ci rammollisce.

SEGRETARIO – quest’epoca ci rammollisce? Non ti bastano i russi che si vogliono prendere il Nord, gli arabi che vogliono vietare il segno della croce, gli ebrei che tirano su muri e altri muri, gli americani che sparano a qualunque cosa si muove?

RE – è che queste cose politiche mi annoiano.

SEGRETARIO – ah, il signorino si annoia. Abbiamo nove guerre intorno ai nostri confini, un Consiglio fondamentale con i capi delle potenze mondiali e lui si annoia. Chiuso in un bagno. Seduto sulla tazza del cesso. Potrebbero esserci due agenti del mossad proprio qui, in questo bagno, e si metterebbero a ridere.

RE – Ci sono?

SEGRETARIO – chi?

RE – i due del Mossad.

SEGRETARIO – ma certo che ci sono! Sono proprio qui, seduti accanto a te! Non li vedi?

(Il Re si guarda intorno, si avvicina ai due spettatori, li ispeziona con lo sguardo).

RE – ah ho capito, mi stai prendendo in giro.

SEGRETARIO – sei il Re più perspicace della storia di tutti i reami, da Camelot a Gondor.

RE – Sì! E se solo avessi qualcosa da sgranocchiare sarei anche più perspicace.

SEGRETARIO (irritato) – ma basta! Perché sei diventato…tu?

RE – non me l’aspettavo, credimi. È stato tutto un malinteso. Credo sia successo in un periodo buio della mia vita.

SEGRETARIO – ah perché hai avuto periodi di luce?

RE – di buio più chiaro.

SEGRETARIO (fa per uscire) – Vado a comunicare che sei stato internato in un Istituto.

RE – Aspetta! Non potremmo preparare una guerricciola vecchia maniera, senza tante parole, senza scoppi, (si guarda allo specchio, recita), ah il cozzare di spade contro spade! Non mi dà tanto gusto mangiare, bere o dormire, come quand´odo gridare “all´assalto!”.

SEGRETARIO – Ma a noi serve la pace! Cristo Santo, la pace!

RE – Morte all’uomo che teme la guerra! Adatto solo a marcire nella femminea pace, lungi da dove il valore ha vinto e le spade cozzano! Per la morte di tal baldracche io gioisco; sì, riempio tutta l’aria della mia musica.

SEGRETARIO – La guerra prosciuga le casse!

RE (depresso, si rimette a sedere sulla tazza) – oddio, ormai a questo mondo contano solo più i soldi. Oh come vorrei tornare ai tempi di Bertran!

SEGRETARIO – mi hai stancato. Ti staranno aspettando tutti, che imbarazzo (Sta per uscire).

RE – aspetta! (Segretario si volta).

SEGRETARIO – che c’è ancora?

RE – sbirciamo dalla porta?

SEGRETARIO – perché mai?

RE – per vedere cosa succede fuori.

SEGRETARIO – e va bene.

RE – guarda tu.

SEGRETARIO – sei tu che vuoi guardare.

RE – allora non guardiamo.

SEGRETARIO – come vuoi (Fa per uscire).

RE – Aspetta!

SEGRETARIO – Ancora!

RE – lascia che dia un’occhiata. Una sbirciatina. (Re apre la porta, guarda fuori un attimo, rimette la testa dentro, va a sedersi sulla tazza, impaurito).

SEGRETARIO – Che c’è?

RE – Gente orribile! Gente orribile…che beve e mangia!

SEGRETARIO (Sconsolato) – dirò che sei morto.

RE – Digli che sono stato un uomo buono.

SEGRETARIO – tanto si dice di tutti i morti.

RE – e pulito!

Impressioni sul punto di nascere

Da’ a noi, tu lucente, tu luminoso, Horhorn,
spirto vitale e frutto del ventre.

feto

Ludgard e Krissy stavano parlando di reincarnazione.
Non dovresti essere così agitato, disse Krissy.
Ah no? disse Ludgard.

Si trovavano all’interno della clinica ostetricia Horhorn, a Sabbione, in un corridoio attiguo alla sala parto dove la moglie di Ludgard avrebbe messo al mondo il suo primo figlio.

Durante il periodo di preesistenza, disse Krissy, i feti possono pensare, ragionare. Riflettono senza sosta sulla loro esistenza anteriore e immaginano quella che sta per venire.

Il corridoio era illuminato da un’infinità di neon, le pareti erano costellate di fogli A4 con disegni bambineschi rappresentanti alberi, stelle, gabbiani sul mare, cose così.

Quindi, disse Ludgard, quando ci troviamo nell’utero di nostra madre siamo coscienti della nostra esistenza precedente?
Proprio così, disse Krissy. Ma l’atto del parto ci sprofonda in un profondo oblio.
E perché? domandò Ludgard.
È una cosa inspiegabile, disse Krissy.
La filodiffusione iniziò a produrre una musica che Ludgard riconobbe, era l’Inverno di Vivaldi.
In quel momento due uomini conversavano tranquillamente a poca distanza da Ludgard.

Quando devi scrostare una superficie cementificata da sangue coagulato l’idropulitrice è indispensabile, disse l’Ispettore Traumerei al tizio tremolante rannicchiato sulla sua sedia, il cui nome era Jaro Gutrojn.
Ludgard notò che Traumerei era un ispettore di Nettezza Umana per via della divisa e del contrassegno ricamato sulla camicia.
È il suo primo figlio? chiese Traumerei a Gutrojn.
Gutrojn non disse niente, teneva tra le mani un libretto dal titolo Manuale di Metafisica della Venuta al Mondo per Padri alle Prime Armi e stava pensando che quando si presentò al colloquio preliminare in uno studio luminoso del Centro Sterilità e il dottor Forkuloj gli redasse un programma di rapporti sessuali prestabiliti in specifici giorni al fine di preservare e selezionare gli spermatozoi, egli lo informò che di mestiere faceva l’attore pornografico, che il suo nome d’arte era Brad Pittbull e che si trovava nell’imbarazzante situazione di essere impossibilitato a centellinare e/o selezionare i propri spermatozoi, in quanto per contratto doveva raggiungere un orgasmo ogni tre ore circa, sei giorni su sette, undici mesi e mezzo l’anno.
Io sono al quarto, disse Traumerei. Fare figli è una cosa portentosa!
La sua voce echeggiò nel corridoio e raggiunse un gruppetto di uomini e donne accalcati attorno a un uomo in camice bianco.

Il forcipe, disse il dr. Buskoj detto il Mago del Forcipe al gruppo di turisti, è uno strumento ostetrico mediante il quale, secondo precise indicazioni scrupolosamente osservate, si procede all’estrazione del feto.
L’ospedale aveva varato un piano turistico denominato Turismo dei parti per raccogliere fondi.

Un ragazzo richiuse un libro dalla copertina rossa e bianca e disse ai suoi due amici: il significato della citazione, o della parodia, è che le nostre madri preferirebbero di gran lunga farsi fottere da un branco di negri col cazzo mezzo moscio piuttosto che farsi ingravidare dai nostri padri col cazzo duro.
Interessante, disse uno dei due amici.
E ancora più interessante è notare il pensiero dell’autore relativo alla nascita, disse il ragazzo.

La nascita, disse il dr. Buskoj, è il movimento di entrata, o caduta, in vita di un essere. Generalmente si considera nascita il momento in cui un essere vivente viene espulso dal corpo della madre.
Stava citando Wikipedia. Tuttavia c’era qualcosa, nelle sue parole, un certo modo di pronunciarle, che le faceva sembrare incredibilmente autorevoli.

Il ragazzo aprì il libro a una pagina a caso e lesse: gestazione ovoblastica nell’utricolo prostatico o utero mascolino.
Che significa? Chiese uno dei suoi amici.
Non ne ho la più pallida idea, disse il ragazzo, ma questo libro mi sembra una cannonata.
Nonna Corgan era una delle creature più sensuali e dolci che avesse conosciuto, peccato fosse una baldracca. Partorì tredici figli con tredici padri.
Talis ac tanta depravatio hujus seculi, o quirites.

Cosa state leggendo? Domandò Ludgard ai ragazzi.
Che te ne frega? Rispose il ragazzo col libro in mano.
Ludgard finse di colpire il ragazzo, il quale si ritrasse intimorito, poi alzò il dito medio in direzione di Ludgard.
Arte, non vi (con arte, non con forza).

I feti hanno un’anima? Si domandò Sant’Agostino di Ippona, teologo e padre della chiesa.
Krissy rispose che i feti possedevano indubbiamente un’anima. Molto più che un’anima, disse.

Quanto essere mi dovrò fare prima di tornare a non essere? Pensò un cittadino anonimo sul punto di nascere.

Quindi siamo costretti a nascere e rinascere per sempre? Domandò Ludgard. È questo che mi stai dicendo?
Precisamente, rispose Krissy. Non è magnifico?
Ludgard non rispose.

Il mio cognome in tedesco contiene la parola incubo, o sogno, disse Traumerei. Poi si stravaccò su una sedia e si preparò a sorseggiare una tisana ai frutti di bosco dalle proprietà rilassanti.
Adoperando gli strumenti manuali puoi scrostare una superficie dal sangue coagulato, proseguì Traumerei, ma un alone di sporco persiste sempre, soprattutto quando è mescolato con tessuti corporei come per esempio capelli, frammenti di cranio, cartilagini e robe simili.
Jaro Gutrojn si mordicchiò le unghie e cominciò a sfogliare il Manuale di Metafisica della Venuta al Mondo per Padri alle Prime Armi.

Il forcipe è costituito essenzialmente da due branche, disse il dr. Buskoj, della lunghezza di una quarantina di centimetri, facilmente articolabili tra loro. In ciascuna di esse, la parte destinata alla presa della testa fetale (cucchiaia) è formata da un anello di metallo appiattito, che delimita uno spazio aperto (finestra), della larghezza di circa 5 centimetri.

Quando il dottor Forkuloj gli prospettò una cura a base di un intruglio giallognolo in grado di accrescere a dismisura la motilità e la fertilità degli spermatozoi, avvertendolo che si trattava di una cura sperimentale e non del tutto priva di effetti collaterali, Jaro Gutrojn rispose che avrebbe acconsentito a fare da cavia, per così dire, se quel termine poteva essere utilizzato in un simile frangente.

Il modo migliore per venire al mondo, disse il dr. Buskoj, è un bel forcipe.
Non è pericoloso? domandò un’allieva del terzo anno.
Tra i turisti c’erano anche alcuni studenti del terzo anno.
Trovatemi qualcosa che la gente non giudichi pericoloso e sarete persone ricche, rispose il dr. Buskoj.
Altri sostengono che sarebbe preferibile utilizzare una ventosa, disse un’allieva.
Come se una ventosa sturacessi potesse sostituire il glorioso forcipe, disse il dr. Buskoj piuttosto adirato.

L’Inverno di Vivaldi inondava il corridoio di un vento gelido e travolgente.

Dopo che il dottor Forkuloj annuì, confermando che certo, il termine cavia, in quel frangente, era decisamente appropriato, Jaro Gutrojn avvertì un brivido provocato dal pensiero dei possibili effetti collaterali dell’intruglio giallognolo.
Traumerei si commuoveva ogni volta che ascoltava l’azione della pioggia che cade lenta sul terreno ghiacciato nel secondo movimento dell’Inverno di Vivaldi, e quella volta non fece eccezione.
Le lacrime iniziarono a scivolare sulle pareti del naso e raggiunsero il labbro inferiore. Con la lingua ne assaporò una, provando la netta sensazione che il gusto fosse quello delle pile alcaline al contatto con la lingua.

In tutti i casi il forcipe non mi pare una grande soluzione, sia per il feto sia per il corpo femminile, disse una turista al dr. Buskoj.
Il corpo femminile, da un punto di vista scientifico, è del tutto irrilevante, disse uno degli allievi del terzo anno.
Continuate pure a considerare il corpo femminile come una mercanzia, disse la turista.
Il principio secondo il quale il corpo femminile è da sempre oggetto di mercificazione è un principio rivedibile, certo, ma grazie a dio è ancora così, disse il dr. Buskoj.
Per dio, dottore! urlò una turista.
Amore amaro! | La libertà dell’uom vale un tesoro, | E quella della femmina un denaro, canticchiò il dr. Buskoj.
Gli allievi del terzo anno e alcuni turisti risero. Le allieve del terzo anno e alcune turiste si schermirono.

Il corso di Metafisica della fisica della venuta al mondo studia le inerenze con le quali l’essere umano oppugna la caduta in vita o venuta al mondo (nascita) al contrario non disdegnando affatto le circostanze antecedenti alla fecondazione di un nuovo essere umano (scopàte), incoraggiandole incessantemente, ricercandole ovunque, propugnandole stentatamente.

Da quando in qua sono ammessi turisti all’interno della clinica ostetricia? domandò Ludgard.
Da quando ha bisogno di soldi, rispose Krissy.

Per tornare al forcipe, disse il dr. Buskoj, i manici sono diritti, mentre le cucchiaie presentano una duplice curvatura; esse, le cucchiaie, a strumento montato, dapprima divergono l’una dall’altra, poi convergono, fino quasi a toccarsi (curvatura cefalica, che è destinata ad accogliere la convessità della testa fetale).

Ludgard Hordegaz, quarantatré anni, gli occhi verdi e i capelli castani, era in attesa di abbracciare il suo primo figlio, e la tensione lo stava consumando.
In realtà tuo figlio ha già vissuto innumerevoli vite, è già nato decine di volte, disse Krissy.
Ma io le altre volte non c’ero, disse Ludgard.
Pensa che costruendo un apparecchio adatto si potrebbero persino raccogliere le osservazioni dei feti sul punto di nascere, disse Krissy.
Credi davvero a queste stronzate? domandò Ludgard brutalmente.
Un tale di nome Dagoberto Kopius ha dimostrato che la preesistenza è uno stato di coscienza, disse Krissy scocciata.
Riflessioni sul punto di diventare padri: se esce mongoloide mi rovina la vita. Ma se uscisse comunista? Gli piaceranno le cose che piacciono a me? Mi renderà fiero di lui? Quanto tempo passerà prima che mia moglie vorrà di nuovo fare sesso?
Ludgard desiderò entrare in sala parto e fermare tutto, poi si sollevò dalla sedia e cercò la sala fumatori.

Se si appoggia il forcipe su un piano, disse il dr. Buskoj, si osserva che le cucchiaie non sono allineate con i manici, ma descrivono una curva, denominata curvatura pelvica, destinata ad adattarsi alla curvatura del canale del parto.

Op-là maschietto op-là!

Con la Metafisica della fisica della venuta al mondo assistiamo quindi alla fondazione di una dialettica non più intesa aristotelicamente (tesi-antitesi) né hegelianamente (movimento a spirale con ritmo triadico a tre lati) ma a una dialettica elicoidale in cui il movimento tesi-antitesi viene sostenuto e disgregato continuamente da una sintesi e da una dieresi. Abbiamo tesi-antitesi tra l’efferata opposizione dell’essere-in-potenza (feto), perfettamente cosciente in quello che Kopius definisce andròne d’aspettazione, e l’effimera voluttuosità (libidine) dell’essere produttore (genitòre), il cui comportamento si presta a una duplice interpretazione: nella prima alternativa egli, immemore, oblia il proprio sentimento fetale e anzi lo ribalta, essendo egli certo che tutti gli esseri pre-esistenti (non ancora nati) siano desiderosi di cadere in vita (nascere). Questa prima alternativa si definisce alternativa innaturale o ingenua.

In principio era il verbo, disse il dr. Buskoj, ma subito dopo venne il forcipe. In buona sostanza le motivazioni che spingono due adulti a desiderare di mettere al mondo un figlio non sono affar mio. Ciononostante ritengo che farebbero meglio a riflettere sul significato di queste parole: rabbrividisco al pensiero del futuro d’una razza in cui siano stati seminati i germi di una simile malizia.
Quale malizia? Domandò una turista.
Buskoj non lo disse.
Ma considerate che: vostro figlio potrebbe essere un uomo di merda, disse Buskoj.
Buon dio, dottore! Esclamò un’allieva.

Nella seconda alternativa l’essere produttore (genitòre), ben conscio della volontà di non cadere affatto in vita (non nascere) di chi deve ancora cadere in vita (nascere) agisce di proposito, per ripicca o vendetta ancestrale, perpetrando così una finalità doppia (due piccioni con una fava): gustare quell’effimera ma divertente voluttuosità (libidine) mediante circostanze antecedenti alla fecondazione di un nuovo essere umano (scopàte) e negare a un essere pre-esistente (non ancora nato) il piacere della non caduta in vita (non nascita), trascinandolo in questo stato aggrovigliato e viscido delle cose (mondo). Questa seconda alternativa, detta alternativa naturale o premeditata, è la più accreditata tra gli studiosi.

Traumerei guardò fuori e vide che stava spuntando il sole.
Che significa mettere al mondo un figlio? gli domandò Jaro Gutrojn.
Un figlio è il singhiozzo di una creatura egoista, rispose Traumerei.

Op-là maschietto op-là! Op-là maschietto op-là! Op-là maschietto op-là! Ovvero ciò che succedeva nel frattempo alla moglie di Ludgard Hordegaz.

I muscoli lunghi dell’utero si contrassero, dall’alto verso il basso, fino alla fine. Quando la contrazione terminò, i muscoli si rilassarono e diventarono più corti di quanto erano all’inizio della contrazione stessa. La cervice si alzò al livello della testa del bambino e si dilatò completamente, causando la rottura spontanea delle membrane amniotiche. La signora Hordegaz fu colta da un forte dolore lombosacrale e cominciò a urlare, a gridare, a dimenarsi, e insomma a fare tutte quelle cose che debbono fare le donne che hanno letto la bibbia.
Ludgard piombò in sala parto ma era troppo tardi, gli addetti si stavano già adoperando per espellere dal corpo di sua moglie qualcosa che avrebbe dovuto assomigliare a un essere umano.
Ludgard non sapeva bene come reagire.

Impressioni sul punto di nascere: Emil Cioran, filosofo e saggista rumeno, “Vorrei tanto non nascere mai”, e nacque; Adolf Hitler, politico austriaco naturalizzato tedesco, “Se non nascessi qualcuno noterebbe la mia assenza?”; Gesù Cristo, “Credetemi, non ne posso proprio fare a meno”; James Joyce, scrittore irlandese, “La pitta è piena. La via è libera. La sorte è segnata. Come chi è venuto ritorna. Farvel, Farerne. Addio, abbuonabarca!”; Henri Robert Marcel Duchamp, pittore francese, “D’altronde, sono gli altri che nascono”; Filippo Tommaso Marinetti, poeta italiano, “Adesso o mai più!”.

Ludgard Hordegaz squadrò il feto che era suo figlio sconfinare da questa parte della vagina di sua moglie, in questa vita, ebbe una fugace e incomprensibile sensazione di felicità, poi svenne.

Il Narratore Onnisciente molto giù di corda

Il Narratore Onnisciente è molto giù di corda.

È talmente giù di corda che per scrivere le storie dei suoi “personaggi” ha chiesto aiuto al popolo di Twitter, di WordPress, di Facebook, agli inquilini del suo condominio, ai suoi colleghi d’ufficio, a quelli dell’impresa di pulizie, ai suoi compagni delle superiori e delle elementari, ai suoi pochi amici.

#ScriviIlPersonaggio per dare una storia ai personaggi del Narratore Onnisciente molto giù di corda, di 140 caratteri in 140 caratteri, oppure di cartella word in cartella, di foglio excel in foglio, di telefonata in telefonata;

I personaggi sono:

– l’aspirante poliziotto (che per mancanza di requisiti non riesce ad entrare in polizia);

– la cassiera del supermercato che desidera un figlio;

– tutti gli altri che volete voi: il mondo, per chi ha immaginazione, è sterminato, praticamente infinito. E il Narratore Onnisciente ha il blocco dello scrittore.

#happyEnd per concludere le storie;

questo, se ho capito bene, dovrebbe diventare un #meme (ma non lo diventerà, perché non ho minimamente il tempo di seguire la cosa).

Aiutate il Narratore Onnisciente col Blocco dello Scrittore!

Lui in cambio vi offrirà da bere in Un posto pulito, illuminato bene!

 GROUCHO

 §

 Il Narratore Onnisciente molto giù di corda – il racconto base

Martedì.
Sono stato a casa sua e il suo domestico mi ha aperto la porta prima che potessi suonare il campanello.
Lui mi ha accolto con il suo caratteristico drink in mano, la sigaretta accesa e in sottofondo una qualche sinfonia di Beethoven.
La sua abitazione è sontuosa: divani settecenteschi e dipinti a olio, candelabri d’argento e arazzi raffiguranti pale d’altare o uomini colti nell’atto del combattimento.
Un’ala è dedicata alla contemporaneità, con una copia originale di Nighthawks di Hopper sulla parete a Nord, circondata da figure minori dell’Iliade e dell’Odissea.
Eppure il Narratore Onnisciente è dannatamente giù di corda.
Mi ci vorrebbe qualcosa, ha detto, qualcosa di non so che.
Qualcosa?”
“Sì, qualcosa”.
Scrutava l’interno del suo bicchiere agitando l’intruglio rossiccio che risiedeva all’interno.
La sua situazione è semplice e terribile.
Egli sa tutto ciò che accade e che accadrà, conosce nei dettagli i pensieri dei suoi interlocutori, sa come agiranno e perché, sa che ogni abitante della sua città è in attesa che succeda qualcosa.
Ma lui ha lo sguardo stanco.
Forse si annoia.
Ciononostante prova a mettere i suoi ospiti a proprio agio, con domande che qualsiasi uomo non onnisciente potrebbe fare.
“Bene, Gim, che hai fatto di bello, qualcosa?”.
“Niente di che”.
“Tua figlia studia sempre francese?”.
“Francese e tedesco. Ma io credo sia più portata per lo spagnolo”.
“Non credo che lo spagnolo faccia per lei”.
“Sì, forse hai ragione. A proposito, cosa stai bevendo?”.
“Che maleducato, è succo di pomodoro con vodka e peperoncino, ne vuoi un bicchiere?”.
Ecc.

Mercoledì.
Sono nell’immensa cucina, dove mi servono la colazione. Il Narratore Onnisciente arriva con passo tranquillo, avvolto da una voluminosa vestaglia. Calza babbucce arabe.
“Vorresti che succedesse qualcosa, vero?” Domanda.
Sa sempre quello che ti frulla per il cervello, e questa a dire il vero è la cosa più fastidiosa di tutte. In qualche modo sa già come andrà a finire.
Si siede sulla sua poltrona, attacca un qualche disco. Sa bene quale disco gradirei ascoltare. Se per caso il disco che suonerà non sarà di mio gradimento, allora saprò che lui l’avrà fatto apposta.
Attacca il Requiem in Do minore del Cherubini, e per qualche motivo mi rendo conto che lo detesto. Lui lo sapeva.
Forse non gli sono simpatico.

“Speravo che venendo qui potesse succedere qualcosa”, dico.
Lui mi guarda un po’ di traverso, si versa un bicchierino.
È spaventosamente giù di corda.
Rimaniamo silenziosi ad ascoltare il Requiem in Do minore nel suo studio.
So che non è per nulla felice.
“Vuoi che accenda la radio?”, mi domanda.
Non so cosa rispondere.
Oggi è mercoledì e il mercoledì solitamente è un buon giorno.
Ma non succede niente.
Il Narratore Onnisciente si alza, cammina in direzione della radio, fa per accenderla, poi decide di no.
“Non è facile tirare avanti quando tutti si aspettano da te una qualche svolta”, dice. “La gente vorrebbe svolte in continuazione, colpi di scena, come si dice, un coup de théatre”.
Lo guardo con attenzione.
“Ma non è così semplice”, dice. “Spesso le cose vanno avanti così, strisciano semplicemente, si strascicano”.
Decido di prendere in mano la situazione.
“Forse potremmo … uscire di casa”, suggerisco.
Lui mi guarda, poi chiama il suo domestico.
“Prepara la macchina”, dice.
“La Bentley bordeaux?”
“No, oggi mi sento più da Limousine nera”.
Durante il tragitto in automobile non dice niente. Si limita ad aprire un vano della Limousine. Si prepara un gin tonic.
“Ne vuoi un sorso?”, domanda.
“Forse dovresti contenerti”, consiglio.
“Una volta non era necessario che smuovessi il culo dalla mia scrivania”, dice. “Bastava che me ne stessi seduto lì, nel mio studio, e le cose succedevano”.
Non me la sento di dissentire.

Siamo in un supermercato.
Il Narratore Onnisciente scruta i volti delle persone. Le persone scrutano il volto del Narratore Onnisciente. Sono tutti appesi a un filo. Stanno tutti aspettando qualcosa.
Lui si avvicina al comparto surgelati e mette una pizza nel carrello.
“Questa volta ti sei ricordato la tessera dei punti?”, domanda al suo domestico.
Il domestico annuisce.
“Bene”, dice il Narratore Onnisciente.

Alla cassa la cassiera lo guarda implorante.
Il Narratore Onnisciente capisce la situazione al volo.
“Cosa vorresti che ti succedesse?”, le domanda con tono sommesso.
La cassiera saprebbe molto bene cosa rispondere. Tuttavia non apre bocca. Sorride professionalmente, fa il suo lavoro.
Il Narratore Onnisciente la incalza: “Chi sei? Qual è la tua storia? Cosa ti succederà quando uscirai da questo supermercato e camminerai per le strade di questa città?”.
La cassiera passa la pizza surgelata sul lettore.
“Sono quattro e cinquanta”, dice.
“Oddio, come mi sono ridotto”, mormora il Narratore Onnisciente. “Domandare agli altri di fare il lavoro per me”.
“Forse ci sono altri modi”, dico io. “Dopotutto un supermercato non mi pare così, come dire, stimolante”.
Il Narratore Onnisciente ha un lampo di lucidità, quasi come se gli fosse affiorato un barlume d’idea.
“Saliamo in auto”, dice.
“Dove andiamo?”, domanda il domestico alla guida.
“Svolta sempre a destra”, dice.
La città è un po’ morta.
“Siamo d’estate”, dice il Narratore Onnisciente. “Un normalissimo mercoledì d’estate”.
“In autunno succedono più cose?”, domando io.
“Può darsi”, dice lui.
“Continuo a svoltare a destra?”, domanda il domestico alla guida.
“È che non so di preciso dove andare”, dice il Narratore Onnisciente. “È una situazione imbarazzante”.
Ci fermiamo in un bar di Montemagno.
“Questo è l’unico posto in cui mi vada ancora di bere qualcosa”, dice il Narratore Onnisciente. “Un Posto Pulito, Illuminato Bene”.
Beviamo un drink senza dire niente.
“E adesso?”, domanda il Narratore Onnisciente.
“Beh”, suggerisco io, “per esempio potremmo andare alla centrale di polizia. C’è sempre qualcosa da far succedere in una centrale di polizia”.
“Torniamo a casa”, dice lui. “La centrale di polizia mi fa venire in mente quel povero ragazzo”.
“Quale ragazzo”, chiedo io.
Lui non risponde. Sta pensando ad altro.

Giovedì.
Sul suo scrittoio, in evidenza, c’è un biglietto aereo per le Hawaii poggiato sopra un libro di Conrad.
Il Narratore Onnisciente sembra tentennare, quasi come se fosse ignaro di qualcosa. Afferra una statuina e la scaraventa con forza contro il bovindo.
Sono intimorito. Che sia io la causa della sua agitazione?
Anche il giovedì solitamente è un buon giorno per far succedere qualcosa.
Eppure quel qualcosa ci sfugge.
Suona il telefono. Il Narratore Onnisciente risponde. Per un momento sono convinto che qualcosa sia successo: un omicidio, un suicidio, qualcosa. Un tempo ogni volta che squillava il telefono c’era sempre un buon motivo.
Invece si tratta solo di un sondaggio. Il Narratore Onnisciente ne era a conoscenza, e infatti risponde asetticamente.
Ha perso l’entusiasmo.

“Bisogna sempre trovare un modo per fare avanzare la storia”, dice. Tutte le storie.
Ingoia un’aspirina.
“Mica facile. Non riesco a concentrarmi, è una situazione sgradevole. E là fuori le persone tirano avanti facendo semplicemente cose da persone. Bevono, mangiano, lavorano, fanno l’amore. Vorrebbero fare di più, lo capisco. Ma io credo di aver perso il tocco”.
Non l’avevo mai visto così giù di corda.

Venerdì.
Lo incontro nel suo studio.
“Nel complesso”, dice, “la giornata di ieri è stata un vero fiasco”.
Non so dargli torto.
“C’è qualche speranza che oggi sia migliore?”, domando.
“Ne dubito”, risponde lui.
È irrequieto. Armeggia con vecchi ritagli di giornale, osserva i souvenir sul suo scrittoio.
“Quel tipo che sognava di entrare in Polizia, ce l’ha poi fatta?”, domando.
“Bastava poco, ci era arrivato davvero vicino; si era anche provato il cappello, l’uniforme gli calzava a pennello. Ma no, non ce l’ha fatta”, dice lui.
Ha un espressione malinconica.
“Vedi, questo è il tuo problema”, dico io.
“Non aveva i requisiti, ho fatto tutto ciò che era in mio potere”, dice lui.
“Avresti potuto fare di più”, dico io.
“Forse avrei potuto”, dice lui, “ma non sarebbe stato realistico”.
Il Narratore Onnisciente si prepara il tradizionale succo di pomodoro con vodka e peperoncino.
“Ho preso una decisione”, dice sommessamente.
Non lo incontro più per il resto del giorno.

Sabato.
Scendo in cucina e faccio colazione. Cerco il Narratore Onnisciente ma lui non c’è.
Che sia partito per le Hawaii? Forse è la cosa migliore per entrambi.
Ma se lo merita davvero?
Leggo il biglietto che ha lasciato sul suo scrittoio:
“Osservo i cittadini in televisione, dal bovindo del mio studio, li ascolto alla radio.
Avrei voluto dare una vita migliore a queste persone.
La commessa del supermercato voleva lottare per ottenere un mondo in cui gli animali non vengono barbaramente trucidati per farne pellicce, desiderava un posto di lavoro stabile e appagante, pregava ogni sera per avere un figlio.
Per quale ragione non le ho dato quello che sognava? Che cosa mi sarebbe costato? Lo so, non sarebbe stato credibile, ma che cosa mi sarebbe costato? Perché non le ho lasciato almeno un accenno di illusione che tutto ciò fosse possibile? Il mio ego mi opprime, e opprime queste brave persone. Il male non trionfa sempre, o non trionfa sempre del tutto.
Avrei voluto dimostrare che dopotutto la vita è davvero meravigliosa.
Invece tutto ciò che sono riuscito a pensare per loro è un mondo distorto nel quale vivere.
Verosimilmente sono io a non funzionare. È la mia esistenza a essere distorta.
La gente vuole credere di poter contare sulla possibilità che il mondo possa subire una perturbazione benevola, di tanto in tanto. Magari impercettibile, ma vera.
Questa gente pretende uno scompiglio nell’impossibilità delle cose, uno sconquasso che le renda possibili.
Io non sono stato in grado di donarglielo.
Ma posso ancora fare qualcosa. Ci deve essere qualcosa che possa fare, instillare una speranza, illuminare un pertugio, inscrivere qualcosa di indelebile sulle pietre dei loro cuori.
Sì.
Qualcosa posso fare. Il groviglio delle loro vite è inestricabile, ma qualcuno che provi a sbrogliarlo c’è sempre, da qualche parte.
Qualcuno che riesca a trovare una speranza laddove la speranza non esiste, qualcuno che superi il controllo della propria immutabile esistenza e si ribelli a ciò che era stato predisposto per lui.
Qualcuno c’è, ci deve essere. Potrei provare a domandare ai miei follower di Twitter, agli amici di Facebook.
Magari loro…”.

Ora so che è partito. Lui ci ha lasciati.
E io, cosa ci faccio ancora qui? Sono io il narratore, adesso?
La mia vita striscia semplicemente. Faccio l’amore come tutti, fumo una sigaretta come tutti, sorrido come tutti; ci vorrebbero delle svolte ma le svolte non ci sono; servirebbe qualcuno che facesse accadere qualcosa di bello, qualcuno che conoscesse le nostre emozioni e i nostri sentimenti, qualcuno che scrivesse le storie di noi tutti.
Cionondimeno la gente sfugge, i narratori si infiacchiscono e si annoiano, giacché scrivere storie è tremendamente difficile, e scriverne gli happy end ancora di più.

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Intervista a Stefano Trucco, autore del romanzo Fight Night – sabato 6 dicembre in Un posto pulito, illuminato bene

Premessa: su FIGHT NIGHT, il romanzo di Stefano Trucco

Personalmente della lotta non me ne importa un fico secco. Se dovessi stilare una lista di argomenti di mio interesse in un romanzo, la lotta – e intendo la lotta in ogni sua forma: di strada, da ring, da cortile, eccetera – probabilmente verrebbe dopo l’uncinetto e il curling.

Ciononostante – o forse proprio grazie a ciò – posso ritenere il romanzo Fight Night di Stefano Trucco un romanzo degno di essere annoverato in quella striminzita fetta della narrativa contemporanea che può puntare a essere considerata letteratura. Per il sottoscritto, che di Fight Night è arrivato a pagina 202 (su 402), lo è indubbiamente. Non mi serve arrivare alla fine per riconoscere questa caratteristica in un romanzo; non saprò scrivere una recensione, ma una cosa me la riconosco: sono dotato di orecchio per le cose letterarie.

Dicevamo del mio totale disinteresse per l’argomento lotta.

D’altra parte la letteratura è proprio questo: la grande occasione di superare il particolare per addentrarsi nell’universale, affrontando argomenti che spesso fungono da ‘pretesto’ per un’analisi approfondita di tutt’altro, partendo dall’essere umano nudo e crudo per raccontare le sue pulsioni, le sue paure, la sua meschinità, le sue gioie, eccetera.

Sia ben chiaro, non sto dicendo che in Fight Night la lotta sia un pretesto, un espediente: sto dicendo che partendo da un argomento che al lettore non interessa, uno scrittore bravo può riuscire nell’impresa di far superare l’orizzonte degli eventi (l’indifferenza all’argomento) al lettore per trascinarlo nel gorgo della meraviglia letteraria, cioè quel sentimento razionale (è una contraddizione, ma non saprei come definirlo altrimenti) che ci coglie quando il linguaggio riesce nell’intento di aprire una breccia in qualunque cosa (conosciuta o sconosciuta) per farcela scoprire, riscoprire o semplicemente per mostrarcela da un’angolatura diversa.

Credo che Stefano Trucco riesca in questa impresa, ed è principalmente per tale ragione che vi consiglio di leggere il suo libro, anche se – o soprattutto se – della lotta non ve ne importa un fico secco.

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 Su Stefano Trucco (brevissimamente)

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Stefano Trucco è nato a Genova nel 1962. Ha partecipato al talent show per scrittori Masterpiece su Raitre e si è classificato terzo.

Dopo essermi imbattuto nel libro di Nikola Savic (primo classificato) ed averlo richiuso in cinquanta pagine, e dopo il libro di Raffaella Silvestri (seconda classificata), ho l’impressione che almeno una cosa buona il programma di Raitre ce l’abbia regalata, oltre alle gambe di Taiye Selasi: uno scrittore – Trucco – che prova ad aggiungere qualcosa alla letteratura italiana.

Vi lascio all’intervista, nella quale non ho approfondito volutamente alcun tema del romanzo. Per quello ci sarà la presentazione al Posto pulito, illuminato bene.

L’intervista (finalmente)

Partiamo dall’inizio, con la solita domanda: quando hai iniziato a scrivere?

Da giovanissimo, con una vasta produzione fantascientifica priva di qualsiasi merito e per fortuna interamente persa (vivo nel terrore che qualcuno ritrovi un qualche manoscritto…). Poi, verso la fine degli anni Ottanta, comincio a lavorare e, poco a poco, entro nel buco nero del blocco dello scrittore che dura fino al 2010. Nel febbraio di quell’anno miracolosamente ricomincio a scrivere: prima l’ennesimo romanzo di fantascienza, difettoso ma che un giorno pubblicherò, e poi il mio primo romanzo ‘realista’, cioè Fight Night.

Dove  e quando – in quale momento della giornata/nottata – scrivi? E come? A mano, pc, macchina da scrivere, pena d’oca, ecc.

Sera presto (al mattino mi devo svegliare alle 6). Poi la domenica pomeriggio, di solito la giornata di scrittura più intensa. Sono saltato dalla penna al Pc saltando la macchina da scrivere. 

Il genere che senti più tuo è il romanzo? Il racconto? L’operetta? L’enueg? Il Plazer? Altro?

 Come scrittore, il romanzo. Come lettore ill saggio breve, l’aforisma, l’antologia, la recensione come forma letteraria – ho letto molti più libri di storia che romanzi.

Senza la televisione, quindi senza Masterpiece, saresti riuscito a pubblicare Fight Night? Lo hai spedito a molte case editrici prima di approdare in tv? Hai ricevuto rifiuti, i soliti sovrumani silenzi (non leopardiani, ma editoriali), oppure cosa?

Esattamente: silenzio. Silenzio-diniego. Forse, insistendo per anni e anni, sarei riuscito un giorno a convincere un editore. Forse mi sarei abbandonato agli abissi dell’autopubblicazione. Forse mi sarei scoraggiato (non è che abbia poi tutta quell’autostima). In linea generale devo dire che sì, probabilmente senza Masterpiece non ci sarei riuscito. Che nell’estate del 2013 si sia aperta una porta, subito richiusa, e che io, con molte esitazioni, mi sia deciso a entrare non si può definire altro che una gran botta di fortuna.

Sei un tipo sicuro di sé relativamente alla tua scrittura? Mi spiego: quando scrivi qualcosa hai la convinzione che sia una cosa buona o sei roso dal dubbio e dall’insicurezza?

Per niente. A rari momenti d’esaltazione si alternano prolungati dubbi (ricordati: 20 anni di writer’s block…). Ancor oggi, sfogliando le pagine del libro ormai stampato, noto frasi goffe che avrebbero potuto essere migliori. Però l’esercizio conta e sono indubbiamente più fiducioso dei miei mezzi rispetto al passato.

Qual è il tuo drink preferito? (Ricordati che siamo un bar).

Scarsa resistenza agli alcoolici. Mi fermo alle birre chiare (Menabrea), ai moscati e agli spumanti, anche lì senza esagerare. Un tempo fanatico bevitore di Coca Cola e simili ora ho smesso quasi del tutto. Ah, il pomodoro condito. Il caffè con la panna conta? (No. Nota del barista).

E la tua opera letteraria preferita? Qui mi spiego: io ho dozzine di opere letterarie preferite, dozzine di gruppi musicali preferiti, dozzine di film preferiti, eccetera (come tutti, mi sa).

Però adesso che faccio la domanda a te – e la cosa mi costringe a riflettere – mi rendo conto che potrei rispondere cento libri di Gadda, Manganelli, Joyce, Foster Wallace, Barth, Barthelme, Pinter, Fosse, Montale, Hart Crane, Hemingway, Celati, eccetera, ma le uniche cose che ho riletto continuamente sono Finale di Partita di Beckett (90 volte circa), The Waste Land di Eliot (101 volte circa), e ho visto 71 volte Ritorno al Futuro (sì, ho gusti letterari da snob e gusti cinematografici da porchettaro di tangenziale). Si capisce che leggere 101 volte The Waste Land sia leggerissimamente più pratico, comodo e veloce che leggere 101 volte La Recerche di Proust, Finnegans Wake di Joyce o 2666 di Bolano, ma non è colpa mia se mi appassiono spasmodicamente alla letteratura breve.

Ma si possono rileggere a pezzetti le opere lunghe. Basta aprire a caso e via!

Qui facciamo notte con le cose preferite… Intanto un gran numero di scrittori di fantascienza (Dick e Disch e Blish e Leiber e Bester e Brunner e Ballard e Silverberg e MacLeod e Roberts e Cordwainer Smith e Stapledon e Wells e Miglieruolo…). Poi un gran numero di storici (Gibbon, Mommsen, Canfora, Veyne, Fox, Boorstin, Franzinelli, Kershaw, Craveri, Barzun, Aries, Duby etc etc etc). Poi i diaristi e i memorialisti – Pepys, Goncourt, Ciano, Nicholson, Casanova, Chateaubriand etc. Fra i poeti Byron, Pope, Baudelaire, Browning, Saba, St.John Perse, Szymborska etc. Fra i romanzieri classici Dickens, Stendhal, Tolstoj, Balzac, Laclos, Stevenson, Manzoni, Proust, Joyce, Calvino, Lovecraft, Robert Graves, Perec, Borges, Simenon, Agatha Christie etc (menzione a parte per il povero Morselli). Fra i contemporanei Mari, Avoledo, Busi, Franchini, Wu Ming, Eco, Houellebecq, Pynchon, Vidal, Siti, De Lillo, Powers, Bolano, Mantel etc. Poi in ordine sparso Charles Lamb e William Hazlitt, il filosofo Alain, gli aforisti francesi come La Rochefoucauld e La Bruyere, Karl Kraus e Elias Canetti, James Agate, Praz, Macchia, Citati, Bloom, Edmund Wilson, James Wood, Franco Ferrucci, Sermonti, Arbasino, Anthony Burgess, Hanna Arednt, Zizek e Sloterdijk, Niklas Luhmann, Max Beerbohm, Samuel Butler, Sei Shonagon, i saggi di Giulio Mozzi, i critici cinematografici Pauline Kael e David Thomson e il grande biografo di Lyndon Johnson, Robert Caro… e per terminare una serie di opere-fiume in cui immergersi ogni tanto: lo Zibaldone di Leopardi, i Saggi di Montaigne e l’Anatomia della Malinconia di Burton.

E chissà quanti ne mancano…

“Siamo come nani sulle spalle di giganti”: l’ha detto Bernardo di Chartres, poi l’ho riletto da qualche altra parte, scritto da David Foster Wallace e riferito ai grandi scrittori che lo hanno preceduto, formato, eccetera. Tu, sulle spalle di quali giganti stai?

Oddio, la risposta prima non basta? Posso dire i modelli di questo specifico libro. Simenon (ampiamente citato) e Laclos – ovviamente quest’ultimo il più nascosto possibile. Modello strutturale anche il capitolo ‘Le simplegadi’ dell’Ulysses. Importantissimo poi, in questo caso, il libro di Franco Ferrucci su Iliade e Odissea, ‘L’assedio e il ritorno’. Il tono generale, poi, come pure le scene di combattimento, sono ispirate ai manga giapponesi. Da citare poi il primo corto di Stanley Kubrick, ‘Day of the Fight’, e il film di Robert Wise del 1949 ‘The Set Up’ (Stasera ho vinto anch’io).

Scrivere (cioè: scrivere con un progetto – quindi un romanzo, un racconto, una opera teatrale, ecc.) è una faticaccia o è un gran divertimento?

Sono una persona pigra e per anni la prospettiva della fatica mi ha bloccato. Ho cominciato a scrivere sul serio in un sussulto di disperazione (tipo: ormai ho quasi 50 anni e non ho ancora fatto l’unica cosa che volevo davvero fare nella vita). Con la pratica viene anche, almeno per me, il piacere.

Arrivare terzo a Masterpiece probabilmente è stata una fortuna, come arrivare terzi (o ultimi) al Festival di Sanremo. Ma facciamo finta che la qualità letteraria dei concorrenti fosse l’unica discriminante: avresti meritato di vincere tu?

Il primo giorno che sono arrivato a Torino per la fase finale del programma ho cominciato a dire a tutti che volevo arrivare terzo. Lo sai, no?, come funziona sul podio olimpico? Il primo è felice perché ha vinto, il secondo è arrabbiato perché sa che gli sarebbe bastato pochissimo per vincere, il terzo è felice perchè sa che non avrebbe potuto vincere ma intanto è lì sul podio. In questo caso, poi, il primo avrebbe dovuto vedersela con il malanimo e l’ostilità della comunità letteraria italiana (e infatti…).

Tutti gli altri concorrenti erano convinti che avrei dovuto vincere io (a parte i primi due, probabilmente). Io, a parte i miei calcoli e desideri (essere pubblicato senza vincere), sono dell’idea che un programma televisivo ha dinamiche diverse da quelle della fama letteraria. Dinamiche che ho accettato senza la benché minima riserva mentale. Se decido di andare in tivù a fare il concorrente di talent, con tanto di confessionale, lo faccio sul serio, senza tirarmela da genio incompreso costretto a chissà quale bassezza indegna di lui. Una volta deciso che dovevo fare qualcosa ho vinto le mie paure e ho fatto del mio meglio. Del resto, io il Grande Fratello l’ho guardato per anni…

Noi del Posto pulito (forse lo si intuisce dal nome del bar) siamo appassionati di racconti. Cosa ne pensi della forma racconto? Lo domando anche a te, dopo Mozzi, Cognetti e altri: perché il racconto non va più, in Italia – e di conseguenza tutti vogliono scrivere, pubblicare e leggere romanzi, romanzi, romanzi, romanzi, romanzi?

Qui devo confessare che è anche un mio limite. Non leggo molti racconti. Il motivo è, in gran parte, che non si adattano alle mie modalità di lettura. Non riesco a concepire la lettura di un racconto se non in una tirata unica e quindi faccio una certa fatica a incastrarlo nei miei tempi. A quel punto preferisco le forme brevissime, come l’aforisma, l’articolo o il saggio breve.

Comunque il primo capitolo di Fight Night era un racconto autoconcluso, con tanto di morale finale, il mio primo tentativo nel genere. M’è piaciuto tanto che c’ho costruito sopra un romanzo…

Che rapporto hai con l’ironia (in letteratura)? Te lo chiedo giacché tutto quello che amo (sempre in letteratura) non può prescindere dall’ironia.

Beh, che domanda è? Ovvio! Il tono di questo romanzo voleva essere deliberatamente ‘eroicomico’. In questo caso volevo creare due personaggi, Alessandro e Ettore, che fossero degli autentici fighter, di quelli che si mettono in gioco totalmente, fino alla morte, ma al tempo stesso considerarli con la massima ironia – la vanità e la teatralità di Alessandro, il vittimismo e l’ignoranza di Ettore. Qui, di nuovo, a parte cose come ‘L’umorismo di Omero’ di Samuel Butler, la lezione dei manga giapponesi è stata fondamentale: come l’eroe invincibile di una pagina sia il pupazzetto ridicolo della successiva. 

Però volevo anche evitare l’eccesso di ironia che alla lunga (e qui ha ragione DFW) diventa sterile. Per quanto li prendessi in giro doveva essere chiaro fin dall’inizio che quei due su quel ring ci sarebbero saliti e che se le sarebbero date fino alla morte. Volevo che fossero al tempo stesso pienamente eroi e al tempo stesso sottilmente (ma neanche tanto) ridicoli. Come diceva Vargas, un altro concorrente, ‘due cazzoni esaltati’ ma per me degni di rispetto come chiunque riesca a salire su un ring.

Che rapporto hai con la letteratura contemporanea italiana? La leggi o no? Se la leggi, ti piace?

Su a Torino, confrontandomi con gli altri concorrenti, mi sono reso conto che solo due su dodici – io e Raffaella Silvestri – leggevano letteratura contemporanea italiana e seguivamo i blog letterari e le polemiche del giorno. Per gli altri non esisteva proprio, a parte qualche giallista tipo Camilleri o Lucarelli. Io di letteratura italiana non ne ho praticamente letta fino ai 40 anni. Ora ne sono un convinto assertore (i nomi li ho fatti sopra): soprattutto voglio scrivere in italiano e non in ‘inglese doppiato’ come fanno in tanti.

Cosa pensi che possa dare la letteratura alla gente, alla società?

Domanda immensa, risposta breve: modelli di visione del mondo.

 

Ti piacciono i fumetti? Se sì: nel bagno pulito, illuminato bene di un posto pulito, illuminato bene, preferiresti leggere leggere Topolino o l’Eternauta? Dylan Dog o Tex? Watchmen o un manga giapponese?

Dei manga ho già detto: mi sembra abbiano davvero una marcia in più su praticamente tutti gli altri. Dove i nippo cedono è nel regno della striscia: i Peanuts sono uno dei grandi monumenti dell’umanità. E poi Pogo, Calvin e Hobbes, Doonesbury, Nemi (una mia recente scoperta norvegese)… Non sono un grande estimatore dei supereroi (anzi, ormai hanno proprio rotto) nè del genere Bonelli. In compenso amo molte graphic novel, a partire da Moebius-Jodorowsky fino a Daniel Clowes e Zerocalcare.

Per me i fumetti sono sempre stati letteratura a tutti gli effetti. Piuttosto mi infastidiscono quelli che rimarcano l’ovvio: la questione è stata definita fin negli anni Sessanta (da Umberto Eco, fra gli altri) e continuare a menarla oggi è pura logica di potere accademico.

Stai per andare a dormire – e quando si va a dormire si fanno pensieri tipo premio nobel o cose così. Qual è la tua ambizione letteraria? Vabbè, magari il nobel no, ma un premio Strega – che pare lo diano un po’ a cani e porci, ma comunque meglio che il Premio Sambuca Molinari – ?

Onestamente no. Non mi pare di scrivere cose da Strega anche se, nel caso, non mi farei certo problemi: mi dicono che c’è un buffet fantastico. Piuttosto mi faccio delle fantasie cinematografiche… Oscar per il Miglior Soggetto o Sceneggiatura Non Originale…

 

Stefano Trucco tra dieci anni. Lavora all’ufficio decessi del Comune di Genova o si sveglia alle undici di mattina, va a sedersi in un bar, accavalla le gambe, sorseggia un drink e a chi glielo domanda risponde: sì, vivo grazie a ciò che ho scritto e che scrivo?

Intanto non lavoro più all’Ufficio Decessi. Quando feci la prima puntata, l’anno scorso, ero ancora lì; poi, a gennaio, del tutto indipendemente dal programma, fui trasferito al Settore Smart City. Dal bieco palazzaccio umbertino in cui avevo trascorso gli ultimi 27 anni al meraviglioso palazzo rinascimentale che ospita il Sindaco e la giunta. Ma durante il programma mi impedirono di dirlo: l’ufficio morti faceva più personaggio…

Sono molto realistico sulle mie prospettive, infatti non mi sono licenziato… Certo, c’è sempre l’effetto SuperEnalotto: le probabilità di vincere sono 1 su 60000000 ma ogni tanto qualcuno vince… L’importante è non metterci il cuore sopra. Certo, se ci entrassero quei 100 o 200 euro al mese per arrontondare lo stipendio…

Il tuo bar ideale.
O una cosa favolosa con gli specchi e i divani come il Baratti a Torino o una cosa molto, molto semplice con il Secolo XiX e la Gazzetta dello Sport a disposizione.

Come avrai capito non sono un giornalista, non ho mai fatto un’intervista reale in vita mia, quindi ti chiedo scusa per le domande, ti ringrazio per le risposte e ci vediamo Sabato 6 dicembre.
E io cosa dovrei dire? ‘I’m not a writer, I just play one on tv’…

A presto.

~

Sabato 6 dicembre 2014

Stefano Trucco in Un posto pulito, illuminato bene

Dalle ore 19.30: Aperitivo, cena, merenda sinoira, apericena, insomma, avete capito

Ore 21.00: Stefano Trucco presenta il romanzo Fight Night

Ore 23.00: incontro di lotta-su-tavolo-da-bar-traballante

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Clicca sul papillon di Trucco per partecipare alla serata.